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  1. #1
    Bushidō
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    Wer Menscheit sagt, will betrügen, “Chi dice umanita’ cerca di ingannarti” (Carl Schmitt)
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    Predefinito Donoso Cortes, la fine della monarchia e la dittatura coronata

    Uno degli aspetti piu' interessanti di Donoso Cortes, mi sembra.
    Cortes, riconoscendo la fine dell'era del legittimismo monarchico, spazzato via dal 1789, dal 1848 e dal 1917, e auspicando al suo posto il sorgere di una 'dittatura coronata' basata sul decisionismo di una guida carismatica che si sarebbe opposta alla decadenza, si distanzia dall'apologia della monarchia moderna che ha ceduto alle istanze della sovversione, quindi dal futile equivoco monarchico d'oggi, l'esaltazione delle monarchie parlamentari.
    Per Cortes, i parlamenti sono i luoghi in cui la borghesia liberale mostra la sua intima natura corrotta di 'clasa discutidora' incapace di decidere. Il dittatore, colui che decide, rappresenta invece l'essenza della sovranita'. Non a caso Schmitt nella sua teoria della decisione riprende il discorso fatto da Cortes sulla dittatura.
    Questo decisionismo autoritario ricorda il cesarismo invocato da Oswald Spengler: anche per Spengler era necessaria una guida carismatica, un Cesare, che doveva ergersi contro il declino. Julius Evola tuttavia si lamenta di come il cesarismo spengleriano non rappresentasse una soluzione 'organica' e fosse quindi destinato a esaurirsi concludendosi in un nulla di fatto. Il cesarismo dovrebbe essere solo un periodo di transizione verso il ripristino di un vero stato organico.
    Ultima modifica di Giò; 31-05-11 alle 19:12

  2. #2
    Bushidō
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    Predefinito Rif: Donoso Cortes, la fine della monarchia e la dittatura coronata


    dal Discurso sobre la dictadura:

    << [...] Dal principio del mondo fino ad ora si è discusso se convenisse di più, per evitare le rivoluzioni e i torbidi, il sistema della resistenza o quello delle concessioni. Ma, fortunatamente, questo, che dal primo anno della creazione fino al 1848 è stato un problema, oggi è superato. Se il male che sento in bocca me lo permettesse, farei una rassegna di tutti gli avvenimenti dal febbraio ad oggi che provano questa mia asserzione: ma mi accontenterò di ricordarne due.
    In Francia la monarchia, che non resistette, fu vinta dalla repubblica, che appena aveva forza per muoversi: e la repubblica, che appena aveva forza per muoversi, vinse il socialismo perché resistette.
    A Roma, che è l'altro esempio cui voglio accennare, che cosa è accaduto? Non era lì il vostro modello? Ditemi, se foste pittori e voleste dipingere il modello di un re, chi mai scegliereste se non Pio IX? Signori, Pio IX volle essere, come il suo divino Maestro, magnifico e liberale; tese la mano agli esuli e li rese alla loro patria; ai riformisti dette riforme, ai liberali la libertà; ogni sua parola fu un beneficio. Ed ora ditemi, signori, i suoi benefici non sono stati uguagliati, se non superati, dalle loro ignominie? Visto ciò, non è da considerare superato il sistema delle concessioni?
    Signori, se qui si trattasse di scegliere tra la libertà, da un lato, e la dittatura dall'altro, non vi sarebbe alcun dissenso; chi, potendo abbracciare la libertà, si inginocchierebbe dinanzi alla dittatura? Ma non è questo il problema. La libertà non esiste di fatto in Europa; i governi costituzionali, che negli anni addietro la rappresentavano, non sono ormai, quasi dappertutto, che uno spettro, uno scheletro senza vita. Ricordate una cosa, ricordate Roma imperiale. In essa esistevano tutte le istituzioni repubblicane: esistevano i dittatori onnipotenti, i tribuni inviolabili, le famiglie senatorie, i consoli eminenti. Tutto ciò esisteva, ma una sola cosa mancava: la repubblica.
    Così sono, in quasi tutta l'Europa, i governi costituzionali; e l'altro giorno senza pensarlo, senza saperlo, il signor Cortina ce lo ha dimostrato. Non ci ha detto, e con ragione, che preferiva ciò che dice la storia a ciò che dicono le teorie? Ebbene, mi appello alla storia. Cosa sono, signor Cortina, quei governi con le loro legittime maggioranze, vinti sempre dalle turbolente minoranze? Con i loro ministri responsabili che non rispondono di nulla, con i loro re inviolabili sempre violati? Così, signori, come ho detto prima, la questione non è tra la libertà e la dittatura: se fosse così, io voterei per la libertà, come tutti voi.
    Ma la questione è diversa, si tratta di scegliere tra la dittatura dell'insurrezione e quella del governo: in questo caso scelgo la dittatura del governo, come la meno pesante e ingiuriosa.
    Si tratta di scegliere tra la dittatura che viene dall'alto e quella che viene dal basso; io scelgo quella che viene dall'alto perché viene da regioni più limpide e serene; si tratta di scegliere, insomma, tra la dittatura del pugnale e quella della spada: scelgo questa, perché più nobile.
    Signori, nel votare saremo divisi e conseguenti a noi stessi. Voi, come sempre, voterete per ciò che è più popolare; noi, come sempre, per ciò che è più salutare.
    >>

    Juan Donoso Cortés, Marchese di Valdegamas. Discorso pronunziato in Parlamento il 4 gennaio 1849 in difesa dei poteri straordinari concessi al generale Ramón Maria Narvàez (1800-1868), che, dopo l'insurrezione del 1848 a Madrid, Barcellona e Siviglia, affrontò con impegno ed energia la situazione e riuscì a riportare la calma nel Paese. Narvàez, che nel 1820 si era pronunciato in favore dei princìpi rivoluzionari e progressisti, fu, dal 1844 al 1866, salvo alcune interruzioni, a capo del governo spagnolo. Modificando in parte la linea del suo giovanile programma liberale, divenne uno dei maggiori uomini politici della Spagna ed il maggiore sostenitore della regina Isabella.
    Ultima modifica di Hagakure; 31-05-11 alle 16:12

  3. #3
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    Predefinito Rif: Donoso Cortes, la fine della monarchia e la dittatura coronata

    Citazione Originariamente Scritto da Hagakure Visualizza Messaggio
    Uno degli aspetti piu' interessanti di Donoso Cortes, mi sembra.
    Cortes, riconoscendo la fine dell'era del legittimismo monarchico, spazzato via dal 1789, dal 1848 e dal 1917, e auspicando al suo posto il sorgere di una 'dittatura coronata' basata sul decisionismo di una guida carismatica che si sarebbe opposta alla decadenza, si distanzia dall'apologia della monarchia moderna che ha ceduto alle istanze della sovversione, quindi dal futile equivoco monarchico d'oggi, l'esaltazione delle monarchie parlamentari.
    Per Cortes, i parlamenti sono i luoghi in cui la borghesia liberale mostra la sua intima natura corrotta di 'clasa discutadora' incapace di decidere. Il dittatore, colui che decide, rappresenta invece l'essenza della sovranita'. Non a caso Schmitt nella sua teoria della decisione riprende il discorso fatto da Cortes sulla dittatura.
    Questo decisionismo autoritario ricorda il cesarismo invocato da Oswald Spengler: anche per Spengler era necessaria una guida carismatica, un Cesare, che doveva ergersi contro il declino. Julius Evola tuttavia si lamenta di come il cesarismo spengleriano non rappresentasse una soluzione 'organica' e fosse quindi destinato a esaurirsi concludendosi in un nulla di fatto. Il cesarismo dovrebbe essere solo un periodo di transizione verso il ripristino di un vero stato organico.
    Che dire Hagakure, hai colto l'aspetto più positivo di Donoso Cortes, evidenziato gia dai grandi uomini della Destra europea -Carl Schmitt o Julius Evola nel dopoguerra. Mi riferisco al decisionismo, forma più positiva del cesarismo, o del bonapartismo -per fare qualche concessione anche alla Francia autoritaria napoleonica. Esigenze sentite già ieri da Benito Mussolini e Oswald Spengler, e valide oggi che l'Europa rischia di eclissarsi.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Donoso Cortes, la fine della monarchia e la dittatura coronata

    La crisi del legittimismo monarchico imponeva soluzioni politiche differenti dalla monarchia "assoluta" o fondata sul principio della legittimità dinastica.
    Donoso Cortes, prendendo atto di ciò, riconobbe la necessità di una dittatura coronata, fondata non più sul principio della legittimità ma sulla decisione.
    Va tenuto conto che Donoso Cortes sposa questa visione perché vede sempre più imminente l'approssimarsi dello scontro, dalle tinte apocalittiche, fra il Cattolicesimo Romano e il socialismo ateo e fondamentalmente anarchico.
    Di fronte a tale netta antitesi solo la "decisione pura" avrebbe potuto contrastare efficacemente l'incedere della sovversione socialista, ritenuta di natura prettamente diabolica e demoniaca, in quanto ribellione dell'uomo a Dio e peccato d'orgoglio e superbia.
    Pur riconoscendo Dio quale unica fonte della sovranità politica e l'esistenza di una legge naturale - di carattere universale - quale 'partecipazione' alla legge divina, il marchese di Valdegamas si rende conto che nell'emergenza non può esservi alcuna forma di discussione.
    Ecco perché il liberalismo non solo è giudicato negativamente, ma risulta - agli occhi di Donoso Cortes - del tutto insufficiente, anche nella sua versione borghese conservatrice, perché incapace di una decisione chiara e netta: «La scuola liberale non dice mai "io affermo" o "io nego", ma invece dice sempre: "io distinguo"».
    Fra Cristo e Beliar non vi può essere "terza via" o "indecisione": bisogna scegliere o l'uno o l'altro.
    Chi non si schiera è destinato a soccombere in ogni caso.
    La dittatura coronata di Donoso Cortes - fortemente reazionaria - non può essere assimilata del tutto, nonostante le somiglianze, al "cesarismo" spengleriano.
    Il cesarismo descritto da Spengler ha una forte carica popolare. Il dittatore coronato invece ha una legittimità superiore; non prescinde dal consenso popolare ma è nettamente al di sopra di esso, in quanto non vi dipende. La dittatura coronata è simile ad un "regno-senza-re", in cui un uomo carismatico assume su di sé tutto (o quasi) il potere che aveva precedentemente in mano il monarca. E' vero che, seguendo l'analisi schmittiana di Donoso Cortes, parlare di "legittimità superiore" in riferimento alla dittatura coronata è discutibile, se non sbagliato, perché la dittatura coronata è decisione, non legittimità. Ma per "legittimità superiore" va inteso, in tal senso, il fatto che la dittatura coronata sia sempre autorità proveniente dall'alto e non dal basso. Sia il "cesare" di Spengler che il dittatore coronato sono uomini carismatici, "signori" e sovrani, nel senso schmittiano di "sovrano è chi decide sullo stato d'eccezione".
    Però il cesarismo spengleriano è espressione - per certi versi - di un populismo demagogico naturalmente fazioso e "partigiano", mentre la dittatura coronata di Donoso Cortes non vuole ammaliare le masse, ma è contro la rivolta di esse all'autorità che vuole operare.
    Sarebbe interessante vedere dove il Fascismo italiano potrebbe collocarsi fra i due modelli.
    Indubbiamente, il Fascismo ha molti tratti di entrambi.
    Benito Mussolini stava ai Fasci di Combattimento, ai ras e agli squadristi così come Cesare stava ai populares, a Clodio e alle sue milizie paramilitari, nell'analisi spengleriana.
    Ed in effetti, se consideriamo il fatto che Mussolini spesso dovette frenare le violenze degli squadristi e dei ras, così come Cesare spesso e volentieri dovette intervenire per calmare le frange più estreme della sua fazione, senza comunque poter mai fare a meno entrambi dei propri sostenitori, il paragone non è affatto distante dalla realtà.
    Però Mussolini diventa il Duce non solo del Fascismo ma dell'Italia intera perché è il Re a dargli questo potere. In un momento di crisi - quella del primo dopoguerra -, la monarchia italiana - per anni in balia delle logiche perverse e paralizzanti del parlamentarismo liberale italiano - dà a Mussolini la Presidenza del Consiglio dei Ministri, permettendogli di agire in piena libertà, de facto indipendentemente dallo Statuto albertino e da tutti gli orpelli costituzionalistici del precedente regime liberale.
    Mussolini diviene il "condottiero" della nazione italiana che ha sconfitto il bolscevismo anti-nazionale e ha difeso la patria dai germi della sovversione socialista. Il Duce ha risanato lo Stato, dandogli fondamento nuovo e più solido del precedente, concependolo in termini di autorità, sovranità, ordine e gerarchia. Ecco che Mussolini quindi appare sempre più chiaramente come l'uomo carismatico che ha potuto sconfiggere la sovversione con una efficace (contro)rivoluzione perché ha posto fine alle inutili discussioni parlamentari facendo pieno uso della "decisione".
    La classe "discutidora", cioé la borghesia liberale, ora non "parla", non "distingue" più perché Mussolini l'ha scalzata, prendendo il potere e decidendo sovranamente, ponendosi al di sopra di tutte le fazioni, persino al di sopra della sua, indipendentemente dagli umori delle masse e dell'opinione pubblica (molto scossa dagli episodi di violenza, come il "delitto Matteotti").
    E "La Dottrina del Fascismo" (1932) cos'è se non un innegabile insieme di "negazioni assolute" e "affermazioni sovrane"?
    Non ha in sé il Fascismo una vera e propria "mistica della decisione"?
    In questo aspetto, sotto questo versante, Mussolini e il regime fascista italiano incarnano rispettivamente il dittatore coronato e la dittatura coronata di "donosiana" memoria.
    Il Fascismo però si distingue da entrambi per un solo aspetto, ma fondamentale: quello fascista italiano, nonostante i compromessi fatti, è un regime che governa totalitariamente la nazione e che, pur non essendo affatto schiavo della plebe e dei suoi umori, attua una forte nazionalizzazione delle masse per avvicinare il popolo allo Stato e alle sue istituzioni.
    Ultima modifica di Giò; 31-05-11 alle 21:09

 

 

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