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    Predefinito Dalla primavera araba all'inverno islamista



    Nuova Tunisia: dalla Primavera araba all'inverno islamista?


    Dopo quattro mesi torniamo in Tunisia per vedere cosa succede nella nazione dove ha soffiato il primo vento della Primavera araba. La situazione interna è ancora instabile, infatti, nelle ultime settimane le piazze tunisine sono tornate ad essere teatri di proteste, di nuovi scontri e di arresti di massa.

    Obama, stando al discorso di giovedì scorso rivolto al mondo arabo, vede nella pax economica la soluzione per ricostruire le infrastrutture democratiche della Tunisia post Ben Alì. Della stessa idea sono i duecento firmatari della petizione "Investire in democrazia", un documento che verrà presentato in occasione del prossimo G8 per attirare investimenti a Tunisi. Tra questi troviamo accademici di Harvard e della Sorbona, rappresentati dell'UNESCO, di banche come Citigroup o di imprese come Total Tunisie; illustri personaggi accomunati dall’idea di voler vedere “nei prossimi anni, la nuova Tunisia come uno dei centri economici più attraenti del Mediterraneo". Intanto -mentre Obama “parla” e i duecento “propongono”- il Fondo arabo di Sviluppo economico e sociale (Afesd) ha concesso alla Tunisia un maxi prestito da centoquaranta milioni di dollari da restituire in ventidue anni. I fondi serviranno “ad accompagnare il consolidamento dei nuovi assetti istituzionali” e – sicuramente- a far aggiudicare un posto di rilievo in occasione del “Tunisia Investment Forum”, la prima manifestazione economica internazionale post rivoluzione prevista per giugno prossimo.

    Eppure, l’arrivo della pioggia di aiuti economici per permettere alla Primavera araba di far sbocciare un sistema politico diverso dal precedente non sembra bastare. Le frizioni intersociali ed intrasociali sono ancora difficili da pacificare.

    Secondo un editoriale di Ben Marwan Yahmed, giornalista del web magazine La Jeune Afrique, “la Tunisia è diventata un regno di pettegolezzi, dove la teoria del complotto è permanente. La caccia alle streghe è diventata uno sport nazionale. Solo l'estrema sinistra, in particolare, ha il diritto di esprimersi senza incorrere nelle ire di un popolo desideroso di fare la battaglia a tutto ciò che ai suoi occhi rappresenta, spesso a torto, il vecchio regime”.

    Il malcontento del popolo tunisino è stato tradotto in cifre da un sondaggio condotto dall'istituto di statistica ISTIS. Leggendolo scopriamo che il 57% degli intervistati non è soddisfatto dell’attuale situazione economica e della sicurezza nel paese. Quasi il 32% teme il ritorno dell’estremismo islamico, mentre il 34% è preoccupato per la ricomparsa sulla scena politica di elementi dell’ancien régime. La conferma dei dati del sondaggio, comunque, arriverà il prossimo 24 luglio, data in cui dovrebbero esserci le elezioni per scegliere una nuova Assemblea costituente. E il condizionale è d’obbligo.

    Infatti, il primo ministro ad interim Beji Caid Essebsi, in carica da due mesi, ha già ventilato un possibile rinvio della scadenza elettorale a causa di non meglio precisate “difficoltà tecniche”. Secondo alcune fonti dell’attuale governo, Essebsi avrebbe paura di consegnare la Tunisia post Zinoché –così chiamano il vecchio rais alcuni blogger- agli islamisti del rifondato partito al Nahda. Uno scenario che porterebbe l’establishment militare a non disdegnare un colpo di stato.

    Il movimento islamico al Nahda è stato fondato alla fine degli anni settanta da Rashid Ghannushi ma nel 1991 fu dichiarato fuori legge dal presidente Ben Ali, sotto l'accusa di aver fomentato il rovesciamento violento delle istituzioni. Ora, il partito è stato di nuovo legalizzato il primo marzo 2011 e già i sondaggi lo indicano come il più popolare di tutti gli altri circa sessanta partiti autorizzati. Ghannushi, tornato in patria dopo anni d’esilio a Londra, ha rassicurato la popolazione che il suo è un Islam moderato e ispirato dall’esempio turco. Ma nella nuova Tunisia l’estremismo coranico ha dato nuovi e preoccupanti segnali. Pochi giorni fa un presunto gruppo armato di al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) ha aperto il fuoco su una postazione congiunta dell'esercito tunisino e contro la guardia nazionale a Rouhia, 200 chilometri a nord della capitale Tunisi, uccidendo almeno quattro soldati tra cui un colonnello. La paura dei servizi di sicurezza di Tunisi è che l’Aqim possa sfruttare il conflitto libico per recuperare armi ed esplosivi da destinare ai suoi seguaci nella regione del Sahel dove sono molto attivi con agguati e sequestri di stranieri. Dieci giorni fa, infatti, nel sud della Tunisia, due libici provenienti dall'Algeria e diretti in Libia sono stati arrestati perché in possesso di armi e di bombe artigianali.

    Se oltre alla stabilità economica, quindi, non verrà al più presto ripristinata la sicurezza interna, di certo non saranno solo i portafogli a scoppiare.

    Nuova Tunisia: dalla Primavera araba all'inverno islamista? | l'Occidentale

  2. #2
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    Predefinito Rif: Dalla primavera araba all'inverno islamista




    Siria e Iran: i Fiori del Male


    Un file rouge attraversa lo scacchiere mediorientale e lega indissolubilmente il destino di due paesi: Iran e Siria. Nell’intricato scenario geopolitico mediorientale le relazioni bilaterali più che trentennali tra Damasco e Teheran sembrano aver trovato nuova linfa vitale. L’Occidente guarda sospettoso questa liaison su cui grava il sospetto di favoreggiamento verso il terrorismo internazionale di matrice islamica, condiviso antioccidentalismo e disprezzo della democrazia e delle sue libertà.

    La partita che si sta giocando nello scenario mediorientale inciderà nel breve e lungo periodo sui destini dei popoli arabi ed su quelli dei vicini regionali. Tutti vogliono giocare un proprio ruolo, per gestire il timone di una trasformazione politica che potrebbe potenzialmente minare il loro stesso predominio. Una valutazione sempre più fondata se si osservano gli sforzi economici, bellici e logistici messi in campo da Damasco e Teheran per rafforzare quella leadership bicefala che li vede protagonisti. L’uno, la Siria, con lo sguardo sempre rivolto verso Beirut e Gerusalemme, storiche spine nel fianco; l’altro, l’Iran di Ahmadinejad, che mai ha negato le proprie aspirazioni egemoniche regionali, in un marcato spirito antiamericano ed antisemita.

    Un’amicizia che non è venuta a mancare in questi mesi, quando Damasco ha dovuto gestire le manifestazioni antigovernative iniziate a Daraah e propagatesi in tutto il paese. Secondo fonti dell’opposizione siriana, la Repubblica islamica ha inviato unità della Guardia Rivoluzionaria e di Hezbollah per supportare il presidente Assad e i suoi fedelissimi nella repressione delle rivolte. La violenza ed efferatezza della repressione delle manifestazioni a Darah ha sollevato il dubbio che dietro ci fosse la mano della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Quasi un marchio di fabbrica inconfondibile, se si ricorda il modus operandi della repressione del movimento verde, insorto dopo la controversa rielezione del presidente Ahmadinejad nel 2009. Un aiuto dato per certo se si ascoltano le dichiarazioni del mese scorso del presidente statunitense Barack Obama, quando affermava che il presidente Assad avrebbe dovuto ascoltare di più le richieste della sua gente, piuttosto che preoccuparsi di indicare un nemico esterno –Israele– colpevole di fomentare i rivoltosi.

    Nel quadro di un comune spirito di intenti e spartizione d’influenza regionale, Siria ed Iran cementificano giorno dopo giorno la propria alleanza strategica, garantendosi reciprocamente sostegno politico ed alleanza militare. Nel giugno 2008, il Guardian riportava i sospetti di Israele circa il coinvolgimento siriano nel rifornimento all’Iran di combustibile nucleare per l’arricchimento dell’uranio impoverito a scopi militari. Sospetti riportati anche dalla rivista tedesca Der Spiegel in un articolo dove si sosteneva che strutture di stoccaggio nucleare, site nella parte orientale della Siria, sarebbero state utilizzate temporaneamente per sviluppare armi atomiche iraniane, almeno fino a quando Teheran non sarà capace di provvedere autonomamente nel proprio territorio.

    Un sospetto pesante come un macigno, se si tiene conto delle strette relazioni nel campo militare che legano i due paesi sin dal 1998, quando venne firmato il primo trattato di cooperazione bilaterale. Un accordo nato in sordina che nel tempo si è ampliato tanto da far siglare nel 2006 e nel 2008 un’intesa di cooperazione militare. Un’alleanza che ha trovato piena attuazione in manovre ed addestramenti congiunti, come dimostrato dall’incidente del luglio 2007, quando 15 ingegneri sono morti per un'esplosione a Al-Safir, una fabbrica di missili gestita congiuntamente da Iran e Siria. Secondo il celebre settimanale Janes, tra le vittime vi sarebbero stati anche alcuni esperti iraniani.

    Un’amicizia militare e politica che ha messo in allerta tutti i paesi dell’area, primo tra tutti Israele, per i pericolosi risvolti che questa potrebbe determinare per la sicurezza e la pace mondiale. Da lungo tempo, i sospetti di un coinvolgimento diretto dei due paesi mediorientali nel rifornimento di armi, denaro e proseliti per i gruppi terroristi di matrice islamica si aggirano tra le stanze delle diplomazie occidentali. Il Dipartimento di Stato americano ha già indicato chiaramente Siria ed Iran sponsor del terrorismo internazionale: Damasco offrirebbe rifugio sicuro per alcune organizzazioni terroristiche palestinesi, prime tra tutte Hamas e la Jihad Islamica Palestinese, mentre Teheran li doterebbe di quegli armamentari bellici e logistici di cui necessitano per condurre la loro lotta terroristica.

    Proprio un recente Report delle Nazioni Unite ha riacceso l’attenzione sul tema, evidenziando come ben sei di nove violazioni registrate nel traffico di armi convenzionali si registrassero nella tratta Teheran–Damasco. Nel dossier si dichiarava che con molta probabilità altri trasferimenti avvenuti tra i due paesi siano passati inosservati o non siano stati denunciati al Comitato ONU predisposto al controllo della compravendita mondiale di armi convenzionali. Dunque la percentuale potrebbe essere molto più alta di quella stimata. Questa weapons route mediorientale rifornisce inoltre il movimento Hezbollah, che riceve dalla Siria sostegno politico, logistico e materiale, essenziale per la propria affermazione all’interno del paese dei cedri. L’Iran, dal canto suo, vede Hezbollah come la perfetta testa di ponte influenzare la scena politica libanese e lanciare attacchi di ogni genere contro Israele. È da attribuirsi a Teheran, infatti, il merito di aver trasformato l’organizzazione sciita in un’efficace forza militare, avendogli garantito per lungo tempo basi logistiche di addestramento e armamentario bellico, nonché aiuti politici, diplomatici e più in generale organizzativi.

    Un’intricata rete di relazioni pericolose che l’Occidente e tutta la comunità internazionale non cessano di osservare, consci della pericolosità che questa ha per la pace e la stabilita mediorientale e più in generale mondiale.


    Siria e Iran: i Fiori del Male | l'Occidentale

  3. #3
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    Predefinito Rif: Dalla primavera araba all'inverno islamista

    Il discorso di Obama ai popoli islamici
    "Israele deve tornare ai confini del 1967"


    di Maurizio Molinari


    Sostegno alle riforme, sfida ai dittatori, partnership economica con Medio Oriente e Nord Africa, e rilancio del negoziato israelo-palestinese. Sono i quattro pilastri della posizione americana sui “grandi cambiamenti in atto” grazie alle rivolte arabe che Barack Obama illustra parlando per quasi 60 minuti dalla Franklyn Room del dipartimento di Stato.

    È il richiamo alla questione israelo-palestinese, che il Presidente fa sul finire del suo discorso, a suscitare le reazioni delle parti in causa. Obama ammette le “attese deluse” per il fallimento di due anni di negoziati − che hanno portato alle dimissioni dell’inviato George Mitchell − ma non si dà per sconfitto e rilancia in avanti la sfida per “raggiungere la soluzione di due Stati per due popoli”, con uno Stato palestinese “smilitarizzato”, avanzando una ricetta negoziale che terrà banco sin dall’incontro odierno alla Casa Bianca con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. È la prima volta che un presidente americano si assume la responsabilità di formulare un approccio negoziale, senza lasciarlo a Segretario di Stato o inviati speciali, ed ecco di cosa si tratta: “Serve un accordo su confini e sicurezza per rinviare a dopo i temi più emotivi di Gerusalemme e dei profughi palestinesi”. E per confini Obama intende quelli “del 1967 con scambi di territori concordati fra le parti”. L’intento è accelerare la pace ove possibile. Il rimprovero a Israele è di “aver ripreso la costruzione di insediamenti” e all’Autorità nazionale palestinese di “aver siglato un accordo con Hamas che non riconosce Israele” come di perseguire una dichiarazione di indipendenza attraverso l’Onu e non un accordo con la controparte. “Serviranno risposte nelle prossime settimane” chiede Obama, dimostrandosi convinto che “i cambiamenti in atto possono far accelerare la pace”.

    L’affondo sul conflitto israelo-palestinese nulla toglie al fatto che il focus è la primavera araba sospinta dal vento delle rivolte. E a questo tema che il capo della Casa Bianca dedica gran parte dell’intervento. A quasi sei mesi dal gesto di ribellione con cui un venditore di frutta tunisino innescò “un cambiamento straordinario”, il Presidente sceglie di dare seguito al discorso pronunciato al Cairo nel giugno 2009 per illustrare “la risposta degli Stati Uniti a quanto sta avvenendo”. Il discorso è tradotto simultaneamente in arabo, persiano ed ebraico affinché il messaggio sia lo stesso per tutta la regione. La premessa è la sconfitta di Osama bin Laden, perché il leader di Al Qaeda era “un assassino di massa che era contro la democrazia” ed “aveva già perso quando lo abbiamo trovato”, perché le rivolte dal Cairo a Bengasi “chiedono democrazia, non perseguono la violenza” e «sono riuscite a ottenere più cambiamenti in sei mesi che il terrorismo in anni di stragi”. Obama si rivolge alla “nuova generazione” composta dai “giovani di Sana’a che cantano "la notte sta finendo"” e dalle donne siriane “che ai primi colpi ricevuti hanno detto di aver provato dignità”. Sono tali rivolte “a favore di diritti e libertà” a “offrire una storica opportunità” a Medio Oriente e Nord Africa che gli Stati Uniti si propongono di sostenere impegnandosi in tre direzioni: “opposizione all’uso della violenza contro i civili, difesa dei diritti universali degli individui e sostegno alle riforme economiche”.

    Da qui l’approccio duro a despoti e dittatori. Se contro Gheddafi l’intervento militare è stato “necessario perché minacciava orrendi massacri” di cittadini libici, il monito alla volta del siriano Bashar Assad è di “smettere di sparare sulla gente, aprire le porte ad osservatori umanitari e consentire le riforme” cessando di “imitare l’Iran nelle tattiche di repressione”. È l’occasione per indicare in Teheran la capitale che “per prima ha represso i manifestanti” nel giugno del 2009, dimostrandosi “ipocrita” perché “reprime le rivolte in casa e esprime sostegno per quelle degli altri”, come avvenuto in Egitto. “Anche il popolo iraniano merita che le sue aspirazioni siano ascoltate” sostiene l’inquilino della Casa Bianca, rincarando la dose alla volta del regime di Teheran per "il sostegno al terrorismo" ed il programma nucleare che continua a dispetto dei divieti contenuti nelle risoluzioni dell’Onu.

    Ai governanti di Yemen e Bahrein, alleati di Washington, Obama chiede di “mantenere le promesse di transizione” mentre è all’intera regione che si rivolge quando invoca “libertà di religione” per ogni minoranza, dagli sciiti in Bahrein ai copti in Egitto, così come “rispetto per i diritti delle donne perché ove ciò avviene c’è più prosperità”.

    Parlando delle rivolte, esalta il ruolo dei nuovi media: “La televisione satellitare e Internet forniscono una finestra su un mondo che fa progressi incredibili in luoghi come India, Indonesia e Brasile”. L’accento è su “telefoni cellulari e le reti sociali che permettono ai giovani di collegarsi, facendo emergere una nuova generazione la cui voce ci dice che il cambiamento non può essere negato”, sottolinea con un’enfasi voluta. Fra le novità positive include anche la "multietnica democrazia irachena" spiegando che "ha un ruolo da giocare" nel cambiamento in atto: una frase che rivaluta a posteriori il lavoro svolto dall’amministrazione Bush a Baghdad. Da qui il tassello a cui Obama tiene di più ovvero il sostegno allo sviluppo economico delle nascenti democrazie: aperture commerciali a Tunisia e Egitto, cancellazione di 1 miliardo di debito del Cairo e un piano di sviluppo redatto dall’Fmi che verrà approvato dal G8 della prossima settimana.


    "Israele deve tornare ai confini del 1967" | l'Occidentale

  4. #4
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    Predefinito Rif: Dalla primavera araba all'inverno islamista

    Obama parla tanto di pace ma non offre soluzioni a Israele


    Obama torna a parlare al Dipartimento di Stato. Il tema è il "nuovo corso" della politica estera americana verso l'islam dopo l'eliminazione di Bin Laden, un modo elegante per dire che l'America sta per chiudere la questione, rivolgendosi anima e core alla Cina, il vero, grande avversario globale del futuro. Ma prima bisogna completare il ritiro dall'Iraq, iniziare quello dall'Afghanistan, rovesciare Gheddafi e, notizia di ieri, far scattare il timer del regime change siriano: il nuovo giro di sanzioni contro gli Assad ha colpito Bashir in persona, ed è un messaggio chiaro, gli Usa fanno sul serio dopo aver aspettato tanto.

    Rovesciati i tiranni che non se ne vogliono andare, e dopo aver assistito alle tumultuose rivolte che hanno cambiato i connotati del nordafrica, Obama potrà spostare il baricentro della politica estera americana nel Pacifico. Con l'islam, dopo le guerre, è arrivato il momento di fare affari. E' in previsione un micro piano Marshall per tenersi stretti i vecchi alleati, in Egitto come in Giordania. La promessa del discorso del Cairo è stata mantenuta: lentamente, gli Stati Uniti lasceranno che le democrazie del mondo islamico crescano da sole e se la vedano per conto loro. L'islam non sarà più "il" problema.

    Eppure un problema il presidente Obama ce l'ha ancora. Aveva promesso di risolverlo quando entrò alla Casa Bianca ma come tante altre cose non l'ha fatto. E' "il problema dei problemi", capace d'incarnare, da solo, qualsiasi altra crisi scoppiata in Medio Oriente. Uno scoglio contro cui si sono arenate tante presidenze come la sua, soprattutto quelle democratiche. L'America liberal crede ancora alla stretta di mano fra Rabin e Arafat, alla road map e alla soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese. Ecco, la questione palestinese Obama l'ha sempre messa al primo posto, sacrificando, pur di risolverla, la relazione speciale che gli Usa avevano con Israele. (Lo stato ebraico resta l'alleato più prezioso e fedele degli Stati Uniti nel mondo; la figura fatta dagli europei il Libia lo dimostra, l'esercito di Israele vale quanto quello di Francia e Gran Bretagna messi insieme).

    Ma Obama, che non è certo così stupido da non sapere che il processo di pace è fallito, sa anche che non c'è mito più forte e splendente di questa idea, che circola ben pompata dai media nel mondo da decenni: Israele deve tornare ai confini del '67, interrompere l'espansione degli insediamenti in West Bank, fare di Gerusalemme capitale di due stati, uno degli ebrei e uno dei palestinesi. Per corteggiare l'opinione pubblica eurabica, nei prossimi giorni Obama userà questa piattaforma diplomatica incontrando a Washington il premier israeliano Netanyahu; nello stesso tempo chiederà ai palestinesi di riconoscere Israele come stato ebraico e di smetterla di sostenere il terrorismo. Ovviamente il presidente sa che nessuna di queste due richieste, né quella fatta a Netanyahu né quella ad Abu Mazen, sortirà alcun effetto, visto che Israele è sulla difensiva dopo il caos scoppiato nei Paesi vicini, mentre i palestinesi guardano già al loro stato benedetto dalle Nazioni Unite. Né tantomeno Hamas sembra intenzionata a riconoscere lo stato ebraico. Anzi, se scoppiasse la terza Intifada, come quella che nei giorni scorsi ha oltrepassato i confini di Israele - se la protesta si esprimesse attraverso un movimento pacifico di massa - per lo stato ebraico diventerebbe difficile gestire la situazione.

    Quindi la parte del discorso di Obama di oggi sul Medio Oriente dedicata al processo di pace, come pure l'incontro con Netanyahu, sono del tutto inutili. Usa e Israele resteranno ognuno sulle proprie posizioni. I palestinesi seguiranno la loro strada. Abu Mazen, del resto, ha offerto su un piatto d'argento a Netanyahu l'occasione per allungare i tempi dei negoziati: è tornato sotto lo stesso tetto di Hamas, che a sua volta può fare la voce grossa avendo dietro la fratellanza musulmana egiziana. E' logico che Netanyahu risponda picche a Obama, quando i presupposti della pace sono questi. Obama non può alienarsi del tutto gli israeliani (il veto della Rice in Consiglio di Sicurezza del febbraio scorso dimostra che l'alleanza tra i due Paesi si piega ma non si spezza), e gioca di sponda con i palestinesi che lui stesso ha legittimato più volte, accelerando il (fallito) processo di pace. Dunque di che stiamo parlando. Per Obama tutto può restare così com'è, anche se lui vi dice che qualcosa sta cambiando. Gli arabi non ci hanno mai creduto e nei sondaggi il presidente democratico continua ad essere amato quanto lo era George W. Bush. Il vero problema è che, nonostante tutti gli sforzi del partito repubblicano, adesso è governo israeliano a fidarsi un po' meno degli Usa.


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  5. #5
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    Non bastava quel pazzo furioso di Ahmadinejad: adesso anche il Presidente degli Stati Uniti vuole CANCELLARE ISRAELE DALLE CARTE GEOGRAFICHE, almeno in parte... ncav:

  6. #6
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    Predefinito Rif: Dalla primavera araba all'inverno islamista

    Perché, vogliamo parlare dell'Egitto dei militari?
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  7. #7
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    Predefinito Rif: Dalla primavera araba all'inverno islamista

    Non preoccupatevi Obama ritornerà presto sui suoi passi. Anzi non può nemmeno agire contro gli interessi di Tel Aviv come hanno ampiamente spiegato Mearsheimer e Walt nel loro libro "Israel Lobby".
    Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, pietà. (San Giovanni Bosco)

  8. #8
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    Predefinito Rif: Dalla primavera araba all'inverno islamista

    Citazione Originariamente Scritto da FalcoConservatore Visualizza Messaggio
    Non bastava quel pazzo furioso di Ahmadinejad: adesso anche il Presidente degli Stati Uniti vuole CANCELLARE ISRAELE DALLE CARTE GEOGRAFICHE, almeno in parte... ncav:
    repapelle:
    Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, pietà. (San Giovanni Bosco)

  9. #9
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    Predefinito Rif: Dalla primavera araba all'inverno islamista

    Primavera araba, estate islamica e inverno cristiano


    di Magdi Cristiano Allam


    Sabato scorso ho partecipato a Milano in piazza Fontana a una manifestazione di solidarietà con i cristiani copti dopo l'ennesima strage in Egitto, lo scorso 7 maggio, costata la vita a 15 persone e il ferimento di circa 250. Un centinaio di manifestanti, diversi dei quali naturalizzati italiani, hanno innalzato delle croci, cartelli con la scritta «Basta con la persecuzione dei cristiani copti» e la foto della chiesa copta Vergine Maria in fiamme nel quartiere popolare di Embaba al Cairo. Nello stesso giorno i salafiti, estremisti islamici che predicano l’annientamento fisico o la sottomissione all’islam dei cristiani, si sono resi responsabili dell'attacco ad altre due chiese e una serie di abitazioni cristiane. Per evidenziare la fonte coranica da cui legittimano il loro operato, uno dei manifestanti ha fatto circolare il testo del versetto 14 del capitolo IX (At-Thawba, Il Pentimento): «Combatteteli finché Allah li castighi per mano vostra, li copra di ignominia, vi dia la vittoria su di loro, guarisca i petti dei credenti».
    Uno degli slogan ripetuti dai manifestanti a Milano denunciava il tradimento della «rivolta popolare» e la connivenza del regime militare in Egitto con gli estremisti islamici nelle violenze contro i cristiani.

    Se vogliamo avere una prova inconfutabile della crescita del radicalismo e del terrorismo islamico sull'altra sponda del Mediterraneo a seguito delle cosiddette «rivolte popolari per la libertà e la democrazia», secondo una interpretazione diffusa ed esaltata in particolar modo della sinistra, è proprio l’acuirsi della persecuzione dei cristiani.
    Ciò non accade per caso. È il frutto di un accordo, i cui connotati emergono con sempre maggior evidenza di giorno in giorno, tra l’Occidente, i regimi militari o polizieschi al potere nei Paesi arabi e gli integralisti islamici che fanno riferimento, sul piano ideologico, al movimento dei Fratelli Musulmani e, sul piano politico, alla Turchia di Erdogan. Per Occidente s’intende principalmente l'amministrazione americana di Obama e l’Unione Europea, specificatamente la Francia di Sarkozy e la Gran Bretagna di Cameron, con l’Italia di Berlusconi coinvolta seppur riluttante e la Germania di Merkel che preferisce il basso profilo. Questo accordo costituisce la seconda fase di una strategia avviata nel 2006 da Bush e Blair culminata nella vittoria di Hamas nei Territori palestinesi e con l’ingresso dei Fratelli Musulmani nel Parlamento in Egitto.

    L’obiettivo di questa strategia è la sconfitta del terrorismo islamico perpetrato dai jihadisti di Al Qaeda e dai salafiti dediti alla guerriglia urbana, promuovendo gli integralisti islamici che s’ispirano all’ideologia dei Fratelli Musulmani come garanti della stabilità del fronte interno dei Paesi arabi ed islamici. Segnali evidenti del successo di questa seconda fase sono l'uccisione di Bin Laden che s'accompagna alla piena legalizzazione del Partito di Ennahda in Tunisia e dei Fratelli Musulmani in Egitto. Di fatto oggi questi movimenti islamici sono alleati con i regimi al potere, che si sono limitati a cambiare facciata, garantendo la continuità del loro controllo della politica Estera, della Sicurezza e della Difesa, in cambio della gestione degli affari interni, dall'Istruzione alla Magistratura, dagli Affari sociali alla Cultura.

    Altro che rivolte popolari per la libertà e la democrazia! Obama e i nostri leader europei sono semplicemente interessati a non avere più tra i piedi i terroristi che si fanno esplodere e, pur di realizzare questo obiettivo, hanno di fatto legittimato il potere degli islamici integralisti. Anche se, al pari dei terroristi taglia-gola, condividono l'aspirazione a islamizzare il mondo intero ma lo fanno in modo più scaltro e subdolo, attraverso il lavaggio di cervello praticato dalle moschee, scuole coraniche, enti assistenziali e finanziari islamici, tribunali che sentenziano sulla base della sharia. Se i jihadisti e i salafiti perseguono la sottomissione del mondo intero all'islam uccidendo fisicamente tutti i nemici, i Fratelli Musulmani preferiscono ucciderci dentro, concedendoci la sopravvivenza fisica ma spogliandoci della nostra dignità e della nostra libertà. Ecco perché li definisco terroristi taglia-lingua.

    Quanto sia vera questa coalizione tra gli integralisti islamici e i regimi al potere in Medio Oriente lo si coglie nella manifestazione inaugurale del nuovo quartier generale dei Fratelli Musulmani al Cairo sabato scorso. Ospiti della «Guida suprema» Mohammad Badie, c'erano rappresentanti del governo della Turchia e del partito del premier turco Erdogan (Giustizia e Sviluppo), di Hamas e delle varie sigle con cui i Fratelli Musulmani sono presenti in una ventina di stati tra cui Algeria, Giordania, Pakistan, Nigeria e Sudan, unitamente a una delegazione dell'Università islamica di Al Azhar il cui vertice è di nomina governativa e all'ex segretario generale della Lega Araba Amr Moussa, che viene indicato come il probabile vincitore delle prossime elezioni presidenziali.

    Prendendo atto di questa realtà dico alla sinistra italiana di smetterla di fantasticare sulle «rivolte arabe per la libertà e la democrazia». E tornando a Milano dico al candidato sindaco della sinistra Pisapia di smetterla di promettere nuove moschee e pensi invece a salvaguardare il diritto alla vita e alla libertà religiosa dei cristiani che, al pari dei loro parenti e correligionari in Egitto, vivono nella paura per le aggressioni fisiche e le minacce che subiscono a Milano per il solo fatto di essere cristiani. Se proprio ne vuole sapere di più non esiti a contattarmi. In cambio di una buona tazza di tè verde.


    Primavera araba, estate islamica e inverno cristiano - Interni - ilGiornale.it del 23-05-2011

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    Predefinito Rif: Dalla primavera araba all'inverno islamista

    praticamente allam si lamenta del fatto che per combattere la guerriglia armata si sdogana l'islamismo democratico/conservatore (che condanna il terrorismo) anzichè il laicismo occidentalista (infatti non credo rimpianga il nazionalismo arabo)
    Ultima modifica di Ungeheuer; 23-05-11 alle 14:19

 

 

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