L'egemonia leghista nel nuovo centrodestra
di Alessandro Campi
Il Riformista, 10 giugno 2009
Berlusconi nega che il problema esista, forse perché nell’intimo condivide e considera famigliari, per ragioni territoriali e di formazione, gli umori e gli atteggiamenti leghisti. Gli uomini ex di An insistono nel dire che la Lega è un alleato leale, solo un po’ eccentrico, forse perché si riconoscono nelle sue posizioni e nel suo linguaggio più di quanto siano disposti ad ammettere, al punto da inseguirla in ogni sua battaglia.
Per il Popolo della libertà, alla prima prova dopo la sua costituzione formale, l’ultima tornata elettorale era cominciata malino: con la mezza delusione del risultato europeo, dapprima negata, in seguito ammessa, seppure a denti stretti, dallo stesso Berlusconi, che l’ha simpaticamente imputata ai siciliani, a Kakà e alla sua signora. In realtà, alla delusione molto ha contribuito l’aver largheggiato nelle previsioni alla vigilia del voto, errore fatale per un comunicatore di professione: ciò ha fatto sì che la sostanziale tenuta del Pdl - caso piuttosto raro in Europa per un partito al governo - venisse scambiata per una sonora sconfitta o per un allarmante arretramento da un gran numero di osservatori.
Ma l’esito delle amministrative, a distanza di ventiquattro ore, sembra aver rimesso le cose a posto: sul piano politico e dell’umore, tornato improvvisamente gioioso dalle parti di Palazzo Grazioli. La coalizione di centrodestra, grazie anche al buon risultato della Lega, ha capovolto i precedenti rapporti di forza a livello locale: ha largheggiato ovviamente nel Nord, dove ha strappato agli avversari un gran numero di Province e Comuni, ma è arrivata a primeggiare persino nell’Italia centrale un tempo rossa e inespugnabile.
Nel complesso, dunque, il Popolo della libertà è uscito vittorioso e soddisfatto da questo appuntamento elettorale misto. Sennonché dietro l’oggettività dei numeri c’è sempre una verità più profonda da scoprire. In questo caso, il problema è capire chi nel centrodestra oggi saldamente al potere, al centro come alla periferia, abbia vinto e stia vincendo davvero - politicamente, culturalmente - al di là delle cifre e delle percentuali.
Si tratta di chiedersi, per dirla diversamente, di quale natura sia la pressione che la Lega sembra esercitare sempre più e con sempre maggiore insistenza sulla coalizione di centrodestra, specie ora che ha visto crescere i suoi consensi e ampliarsi la sua area territoriale di riferimento. Da questo punto di vista, c’è un episodio che sembrerebbe dirla lunga su come potrebbero evolvere, nel futuro immediato, i rapporti di forza reali tra Popolo della libertà e Lega. Lo scorso lunedì Berlusconi e Bossi si sono incontrati per valutare l’esito del voto e al termine della discussione hanno prodotto un documento nel quale si trova scritto che i leghisti appoggeranno lealmente i candidati di centrodestra ai ballottaggi previsti per il prossimo 21 giugno, ma in cambio il Cavaliere si impegna a non sostenere il referendum sulla legge elettorale che si terrà nella stessa data. Si tratta ovviamente di uno scambio politico, ma ha tutta l’aria di un ricatto bello e buono, secondo un copione che rischia di ripetersi chissà quante volte da qui alla fine della legislatura.
Ma si trattasse solo di questo, appunto di un ricatto, non ci sarebbe nulla di nuovo rispetto a quando, nella Prima Repubblica, i piccoli partiti tenevano sotto scacco costante la balena democristiana. La Lega è determinante per la tenuta della coalizione e ne trae tutte le conseguenze: difende a spada tratta i suoi legittimi interessi senza trascurare il sottopotere. In realtà, il peso crescente che la Lega sembra esercitare sul suo alleato non dipende solo dalla sua capacità tattica e dalla furbizia, al limite della spregiudicatezza, del suo leader e del suo gruppo dirigente. L’impressione è che negli ultimi tempi, in virtù di un lungo lavoro di sedimentazione culturale e politica, la minoranza leghista sia riuscita ad imporre alla maggioranza berlusconiana il suo stile e il suo linguaggio, il suo modo di affrontare i problemi e le sue ricette, le sue priorità e le sue chiavi di lettura della società. In una parola, a dettare la linea e l’agenda. Riuscendo al tempo stesso a capitalizzare a proprio favore ogni provvedimento e misura del governo. E riuscendo altresì a presentarsi sulla scena sempre nei panni dei puri e degli idealisti che si battono per nobili cause, il che significa lasciare agli altri la parte dei cattivi e dei politicanti di mestiere.
Berlusconi nega che il problema esista, forse perché nell’intimo condivide e considera famigliari, per ragioni territoriali e di formazione, gli umori e gli atteggiamenti leghisti. Gli uomini ex di An insistono nel dire che la Lega è un alleato leale, solo un po’ eccentrico, forse perché si riconoscono nelle sue posizioni e nel suo linguaggio più di quanto siano disposti ad ammettere, al punto da inseguirla in ogni sua battaglia. Ma se davvero le cose stanno così, se si sta configurando una crescente egemonia politico-culturale leghista all’interno del centrodestra, perché lamentarsi se gli italiani del Sud che pure si riconoscono nel Popolo della libertà cominciano a dare segni di insofferenza e disertano in massa le urne? E perché sorprendersi se al Nord un numero crescente di elettori di Berlusconi preferisce, da un’elezione all’altra, passare con Bossi?
Il Riformista




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