La Lega frana ovunque. L'ira di Bossi: bisogna cambiare

Da Torino a Rimini persi un terzo dei voti rispetto al 2010. Resa dei conti con gli alleati dopo i ballottaggi

MILANO - Troppo facile dar la colpa a Letizia Moratti e ai suoi eccessi verbali. Troppo facile sostenere, come ha sostenuto Calderoli nelle ore cupe dello scrutinio, che «a parte il risultato anormale del capoluogo lombardo, nel resto del Nord siamo andati bene». Il crollo leghista di Milano (dal 14,5 per cento al 9,6 in appena un anno) non è che lo specchio del crollo che il partito ha registrato dal Monviso all’Adriatico, senza eccezioni, e non può essere affibbiata la colpa alla Moratti per i disastri di Chioggia o di Pinerolo. Dopo le regionali del 2010 Bossi pregustava gloria sempiterna, adesso si barrica in ufficio incapace di motivare una sconfitta inattesa e bruciante.

Fuori dalla sede di via Bellerio dai cestini tracimano cartoni di pizza, lattine vuote, bicchieri di plastica. Sono le scorie dell’interminabile attesa di chi da domenica aspetta che un colonnello del partito esca allo scoperto per dire «qualcosa di leghista» e provare a spiegare quel che è accaduto, e perché. Al primo piano il grande capo fuma e sbuffa, chiama a raccolta Calderoli, Maroni, Cota, Castelli. Che hanno solo cattive notizie da dargli.

I numeri non danno scampo, del resto. E sul partito padano hanno un effetto choccante. Nelle regioni del Nord si votava in quarantaquattro Comuni con più di 15 mila abitanti. La Lega è calata dappertutto (con le eccezioni di Bologna e di San Giuliano Milanese) lasciando per strada, rispetto a un anno fa, quasi un terzo dei propri consensi. In quelle quarantaquattro città e cittadine aveva il 15,1, adesso è al 10,7. In quegli stessi luoghi tre anni fa, alle politiche, aveva raccolto oltre 280mila voti che si sono ridotti a 206mila.

Bossi guarda in faccia i suoi, ordina di rimanere sul vago con i giornalisti che chiedono lumi. Poi sbotta: «Così non si può andare avanti. Bisogna cambiare». Un brivido attraversa i colonnelli che lo ascoltano. Cambiare cosa? Cambiare strategie pre-elettorali? Cambiare l’alleato? Cambiare il premier? Cosa vuole cambiare Umberto Bossi? Troppo presto per dirlo: ci sono i ballottaggi da affrontare, ultima speranza per rimarginare qualche ferita. Per due settimane, quindi, niente polemiche, niente rotture, niente minacce. Gli animi non vanno turbati, e del resto Berlusconi fa lo stesso dicendo che «i problemi con la Lega verranno superati». Calderoli viene mandato in avanscoperta per far sapere «che le alleanze non si toccano malgrado le sirene del Pd», e gli altri vengono smistati alle varie tv per malignare sulle pecche della Moratti. Ma il problema rimane.

«Milano è un incidente di percorso» declama ai microfoni Matteo Salvini, giulivo per le novemila preferenze personali. Ma il suo è soltanto un tentativo di distrarre l’attenzione perché Milano non è un’eccezione. Negli altri quindici Comuni della Lombardia in cui si votava per il sindaco il Carroccio è andato ancora peggio, scendendo dal 23,5 al 18,5. Ed è andato peggio soprattutto laddove Bossi ci ha messo faccia ed energie con comizi a raffica e comparsate improvvise.

A Varese, inviolabile casa madre del leghismo, Attilio Fontana (quello che i sondaggi definivano «il sindaco più amato dai suoi cittadini») per rivestire la fascia tricolore dovrà aspettare il ballottaggio, cosa mai accaduta prima; a Gallarate, principale banco di prova della corsa solitaria della Lega, al ballottaggio ci vanno invece i candidati del Pdl e quello del centrosinistra. E anche nelle altre cittadine dove i padani hanno fatto corsa solitaria i risultati non sono esaltanti. Meglio che altrove, certo, ma sempre in calando.

Bossi sa perfettamente cosa pensa il suo popolo della sconfitta. Gli basta accendere la radio del partito per saperlo: «Basta Berlusconi» è il ritornello più popolare. E poi: basta favoritismi giudiziari, basta Minetti, basta compravendita dei parlamentari, basta lusinghe agli abusivi di Napoli, basta bombe sulla Libia. «Continuiamo a ingoiare medicine che invece di curarci ci fanno ammalare». Parole semplici, ma irripetibili per il leader leghista consapevole che la disaffezione dei suoi nasce da lì, ma consapevole anche del fatto che quello con il Cavaliere è un vincolo difficile da sciogliere, non adesso, non in modo traumatico, non senza avere a disposizione un’alternativa praticabile. Si dice «cul de sac», in francese o padano è lo stesso.

La Lega frana ovunque. L'ira di Bossi: bisogna cambiare - Il Messaggero