Quel sant’uomo del cardinal Sepe poteva immaginare tutto, ma non certo di «offendere» la «suscettibilità» di un boss.
Diciamo subito che il monito dell’arcivescovo di Napoli è condivisibile dalla A alla Z:
Camorristi, malavitosi e malfattori sono anticristiani e quindi - in mancanza di un sincero pentimento - non possono presentarsi al cospetto della cristianità».
Il cardinal Sepe è poi entrato nei dettagli:
«Non possono farlo né per ricevere i sacramenti, né per garantire, come nel caso di padrini di battesimo, per i bambini».

Apriti cielo.
Mario Savio, boss dei Quartieri Spagnoli di Napoli, detto o’ bellillo, si è subito risentito:
«So quello che ha detto il cardinale, lui è una personalità e un grande uomo, ma secondo me sbaglia. Mi sembra un discorso demagogico. Il Vangelo dice altro, parla della necessità di perdonare, non a caso con Gesù in croce c’erano i due ladroni ed è a loro che dice che saranno con Lui nel Regno dei Cieli. Mi sembra un discorso fatto da dietro la cattedra senza tener conto di quelli che sono i problemi a monte di chi delinque».

Hai capito, il boss?
Alla fine è lui che fa la predica al cardinale. Che però non si scompone e ribadisce la linea della sua Diocesi secondo cui «a certe persone non vanno somministrati i sacramenti».
Frasi - quelle dell’arcivescovo di Napoli - che hanno il sapore di una scomunica contro i criminali; come se il presule si rendesse conto del rischio di vivere ogni giorno insidiati dal cancro della camorra.
Un richiamo forte ai valori della legalità, come quelle dell’appello di Giovanni Paolo II che, nel ’93, in Sicilia, si rivolse ai malavitosi: «Mafiosi pentitevi, verrà il giorno del giudizio di Dio».
Sepe nega così - di fatto - le chiese per i loro funerali; impedisce che possano diventare padrini di battesimo o cresima; che siano testimoni di nozze.

Le indicazioni sono contenute in un opuscolo che è stato distribuito, già da qualche mese, nelle chiese della Diocesi partenopea.
Certo, poi tutto cambia se a subentrare è «il pentimento», «il cambio di rotta», «la decisione di tornare nella legalità».
A queste condizioni la chiesa sarà ben felice di riaprire le porte anche ai boss, o meglio, ex boss.
«Se muoiono però senza pentirsi - avverte il presule - senza mai aver cercato di riparare al male che hanno fatto, allora non potranno nemmeno contare sul un funerale cristiano».
O’ bellillo farà bene a rifletterci su.

Ma comunque già sembra sulla buona strada: «Ho 57 anni, 35 dei quali trascorsi in carcere, oggi godo della sospensione della pena dell’ergastolo perché sono in attesa di trapianto. Guardando al mio passato dico: «Certi errori non li rifarei e non voglio che li commetta nemmeno mio figlio». Anche il cardinal Sepe è d’accordo.

di Nino Materi su ilgiornale.it di oggi domenica 15 maggio 2011
Aggiornato alle 183

saluti