Sono riuscito a recuperare un altro articolo sulla vecchia POL.



Solo quando ci si ammala, a causa delle malattie invernali, o peggio quando si è ricoverati in ospedale, distesi sul letto, ci si accorge che la cosa che si guarda di più da quella posizione è il soffitto. Lo guardiamo senza vederlo, perché i soffitti delle nostre case e delle cliniche non sono belli. Come ha detto una volta James Hillman nel corso di una conferenza - a Chiavari, nell'aprile del 1996 -, negli uffici, negli alberghi, nelle sale riunioni, nei corridoi, nei centri congressi, negli aeroporti, «ciò che sta lassù è misero, disordinato»: «isole sparse di bocchette di ventilazione, rilevatori di fumo, diffusori, altoparlanti, forse un'insegna rossa per l'uscita affissa in alto, forse una telecamera, e le luci direzionali che accompagnano dovunque, oppure luci incassate, oppure tubi fluorescenti ingabbiati». Ciascuno di noi può ampliare questo elenco pensando ai soffitti che vede ogni giorno.

Il soffitto è la parte più negletta all'interno delle nostre architetture (scuole, ospedali, stazioni, aeroporti). Eppure un tempo nei soffitti abitavano gli dei, là si muovevano gli angeli tra nuvole colorate e decorazioni d'oro e d'argento. Nella conferenza Hillman rimarcava questo abbandono: il soffitto come spazio architettonico ma anche psicologico. Pensate alle cosiddette controsoffittature, ovvero ai molteplici modi attraverso cui s'abbassano i soffitti per risparmiare calore, in realtà perché lo spazio alto, sopra le nostre teste, spaventa.

Oggi le case nuove hanno l'obbligo di non superare i 2,70 metri, mentre sino agli anni 60 i soffitti delle case economiche erano di 3 metri e nei villini signorili di 3,20. Per abbassarli si utilizza polistirolo, cartongesso, materiale plastico. I soffitti moderni, afferma Hillman, «rappresentano l'interiorità non considerata, inconscia che si presenta senza progetto, senza ordine interno». Se alzare gli occhi è un orientamento, e insieme un'aspirazione a un ordine superiore, cosmico, «una fantasia che apra verso le stelle», i nostri soffitti, conclude lo psicoanalista, «riflettono una visione prettamente secolare - miope, utilitaristica, inestetica».

I soffitti sono diventati bianchi solo a partire dall'illuminismo, grazie al perfezionamento dell'arte del gesso, mentre nel passato il soffitto mostrava tutti i dettagli: travi, travetti, tavole. Era il pavimento-posto in alto. E questi elementi venivano lavorati in modo che, dipingendo, levigando, scolpendo il legno, guardare in su diventava un esercizio fantastico. Sono passati undici anni da quella conferenza a Chiavari, ma ancora non si vede all'orizzonte una scuola di architettura che ripensi questo luogo così visto e così rimosso che è la sommità delle nostre case.

M. Belpoliti - «La Stampa», 23 aprile 2007