Liù
Camminava lungo lo stradone assolato e deserto. Periferia industriale, moderna nel secolo scorso quando c’era il mito del futuro: alti caseggiati senza cortili, costruiti senza pensare al giorno in cui ogni operaio e ogni impiegato sarebbe andato a lavorare in auto. Forse erano stati abbandonati proprio per la mancanza di parcheggi, c’era solo uno stretto marciapiedi tra la strada asfaltata ed i magazzini, grandi e luminosi ma deserti. Quando quel quartiere era nuovo, l’avvenire era tutto davanti, da conquistare con la fatica dell’evoluzione, poi la delusione, i costi di gestione e i primi fallimenti, seguiti dal degrado e dall’abbandono.
Liù era scoraggiata, non sapeva più dove andare e nemmeno cosa stesse facendo in quel luogo, non c’erano negozi e nemmeno dei bar, sembrava tutto chiuso: nessuno che camminava, nessuno che lavorava, era tutto fermo. Camminava pensando al contrasto tra l’evidente aspirazione al bello, al nuovo e al moderno di chi aveva ideato e costruito quel sobborgo e l’indecenza di quei luoghi lasciati a se stessi dopo il collasso dell’economia industriale, ma ammirava stupita quel santuario al modernismo dell’altro secolo: ogni caseggiato, per quanto vuoto, aveva alte vetrate liberty, stranamente pulite, si poteva sbirciare l’interno di quei locali con i soffitti alti e stuccati. Anacronistiche per delle fabbrichette quelle volte altissime e a botte incrociata; più adatte al centro storico, pensava, contrastavano imponenti sui pavimenti di cemento sgretolato e muri di calce, bianchi ma con un alto zoccolo smaltato di verde, come nei vecchi ospedali. Più che magazzini vuoti, sembravano tante chiese, dismesse e ridipinte, con i colonnati neoclassici e i capitelli di stucco, ben conservate e tutte in fila. Una strada di chiesette a schiera, come villini anonimi di periferia.
Tutte fabbriche dismesse, con manovie meccaniche che sembravano uscite da qualche foto d’epoca, oppure, in un’altra, strani alambicchi e calderoni di rame. Chissà, forse quella era stata una distilleria. Poi ancora un altro magazzino con dei macchinari strani, che non si capiva a cosa potessero essere serviti ma belli da vedere come tutti gli oggetti antichi: riccioli di ferro battuto dipinti in nero lucido. Somigliavano a delle vecchie Singer abbandonate in qualche sottoscala, ma erano più alti e imponenti delle macchine per cucire, pensò che potesse trattarsi di una tipografia antica, ma non le interessava più di tanto il saperlo perché era molto preoccupata.
Lei era una buona camminatrice, le piaceva andare a piedi. L’idea di camminare l’era venuta durante uno dei suoi vari tentativi di dieta dimagrante, meglio che la palestra senz’altro, poi era subentrata l’abitudine: il traffico, tirar fuori l’auto dal cortile, trovare parcheggio in centro … tutti motivi molto validi per delle passeggiate anche interminabili. A volte si faceva prendere dall’istinto e girava a caso lungo qualche traversa sconosciuta, in genere si orizzontava abbastanza, era una questione di sopravvivenza visto che aveva abitato in città diverse e che ancora si spostava per lavoro da una città all’altra, anche per diversi giorni. Le capitava magari l’attimo di smarrimento in cui non sapeva più bene che direzione prendere ma con un po’ di pratica aveva scoperto che la strada offre sempre l’indicazione giusta. È difficile perdersi in città, poi c’è sempre qualcuno cui chiedere informazioni, solo i navigatori satellitari boicottano quest’ultimo baluardo di cortesia tra sconosciuti.
Quella strada deserta però stava diventando un incubo,e non riusciva neanche più a ricordare dove fosse, era sicura di essere a Savona, alle Fornaci, ma non riusciva a capire dove potesse essere, in quel quartiere, una zona industriale così vasta e abbandonata. Doveva essere a Genova allora, ma cosa ci era andata a fare? Non rammentava di avere degli impegni là in quei giorni. Se non fosse stato per il mare, avrebbe pensato a Torino, lì si che ci doveva andare, ma pensava proprio di non essere ancora partita.
Anche il mare era un grosso problema, era dal lato sbagliato della città, ne era sicura, cercava di focalizzare la sua attenzione su questo problema: se lei veniva da Ovest, il mare doveva essere sulla destra, se invece giungeva da Est, il mare era a sinistra, quindi lei veniva da Est perché il mare era da quella parte lì, ma lei era sicura di arrivare da ovest e il mare era di sopra, dove dovevano esserci i monti. Per saperlo con certezza bastava guardare dove fosse in quel momento il sole e da che parte stesse volgendo il giorno, ma non sapeva più che ora fosse. Era mattina o pomeriggio? Un’incertezza terribile le paralizzava ogni connessione mentale, stava andando nel pallone. Anzi, c'era già andata, per fortuna, però la sua attenzione
fu distratta da una porta aperta. Tutti i dubbi che avevano, alterato la sua tranquillità furono messi prontamente al bando.




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