Da "La Deriva" di Rizzo e Stella.
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Uno scandalo. Che per la prima parte, cioè il diritto al doppio stipendio, cessò nel 1992, per la seconda (parzialmente) nel 1999, quando fu deciso che questi eletti potessero sì continuare ad accumulare la pensione per il lavoro di prima, ma a patto che pagassero di tasca propria almeno una parte dei contributi. Cioè la quota che comunemente è a carico del dipendente: 1'8%. il resto sarebbe comunque rimasto sulle spalle della col*lettività.
Fatto sta che molti decisero di non pagare manco quell'obolo, convinti che un giorno o l'altro sarebbe arrivata un' aggiustatina. Aggiustatina di cui s'è fatto carico appunto, a Parlamento defunto, il nazional-alleato Vincenzo Nespoli. Autore di quell'emendamento di cui dicevamo al «milleproroghe» che, guardato con simpatia da destra e da sinistra, diceva che per quanti avevano «ricoperto funzioni pubbliche elettive o cariche sindacali» venivano riaperti fino al31 marzo 2008 tutti i termini per presentare «la domanda di accredito della contribuzione figurativa per i periodi anteriori allo gennaio 2007». In pratica, dopo quella uguale già infilata di soppiatto nella Finanziaria 2004, una nuova sanatoria. Indecorosa. E bloccata solo dalla scelta di mettersi di traverso, rompendo il complice silenzio degli altri, del dipietrista Antonio Borghesi.
Ma come: ancora? Ancora.
Nelle stesse settimane ne saltava fuori un'altra. Una proposta di legge giacente alla Camera in attesa del momento giusto (un Natale, un Ferragosto, un attimo di distrazione dell'opinione pubblica ... ) per essere votata. O ripresentata nella legislatura a venire. Dice questa leggina che «male ha fatto il legislatore» a legare le indennità dei parlamentari allo stipendio dei presidenti di sezione di Cassazione. Non perché sia troppo alta: al contrario. Primo, perché «ogni volta che c'è un aumento, si scatena un finimondo». Secondo, perché «all'interno della retribuzione parlamentare vi sono da calcolare alcune voci, quali l'assegno di solidarietà e le quote per l'assistenza sanitaria, che incidono al punto da rendere il trattamento economico dei parlamentari inferiore» a quello dei giudici di riferimento. E allora? Allora bisognerebbe fare due cose. Primo, sostituire nella legge 1261 sul trattamento dei deputati e dei senatori la parola «lordo» con «netto», così che i deputati possano sgranocchiare, nel riferimento ai magistrati, altri spiccioli. Secondo: aggiungere un'altra parolina. Uno dei privilegi dei nostri bramini è l'articolo 5 che dice che «l'indennità mensile e la diaria non possono essere sequestrate o pignorate»? Bene: d'ora in avanti, chiede la nuova leggina, non potrà essere pignorato manco il vitalizio. Cioè la pensione .
. . E chi firma questa leggina premurosa verso quelli che Umberto Bossi ha marchiato mille volte come «i magna magna romani»? Matteo Brigandì, avvocato di Bossi, deputato della Lega, «procuratore generale della Padania». Nonché amministratore di Fingroup, la finanziaria del Carroccio, nonostante nel 2006 sia stato condannato in primo grado a due anni dicarcere. Come assessore regionale piemontese, disse l'accusa, aveva sfruttato una legge a favore di chi aveva subito due alluvioni (1994 e 2000) «inducendo in errore la Regione Piemonte» perché fosse data come risarcimento al concessionario d'auto Agostino Tocci «una somma pari a euro 2.824.700,5». Secondo firmatario della leggina che vorrebbe adeguare l'indennità dei parlamentari e proibire il pignoramento anche delle pensioni? il leghista Matteo Garavaglia. Terzo? il leghista Giovanni Fava. il quarto? il leghista Stefano Allasia. E via così ...




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