Inserisco questo articolo che trovo preciso che prospetta i veri pericoli che corre il mondo.
Non mancano spunti e vicinanze con la religiosità pagana.

Stiamo costruendo un mondo alla rovescia che non sopravviverà per più di due
generazioni
di Francesco Lamendola - 10/06/2009

Fonte: Arianna Editrice


Le persone che hanno almeno cinquant'anni sono in grado di misurare l'enorme
differenza di comportamenti, di mentalità e di valori che separa le ultime
generazioni da quelle precedenti; e fino a che punto lo smarrimento
esistenziale, l'incapacità di affrontare i sacrifici, l'edonismo becero di
tante persone, contrastino con il forte senso del dovere, con lo spirito di
sacrificio e con la chiarezza dei punti di riferimento, caratteristici della
società prima che fosse spazzata con violenza dai venti del cosiddetto
miracolo economico e, in generale, della tarda modernità.
Questo è un discorso che, oggi, non piace, perché sa di passatismo e sembra
improntato unicamente alla dimensione della nostalgia e del rimpianto, al
tempo stesso antistorico e inconcludente, per un supposto paradiso perduto
che avrebbe caratterizzato la società occidentale pre-moderna o, quantomeno,
nella fase iniziale della modernità.
Non piace, inoltre, perché sembra un discorso accusatorio nei confronti dei
giovani, e quindi incorre nell'accusa di leso giovanilismo, una delle forme
caratteristiche che ha preso la sfrenata demagogia della cultura attuale;
anzi, una delle forme della religiosità laica post-moderna: mentre è chiaro
che l'accusa, semmai, è rivolta agli adulti che non hanno saputo trasmettere
ai propri figli niente di meglio del consumismo più idiota e dell'arrivismo
più smodato e cialtrone (culminato nei tristissimi fasti odierni del
«velinismo», per cui la discussione sociale e perfino politica sembra
ruotare intorno all'ombelico di qualche diciottenne un po' belloccia).
Eppure, se si analizzano le cose in maniera onesta e spassionata, non si
tarda ad accorgersi che non di nostalgia del passato si tratta, ma di una
obiettiva valutazione dei fatti e di un doveroso grido di allarme, che è
necessario lanciare prima che sia troppo tardi.
Troppo tardi per cosa? A costo di essere tacciati (anche) di catastrofismo
e, come si usa dire, di terrorismo psicologico, non esitiamo ad affermare
che rischia di essere troppo tardi per salvare il nostro mondo, il mondo
che - a parole - diciamo di amare e rispettare. La società occidentale è
matura per il crollo: non fra mille o fra cento anni, ma entro trenta o
cinquant'anni al massimo: lo spazio di una o due generazioni.
Altre civiltà sono più attrezzate per sopravvivere: quella islamica, per
esempio, ancora saldamente ancorata ai propri valori religiosi, che sono poi
anche, inseparabilmente, sociali e politici (come lo erano in Occidente fino
a tutto il Medioevo); e saranno loro a prendere il posto lasciato vacante
dalla nostra civiltà, destinata a collassare su se stessa. Come un esercito
di lemming lanciati a corsa pazza verso le scogliere a picco sull'oceano,
anche noi ci stiamo affrettando verso l'autodistruzione, e pare che non ce
ne rendiamo conto.
Esagerazioni, paranoie, isterismi? Vediamo.
Poniamoci anzitutto una semplice, chiara domanda: c'è un solo valore
riconosciuto e condiviso che, oggi, non sia stato messo radicalmente in
discussione; che sopravviva nelle coscienze degli individui, e specialmente
dei giovani; che possa fornire loro una bussola spirituale, un orientamento
nelle difficoltà della vita?
A nostro parere, no. Tutto è stato dissacrato; tutto è stato abbattuto;
tutto è stato deriso e calpestato. Onestà, lealtà, sobrietà, pudore,
rettitudine, timor di Dio, amore verso i genitori, rispetto del prossimo,
senso del limite: tutto è stato spazzato via, in nome di una ipotetica,
delirante «libertà» totale; in nome di un irresponsabile, distruttivo: «Sii
te stesso», che non è altro che un modo di dire (sono a parole di Aleister
Crowley, il sinistro mago nero tanto ammirato dai Beatles e quindi, più o
meno indirettamente, da milioni di giovani, a partire dagli anni Sessanta:
«Fa' ciò che vuoi»; o, anche: «Lascia che accada» («Let it Be»). E Sartre,
l'altro grande cattivo maestro di un esistenzialismo disperato e negativo:
«L'inferno sono gli altri».
Ma se la mia libertà è quella di fare tutto ciò che voglio e se l'altro, per
me, è solo un ostacolo e un nemico, o, nel migliore dei casi, uno strumento
del mio piacere: è possibile mai non vedere a quali esiti devastanti conduce
inevitabilmente, fatalmente, una simile filosofia di vita?
Non stiamo facendo un ragionamento teorico, astratto.
Ogni giorno, milioni di famiglie sono minate, dall'interno, da una
silenziosa pestilenza, che è la disaffezione dei giovani verso ogni serietà
della vita, verso ogni rispetto per i genitori, verso ogni slancio nobile e
generoso dell'animo; mentre sono tutti protesi, al contrario,
all'inseguimento di forme sempre più effimere e sempre più distruttive di
edonismo, non di rado incoraggiati e sobillati dal comportamento
irresponsabile e dal pessimo esempio che viene dato loro proprio dagli
adulti, i quali, quasi tutti - chi più, chi meno -, hanno abdicato al
dovere di svolgere il proprio ruolo educativo, ciascuno nell'ambito che gli
compete (la famiglia, la scuola, le istituzioni, il mondo del lavoro, ecc.).
Abbiamo costruito un mondo alla rovescia, dove tutto è indifferente e dove
tutto è lecito, purché risponda al principio del piacere, qui e ora: dove il
male diventa bene e il bene diventa male; dove la verità non esiste, ma
esistono soltanto opinioni che dettano legge, quanto più forte vengono
gridate; dove l'unica cosa che conta è il «successo», l'arrivare primi,
fregare il prossimo.
Abbiamo già detto alcune di queste cose nel precedente articolo: «Parliamo
ai giovani di mille cose superflue ma non parliamo più loro del Bene e del
Male» (sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice). Complici i grandi
«maestri del sospetto», e in particolar modo Freud e quella forma di magia
nera chiamata psicanalisi, abbiamo finito per togliere ogni credibilità e
ogni normatività al discorso morale, abbandonandolo in balia delle onde del
relativismo e del nichilismo. La cultura oggi dominante guarda con sospetto,
con irrisione e con astio verso ogni tentativo di parlare del bene e del
male; lo taccia con gli epiteti di moralismo e di autoritarismo; lo
considera alla stregua di un tentativo di reintrodurre una cultura
repressiva.
Il Bene ed il Male: che cosa saranno mai, se non una favoletta che si
raccontava ai bambini (e agli uomini-bambini della società pre-moderna), per
farli star buoni e sottomessi al potere, fosse quello del padre, oppure
quello del Padre celeste (ancora Freud!): concetto, quest'ultimo, dietro cui
si nascondevano i perfidi preti, desiderosi di sfruttare le persone semplici
e ignoranti? Meno male che sono arrivati i Lumi del Progresso, della
Modernità, della Libertà, a risollevarci da una condizione di così ignobile
sottomissione e abbrutimento. Parola di fior di filosofi, primo fra tutti il
massimo esponente dell'Illuminismo: Immanuel Kant; lieto annuncio ripetuto
milioni di volte da ogni angolo, gridato da ogni pulpito, specialmente dalla
televisione e dalle star della musica leggera, che raccolgono folle
oceaniche di giovani in delirio ai loro megaconcerti.
Nella civiltà occidentale, la legge morale fondamentale era, per le persone
comuni, quella dei Dieci comandamenti: legge semplice, chiara, accessibile a
tutti.
«Io sono il Signore Dio tuo: non avrai altro Dio fuori di me»; ma davanti a
quante divinità ci si prostra, oggi - denaro, successo, piacere sessuale -,
con la scusa che l'uomo non ha più bisogno di un Dio, e tanto meno di una
Legge?
«Onora il padre e la madre»: ma chi ci crede più, in un mondo dove un
genitore che si azzarda a dare un sacrosanto ceffone al proprio figlio, può
essere denunciato e punito a termini di legge, quasi fosse un pericoloso
delinquente?
Oppure si prenda il Catechismo di Pio X, concepito sotto forma di brevi
domande e risposte: «Chi è Dio? Dio è l'essere perfettissimo, Creatore e
Signore del cielo e della terra». E ancora: «Per qual fine Dio ci ha creati?
Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo
poi nell'altra in Paradiso». Sono parole troppo ingenue? Benissimo: ma tutti
potevano capirle; e, nella loro estrema semplicità, fornivano dei chiari
punti di riferimento a chiunque, in ogni circostanza della vita, lieta e
triste.
Ma ecco lì li intellettuali «progressisti» (e potrebbe un intellettuale non
essere progressista, ossia dalla parte del progresso?), pronti a storcere il
naso: secondo loro, queste formulette servivano solo a indottrinare il
popolo e potevano andar bene per una società rurale, pre-moderna, cioè -
secondo loro - sostanzialmente ignorante e superstiziosa. Ma oggi, per
carità!
Benissimo: vediamo, allora, dove ci stanno portando la desacralizzazione del
mondo, l'irrisione e il sovvertimento di tutti i valori, la competizione
sfrenata di tutti contro tutti, sulla base dell'utilitarismo e dell'edonismo
sfrenati. Siamo proprio sicuri di aver costruito una società che sia in
grado di fare la lezione a quella contadina, che - bene o male - si è retta
per secoli e secoli, conservando una forte coesione e un alto grado di
collaborazione fra i suoi membri, sia dentro le famiglie che al di fuori di
esse?
E quanto al fatto che la legge morale è roba sorpassata, perché presuppone
una popolazione passiva, limitata e ignorante: siamo proprio sicuri che
quelle persone, per quanto indubbiamente ignoranti e limitate, fossero meno
felici (o, se si preferisce, più infelici) di quelle che vediamo oggi,
immerse nel materialismo di un «benessere» senz'anima; che fossero più
manipolabili e strumentalizzabili dal potere (che oggi è diverso, ma non
certo meno tirannico); che avessero meno rispetto per se se stesse, meno
disponibilità a lavorare col prossimo, meno capacità di apprezzare le cose
buone e belle della vita?
Noi non ne siamo affatto convinti; al contrario, abbiamo il sospetto che sia
vero l'opposto.
Del resto, chi sono - in genere - i pretesi intellettuali che sostengono
quelle cose? Non sono forse persone di mezza cultura, di mezza intelligenza,
di mezza sensibilità, di mezzo buon senso, di mezza laboriosità, di mezza
umanità?
Quanto a noi, preferiremmo cento volte avere a che fare con delle persone
semplici e ignoranti, ma di animo puro, che con questa cattiva genia di
persone di mezza cultura, tanto presuntuose quanto povere di spessore
spirituale, che ripetono sempre gli stessi ritornelli stereotipati, gli
stessi slogan demagogici, al fine di piacere alle masse; peggio, al fine di
piacere a quelle pecore nel gregge su cui si basa l'individualismo di massa
oggi imperante.
Secondo gli slogan «progressisti» e «politicamente corretti», bisogna fare
sì che ciascuno persegua liberamente il proprio capriccio, senza riguardo -
se non a parole - per il bene comune, e senza nemmeno porsi il problema
della fedeltà dovuta a se stessi, alla propria missione nel mondo, per la
quale ciascuno è stato chiamato.
Ebbene, è giunta l'ora di proclamare alto e chiaro che la maggior parte
delle persone, e specialmente dei giovani (per evidenti ragioni di età) non
sono in grado di gestire la propria libertà in maniera assolutamente
autonoma; che gettare il fardello di una libertà incondizionata sulle spalle
di una persona impreparata, e specialmente di un giovane, è un doppio
delitto: perché li si inganna sulle loro reali possibilità, e perché li si
espone a pagare di persona le durissime conseguenze dell'inesperienza,
dell'impreparazione, dell'immaturità.
Un discorso reazionario?
Lo sarebbe, se la ricetta che immaginiamo per uscire dal vicolo cieco, in
cui la follia autodistruttiva della modernità ci ha sospinti, fosse quella
di imporre un anacronistico ritorno al passato, o magari quella di negare il
diritto individuale alla libertà. Invece non si tratta di negare il diritto
alla libertà, ma di accompagnarlo alla consapevolezza del dovere; e,
inoltre, di presentarlo come un difficile e faticoso punto di arrivo, come
un compito da raggiungere con sforzo personale e generosa abnegazione: non
certo come una virtù innata.
In breve, abbiamo bisogno di tornare ai valori morali che, da decenni, è
venuto di moda denigrare, disprezzare, calpestare.
E non abbiamo più molto tempo a disposizione: le famiglie stanno
scricchiolando, il tessuto sociale è prossimo a implodere.
Abbiamo ancora davanti il tempo di una o due generazioni; poi, sarà troppo
tardi per qualunque rimedio.
Altri verranno a prendere il nostro posto, a coltivare il giardino
meraviglioso che avevamo a disposizione, ma di cui non abbiamo avuto cura.