Risultati da 1 a 7 di 7

Discussione: Liù

  1. #1
    Sospeso/a
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Usa
    Messaggi
    5,835
     Likes dati
    2,590
     Like avuti
    2,516
    Mentioned
    14 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Liù

    Liù
    Camminava lungo lo stradone assolato e deserto. Periferia industriale, moderna nel secolo scorso quando c’era il mito del futuro: alti caseggiati senza cortili, costruiti senza pensare al giorno in cui ogni operaio e ogni impiegato sarebbe andato a lavorare in auto. Forse erano stati abbandonati proprio per la mancanza di parcheggi, c’era solo uno stretto marciapiedi tra la strada asfaltata ed i magazzini, grandi e luminosi ma deserti. Quando quel quartiere era nuovo, l’avvenire era tutto davanti, da conquistare con la fatica dell’evoluzione, poi la delusione, i costi di gestione e i primi fallimenti, seguiti dal degrado e dall’abbandono.
    Liù era scoraggiata, non sapeva più dove andare e nemmeno cosa stesse facendo in quel luogo, non c’erano negozi e nemmeno dei bar, sembrava tutto chiuso: nessuno che camminava, nessuno che lavorava, era tutto fermo. Camminava pensando al contrasto tra l’evidente aspirazione al bello, al nuovo e al moderno di chi aveva ideato e costruito quel sobborgo e l’indecenza di quei luoghi lasciati a se stessi dopo il collasso dell’economia industriale, ma ammirava stupita quel santuario al modernismo dell’altro secolo: ogni caseggiato, per quanto vuoto, aveva alte vetrate liberty, stranamente pulite, si poteva sbirciare l’interno di quei locali con i soffitti alti e stuccati. Anacronistiche per delle fabbrichette quelle volte altissime e a botte incrociata; più adatte al centro storico, pensava, contrastavano imponenti sui pavimenti di cemento sgretolato e muri di calce, bianchi ma con un alto zoccolo smaltato di verde, come nei vecchi ospedali. Più che magazzini vuoti, sembravano tante chiese, dismesse e ridipinte, con i colonnati neoclassici e i capitelli di stucco, ben conservate e tutte in fila. Una strada di chiesette a schiera, come villini anonimi di periferia.
    Tutte fabbriche dismesse, con manovie meccaniche che sembravano uscite da qualche foto d’epoca, oppure, in un’altra, strani alambicchi e calderoni di rame. Chissà, forse quella era stata una distilleria. Poi ancora un altro magazzino con dei macchinari strani, che non si capiva a cosa potessero essere serviti ma belli da vedere come tutti gli oggetti antichi: riccioli di ferro battuto dipinti in nero lucido. Somigliavano a delle vecchie Singer abbandonate in qualche sottoscala, ma erano più alti e imponenti delle macchine per cucire, pensò che potesse trattarsi di una tipografia antica, ma non le interessava più di tanto il saperlo perché era molto preoccupata.
    Lei era una buona camminatrice, le piaceva andare a piedi. L’idea di camminare l’era venuta durante uno dei suoi vari tentativi di dieta dimagrante, meglio che la palestra senz’altro, poi era subentrata l’abitudine: il traffico, tirar fuori l’auto dal cortile, trovare parcheggio in centro … tutti motivi molto validi per delle passeggiate anche interminabili. A volte si faceva prendere dall’istinto e girava a caso lungo qualche traversa sconosciuta, in genere si orizzontava abbastanza, era una questione di sopravvivenza visto che aveva abitato in città diverse e che ancora si spostava per lavoro da una città all’altra, anche per diversi giorni. Le capitava magari l’attimo di smarrimento in cui non sapeva più bene che direzione prendere ma con un po’ di pratica aveva scoperto che la strada offre sempre l’indicazione giusta. È difficile perdersi in città, poi c’è sempre qualcuno cui chiedere informazioni, solo i navigatori satellitari boicottano quest’ultimo baluardo di cortesia tra sconosciuti.
    Quella strada deserta però stava diventando un incubo,e non riusciva neanche più a ricordare dove fosse, era sicura di essere a Savona, alle Fornaci, ma non riusciva a capire dove potesse essere, in quel quartiere, una zona industriale così vasta e abbandonata. Doveva essere a Genova allora, ma cosa ci era andata a fare? Non rammentava di avere degli impegni là in quei giorni. Se non fosse stato per il mare, avrebbe pensato a Torino, lì si che ci doveva andare, ma pensava proprio di non essere ancora partita.
    Anche il mare era un grosso problema, era dal lato sbagliato della città, ne era sicura, cercava di focalizzare la sua attenzione su questo problema: se lei veniva da Ovest, il mare doveva essere sulla destra, se invece giungeva da Est, il mare era a sinistra, quindi lei veniva da Est perché il mare era da quella parte lì, ma lei era sicura di arrivare da ovest e il mare era di sopra, dove dovevano esserci i monti. Per saperlo con certezza bastava guardare dove fosse in quel momento il sole e da che parte stesse volgendo il giorno, ma non sapeva più che ora fosse. Era mattina o pomeriggio? Un’incertezza terribile le paralizzava ogni connessione mentale, stava andando nel pallone. Anzi, c'era già andata, per fortuna, però la sua attenzione
    fu distratta da una porta aperta. Tutti i dubbi che avevano, alterato la sua tranquillità furono messi prontamente al bando.

  2. #2
    Sospeso/a
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Usa
    Messaggi
    5,835
     Likes dati
    2,590
     Like avuti
    2,516
    Mentioned
    14 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Liù

    Rosalia lavava la biancheria.
    In quel posto assurdo e fuori dal tempo, strofinava mutandine a fiori su di un asse di legno infilato in una tinozza. Una lavatrice non avrebbe avuto senso, solo lei poteva togliere ogni macchia senza rovinare il colore o i teneri fiorellini stampati sulla maglina di cotone. Il pizzetto bianco attorno allo scollo delle gambe sarebbe rimasto morbido e bianco, elastico e teso come da nuovo. Lo ripeteva soddisfatta e sorridente come una pubblicità anni sessanta: grassa, candida perché vestita di bianco e con la pelle bianca, solo i pomelli delle gote di un rosso acceso, quasi fiammeggiante. Era una tipa gioiosa e la stava aspettando. Liù le chiese se era giusto che il mare fosse da quella parte o se era lei a sbagliarsi. Rosalia nicchiò un po’ la testa, poi disse:
    "non lo so, è sempre stato lì!"
    Liù dedusse che era lei che si stava sbagliando e s’intristì:
    "Sono confusa sai! Oggi non c’è niente che vuol stare al suo posto."
    Rosalia sorrideva con le guancione arrossate e le fossette malandrine. Le faceva tanto piacere che Liù fosse andata a trovarla:
    "era tanto che non vedevo qualcuno!"
    Anche Liù era contenta di vederla, anche se non sapeva né dove l’aveva conosciuta né perché fosse andata a cercarla in quel posto strano. Di nuovo i pensieri si accavallavano veloci ma Rosalia se ne accorse perché le sussurrò gentile in un orecchio.:
    "non preoccuparti per il mare, vedrai che tornerà al suo posto quando meno te lo aspetti!"
    Le sue erano parole rassicuranti, compirono il miracolo di rassicurare la povera Liù sempre agitata nel preoccuparsi di tutto, non si preoccupò più di dare un senso a quel che le capitava e restò lì, ad ascoltarla ridere mentre le lavava le mutande. Già perché tutta la biancheria della tinozza era la sua, guardava perplessa quelle mutande a fiori: rosa, giallo e lilla, non ricordava di aver mai portato nulla di simile ma sapeva con certezza che erano le sue. Era un po’ imbarazzata a farsi lavare la roba da un’estranea, non era certo bello né conveniente, ma era Rosalia che lo faceva e quello era il suo mestiere.
    C’era trambusto nella stanza a fianco e questo distrasse l’attenzione dal bucato, Liù non si era accorta delle altre donne che abitavano quelle stanze spoglie, si era seduta di fronte alla lavandaia senza far caso al resto. Dietro di lei una porta di legno, da lì arrivavano dei gridolini disperati ed un affollarsi di donne affannate attorno al corpo riverso di una giovane bionda . Visibilmente incuriosita Liù, torse il collo per seguir meglio la scena, Rosalia scoppiò a ridere allegramente: "È solo Viviana, mia sorella, sta per morire!" – Lo disse come se fosse stato un fatto divertente.
    Liù sgranò gli occhi inorridita:
    - quella rideva di gusto mentre sua sorella moriva!!! - Sembrava così simpatica ma ora che la conosceva meglio la trovava detestabile, però non poteva fare a meno di sbirciare di la cosa stesse accadendo, la curiosità era più forte di ogni cosa e Rosalia la esortò ad entrare: "vai, vai pure a vedere!"

  3. #3
    Sospeso/a
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Usa
    Messaggi
    5,835
     Likes dati
    2,590
     Like avuti
    2,516
    Mentioned
    14 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Liù

    Viviana assomigliava molto a Rosalia, nei lineamenti del volto e nella persona: come lei era bionda e vestita di bianco, ma con le guance esangui, non rubizze e tanto più magra che non ci si poteva stupire per la sua ansimante agonia. Giaceva rannicchiata su di una panca di legno e appoggiava la testa sul grembo di Mirta, un’altra sorella con lunghi capelli rossi, la più bella di tutte, dalla faccia immobile e bianca. Con uno di quei pensieri che guizzano importuni e improvvisi e balenano nel cervello per meno di una frazione di secondo, Liù pensò che fossero tutte e due truccate col caolino, quel fondotinta bianco, da scena, che usano i pagliacci o le Geishe, ma era davanti alla morte e ricacciò indietro ogni idea che non fosse seria e compunta. Si avvicinò mesta e partecipe al loro dolore, ipnotizzata dalle mani di Mirta che, ritmiche ma lente e gentili, toccavano leggermente i fianchi della sorella e poi si giungevano davanti al volto bianco, come per nasconderne il pianto.
    A vederla china, prodigarsi in carezze per consolare la fatica del respiro affannoso, quello di Mirta sembrava il volto stesso dell’amore, quello che aveva ispirato i pittori di ogni tempo. La sua era una faccia senza età, così bella da ipnotizzare chi la vedeva per la prima volta. La magia del suo sguardo era dovuta agli occhi
    cangianti: erano freddi specchi, ciechi quando non guardavano nulla, riflettevano solo la luce dell’anima di chi li fissava. Così Liù vi trovò l’azzurro infinito del cielo e nel guardarli pensò alle gite in montagna, al sole, al mare e all’allegria spensierata di pomeriggi lontani. La ritrovò proprio lì dentro, quella gioia calma e infinita che le gravava sul cuore come un ricordo ossessivo con la voglia di tornare alle sere di un’estate di vacanza da scuola, senza pensieri. Un’oppressione pungente scosse la sua nostalgia, Viviana stava per morire, di colpo avvertì la vertigine intensa dell’abisso. Si scostò impaurita e vide la notte che la guardava con occhi scuri, calma e rassicurante, ma non appena sprofondò in quello sguardo caldo la più profonda ed atavica delle paure s’insinuò come una serpe tra le pieghe del pensiero; il pallore del volto di Mirta le abbagliò lo sguardo, durò quanto il battito delle ciglia, ma gli occhi di Liù captarono il bianco di un teschio calcinato dal tempo e quell’immagine si sovrappose al viso grazioso.
    -"Non guardarla così!"- Il consiglio veniva da dietro, non si capiva chi fosse a parlare, comunque bisognava fare attenzione, spiegava la voce, perché erano occhi che rubavano il tempo e lasciavano il cuore in cenere. Liù aveva voglia di urlare a squarciagola, era tutto un imbroglio, era tutto fasullo, anche le cure che Mirta sembrava portare a Viviana erano ambigue. Seduta sulla panca di fronte a Rosalia che lavava, Liù aveva pensato che si stesse prodigando per alleviare le sofferenze della morente, ma quando si era alzata a veder da vicino, la scena le era sembrata diversa: come se la rossa valchiria, con le sue smisurate carezze, carpisse gli ultimi aneliti alla biondina ansimante, riversa tra le sue braccia. Pur sapendo di essersi mossa più per curiosità che per compassione, si sentiva coinvolta da quella scena raccapricciante, nessuno si preoccupava di Viviana e del suo morire. Le altre sorelle, sedute lungo le pareti di quella stanza, parlavano tra loro senza curarsene. Così Liù fece un passo indietro, voleva chiedere spiegazioni alla sua nuova amica ma Rosalia continuava a lavare, strofinava la biancheria con una spazzola di saggina e la schiuma del detersivo trasbordava la tinozza. Fece un passo indietro e la scena tornò come l’aveva vista prima: Mirta amorevole si prendeva cura di Viviana, attorno, le altre sorelle, facevano coro nel consolarla.
    Era come guardare una di quelle figurine giocattolo che si trovavano una volta nelle scatole dei formaggini, secondo come inclinavi le millerighe di plastica la scena si muoveva e rivelava una figura diversa: perplessa Liù fece un passo indietro e rivide le sorelle amorevoli sostenere Viviana e prendersene cura, mentre se faceva un passo avanti ognuna tornava a farsi i fatti suoi.
    "Non preoccuparti per lei!" Disse Rosalia con la voce seria. -"È sempre lì che sta per morire ma ha più vita di tutte noi! Fà così da quando esiste il mondo, solo che allora era tutto diverso!".
    Liù saltellava avanti e indietro, perplessa e con le guance rosse, non riusciva a capire come potessero le stesse persone fare lo stesso gesto e sembrare diverse solo guardandole da posti differenti, voleva chiedere un sacco di spiegazioni, ma le uniche parole che riuscì a pronunciare furono:
    - "Da quando esiste il mondo?"
    "Si! Tutto era molto diverso allora, non solo la Vita di Viviana!".
    Federica era la voce che parlava, la più vecchia tra loro, seduta al lato opposto della stanza.
    -" Ho cominciato a prostituirmi mentre non ero ancora nata! A tutti mi sono data, da quando esiste il mondo. Non c’è uomo che non abbia conosciuto il mio corpo, non c’è anima cui mi sia negata!". Continuò la decana, "non ce n’è uno che non mi abbia conosciuta, almeno un poco. Non uno cui non abbia concesso il mio cuore ma ora, a quanto pare, non mi vogliono più!".
    La loro ospite era sconcertata, guardava la vecchia con ripugnanza e stupore, senz’altro era stata una donna molto bella, la pelle fine lasciava ancora indovinare lineamenti eleganti, esaltati ancor più che velati da una fitta rete di rughe sottili. I capelli grigi raccolti sulla nuca dovevano essere stati biondi e l’abito bianco e pulito era senz’altro un vecchio vestito da sera, consumato forse, ma ancora stupendo. A vederla bene nulla lasciava capire che era solo un’anziana prostituta se non la sua stessa ammissione.
    Spemeera al suo fianco, un’altra sorella, che sorrise. "Son certa che torneranno a cercarti! Tutti ti avranno, lo conoscono bene il tuo corpo nudo, gli uomini e le donne ti desiderano sempre, tutti ti avranno, fino alla fine! Non uno escluso!" A Liù veniva voglia di vomitare. Che tipa! Le piaceva ancor meno delle altre sorelle. Aveva l’aria della maestrina gentile e incoraggiava una vecchia a non lasciare quel mestiere tanto abbietto! Coi capelli castani e la messa in piega cotonata aveva l’aria della quarantenne giovanile e composta, se non avesse parlato così e se non si fosse trovata in quel posto, Liù l’avrebbe giudicata come una persona piacevole e rassicurante, forse proprio per questo pensò che fosse la più abbietta di tutte. Era
    seduta al lato opposto della soglia, dove ancora sostava la povera Liù che guardava la scena affascinata ma con ribrezzo.
    Per fortuna lei non apparteneva a quel mondo di disperati, emarginati dalla vita civile, costretti a vivere da baraccati in una fabbrica abbandonata. E forse anche abusivamente! Le guardò con alterigia, Speme era seduta tra Federica e Viviana, reclinata sul grembo di Mirta. Vicino a quest’ultima, di fronte a Federica era seduta
    Abbondanza.
    Il nome teneva fede al personaggio perché questa era veramente tanta, Liù non aveva mai visto una donna tanto grassa: la ciccia le faceva tante piegoline dappertutto, pure agli angoli degli occhi, che sembravano chiusi anche se osservavano tutto pur restando perfettamente immobili. Era un enorme monumento a se stessa, ieratica e composta. Il palmo delle mani appoggiato sui seni enormi, teneva le braccia arcuate con i gomiti che sarebbero stati in fuori se il giro panza non fosse stato ancora più largo; anzi accompagnavano la rotondità del corpo, appoggiandosi alla ciccia che strabordava da un vestito attillato. I capelli incollati alla nuca e tirati in uno chignon grosso quanto una noce e la faccia sembrava ancora più grossa, le labbra rosse e carnose che disegnavano una smorfia di disappunto. Sembrava immobile ed assente, un brivido lungo la schiena avvertì Liù che non era così, pensò che quella montagna umana fosse in qualche modo a capo di quel gruppo di donne, non aveva motivi precisi per pensarlo, forse aveva avvertito qualche vago gesto di rispetto nei suoi confronti, più probabilmente però era solo l’imponenza del suo corpo deforme a creare quell’atmosfera quasi reverenziale. Una luce brillò negli occhi verdi socchiusi, i rotolini di ciccia che appesantivano le palpebre non poterono nasconderlo, quando di colpo li spalancò per osservare la nuova arrivata. Liù era affascinata, si rendeva perfettamente conto che nulla sfuggiva al suo sguardo scrutatore, forse neanche i pensieri che le passavano per il capo in quell’istante...
    Come se le avesse letto veramente nel pensiero, Abbondanza sorrise, poi con un gesto improvviso raccolse una tazza da chissà dove e se la portò alla bocca. A Liù girava la testa, si sentiva stanca e aveva pure sonno, la tensione nervosa l’aveva sopraffatta, voleva dormire e ancora dormire. Come potesse accadere proprio non lo sapeva ma si ritrovò a girare dentro quel tazzone. Immersa in brodo che non bagnava e cullata dal rimescolio si abbandonò ad uno strano sogno dove tutto girava ma molto lentamente, come se quello fosse l’universo dove ogni cosa era talmente enorme che anche un movimento veloce risultava infinitamente lento. Ci mette un anno la terra per girare attorno al sole e per anni ed anni avrebbe potuto restare li dentro e ruotare come se fosse anche lei un pianeta.
    Immersa nel brodo, Liù si accorse di essere circondata da mondi alieni, con il loro carico di vita, amori e sospiri: un gorgo tremendo risucchiava l’esistenza di pianeti lontani Un evento tremendo e tutto succedeva nell’indifferenza generale di quel consesso di streghe e lei era irrimediabilmente coinvolta. Tutto stava per essere sorbito in un sol sorso, l’universo intero coi suoi mondi abitati, lei compresa.
    Sopra al bordo della tazza spuntavano gli occhi socchiusi di Abbondanza, guardavano curiosi quella strana creatura , entrata nella loro casa e nella sua tazza, quando gli occhi di Liù incrociarono il suo sguardo immobile il gorgo la sputacchiò fuori e Liù smise di girare. Gli occhi di Abbondanza la tenevano ferma, bloccata contro al bordo della scodella, partecipe del girare in tondo della broda di sensazioni e sentimenti, ma ferma, lontano dal risucchio. Lei era ferma ma poteva ascoltare le voci e i discorsi di quel che le passava accanto. Una vocetta insistente sovrastava tutte le altre, trovava sempre da ridire e non andava mai bene niente: Liù ebbe l’impressione di essere lei l’oggetto del disappunto e si chiese cosa vi fosse di tanto sbagliato nell’essere quella che era. Come se le avesse letto nel pensiero, gli occhi di Abbondanza sorrisero. La pachidermica sorella depose la sua ciotola e Liù poté venirne fuori come se mai ci fosse entrata.
    La vocetta fastidiosa continuava a borbottare, era un moscone che non ti dà requie: entrava nelle orecchie e risuonava in ogni angolo della stanza. Era il lamento di
    Tristana, la più minuta tra le otto sorelle, seduta al fianco di Abbondanza, esile ed un po’ bassina sembrava una bambina con la faccia da vecchia. Mormorava in continuazione, come un ronzare d’ape, nessuno le rivolgeva la parola, lei parlava solo per lagnarsi oppure per trovare a ridire su qualcosa. Era vecchia e tormentosa, con braccia rinsecchite e la pelle color legno, sembrava arcigna mentre scrutava la povera malcapitata, ma non era cattiva, solo molto noiosa. Avrebbe anche potuto non esserci e nulla sarebbe mutato, come non sarebbe cambiato nulla se non ci fosse stata
    Carina, silenziosa, sorridente e gentile. Entrambe se ne stavano in disparte, spostate rispetto le altre sorelle, ognuna ai lati della porta, ed era arcigna Tristana quanto sorridente e graziosa la più giovane tra loro: Carina. Entrando nella stanza per sbirciare la morte di Viviana, Liù si era infilata proprio tra quest’ultime due, di fronte a Viviana adagiata riversa verso Mirta; senza accorgersene aveva chiuso un cerchio, aveva occupato l’unico posto vuoto, quello di Rosalia.
    Carina la invitò a prender posto tra loro, il suo invito era tanto gentile che proprio non lo si poteva rifiutare, c’era un che di perentorio nei suoi modi garbati. Obbedirle era un piacere irrinunciabile, anche se per un attimo a Liù parve di cogliere un cenno d’intesa nei suoi occhi, uno sguardo rivolto proprio a Rosalia, che lasciò stare i panni e si fece alle sue spalle sospingendola avanti.
    Di colpo Liù si ritrovò in mezzo alla stanza, prigioniera di quel cerchio magico. Voleva andarsene ma non poteva offendere le sue ospiti, aveva paura, con la gente di malaffare uno non sa mai come comportarsi: poteva anche ritrovarsi con un coltello piantato nella schiena non appena si fosse allontanata. Cominciò a salutare con educazione, usava frasi di circostanza sul tipo: "Piacere di avervi conosciuto!" - "Spero proprio di rivedervi presto!" - e intanto faceva qualche passo indietro ma sempre girandosi attorno per tener d’occhio le sue interlocutrici. Si ritrovò a battere la schiena contro loro
    padre, spuntato all’improvviso da chissà dove.

  4. #4
    Sospeso/a
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Usa
    Messaggi
    5,835
     Likes dati
    2,590
     Like avuti
    2,516
    Mentioned
    14 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Liù

    Immobili e silenziose, le sorelle la scrutavano bieche, un ché di minaccioso gravava sulla stanza.
    Loro padre era allegro e vivace; sembrava un ragazzo, subito si sarebbe potuto pensare che fosse il figlio od il nipote di qualcuna di loro, ma guardandolo negli occhi si capiva che era proprio il padre. Un padre bambino, che si faceva coccolare come un poppante ma che le comandava a bacchetta e con autorità. Loro stavano zitte e tenevano gli occhi bassi, lui cominciò a scherzare con l’ultima arrivata: "ma come?! Te ne vuoi già andare? Ma no ti prego, resta ancora un po’ con noi! Spero che le mie figlie non ti abbiano offeso! Vero ragazze che siete state gentili con lei?"
    Le sorelle parlottavano sottovoce, ignorando le parole del padre e la sventurata che cercava di scappare. "Andiamo ragazze, " – insistette il piccoletto – "per una volta che un’amica viene a trovarci non vorremo mica lasciarla andar via così!"
    "Perché te ne vuoi andare?" Chiese una di loro.
    O forse lo chiesero tutte insieme, modulando la voce come se fosse quella di una persona sola.
    "Ma non è che io voglia proprio andarmene." – La gola di Liù era come incollata, la sua voce usciva a scattini e risuonava strana nelle sue stesse orecchie.
    "Solo vorrei tornare alla mia vita!" No, non era quello che voleva dire, i suoi pensieri si accavallavano frenetici e concitati, -non stavano mica cercando di rapirla, solo volevano trattenerla ancora un po’!
    - "Mi fermerei, credetemi, solo che ho tanti impegni, è la realtà che mi chiama! Quella degli doveri di tutti i giorni … Altrimenti starei qui ancora un po’!"
    "Capito ragazze! Vuole solo un po’ di realtà! La vita di tutti i giorni! " – e strizzò l’occhio alle figlie. C’era un ché di caustico nel tono delle sue parole, a Liù non era sfuggito e ne ebbe paura, solo il volto piacevole della sempre lieta Rosalia le impedì di mettersi ad urlare. Nulla era più come prima, l’intera stanza era stata
    sconvolta, come se un turbinio di suoni e colori che non avevano senso la stesse trascinando facendola roteare su se stessa, sembrava che quelle donne si divertissero a stuzzicarla,
    - voleva solo tornare a casa! – Non era poi così strano quel suo desiderio! -
    La schiuma della tinozza era traboccata, tantissime bolle di sapone svolazzavano per la stanza, l’uomo ne prese una tra le dita e gliela porse con un inchino:
    "Forse è questa la realtà che tu cerchi!"
    La bolla non si ruppe neanche quando fù appoggiata sulla mano di Liù che osservava stupita l’iridescenza del detersivo roteare sulla delicata superficie e formare figurine animate. Di colpo, le strisce d’arcobaleno presero la forma di persone vive e Liù, da fuori, rivisse la scena che vedeva là dentro come se fosse ancora quel giorno. Aveva quattordici anni e suo fratello un pomeriggio aveva invitato parecchi amici, tutti ragazzi di sedici, diciassette anni. Qualcuno le aveva rivolto la parola, ma lei non aveva risposto ed era andata accanto a sua madre, vergognandosi senza sapere nemmeno di che cosa. Sua madre, indaffarata ai fornelli aveva riso e scherzato con loro, mentre lei stava li, a guardare la padella sul gas e le
    chiacchiere che friggevano nell’olio bollente.
    -"Era questa la realtà che cercavi?" – chiese una vocetta suadente.
    - "Magari!" Commentò la sua voce, Liù la sentì riecheggiare come se fosse quella di un estraneo, rimbombante e distorta come una pessima registrazione, ma era la sua voce. Magari poter fermare quei momenti, svaniti chissà dove come il loro ricordo, come la bolla di sapone, esplosa nell’istante in cui aveva pensato di tuffarcisi dentro e di rivivere tutto da capo.
    Tutta la sua vita galleggiava lì intorno, sciolta nel sapone iridescente, e molto più reale di quella di tutti i giorni, se non altro perché era tutta lì, al completo: con quel che era passato e non poteva più tornare, tutti i suoi pensieri ed i tormenti ma anche quello che le era piaciuto e che non era mai abbastanza. Istanti fugaci che apparivano dal nulla, ballonzolavano davanti ai suoi occhi fluttuando leggeri e colorati per svanire inconsistenti dopo pochi secondi. Erano i suoi ricordi, quello che Rosalia aveva sciolto con le macchie. Episodi che in qualche modo ancora vagavano nella memoria, per affacciarsi ogni tanto alla coscienza,volteggiavano assieme a momenti scordati, belli e brutti, lavati via dalle mani imperterrite della rosea lavandaia: era imbarazzante vederli galleggiare in mezzo a degli estranei, gente brutta tra l’altro, chissà cosa avrebbero potuto combinarle ora! Forse volevano ricattarla ... Nello stesso istante in cui lo pensava capì di colpo che non potevano farle nulla, non se ne faceva niente quella gente dei suoi pensieri. Guardò tutti attentamente, era come vederli per la prima volta, grottesche e maestose le donne la circondavano, loro padre armeggiava tutt’intorno per aiutarla a raccogliere le bolle. Non che Liù glie l’avesse chiesto, era una sua iniziativa personale, le diceva: "e guarda questa! e questa! e quella la! …". Le confondeva le idee e la mandava nel pallone, sentiva e vedeva come se fosse tutto molto lontano, per un attimo pensò di essere finita in una bolla pure lei, ma forse dentro ad una bolla c’erano loro.
    La sua attenzione ormai era tutta attratta dal turbinare fluttuante e colorato dei suoi ricordi. Un rubinetto da cucina spuntava fuori, un po’ distorto dalla superficie sferica di una bolla che galleggiava proprio davanti al suo naso. Era un rubinetto strano, con la ghiera rotonda circondata da palline di ottone, in cima ad un tubo che spuntava da un muro, c’era un lavandino di marmo sotto, il resto della stanza prendeva pian piano forma dietro al lavello, con le emozioni ed i pensieri che l’avevano abitata in quei giorni. Era la casa della nonna, come la conosceva e la vedeva quando era ancora molto piccola; era uscita fuori intatta dalla memoria come se fosse ancora lì, non un ricordo ricostruito ma l’emozione intatta del momento vissuto.
    C’era una maglia di felpa rosa che galleggiava più in alto. Non come l’aveva utilizzata per anni: comoda ed informale, era nuova e l’aveva messa per andare ad una festa, si sentiva tanto carina con quella indosso, però qualcuno la prese in giro. La stava riponendo nell’armadio, per dimenticarla fino a quando, anni dopo, la riscoprì per i lavori di casa.
    Scoprì stupita che a quindici anni aveva deciso per bene quel che sarebbe stata la sua vita. Allora non lo sapeva, ma l’aveva intesa e accettata in pochi istanti, un pomeriggio, mentre andava ad incontrare i suoi amici. Ferma al semaforo, aspettava il turno dei pedoni e guardava la coda delle auto partire col verde, tutte insieme ed in buon ordine... sfilavano davanti ai suoi occhi insieme alle scelte che un giorno avrebbe dovuto fare e le decisioni che aveva preso in quel momento erano state fulminee ma serie e definitive, c’era stata la vera se stessa in quelle scelte, quella che avrebbe dimostrato di essere man mano, quando la realtà l’avrebbe messa alla prova un po’ per volta e quelle decisioni sarebbero diventati reali.
    Viste dal di fuori tante cose sembravano diverse da come le aveva vissute al momento, ma quel che più la stupiva era la certezza fisica che rinchiusi in quei gusci iridati c’erano proprio i suoi pensieri: cercava di riafferrare la sua intimità, non le piaceva che se ne andasse in giro così!
    Tese timidamente una mano per prendere qualche bolla di quello che si era scordata, ma anche quello che ricordava, sì, ma che visto da fuori sembrava proprio diverso da come l’aveva vissuto. Ferma e muta, seguiva le evoluzioni colorate. Di colpo tese una mano per fermare un momento felice, poi saltellò in avanti cercando di accaparrarsi quel che avrebbe voluto avere indietro, ma scappò di colpo quando si trovò davanti al dolore, e le sconfitte e quel che preferiva scordare. Come un bambino di due anni che pian piano prende confidenza col gioco, cominciò a piroettare: erano così tante le bolle di sapone e lei voleva vederle tutte. Anche i dispiaceri, non erano così terribili come quando li aveva vissuti, alcuni nel rivederli da fuori erano anche abbastanza piacevoli: difficili forse, ma solo sulle prime. La cosa più strana era che gli attimi migliori, quelli in cui le sarebbe piaciuto tornare, erano sempre momenti che, quando li aveva vissuti, le erano sembrati insignificanti e che si era poi dimenticata, trattandoli con poco riguardo, come se fossero stati istanti banali.
    Di colpo si ritrovò in piedi su di un tavolo in mezzo alla stanza. Qualche sera prima era stata in un locale, un ristorante con annessa discoteca, una donna ubriaca, una sua conoscente, si era messa a ballare sopra un tavolino: forse pensava di essere interessante a comportarsi così, come se fosse la protagonista di qualche film dozzinale, si era resa ridicola davanti a tutta la sala. Ora Liù si ritrovava a recitare la stessa parte davanti a quelle streghe, saltava e schivava le bolle di sapone e nello stesso tempo cercava disperatamente di raccogliere i suoi momenti migliori, tendendo le braccia per cogliere istanti di vita che passavano fugaci.
    Le donne attorno al tavolo parevano ringhiose, l’orrore che aveva di loro era cresciuto in modo esponenziale; di colpo non ci fù più manco il tavolo, solo le donne che si ergevano gigantesche attorno al suo letto. Ricordò di colpo un sogno che aveva fatto da bambina una volta che aveva la febbre alta. Il suo letto era circondato da fantasmi ringhiosi e come allora aveva tanta paura che pianse. Non ricordava di aver più pianto così da quando era diventata grande. Con voce gentile il padre bambino cercò di rassicurarla, non era il caso di prendersela tanto, se proprio voleva andarsene, bastava dirlo, lui l’avrebbe aiutata volentieri.
    Le sorelle cominciarono a soffiare, Liù disgustata inghiottì saliva per non dar di stomaco. I loro aliti erano micidiali: aglio e cipolla potevano usarli come deodorante, il marcio e lo sporco erano i loro aggettivi migliori. Si ritrovò a volteggiare per aria, sospesa sopra quei respiri, rannicchiata per non sbilanciarsi verso una delle loro bocche. Anche il padre cominciò a soffiare, ma lui era il Vento del Nord ed occupò il posto di Federica. Lei, che era solo il suo specchio, ora stava cavalcioni di Abbondanza: la sua faccia magra spuntava appena sopra la testa della mastodontica sorella, sembrava un gufo che chiocciava perché non si capiva se parlava o se invece emetteva strani suoni sordi.
    Il Soffio del padre era il più forte, Liù cominciò a volteggiare più in alto, sospinta da quel nuovo sbuffo.
    –"Perlomeno non gli puzza il fiato"- Pensò mentre saliva ondeggiando sopra al tetto dei caseggiati. Il Vento del Nord era gelato, sapeva di ghiaccio e neve e non aveva odore, le vennero i brividi, ma non era il freddo.
    Comprese che solo la morte era senza odore, nei fiati delle donne non c’era solo puzza: l’olezzare del marciume poteva ricomporsi nella fragranza dei fiori e nel profumo del cibo, tutto arrivava da lì: era l’odore della vita. Un aroma intenso e sconosciuto che si portava dietro tutti i sapori del mondo, sulle prime indugiò perplessa poi cominciò ad assaggiarlo come se fosse cibo, voleva riconoscere l’origine di tutti quegli odori: verbena, gelsomino, rosa, ma anche pasta e fagioli e carne alla brace o l’acidulo del rigurgito di un neonato… il suo giocare la risospinse verso il basso, di nuovo si ritrovò immersa nella flatulenza asfittica.
    Si ricordò di un giorno nel cimitero del paese, era andata a riempire con l’acqua un vaso di fiori, vicino alla fontanella c’era una pattumiera ricolma di fiori appassiti e mezzi marci e lei era rimasta li col naso tra le rose profumate per non respirare quell’olezzo avvolgente.
    Trattenne il respiro cercando il Nord, alla ricerca disperata di una via d’uscita, il vento gelido la raccolse e lei si lasciò portare. Un freddo intenso entrò nelle sue ossa, rimpianse il calore dell’estate, per trovarlo avrebbe solo dovuto lasciarsi andare e scendere verso quelle voci, quei suoni, quegli odori …
    Laggiù era la vita vera, ma ormai lei aveva preferito il freddo intenso della morte ed ora ne era avvolta. Un fragore intenso le rimbombò nelle orecchie, un fracasso indecifrabile e roboante sovrastato di colpo dal sibilare della tempesta: ma nel fischio lugubre del vento c’erano pure voci lontane di bambini che
    giocavano, voci in turbina, che non facevano nessun discorso logico ma che mettevano insieme i dialoghi del mondo.
    La colse un pungente, struggente rimpianto per tutti quegli odori, per i sapori lontani della realtà, con tutti quei discorsi: se si fermava per ascoltarli captava il profumo intenso che li animava dal dentro, il profumo della vita in ogni suo istante, inebriante e variegato, pieno di mille riflessi, come i suoni di quelle parole. Voci che parlavano di tutto, che sapevano tutto. Avrebbe potuto restar lì ad ascoltare per più vite e non sarebbe bastato per sapere tutto così le ascoltò allontanarsi con un po’ di rimpianto, anche se veramente era lei che se ne stava andando via, fuggiva lontano da ogni puzza ma rimpiangeva quei profumi intensi: peccato, non si poteva avere gli uni senza gli altri … Provò una nostalgia pungente per quel posto strano.
    Sentiva che il vento oramai la sospingeva senza scampo e non sarebbe mai più tornata indietro. Non se ne era ancora andata del tutto e già il rimpianto pizzicava dentro. Perché era voluta andar via così in fretta, avrebbe potuto chiedere, farsi spiegare mille cose... Non sapeva perché lo pensasse, ma era convinta che quelle Donne in qualche modo reggessero le sorti del mondo. Ogni vagito, ogni sospiro e tutte le parole erano nelle loro mani, più ancora del pianto e dei sorrisi: il valore di ogni emozione è solo relativo, per una parola si può ridere o piangere ma il pianto ed il riso fanno dire solo sciocchezze.
    Saggezza sciocca, pensata da una tipa che piroettava nell’aria e che non sapeva dove andava e nemmeno da dove veniva. Però almeno sapeva chi era, o almeno pensava di saperlo …
    Si rigirò nel letto per fermare il volteggiare del sogno. Un treno passava sferragliando sui binari, più lontano la risacca del mare agitato: il rumore del traffico durante il giorno, in genere, copriva il rumore del treno e il mare dalla sua stanza lo riusciva a sentire solo nelle notti di burrasca, come in quella notte di vento impetuoso. C’erano folate che sembravano dovessero divellere l’intera casa. Anche il mare era tornato dalla parte giusta, non c’era bisogno di alzarsi per controllare, era assolutamente certa che tutto fosse al suo posto, poteva girarsi e continuare a dormire sperando che il sogno non svanisse del tutto. Faceva freddo ma forse non c’era nemmeno bisogno di alzarsi per aggiungere un plaid, mancava qualche ora al mattino e la tempesta di vento non sarebbe entrata in casa, allungò le gambe e si riaddormentò pacificamente.

    (fine)
    Ultima modifica di zucchetta; 14-05-11 alle 19:19

  5. #5
    Bye bye & kisses
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Orione, naturalmente.
    Messaggi
    15,615
     Likes dati
    2,810
     Like avuti
    3,242
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Liù

    Un tuffo in un'altra dimensione, centellinata piano piano.

    Suggestivo, surreale, coinvolgente.
    Con le ali, al buio e nel silenzio da te io volerei.

  6. #6
    Bye bye & kisses
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Orione, naturalmente.
    Messaggi
    15,615
     Likes dati
    2,810
     Like avuti
    3,242
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Liù

    A vederla china, prodigarsi in carezze per consolare la fatica del respiro affannoso, quello di Mirta sembrava il volto stesso dell’amore, quello che aveva ispirato i pittori di ogni tempo. La sua era una faccia senza età, così bella da ipnotizzare chi la vedeva per la prima volta. La magia del suo sguardo era dovuta agli occhi cangianti: erano freddi specchi, ciechi quando non guardavano nulla, riflettevano solo la luce dell’anima di chi li fissava.
    L'infinità dell'essere in pochi sapienti tocchi.

    Abbondanza.
    Il nome teneva fede al personaggio perché questa era veramente tanta, Liù non aveva mai visto una donna tanto grassa: la ciccia le faceva tante piegoline dappertutto, pure agli angoli degli occhi, che sembravano chiusi anche se osservavano tutto pur restando perfettamente immobili. Era un enorme monumento a se stessa, ieratica e composta. Il palmo delle mani appoggiato sui seni enormi, teneva le braccia arcuate con i gomiti che sarebbero stati in fuori se il giro panza non fosse stato ancora più largo; anzi accompagnavano la rotondità del corpo, appoggiandosi alla ciccia che strabordava da un vestito attillato. I capelli incollati alla nuca e tirati in uno chignon grosso quanto una noce e la faccia sembrava ancora più grossa, le labbra rosse e carnose che disegnavano una smorfia di disappunto. Sembrava immobile ed assente, un brivido lungo la schiena avvertì Liù che non era così, pensò che quella montagna umana fosse in qualche modo a capo di quel gruppo di donne, non aveva motivi precisi per pensarlo, forse aveva avvertito qualche vago gesto di rispetto nei suoi confronti, più probabilmente però era solo l’imponenza del suo corpo deforme a creare quell’atmosfera quasi reverenziale. Una luce brillò negli occhi verdi socchiusi, i rotolini di ciccia che appesantivano le palpebre non poterono nasconderlo, quando di colpo li spalancò per osservare la nuova arrivata. Liù era affascinata, si rendeva perfettamente conto che nulla sfuggiva al suo sguardo scrutatore, forse neanche i pensieri che le passavano per il capo in quell’istante...
    Mmm...Kafka o Botero? :-)
    Con le ali, al buio e nel silenzio da te io volerei.

  7. #7
    Sospeso/a
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Usa
    Messaggi
    5,835
     Likes dati
    2,590
     Like avuti
    2,516
    Mentioned
    14 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Liù

    Botero, ma un'Abbondanza estremamente pingue era pure un personaggio, sia pure marginale della mitologia greca.

 

 

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito