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    Bushidō
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    Predefinito Antonio Di Pietro, il giudice italiano pagato dagli americani



    I servizietti segreti di Di Pietro


    Tonino fece uno strano viaggio alle Seychelles: dava la caccia a Francesco Pazienza. Per conto di chi?


    Libero-news.it

    Di Filippo Facci


    «Dicono che sono stato pagato dalla Cia» ha reso noto Antonio Di Pietro nel denunciare la circolazione di fotografie che lo ritraggono, in effetti, coi vertici del Sismi e persino con un agente della Cia. La storiaccia che a suo dire vorrebbero cucirgli addosso - un intrico che l’avrebbe visto al servizio degli Usa e addirittura della mafia - appare tuttavia così improbabile che l’unico ad alimentarla, per ora, è stato oggettivamente lui, Di Pietro. Il quale, se da una parte si è prodigato nel rispondere a domande che nessuno aveva posto, d’altra parte non ha mai voluto spiegare altre vicende che appaiono molto più serie e tuttavia documentate.

    Il fulcro resta lo stesso: i suoi rapporti con i servizi segreti.

    Di Pietro controllava l’Aster di Barlassina, azienda che lavorava per l’Esercito - in stretto e ovvio contatto con il Sismi, i servizi segreti militari

    Antonio Di Pietro, nel novembre 1984, era ufficialmente magistrato a Bergamo. Lo era diventato per vie decisamente inusuali: dapprima aveva lavorato per il ministero dell’Aeronautica presso una postazione dell’Ustaa (Ufficio sorveglianza tecnica armamento aeronautico) e in particolare controllava l’Aster di Barlassina, azienda che lavorava per l’Esercito - in stretto e ovvio contatto con il Sismi, i servizi segreti militari - e collaudava pezzi di alta tecnologia adottati dai Paesi Nato; giusto in quel periodo riuscì a laurearsi con velocità e modalità non meno inusuali - Libero avrà modo di tornarci la settimana prossima - e questo prima di diventare poliziotto lavorando nell’antiterrorismo con Vito Plantone e Carlo Alberto Dalla Chiesa, circostanze che Di Pietro non ha mai ammesso ma sulle quali, pure, si avrà modo di tornare. Non meno rocambolesco, nel 1981, era stato il suo esame da magistrato: sicché tre anni dopo, a Bergamo, eccolo destreggiarsi dopo che i suoi superiori l’avevano deferito al Csm non ritenendolo «in grado di dare tutti quegli affidamenti che vengono richiesti a un magistrato».

    La strana vacanza

    È proprio in quei giorni, nell’autunno 1994, che Di Pietro decise di prendersi una vacanza decisamente particolare. Va premesso, per comprendere lo scenario, che in quel periodo il Paese era ancora scosso dagli strascichi dell’eversione: nessuno aveva propriamente raccolto il testimone del defunto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma le più importanti inchieste sul terrorismo erano pervenute nelle mani del sostituto procuratore romano Domenico Sica. Un caso affidatogli fu quello del cosiddetto «Supersismi», sorta di servizio segreto parallelo creato dalla Loggia P2 e reo di gravissime deviazioni e commistioni col peggior mondo criminale. Capi occulti di questo organismo risultarono essere altri esponenti eccellenti del Sismi e tra questi il cosiddetto faccendiere Francesco Pazienza, inseguito da mandati d’arresto d’ogni tipo. Ma il faccendiere intanto se la rideva: inquisito anche per la bancarotta dell’Ambrosiano, dal tardo 1984, si era nascosto alle isole Seychelles. Un uomo d’affari, Giovanni Mario Ricci, l’aveva presentato al presidente dell’arcipelago Albert René con il quale il faccendiere era entrato in grande confidenza. Ogni tanto si limitava a far spedire in Italia memoriali difensivi dal suo avvocato americano o convocava finte conferenze stampa a New York. Sica intanto gli aveva già fatto sequestrare tutti i beni e gli aveva spiccato contro sette mandati di cattura internazionali.

    Le foto che scottano

    Il 20 novembre 1984, Antonio Di Pietro parte per le Seychelles. Con lui c’era una donna non identificata, e i due fecero di tutto fuorché i turisti

    Il capo del Sismi, l’ammiraglio Fulvio Martini, venne a sapere che Pazienza era celato nell’arcipelago. Quello delle Seychelles era un regime comunista appoggiato dal Cremlino, e tentare la via diplomatica all’epoca era impensabile. Alla disperata caccia di Pazienza si ritrovarono insomma il Sismi, il Sisde (i Servizi segreti civili) e il superprocuratore Domenico Sica. Una prima missione del Sisde era fallita: due agenti erano atterrati nelle isole a bordo di un aereo dell’Eni ma avevano combinato poco o niente. La circostanza è stata confermata da Giovanni Mario Ricci, allora sporadico corrispondente dell’Ansa e uomo d’affari cui i due agenti si rivolsero. Ulteriore conferma era poi giunta dal suo avvocato Corso Bovio. Ed eccoci al centro dell’arcano.

    Proprio allora, il 20 novembre 1984, Antonio Di Pietro parte per le Seychelles. Con lui c’era una donna non identificata, e i due fecero di tutto fuorché i turisti. Sole e mare a parte, non si trattava di una meta facile: il presidente René non brillava propriamente per democrazia.
    Tonino fece di tutto per mettersi nei guai. A bordo di una Mini-Moke a noleggio cominciò a fotografare in giro ma nascondendosi, acquattandosi; incontrò, tra gli altri, un vescovo cattolico ritenuto tra i capi dell’opposizione interna e chiese appunto informazioni su Pazienza, ascoltatissimo consigliere di René.

    Di Pietro e compagna furono subito pedinati e intercettati. Un responsabile dei servizi di sicurezza locali, un nordcoreano, stilò un rapporto con tanto di fotografie e ipotizzò che quel signore potesse essere un agente del Sismi o del Sisde o della Cia, organismi interessati a Pazienza. Tutte queste circostanze, più molte altre, sono confermate da atti giudiziari nonché dal racconto di Francesco Pazienza e da un libro del medesimo pubblicato da Longanesi nel 1999, «Il disubbidiente».

    L’agente nordcoreano e altri due sovietici proposero tranquillamente di far fuori l’intruso spingendo la sua auto giù da una scarpata, ritenendolo appunto un agente della Cia o del Sismi. Tra l’altro, intercettandolo, avevano verificato che ogni sera Di Pietro telefonava e relazionava. Pazienza mantenne fede al suo cognome e prese tempo. Andò all’hotel San Souci, dove dimorava quello strano italiano al mare, e ne spiò le generalità: era tal Di Pietro Antonio, magistrato alla Procura di Bergamo. Così, agli agenti sempre più ansiosi di far fuori il turista ficcanaso, Pazienza spiegò che se ne sarebbe ripartito a breve, che si calmassero. Pensò comunque di architettare uno stratagemma che potesse svelargli i referenti italiani di Tonino, e con un complicato giro di telefonate fece avere al magistrato delle notizie false: ossia che lui, il ricercato Francesco Pazienza, sarebbe passato dall’aeroporto di Lugano il 13 dicembre.

    «Le informazioni raccolte da Di Pietro finivano al Sismi», ha raccontato Pazienza, «e non c’erano dubbi... le passava a un altro magistrato il quale poi le riversava a Martini»

    Contemporaneamente diede la soffiata anche agli svizzeri - tramite i servizi segreti della Germania Orientale - di modo che potessero bloccare e identificare gli agenti italiani sopraggiunti irregolarmente per arrestarlo: se fossero stati poliziotti significava che Tonino agiva per canali istituzionali; se fossero stati agenti del Sismi, invece, no. Andò tutto come previsto: gli arresti ci furono e gli agenti fermati dalla gendarmeria svizzera furono due, un tenente colonnello e un brigadiere dei carabinieri: agenti del Sismi, si appurò. La giustizia svizzera emise anche un comunicato in cui confermava un’azione contro due appartenenti a «un servizio di informazioni dello Stato italiano (Sismi)». I due carabinieri rimasero in carcere per ventisei giorni e poi furono espulsi. L’ammiraglio Fulvio Martini, del Sismi, non fece una bella figura, e non la fece neppure il presidente del Consiglio di allora, Bettino Craxi.

    «Le informazioni raccolte da Di Pietro finivano al Sismi», ha raccontato Pazienza, «e non c’erano dubbi... le passava a un altro magistrato il quale poi le riversava a Martini». Il magistrato, appunto, era Domenico Sica. Di Pietro ha fornito tiepidissime conferme ma non si è mai voluto soffermare sui particolari e neppure sulla sostanza. Pazienza, detenuto dal novembre 1995, ha confermato tutta la vicenda e così pure ha fatto Giovanni Mario Ricci, ma dell’intreccio si trova traccia anche nelle motivazioni della sentenza di primo grado per il cosiddetto crack del Banco Ambrosiano, dove si riferisce - pagine 2 e 3 - che «Il Pazienza era rifugiato alle Seychelles» e soprattutto di «irrituali indagini» di un allora «sostituto procuratore della Repubblica di Bergamo». Negli atti è finito anche un rapporto, con annesse fotografie, stilato da Di Pietro alle Seychelles: il presidente della Terza sezione penale Fabrizio Poppi prese appunto ampio spunto dalle «ricerche» di quello strano magistrato.

    Quello strano rapporto

    Perché strano? Uno degli avvocati di Pazienza, Giuseppe De Gori, interpellato, è stato esplicito: «È chiaro che qualcuno ce l’ha mandato. A che titolo sennò poteva stendere un rapporto per Sica? Se era un sostituto procuratore a Bergamo, allora scriva tranquillamente che Di Pietro ha commesso un reato, non poteva né indagare né stendere rapporti. Di Pietro ha detto che l’aveva spedito alla Procura di Bergamo, ma questo non è vero. Io so solo, ed è strano, che quel rapporto finì non si sa come nelle carte dell’Ambrosiano. Non esiste una norma giuridica per cui sia ammissibile che si sia verificato ciò». L’allora capo della Procura di Bergamo, Giuseppe Cannizzo, dichiarò oltretutto, sempre all’autore di questo articolo, che «A me non è mai arrivato nulla. Se fosse arrivato un rapporto del genere l’avrei saputo, ero il capo della Procura. Per quanto ne so, Di Pietro era in vacanza». L’allora capo del Sismi ammiraglio Fulvio Martini, a suo tempo interpellato, ebbe a confermare l’agguato contro Pazienza in Svizzera nonché l’arresto dei due suoi agenti, non escludendo un depistaggio architettato dal faccendiere; ha specificato di aver saputo della sua presenza alle Seychelles a mezzo intercettazioni telefoniche intercontinentali, ma ha detto di non aver mai saputo nulla di Di Pietro e di un suo rapporto con Sica; ha chiarito che «l’operazione Pazienza fu gestita interamente dai Servizi segreti fino al suo primo arresto, negli Stati Uniti» nel marzo 1985, ma di non aver spedito suoi uomini alle Seychelles; ha ipotizzato che Di Pietro «lavorasse anche per il ministero dell’Interno e avesse mantenuto dei legami col precedente mestiere».

    Pazienza: «Di Pietro mi confidò il suo desiderio di dedicarsi presto a un’attività che non gli avrebbe consentito di avere più nulla a che fare con Mani pulite»

    Stando a Francesco Pazienza, poi, altri contatti tra lui e Di Pietro risalgono al periodo di Mani pulite. Prima si incontrarono per caso il 9 gennaio 1993, in Corso di Porta Vittoria a Milano. Ma fu un attimo. Poi, il 19 luglio 1994, decisero di vedersi e solo quel giorno Di Pietro apprese che Pazienza, dieci anni prima, gli aveva salvato la pelle. Ha raccontato il faccendiere: «Accadde un fatto strano. Di Pietro mi confidò il suo desiderio di dedicarsi presto a un’attività che non gli avrebbe consentito di avere più nulla a che fare con Mani pulite. Mi chiese se ero disponibile a dargli una mano. La mia risposta fu immediata e positiva». Questo accadeva cinque mesi prima che si dimettesse dalla magistratura. È lo stesso anno, il 1994, in cui Di Pietro fu intervistato da Gianni Minoli a Mixer (Radue) e alla domanda «Ha mai incontrato un duro come lei?» rispose «Sì, Francesco Pazienza».

    Un altro «fatto strano» avvenne il 14 ottobre successivo. Di Pietro fissò a Pazienza un altro appuntamento ma quest’ultimo, mentre era in viaggio verso Milano per incontrare il magistrato, ricevette una telefonata dalla sua segretaria: i carabinieri gli stavano perquisendo l’ufficio di La Spezia.
    La motivazione ufficiale era legata ai suoi presunti rapporti con la contessa Francesca Vacca Agusta, allora già latitante. «Il giorno dopo, al ritorno nel mio ufficio, diedi un’occhiata per controllare se durante la perquisizione era state mischiate alcune carte. Mi accorsi subito che tutto era al suo posto tranne il dossier sulle Seychelles: era sparito. Provvidi a informare subito il mio avvocato Scipione Del Vecchio e il titolare dell’ufficio Rino Corniola. Appresi poi che non era stato stilato, come prevede la legge, un elenco dettagliato dei documenti asportati, ma soltanto un verbale in cui c’era scritto “scatola con documenti”».

    Il 17 aprile 1996 Francesco Pazienza venne convocato dalla Corte d’Appello di Milano per il citato processo sul Banco Ambrosiano. In primo grado, come detto, era stato condannato anche in base al rapporto che Di Pietro aveva steso su di lui alle Seychelles: lo si era utilizzato per sostenere che il faccendiere se la spassasse ai tropici coi soldi del Banco. Il faccendiere, per difendersi da quest’accusa, in aula raccontò parte della storia che si è appena narrata, ma priva di particolari decisivi. «Di Pietro spiava per Sica» titolò quindi il «Corriere» del giorno dopo con un tono di sufficienza, fingendo ironia. Nessuno o quasi realizzò. Tanto che Di Pietro, non poco imbarazzato, dovette ammettere ai giornalisti: «La faccenda è molto più complicata... comunque ne feci oggetto di un rapporto al pm Sica». Nulla più. Nessuno ci capì niente.

    A distanza di tanti anni, però, qualcosa si vorrebbe capire: anche perché Antonio Di Pietro frattanto è divenuto un politico col marchio di fabbrica della trasparenza: non ha mai spiegato, però, come e perché si ritrovò a condurre una missione da intrigo internazionale, spiando un latitante cui il responsabile del Servizio segreto militare teneva in particolar modo, e a cui pure teneva il principe dei magistrati antiterrorismo, e sopra tutti, se non disturba, teneva il presidente del Consiglio dei ministri.

    Tonino non ha mai spiegato come e perché si ritrovò a condurre una missione da intrigo internazionale, spiando un latitante cui il responsabile del Servizio segreto militare teneva in particolar modo

    Riepilogo finale

    Si provi a ricapitolare: un giovanotto molisano ha lavorato negli ambientini dell’Aeronautica (Nato, Ufficio sicurezza, Aster, Ustaa) per cinque anni; si è successivamente laureato in soli trentun mesi, pur lavorando; è divenuto poliziotto; avrebbe lavorato per un’intelligence antiterrorismo; è divenuto magistrato, e - con una doppia bocciatura e un imminente «processino» al Csm - è poi partito per i tropici stendendo poi un rapporto per Domenico Sica, per alcuni aspetti continuatore del generale Dalla Chiesa, e su chi? Su uno come Francesco Pazienza, che racconta e mette nero su bianco - anche in un libro - storie di agenti sovietici e nordcoreani a tal punto convinti che Di Pietro sia un agente, guarda caso, da volerlo ammazzare.

    Poi si appura che, pur risultando egli magistrato, le sue informazioni arrivano al Sismi e fanno scattare altre azioni del Sismi, gradite alla Cia.

    Piacerebbe coltivare qualche curiosità a proposito, piacerebbe insomma conoscere la biografia di Antonio Di Pietro per intero: senza dover sospettare che ne esista un’altra, parallela a una carriera parallela. È gradita risposta.

    18/01/2010
    I servizietti segreti di Di Pietro - Di PIetro, servizi segreti, Cia - Libero-News.it

  2. #2
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    Predefinito Rif: Antonio Di Pietro, il giudice italiano pagato dagli americani



    Di Pietro alle Seychelles da 007


    Libero in possesso del dossier segreto.


    Libero-news.it

    Di Filippo Facci


    Cartine dell’isola, fotografie del vescovo e oppositore politico Monsignor Felix Paul e del corrispondente dell’Ansa Giovanni Mario Ricci, altre immagini di personaggi e dipendenti del ministero locale degli Esteri, un approfondimento sul complesso di società finanziarie G.M.R. group di cui il citato Ricci era presidente, un rapporto sulle Seychelles con foto del dittatore filo-sovietico France Albert Renè (presidente dell'arcipelago sino al 2004, un record) e ancora un fitto carteggio giudiziario riguardante Francesco Pazienza. E poi, soprattutto, un rapporto informativo («protocollo riservato») che l’allora pm Antonio Di Pietro, il 18 gennaio 1985, spedì alle procure di Milano e Roma tramite il suo procuratore capo di Bergamo Giuseppe Cannizzo.
    Tutto questo, queste 172 pagine di dossier, badare bene, furono redatte da un Di Pietro ufficialmente nelle vesti di «turista» opportunamente in viaggio alle Seychelles, laddove casualmente si rifugiava quel Francesco Pazienza già ricercato dalle polizie di tutto il mondo e in particolare dal Sismi e dalla Cia. Un dossier che 25 anni dopo è finalmente nelle mani di Libero.

    Queste 172 pagine di dossier furono redatte da un Di Pietro ufficialmente nelle vesti di «turista» opportunamente in viaggio alle Seychelles, laddove casualmente si rifugiava quel Francesco Pazienza già ricercato dalle polizie di tutto il mondo e in particolare dal Sismi e dalla Cia.

    Antonio Di Pietro, nell'ottobre 1984, era ufficialmente magistrato a Bergamo. Lo era diventato per vie inusuali: prima aveva lavorato per i ministero dell'Aeronautica presso una postazione dell'Ustaa (Ufficio sorveglianza tecnica armamento aeronautico) e in particolare controllava l’Aster di Barlassina, azienda che lavorava per l’Esercito - in stretto e ovvio contatto con il Sismi, i servizi segreti militari - e collaudava pezzi di alta tecnologia adottati dai paesi Nato; giusto in quel periodo riuscì a laurearsi con velocità e modalità non meno inusuali e questo prima di diventare poliziotto lavorando nell'antiterrorismo con Vito Plantone e Carlo Alberto Dalla Chiesa, circostanze che Di Pietro non ha mai ammesso. Non meno rocambolesco, nel 1981, era stato il suo esame da magistrato: sicché tre anni dopo, a Bergamo, eccolo destreggiarsi dopo che i suoi superiori l’avevano deferito al Csm non ritenendolo «in grado di dare tutti quegli affidamenti che vengono richiesti a un magistrato».

    È proprio in quei giorni, nell’autunno 1994, che Di Pietro decise di prendersi una vacanza decisamente particolare. Va premesso, per comprendere lo scenario, che in quel periodo il paese era ancora scosso dagli strascichi dell’eversione: nessuno aveva propriamente raccolto il testimone del defunto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma le più importanti inchieste sul terrorismo erano pervenute nelle mani del sostituto procuratore romano Domenico Sica. Un caso affidatogli fu quello del cosiddetto «Supersismi», sorta di servizio segreto parallelo creato dalla Loggia P2 e reo di gravissime deviazioni e commistioni col peggior mondo criminale. Capi occulti di questo organismo risultarono essere altri esponenti eccellenti del Sismi e tra questi il cosiddetto faccendiere Francesco Pazienza, inseguito da mandati d’arresto d’ogni tipo. Ma il faccendiere intanto se la rideva: inquisito anche per la bancarotta dell’Ambrosiano, dal 1984, si era nascosto alle Seychelles. Un uomo d’affari, Giovanni Mario Ricci, l’aveva presentato al presidente dell’arcipelago Albert René con il quale il faccendiere era entrato in confidenza. Domenico Sica intanto gli aveva spiccato contro sette mandati di cattura internazionali.

    Regime comunista

    Il capo del Sismi, l’ammiraglio Fulvio Martini, venne a sapere che Pazienza era nell’arcipelago. Quello delle Seychelles era un regime comunista appoggiato dal Cremlino, e tentare la via diplomatica all’epoca era impensabile. Alla disperata caccia di Pazienza si ritrovarono insomma il Sismi, il Sisde (i Servizi segreti civili) e il superprocuratore Domenico Sica. Una prima missione del Sisde era fallita: due agenti erano atterrati nelle isole a bordo di un aereo dell'Eni ma avevano combinato poco o niente. Ed ecco: proprio allora il giovane Di Pietro parte per le Seychelles. Con lui c’era una donna non identificata, e i due fecero di tutto fuorché i turisti. Non si trattava di una meta facile, allora: il presidente René non brillava per democrazia, e Tonino fece di tutto per mettersi nei guai. Cominciò a fotografare in giro, a prendere informazioni, a incontrare oppositori, soprattutto a chiedere informazioni su Pazienza, ascoltato consigliere di René.

    Di Pietro e compagna furono subito pedinati e intercettati. Un responsabile dei servizi di sicurezza locali, un nordcoreano, ipotizzò che quel signore potesse essere un agente del Sismi o del Sisde o della Cia e propose di farlo fuori, ma Pazienza sconsigliò.

    Di Pietro e compagna furono subito pedinati e intercettati. Un responsabile dei servizi di sicurezza locali, un nordcoreano, ipotizzò che quel signore potesse essere un agente del Sismi o del Sisde o della Cia e propose di farlo fuori, ma Pazienza sconsigliò. Pensò in compenso di architettare uno stratagemma che potesse svelargli i referenti italiani di Tonino, e con un complicato giro di telefonate fece avere al magistrato delle notizie false: ossia che lui, il ricercato Francesco Pazienza, sarebbe passato dall’aeroporto di Lugano il 13 dicembre. Contemporaneamente diede la soffiata anche agli svizzeri - tramite i servizi segreti della Germania Orientale - di modo che potessero bloccare e identificare gli agenti italiani sopraggiunti irregolarmente per arrestarlo: se fossero stati poliziotti significava che Tonino agiva per canali istituzionali; se fossero stati agenti del Sismi, invece, no. Andò tutto come previsto: gli arresti ci furono e gli agenti fermati dalla gendarmeria svizzera furono due, un tenente colonnello e un brigadiere dei carabinieri: agenti del Sismi.

    Il racconto

    «Le informazioni raccolte da Di Pietro finivano al Sismi», ha raccontato Pazienza, «e non c’erano dubbi... le passava a un altro magistrato il quale poi le riversava a Martini». Il magistrato, appunto, era Domenico Sica. Dell’intreccio si trova traccia anche nelle motivazioni della sentenza di primo grado dell’ Ambrosiano (curata dal presidente della Terza sezione penale Fabrizio Poppi) laddove si riferisce di «irrituali indagini» di un allora «sostituto procuratore della Repubblica di Bergamo». Negli atti finì anche il rapporto che ora è finalmente nelle mani di Libero, e che permette di certificare questa incredibile storia.

    Interpellato a suo tempo dallo scrivente, l’allora capo del Sismi ammiraglio Fulvio Martini ha chiarito che «l’operazione Pazienza fu gestita interamente dai Servizi segreti fino al suo primo arresto, negli Stati Uniti» nel marzo 1985, ma di non aver spedito suoi uomini alle Seychelles; ha ipotizzato che Di Pietro «lavorasse anche per il ministero dell’Interno e avesse mantenuto dei legami col precedente mestiere».

    A distanza di tanti anni, e tantopiù dopo la lettura di dossier che Di Pietro scrisse con una certa professionalità, non è chiaro come l’allora magistrato si ritrovò a condurre una missione da intrigo internazionale e a spiare un latitante cui il responsabile del Servizio segreto militare teneva in particolar modo, e a cui pure teneva il principe dei magistrati antiterrorismo, Domenico Sica. Piacerebbe conoscere la biografia di Antonio Di Pietro, l’uomo della trasparenza, per intero: lui, sicuramente, non aiuta a scriverla.

    03/05/2010
    Di Pietro alle Seychelles da 007 - Facci, Di Pietro, Servizi segreti - Libero-News.it

  3. #3
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    Di Pietro uomo della Cia


    Libero-news.it


    Di Pietro sul suo blog si sfoga. E mette le mani avanti. Parla dell'esistenza di un dossier che dovrebbe uscire a giorni, come una bomba ad orologeria. Dossier che evidenzierebbe i suoi rapporti con alcuni esponenti dei servizi segreti.
    Tonino però nega ogni tipo di contatto, e sul suo blog spiega: "Si avvicinano le elezioni, è tempo di infamare! Il copione si sta per ripetere anche questa volta, come per tutte le fasi elettorali precedenti. Questa volta il bidone che il solito giornale sta costruendo è davvero sporco e squallido: quello di voler far credere (utilizzando alcune foto del tutto neutre) che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia". Poi prosegue: "Certo che ce ne vuole di fantasia…e anche di arroganza per ritenere che gli italiani siano tutti così allocchi da bersi una panzana del genere. Ma -continua Di Pietro- vi anticipiamo il giochino che stanno mettendo in piedi. Da giorni si aggira per le redazioni dei giornali e nel circuito politico della Capitale uno strano personaggio che sta offrendo a buon mercato un dossier di 12 foto che mi ritrarrebbero insieme indovinate a chi? No, niente escort. I miei interlocutori sarebbero, anzi sono, il colonnello dei Carabinieri Mori ed il questore della polizia di Stato Contrada. Insieme a loro nella foto ci sarebbero anche alcuni funzionari dei servizi segreti". "Naturalmente -sottolinea- un acquirente si è subito fatto avanti: il solito quotidiano che, pur di buttare fango sul sottoscritto, acquista qualunque cosa, anche a prezzi esorbitanti, costi che poi si sommeranno a quelli che dovrà pagare per la querela che farò (e che si aggiungerà alla denuncia che ho già provveduto a depositare alla magistratura, perchè questa volta sono venuto a conoscenza per tempo della trappola)". "Ne hanno acquistate 4 di foto e prima delle elezioni, le pubblicheranno. Questi scatti dovrebbero servire per veicolare il seguente teorema: siccome Mori è finito indagato per la nota vicenda delle agende rosse e Contrada è stato condannato per fatti di mafia, Di Pietro ha avuto a che fare, pure lui, con queste vicende. Siccome poi c'erano anche funzionari dei Servizi insieme a costoro, vuol dire che Di Pietro stava macchinando con qualche potenza straniera, se non addirittura con la mafia".

    Voglion far credere che io sia o sia stato al soldi dei servizi segreti deviati e della Cia

    "La verità, ovviamente, è molto più lineare e banale: all'epoca -spiega il leader dell'Idv- io ero un magistrato inquirente che svolgeva le indagini, chiedeva arresti e poi li faceva eseguire. Indovinate da chi? dai Carabinieri e dalla Polizia di Stato, ovviamente, ed anche dalla Guardia di Finanza. Il colonnello Mori e il questore Contrada erano appunto esponenti di primo piano dei predetti organi ed è sicuramente capitato - anche se io ora, a distanza di quasi vent'anni, non ricordo tutte le circostanze - che a volte abbia chiesto anche agli Uffici da loro diretti, oltre ad una miriade di altri, di svolgere accertamenti e di eseguire provvedimenti. »Magari sarà pure capitato che, nelle pause di lavoro, mi sia fermato a mangiare o a bere un caffè con loro, anche per approfondire meglio il lavoro. E allora? Dove sarebbe lo scandalo? Interloquire con un questore o con un colonnello dei carabinieri addetti alle investigazioni -spiega ancora Di Pietro- è il minimo che poteva, e può, fare un magistrato che, come me, stava svolgendo le indagini di Mani Pulite. Non potevo certo sapere i guai che sarebbero loro capitati anni dopo. Essi all'epoca erano solo servitori dello Stato, non delinquenti". "E invece, ancora una volta -attacca Di Pietro- si sta tentando di costruire una bufala, grazie ai soliti prezzolati denigratori di professione del solito organo di informazione. Lo scopo è evidente ed è il consueto ritornello: screditare me e l'Italia dei Valori durante la campagna elettorale e, soprattutto, operare una falsa rivisitazione storica degli anni di Tangentopoli e di Mani Pulite nel tentativo di far credere che all'epoca non ci fosse una classe politica corrotta, ma una magistratura militante, al soldo di qualcuno".

    È una bufala per screditare me e l'Italia dei Valori in periodo elettorale. Ma noi resisteremo, resisteremo, resisteremo

    "Sì, proprio al soldo, perché si vorrebbe far credere che, in cambio del servizio reso, queste fantomatiche potenze straniere avrebbero poi versato ingenti somme di denaro in conti correnti esteri, sparsi fra gli Stati Uniti e addirittura la Nuova Zelanda. Sembra un film di fantascienza, ma la fantasia distorta non ha mai fine e, d'altronde, basta lanciare una balla nell'iperspazio dell'informazione e il piatto è servito!», sottolinea. «La falsa equazione è semplice: Mani Pulite è stato un bluff, una trappola, Di Pietro era un uomo dei servizi, i politici corrotti non sono mai esistiti, è tutto un imbroglio. L'obiettivo è ancora più evidente: riscrivere la storia di ieri per oscurare la continuità, ancora esistente, fra la classe politica corrotta di allora e quella ancora più corrotta e sfacciata di oggi. Anche i finti e gli ipocriti festeggiamenti per Craxi, che oggi gli tributano soprattutto quelli che ieri lo criticavano e lo tradirono, sono funzionali allo scopo. Ma noi resisteremo, resisteremo, resisteremo. L'amore per la democrazia e la difesa della Costituzione ce lo impongono!», conclude Di Pietro sul suo sito.

    15/01/2010
    Di Pietro uomo della Cia - di pietro, cia, servizi segreti, - Libero-News.it
    Ultima modifica di Hagakure; 24-11-10 alle 21:51

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    Predefinito Rif: Antonio Di Pietro, il giudice italiano pagato dagli americani

    Di Pietro manovrato dai servizi segreti durante Mani Pulite: è una versione credibile? - radio24.ilsole24ore.com

    Antonio Di Pietro è nel centro di una polemica attorno al suo passato. Il Corriere della Sera ha pubblicato la fotografia di una cena del 1992 in cui Di Pietro, allora magistrato di Mani Pulite a Milano, compare a fianco del numero tre del Sisde Bruno Contrada, una settimana prima che quest’ultimo venisse arrestato e poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Allo stesso tavolo c’era anche un agente della Cia. Per alcuni è la prova che Di Pietro era un magistrato manovrato dai servizi segreti, compresi quelli americani, che attraverso le inchieste di tangentopoli volevano colpire i partiti al potere. Di Pietro si difende parlando di un polverone montato ad arte.

    Ascolta un estratto del programma - Antonio Di Pietro al servizio dei servizi segreti? Duro scambio di battute tra l’ex pm De Magistris, ora eurodeputato Idv, e il leader dei Socialisti Uniti Bobo Craxi...
    Ultima modifica di Hagakure; 24-11-10 alle 21:54

  5. #5
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    Predefinito Rif: Antonio Di Pietro, il giudice italiano pagato dagli americani

    Il «caso Cia» La ricostruzione del viaggio che l' ex leader di Mani Pulite fece a Washington nel ' 95


    Ledeen: Di Pietro cenò da me. E Luttwak: fu mio ospite


    Lo storico e il politologo: lo invitammo perché era una persona importante

    Ledeen
    Lui era sempre sulla stampa, lo volli da me con un gruppo di avvocati

    Luttwak
    Lui doveva incontrare funzionari del governo, io lo vidi solo quella volta


    ROMA - La visita evocata da suoi detrattori per insinuare l'esistenza di una regia della CIA dietro Mani pulite è ricordata da più d'una delle persone che accolsero a Washington Antonio Di Pietro. Era il 1995.

    L'anno prima che l'ex sostituto procuratore delle inchieste sulle tangenti entrasse in politica, quando
    l'attuale presidente dell'Italia dei Valori non aveva ancora accettato un ministero nel governo Prodi dopo aver respinto precedenti offerte di Silvio Berlusconi. I due americani che il Giornale, testata del fratello del presidente del Consiglio, ha indicato ieri come i promotori di due conferenze tenute da Di Pietro ne parlano senza difficoltà.

    «Venne a cena da me. Avevamo a casa soprattutto un gruppo di avvocati», rammenta Michael Ledeen, il quale aveva invitato Di Pietro a tenere un discorso all'American Enterprise Institute, centro studi vicino ai repubblicani.

    «Incontravamo tutte le persone importanti, sulla stampa. E abbiamo invitato Di Pietro», dice Edward Luttwak, il quale lo ebbe ospite per una conferenza al Centro di studi strategici internazionali. In sé, non ci sarebbe nulla di strano. Ma i due personaggi citati dal Giornale sono sgraditi all' elettorato di sinistra senza casa in seguito al crollo di Rifondazione e del Pdci che Di Pietro ha interesse ad attrarre nelle regionali. Libero ha attaccato l'ex pubblico ministero attribuendogli «foto difficili da spiegare» con «sbirri e servizi» in Italia. Per presentare i due americani, il Giornale ha fatto notare: «(...) sono stati descritti come i peggiori criminali della storia proprio dalla stampa amica del leader Idv: il primo, Luttwak, perché ripetutamente intercettato mentre parlava con lo 007 Pio Pompa, con il quale aveva assidue intercettazioni di intelligence, nell'inchiesta sul sequestro Abu Omar; il secondo perché responsabile, secondo Repubblica, d'aver aiutato nel 2001 il governo Berlusconi, attraverso il Sismi (...)». La parola ai due.

    «Di Pietro veniva a Washington per incontrare i funzionari, io l'ho invitato», racconta al Corriere Luttwak. Quali funzionari?

    «Del governo. Non l'ho trasportato io dall'Italia. Era a Washington», risponde. Aggiungendo: «Sono stato con Di Pietro durante il ricevimento. L'ho visto quell'unica volta».

    Poi, con una risata: «Io non ho complottato per la caduta dell' Impero della Repubblica. Avrei dovuto». Perché? «Su un punto Di Pietro ha le mie simpatie. Su una delle mille controversie in cui si è messo, gli dà ragione chiunque dal nostro lato dell'Atlantico: Craxi, celebrare un fuorilegge. Uno che era primo ministro, e faceva arrestare la gente per il rubare una mela, diventa fuorilegge e viene celebrato. Questo crea confusione morale. E Di Pietro ha ragione, gli altri torto».

    Autore di un «manuale» intitolato Strategia del colpo di Stato, Luttwak non ha mai amato la parte politica oggi avversaria di Berlusconi. Interprete tra Ronald Reagan e Craxi in una ruvida telefonata del 1985, mentre il secondo rifiutava la consegna dei sequestratori dell'Achille Lauro, Ledeen ricorda così con il Corriere la visita di Di Pietro: «Era a New York a studiare inglese e voleva venire a Washington. Lo invitammo all' American Enterprise, incontro pubblico. Poi a cena si parlò di legge. Gli demmo buon cibo, vino rosso, grappa e disse che non avrebbe immaginato di stare così bene a Washington».

    Gli USA lo spinsero alla politica?

    «E perché? Non era affare del mio Paese». Ambasciatore d'Italia a Washington allora era Boris Biancheri. Di Pietro fu suo ospite a pranzo. Spiega Biancheri: «Era l'uomo del momento. In complesso, però, negli USA non fu accolto come un liberatore. Il crollo di Craxi era stato visto con preoccupazione». Un dettaglio che oggi si trascura: come sottolineò nel 2002 l'ambasciatore di sede a Washington nel 1985, Rinaldo Petrignani, Craxi e Reagan poi superarono («Amici come prima») la crisi di Sigonella. Biancheri: «Craxi, negli USA, era quello con il merito di aver installato i Cruise».

    Caprara Maurizio

    Pagina 13
    (19 gennaio 2010) - Corriere della Sera
    Ledeen: Di Pietro cenò da me. E Luttwak: fu mio ospite

  6. #6
    Bushidō
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    Predefinito Rif: Antonio Di Pietro, il giudice italiano pagato dagli americani



    Si vagheggia sui quotidiani in questi giorni di un Di Pietro, poco prima di diventare magistrato, uomo della Cia nelle isole dell’oceano indiano, goffo spione al soldo dei servizi. Dietro alla poco credibile vicenda della Mata Hari di Montenero si nasconderebbe una verità ben più scottante che, durante e subito dopo gli anni di Tangentopoli, se fu adombrata, ricevette sempre il timbro della non possibilità e venne messa a tacere. In sostanza la Cia avrebbe fatto cadere Craxi, il suo governo e il sistema di potere ad esso collegato scatenando la procura di Milano per punire il premier italiano, colpevole della crisi di Sigonella e di essere troppo “disponibile” nei confronti dell’Urss. Si da il caso che lo scrivente, una dozzina di anni or sono, incaricato da una casa di produzione milanese, affrontò una lunga intervista con Maurizio Raggio, il faccendiere portofinese salito alle cronache per il caso della contessa Vacca Agusta. Raggio era intenzionato a realizzare una fiction tratta dalla sua avventurosa vita e aveva deciso di raccontare la sua biografia ad uno sceneggiatore. Le sedute si svolsero a Portofino lungo la calata di fronte alla Bitta, il locale che era stato di proprietà di Raggio. Quest’ultimo, fra le tante, mi narrò dei suoi rapporti (accertati) con il Bettino nazionale. Raggio era stato infatti una specie di portaborse/faccendiere del premier e per lui aveva svolto, sostenne, compiti molto riservati, tra cui una pericolosa missione in Unione Sovietica. A sentire il portofinese, Craxi era fermamente convinto che dietro Tangentopoli ci fosse lo zampino della CIA e sosteneva di avere svariati indizi a sostegno di questa tesi. Di Pietro non era che la punta dell’iceberg, l’ariete un pò stolido con cui abbattere i muri e far crollare il castello di carte. Al nostro terzo incontro, misteriosamente, Raggio chiese di interrompere l’intervista e mi pregò di non pubblicare il testo, registrato su nastro audio fin dal primo momento. Io rimasi di stucco e mentre cercavo si controbattere, il mio interlocutore s’irrigidì di scatto, abbassò il tono di voce, si alzò e mi fece cenno di seguirlo dentro la Bitta. Una volta nel locale mi sussurrò all’orecchio che di fronte a noi, dall’altra parte della baia, sopra la calata opposta, tra gli alberi, era appostato un uomo dei servizi con un cannocchiale e un’attrezzatutra per rilevare l’audio a distanza. Incredulo mi affacciai sulla soglia ed effettivamente, nella direzione indicatami da Raggio, scorsi un personaggio, confuso nel verde, che brandiva attrezzature elettroniche. Inquietato mi accomiatai con rapidità, anche perchè Maurizio non aveva più nessuna intenzione di parlare e appariva molto spaventato. Il giorno stesso Raggio sciolse gli accordi con la casa di produzione milanese per cui lavoravo. Ancora oggi quei nastri sono custoditi in una cassetta di sicurezza. Fin qui la cronaca. Alla luce di quanto accaduto in quresti giorni mi è sembrato doveroso proporre all’opinione pubblica quei pochi frammenti dell’intervista che riguardano Tangentopoli. Lascio a voi giudicare se di fantapolitica si tratti di mitomania oppure di una traccia veritiera. Certo che le consonanze con quanto sta emergendo dietro e intorno alla faccenda Di Pietro sono sconcertanti.
    Di Pietro lavorava per la CIA? Il nostro scoop : Il Culturista

  7. #7
    Bushidō
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    L’Internazionale Globalista. La tempesta giudiziaria di “Mani Pulite” e il derivante neoliberismo economico-finanziario


    di Alfredo Musto



    Gli anni novanta del XX secolo rappresentano un periodo fondamentale dell’era post-moderna. Sono gli anni in cui la spinta propulsiva del liberismo sprigiona un’energia sovversiva su scala internazionale, gli anni in cui il totem mercantilistico della globalizzazione si intreccia col filone propagandistico e culturale del mondialismo. Sono gli anni di una grande destabilizzazione che va dal fattore tecnologico-scientifico a quello identitario parallelamente a quello economico-finanziario e politico. L’obiettivo è il “mondo unico”, un nuovo ordine mondiale solo miraggio e sola aspirazione che la società e l’individuo possano intravedere dopo la fine delle ideologie. Sono gli anni in cui si consolidano le tendenze emerse nel corso degli ultimi decenni: la tecnocrazia e la prassi economicistica come elementi regolatori a dispetto di un principio considerato ormai da abbattere, il primato della politica. Nell’insieme dei fenomeni che hanno caratterizzato il decennio che avrebbe dovuto lanciare l’umanità verso fulgidi destini ne compare uno particolarmente indicativo sotto tanti profili - dal mediatico all’istituzionale - di quale sarebbe stato il potere in fase di consolidamento su scala planetaria. Il fenomeno in questione è quello della tempesta giudiziaria di “Mani Pulite Internazionale”, come da alcuni attenti osservatori è stata definita. Non fu semplicemente un evento, fu un complesso fenomeno che non può essere, a maggior ragione oggi, decifrato a latere del più ampio fenomeno del turbocapitalismo post-guerra fredda.
    Non si è trattato di un fenomeno esclusivamente italiano, bensì mondiale.
    L’approccio analitico che tutt’ora predomina non tiene conto del contesto storico all’interno del quale è maturata la prassi giustizialista. Certo, qualcuno si è ravveduto in merito a quelle che sono state delle vere e proprie malefatte giudiziarie in violazione di principi e diritti, ma l’attuale uniformità dell’apparato intellettuale e giornalistico - integrato com’è nel sistema - oscura un orizzonte molto più vasto che va ben oltre i confini nazionali. Eppure, oggi viviamo una crisi che non nasce semplicemente da qualche intoppo e azzardo del sistema bancario-finanziario, ma è una crisi “figlia dei tempi”. Di un’epoca dove sono crollati i bastioni politici a vantaggio di governance e libero mercato. E’ un’ideologia questa che non si nutre di uomini ma di dinamiche. Queste dinamiche per affermarsi avevano bisogno di riempire un vuoto. Questo vuoto doveva per forza di cose crearsi, in un modo o in un altro. Mani pulite è stato il piede di porco per scardinare l’apparato politico e industriale e creare il vuoto in questione. Da cosa e da chi esso sia stato riempito emerge abbastanza chiaramente, sebbene il processo di occupazione continui con la pressoché totale complicità della classe politica.
    Occorre ribadire subito che i partiti politici e taluni soggetti economici della cosiddetta “Prima Repubblica” non superano brillantemente il giudizio politico agli occhi della storia. Tuttavia, fuori da schematismi e manicheismi, è legittimo condurre un’analisi non trionfalistica di Mani Pulite senza che ciò implichi una riabilitazione o una difesa tout court dell’apparato politico-affaristico che sin lì aveva condotto il nostro Paese tra meriti e squallidi demeriti. Qui non si vuol dibattere di ciò che esso fu. Valga su tutte la considerazione che esso era un sistema chiuso che si alimentava di un’inerzia che godeva della complicità verticale di quasi tutti – politici, industrie, cittadini - sull’asse finanziamenti-mazzette-raccomandazioni. Parafrasando le parole spese dal cardinale Richelieu nel suo “Testament” a proposito di un altro sistema chiuso quale l’ancien regime, si trattava di un potere costituito le cui imperfezioni si erano trasformate in consuetudini e i cui disordini facevano parte integrante dell’ordine dello Stato. Insomma, un po’ di realismo politico per affermare di come si trattasse di un ordine giunto ad un punto in cui sembrava non essere più in grado di rinnovarsi e forse incapace di cogliere - nonostante i vecchi volponi della politica - che lo spirito dei tempi ed il mantenimento di una certa condotta si sarebbero ritorti contro.
    E così arrivarono sedicenti rivoluzionari togati, armati da una cieca fede nella funzione salvifica della magistratura. Non della Giustizia.
    La Mani Pulite Internazionale va inquadrata nel suo contesto. Tre fattori la caratterizzano, al di là di aspetti specifici legati a fatti e personaggi a seconda delle zone del globo. Tangentopoli globalizzata.
    Il primo fattore è rappresentato da una serie impressionante di scandali veicolati abilmente dai media, pronti a giocare con le reazioni “di pancia” dell’opinione pubblica.
    Gli scandali sono apparsi con una singolare tempistica a tutte le latitudini.
    Corea, Thailandia, Indonesia, Pakistan, Giappone ed India; Russia, Turchia; Venezuela, Brasile, Perù, Argentina, Messico; Italia, Germania, Francia, Spagna su tutti sul versante europeo; in seguito ci saranno anche gli esempi di alcuni Paesi africani.
    Le campagne mediatiche sono state praticamente condotte all’insegna di un semplicismo e di un populismo tali da non lasciare spazio a considerazioni di ordine politico. Le vicende, comunque, è ovvio risentissero anche dell’habitat giuridico e sociale in cui maturavano. Verità e menzogne sono state mescolate in una miscela esplosiva. L’enfatizzazione dell’uso dei soldi e dell’uso delle manette non faceva molte distinzioni rispetto all’obiettivo primario: abbattere la classe politica e fare largo ai nuovi personaggi .
    Gli esiti non furono uguali dappertutto, ma la frattura si era creata.
    Un secondo fattore è, per così dire, più tecnico.
    Il dopo Guerra Fredda, dicevamo, ha visto l’impressionante accelerazione dell’input tecnocratico-liberista su vasta scala. Questo input è andato ben oltre le vie legali di accesso, potendo contare su strumenti di esercizio di potere e pressione la cui regia è nelle mani di consolidate ormai oligarchie del denaro. I grandi gruppi economico-finanziari hanno condotto e conducono una spietata guerra con le armi più disparate. L’uso del giustizialismo, così, ha trovato un valido supporto nei sofisticatissimi mezzi di intelligence e spionaggio. Sì, perché la tempesta di Mani Pulite va letta anche alla luce della competizione economica globale che, proprio in quegli anni, andava intensificandosi.
    E’ ormai conclamato che un enorme apparato spionistico delle comunicazioni è stato, ed è, sotto il controllo dei Paesi anglosassoni per qualsiasi fine, ivi compreso quello commerciale. Un riferimento su tutti: Echelon. Non si scopre proprio nulla di nuovo, ma il punto da evidenziare è che quasi certamente l’attività spionistica condotta sugli ambienti industriali, ovviamente anche quello italiano, ha giocato un ruolo importante nello scardinamento del sistema nazionale supportando le azioni giudiziare. Del resto, parlano i fatti: le centrali del potere finanziario e industriale angloamericano hanno messo le mani sulle ricchezze del nostro Paese, soprattutto dagli anni novanta in poi e agendo spesso tramite terzi, siano essi finanzieri, banchieri, industriali, politici e a questo punto… magistrati.
    Il sistema Echelon non nasce dalla fantasia complottistica di qualche estremista, ma è stato vagliato da analisi condotte in ambito Ue (oltre ad essere stato poi oggetto di alcuni saggi). Il Rapporto della Commissione europea (11 luglio 2001) è inquietante. Echelon nasce in seno al patto Ukusa (United Kingdom-United States of America), che vincola tra loro i Paesi anglosassoni. Siffatto sistema satellitare sviluppa una mole enorme di intercettazioni mediante una serie di centri di ascolto che hanno come referente primario la famigerata NSA (National Security Agency), cioè l’agenzia statunitense per il controllo delle comunicazioni, soprannominata “l’orecchio del mondo”.
    Il Rapporto (pagg. 115-116) ricorda che “dopo il 1990 il governo americano tende sempre più a mettere sullo stesso piano la sicurezza economica e la sicurezza nazionale”, ribadendo “l’interesse dei servizi d’informazione a un compito che sopravvive alla guerra fredda” e “il semplice riconoscimento da parte del ministero americano degli Affari esteri che ormai finita la guerra fredda, il ruolo guida degli Stati Uniti nel mondo deve fondarsi non solo sulla forza militare ma anche su quella economica”.
    Di particolare rilievo il riferimento alla corruzione nei vari Paesi, nei confronti della quale “secondo l’ottica americana, il governo ha fatto ricorso alla CIA e, successivamente, all’NSA…”. E quindi per lottare contro la distorsione della concorrenza. “James Woolsey, ex direttore della CIA, non ha ammesso alcun dubbio al riguardo in occasione di una conferenza stampa da lui datata il 7 marzo 2000 su richiesta del ministero americano degli Affari esteri”. Qui affermava che amici e alleati degli Usa ricorrono spesso alla pratica delle tangenti, a differenza degli americani, anche perché “hanno culture e tradizioni nazionali che li portano a ritenere la corruzione come una componente importante del modo con il quale fare affari nel commercio internazionale. Noi li abbiamo spiati nel passato… ed io spero che il governo degli Stati Uniti continui a spiare in futuro contro la corruzione”. (1)
    Il signor Woolsey , avvocato, diventerà poi consulente della Sea, la società aeroportuale di Milano, per volontà del presidente Fossa, a capo della Confindustria nel periodo delle manette del pool milanese. Stranamente, la stessa Sea era stata praticamente azzerata dalle inchieste di Mani Pulite.
    Il 12 aprile 2000, il capo della Cia George Tenet ribadiva l’impegno dell’intelligence statunitense circa “le intenzioni delle aziende straniere (alcune anche gestite dai governi) di violare le leggi degli Stati Uniti o di negare alle aziende americane un equo terreno per la concorrenza” (2). Le informazioni hanno per destinatari specifici organi di governo.
    Il socialista Ugo Intini da anni applica una chiave di interpretazione a largo raggio del fenomeno giudiziario di Mani Pulite. Lungi da semplificazioni, giustificazionismi o mitizzazioni, egli tratteggia un quadro più ampio di quello stereotipato, ricorrendo ad una deduzione politica che si avvale degli strumenti d’inchiesta giornalistica.
    A proposito del filo conduttore spionaggio-azioni giudiziarie, egli sottolinea come in sostanza si evinca che i servizi segreti americani e britannici, pur non avendo casomai aiutato direttamente le singole aziende americane, “hanno lavorato per combattere la corruzione, considerata un danno in sé per l’America e per lo sviluppo della libera concorrenza” (3). In sostanza, contro la pratica delle tangenti in Italia e in Europa. E’ da escludere si trattasse di un servizio reso per una giusta causa.
    “Mani pulite internazionale, citata per la prima volta da Di Pietro (il cui ultimo e più clamoroso sviluppo è la distruzione politica di Kohl) potrebbe essere stata favorita dagli americani e da Echelon. Non a caso gli unici Paesi non toccati dagli scandali sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna (gli organizzatori e i beneficiari della rete spionistica)” (4).
    Intini, con riferimento ad un’inchiesta condotta dalla Gazzetta del Mezzogiorno, ricalca anche un punto molto delicato attinente a certe vicende di politica internazionale e alla nostra sovranità. L’inchiesta, infatti, “ha dimostrato , in modo inconfutabile, attraverso gli atti stessi del Congresso americano, che Echelon - usando la base Nato di Brindisi - ha spiato le telefonate del presidente del Consiglio Craxi, del ministro degli Esteri Andreatta e del ministro della Difesa Spadolini durante il caso Achille Lauro” (5). Con Sigonella, Craxi scrisse di fatto la sua condanna politico-giudiziaria.
    L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, personaggio indiscutibilmente molto addentro alle manovre atlantiche, spiega che riguardo al ruolo degli Stati Uniti vanno tenute in considerazioni le attenzioni di certi ambienti e dei media. “La struttura giudiziaria e quella investigativa servizi compresi a livello federale degli Stati Uniti è sempre stata molto legata alle strutture giudiziarie e alle diverse strutture di polizia del nostro Paese. Non escludo che per questa via possano esserci stati aiuti concreti, legami con gli inquirenti che si muovevano sul nostro territorio”. (6) La sedicente sinistra nostrana gongolava in quel periodo cavalcando l’onda della manipolazione dell’opinione pubblica.
    “E la stampa era influenzata, è vero, da un pregiudizio positivo nei confronti del comunismo italiano proprio degli establishment occidentali (gli Stati Uniti sono li Paese ove nasce il politically correct, non dimentichiamolo). La stampa, dunque, quasi coralmente ha salutato come rigeneratrice la funzione di Mani Pulite e l’azione della magistratura. E anche qui, per la stampa, non vi sono state eccezioni dagli Stati Uniti al mondo anglosassone, e a tanta parte dell’Europa Occidentale”. (7)
    Lo stesso Cossiga, in un intervista rilasciata al Corsera, a due specifiche domande si esprimeva con chiarezza, da ben informato.
    Qual è secondo lei la vera genesi di Tangentopoli? Fu un complotto per far cadere il vecchio sistema? Ordito da chi? Di Pietro fu demiurgo o pedina? In quali mani?
    “Credo che gli Stati Uniti e la Cia non ne siano stati estranei; così come certo non sono stati estranei alle ‘disgrazie’ di Andreotti e di Craxi. Di Pietro? Quello del prestito di cento milioni restituito all’odore dell’inchiesta ministeriale in una scatola di scarpe? Un burattino esibizionista, naturalmente”.
    [E’ noto, del resto, che Di Pietro effettuò decine di viaggi negli Usa nel periodo delle inchieste, frequentando personaggi legati al mondo dei servizi segreti e degli affari].
    La Cia? E in che modo?
    “Attraverso informazioni soffiate alle procure. E attraverso la mafia. Andreotti e Craxi sono stati i più filopalestinesi tra i leader europei. I miliardi di All Iberian furono dirottati da Craxi all’Olp. E questo a Fort Langley non lo dimenticano. In più, gli anni dal ‘92 in avanti sono sotto amministrazioni democratiche: le più interventiste e implacabili”. (8)

    Da qui, ricollegandoci al discorso iniziale, possiamo inquadrare un terzo fattore di ordine generale, di carattere più spiccatamente politico-economico .
    Mani Pulite, anche per la sua dimensione internazionale, non è, come pure qualcuno afferma - dedicandosi alle beghe di cortile italiota - un “complotto comunista”. Una faciloneria di questo tipo va iscritta alla categoria dell’anticomunismo militante che, da quando il comunismo non c’è più, è un ferro vecchio della propaganda politichese o un utile strumento di inveramento dei dogmi atlantico-liberesti . Piuttosto essa è identificabile come un golpe, ascrivibile alla manualistica della tecnica del colpo di Stato propria di una certa azione geopolitica e geoeconomica su vasta scala. Sicché, ricorrendo ai criteri propri della deduzione politica, il vento dell’inquisizione globalista in questione ha soffiato all’interno della grande tempesta della globalizzazione.
    I centri che hanno tramato un siffatto golpe hanno agito in modo incrociato. Alcuni degli attori protagonisti, come spesso accade in situazioni di questo tipo, hanno agito per un proprio tornaconto senza che magari sapessero o immaginassero di muoversi in una rete di forze, azioni e reazioni più grande che componevano un quadro d’insieme (pensiamo agli attentati eseguiti dalla Mafia nel ’92-’93). In quest’ottica, possiamo sicuramente leggere i numerosi eventi che portarono alla nascita della “Seconda Repubblica”, nata appunto sull’onda lunga di una vera e propria destabilizzazione del Paese condotta su ogni livello e in ogni campo, e con una singolare sinergia di attori interni ed esterni.
    Si pensi al ruolo svolto dalla micidiale triade giustizialista Di Pietro-Del Ponte-Caselli.
    E si pensi al ruolo svolto dall’organizzazione “Transparency International”, di fatto un braccio operativo della Banca Mondiale cui si ricollegano particolari soggetti internazionali tra i quali economisti, finanzieri, politici e magistrati. In Italia si costituisce ufficialmente nel 1997 - quindi dopo Mani Pulite - ma in concreto opera da anni prima. Non a caso, tra i referenti italiani spiccano alcuni assoluti protagonisti del pool milanese nonché esponenti - quanto meno tra i più liberisti - della Lega Nord (uno dei beneficiari dell’eliminazione dei vecchi partiti). Ciò che ti conduce è praticamente un conclamato attacco alla sovranità degli Stati giocando sulla leva della lotta alla corruzione nell’ambito pubblico (per di più vagliata in base ad un criterio di “percezione” che non sulla scorta di dati effettivi). Il leitmotiv è che il peso dello Stato nell’economia è un cancro inguaribile di corruzione e l’ostacolo alla libertà e, quindi, alla efficacia del mercato. Insomma, è il dogma che ci sentiamo ripetere da anni. Il vecchio modello del capitalismo di Stato, con tutto il suo corollario di legami politici e affaristici, andava spazzato via. Doveva cominciare il trapasso da un’economia mista ad una privatistica. Nei fatti, scattò l’assalto dei predoni, dei pirati e dei banditi alla nostra struttura economica, la quinta o sesta mondiale, si badi bene. Non solo italiana, dicevamo. L’attacco contro l’apparato “corrotto” e “chiuso” fatto di politica-industria-burocrazia veniva sferrato anche contro Tokyo, forte concorrente di Washington. I funzionari nipponici adoperarono un brillante parallelismo:
    “Nel 1853 le navi nere, gli incrociatori cioè del commodoro americano Perry, si presentarono nella baia di Tokyo e puntarono i loro cannoni per imporre all’impero del sol Levante di aprirsi al commercio internazionale, di esportare e (soprattutto) importare. Adesso, come allora, gli americani ci vogliono imporre di aprire le importazioni ai loro prodotti, perché il nostro surplus (e il loro deficit) nella bilancia commerciale li preoccupa. Allora puntavano i cannoni, adesso puntano contro di noi una campagna di delegittimazione e destabilizzazione politica”. (9)
    La stampa del potere di Wall Street e della City supportarono l’offensiva delle leggi del mercato contro la politica e la sovranità. “Business Week”, “Economist”, “Newsweek”, “Time”, “Financial Time” proclamavano che la corruzione si annidasse laddove ci fosse un deficit di liberismo, anche perché il sistema pubblico continuava ad imprigionare masse enormi di denaro sottraendole ai mercati finanziari e quindi anche alle aziende. I partiti politici tradizionali erano legati a filo doppio con lo strumento della spesa tipica di un’economia pubblica. Privatizzare è bello fu il nuovo dogma. In Italia, ormai è storia, tra le forze politiche a sorreggere la spinta messa in atto da quella che si può definire “l’internazionale globalista” ci fu la più liberalcapitalista di tutte: la sinistra post-comunista.
    Rinascita
    Ultima modifica di Hagakure; 24-11-10 alle 22:18

  8. #8
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    Predefinito Rif: Antonio Di Pietro, il giudice italiano pagato dagli americani

    "Noi ci abbiamo un Di Pietro che si muove, un Di Pietro che ha degli anni bui nel suo operato che non si sa dove sia stato. Quando escono questi discorsi che lui e' stato cinque o dieci anni all' estero, nessuno sa cosa ha fatto e dove e' stato. Nessuno ha detto: io l' ho incontrato".

    Boso: io lo so, l' ex pm era uno 007

    "La provenienza di Di Pietro, risulta a Brescia, in una struttura parallela ai servizi segreti"

    Parenti: Di Pietro lavorava nei servizi. Veltri: sono solamente delle cattiverie
    Ultima modifica di Hagakure; 24-11-10 alle 22:24

  9. #9
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    Predefinito Rif: Antonio Di Pietro, il giudice italiano pagato dagli americani



    E’ di questi giorni l’esplodere dell’ affaire Di Pietro-Cia per mano dell’ stesso ex pubblico ministero. Infatti Antonio Di Pietro si è affrettato a prevenire con delle dichiarazioni un dossier che lo accuserebbe di essere legato alla CIA. Per la verità il dossier per il momento manca della prova provata del collegamento. che in realtà è conosciuta da tanti in quanto è notizia di dominio pubblico.
    Di Pietro infatti, è legato da anni a Michael Ledeen, attualmente uno dei leader dei neoconservatori americani, importantissimo dirigente della CIA che fu dichiarato dall’ Italia persona non grata nel 1984, su richiesta dell’ Ammiraglio Martini, capo allora dei Servizi segreti militari italiani per il suo coninvolgimeno in un’ azione di depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna.
    Ledeen, più recentemente, avrebbe ospitato Di Pietro in America per un tour di raccolta di fondi presso importanti potentati americani. Ledeen conicidenzialmente è anche colui che tradusse la conversazione telefonica in cui Craxi rispose picche a Reagan nello scontro diplomatico e quasi militare di Sigonella fra Italia ed Usa.
    Ci chiediamo quindi
    1) come fa la sinistra estrema ad appoggiare un politico cosi intimamente legato all’ala “neo conservative” e guerrafondaia americana?
    2)può considerarsi l’azione di Di Pietro, come diretta dalla longa manus americana che vuole per motivi legati al South Stream e quindi alla battaglia energetica, ridimensionare o addirittura far fuori politicamente Berlusconi?
    3) perchè il Giornale cosi solerte nel pubblicare elementi non determinanti sul caso, dimentica la prova regina del rapporto Di Pietro Stati Uniti?
    Atuttadestra

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    Predefinito Rif: Antonio Di Pietro, il giudice italiano pagato dagli americani

    Quindi più che pagato dalla CIA, "Tonino" sembra essere stato un vero e proprio agente...

    carlomartello

 

 
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