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    Bushidō
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    Wer Menscheit sagt, will betrügen, “Chi dice umanita’ cerca di ingannarti” (Carl Schmitt)
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    Predefinito La storia della Banca d’Italia

    Le radici storiche della truffa del debito pubblico, dalle monete d’oro duosiciliane del portatore alla cartamoneta piemontese della banca privata.



    La Banca Nazionale degli Stati Sardi nacque dalla fusione tra la Banca di Torino e la Banca di Genova, come società privata, nel 1849. Grazie alle pressioni di Cavour si vide affidata compiti di Tesoreria di Stato. Aveva una sede a Torino e un'altra a Genova. La sede di Torino fu alquanto attiva, in quanto vi era una forte contiguità col governo. La Banca divenne il braccio finanziario di Cavour, essendo l'unica banca autorizzata ad emettere cartamoneta. Il 24 maggio 1851, Cavour, presentò un disegno di legge che autorizzava la Banca a portare il suo capitale da 8 a 16 milioni, imponendole in pari tempo l'obbligo di istituire due succursali a Nizza e a Vercelli e di assumere le funzioni di cassiere dello Stato. Con la nascita del Regno d'Italia prese la nuova denominazione di Banca Nazionale del Regno d'Italia. Nel 1893 si unì alla Banca Nazionale Toscana. Sotto il fascismo vennero create prima l'IMI e poi l'IRI; lo Stato con i due enti acquistò le azioni ormai prive di valore delle banche private e nel 1936 la Banca d'Italia divenne un istituto di diritto pubblico. Nel 1992 con la privatizzazione delle tre banche di Stato dell’Iri Prodi trasferitì alla mano privata le quote pubbliche della Banca d'Italia.





    Si sente quotidianamente parlare di debito pubblico, che aumenta vertiginosamente coi suoi interessi, eppure molti si chiedono cosa sia in realtà il debito che tutti i cittadini hanno con la banca di emissione. Nell’anno del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, croce e delizia del dibattito politico corrente, è bene partire dalla storia immediatamente preunitaria per comprendere cosa produce il debito e come si è giunti ai giorni nostri.

    Nel 1849 si costituì in Piemonte la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata. Camillo Benso conte di Cavour aveva propri interessi in quella banca così, da capo del governo e politico influente del Regno, impose al parlamento dei Savoia di affidare a tale istituzione il prezioso compito di tesoreria dello Stato, compresa l’emissione. Una banca privata quindi emetteva e gestiva denaro dello Stato.

    A quei tempi l’emissione di carta moneta veniva fatta solo dal Piemonte, mentre il Banco delle Due Sicilie emetteva monete d’oro e d’argento. La carta moneta del Piemonte contava su una riserva d’oro di circa 20 milioni, con un rapporto per cui ogni tre lire in banconote era disponibile una lira d’oro.

    A causa delle continue guerre perpetrate dai Savoia, la convertibilità in oro non poté continuare, così, ancora prima dell’unità del Regno d’Italia (1861) la carta moneta piemontese era diventata praticamente carta straccia a causa dell’emissione incontrollata che se ne fece (gli USA fecero la stessa cosa, infatti il 15 agosto del 1971, il presidente Nixon annunciò a Camp David la decisione di sospendere la convertibilità del dollaro in oro, abrogando unilateralmente gli accordi di Bretton Woods e svincolando il dollaro dal cambio con l’oro).

    Appena conquistata l’intera penisola, i piemontesi misero immediatamente le mani nelle banche degli Stati annessi, mentre la Banca Nazionale degli Stati Sardi cambiò nome in Banca d’Italia.

    Dopo l’occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d’oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi del Sud avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di ben 1200 milioni e sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano.

    Le loro riserve auree invece passarono progressivamente nelle casse piemontesi. Tuttavia, tutto quell’oro rastrellato al Sud non entrò nei caveaux della nuova Banca d’Italia: evidentemente aveva preso altre vie. Ad esempio andò a finanziare la costituzione di imprese al nord operato da banche, subito costituite per l’occasione, che erano socie della Banca d’Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco Sconto e Sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di Sconto di Torino.

    Le ruberie operate e l’emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretato già dal 1 maggio 1866, il corso forzoso, cioè la lira non poté più essere cambiata in oro.

    Da qui incominciò a nascere il debito pubblico: lo Stato per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta a una banca privata.

    Il debito pubblico non è il debito che i cittadini hanno con la banca centrale, bensì il prestito che i cittadini fanno alla banca centrale sotto forma di titoli di stato. I soldi con cui i cittadini comprano i titoli di stato sono spesi dal governo o dalla banca dello stato (che come abbiamo notato sono la stessa cosa). Gli interessi sul debito pubblico ‚(che lo stato deve ai cittadini contraenti attraverso i titoli di stato) non sono ricavati dall’investimento dei soldi che hanno acquistato i titoli, bensì dalle imposte che gravano sempre sui cittadini. Così le tasse anziché finanziare nuovi investimenti servono per pagare gli interessi! E aumentando in modo spropositato il debito pubblico, aumenteranno gli interessi da pagare e quindi le imposte (oppure diminuiranno i servizi pubblici) in un processo difficile da arrestare. Da questo punto di vista, il debito pubblico non fa altro ‚che consolidare una fascia di creditori dello stato che si assicurano tramite‚ i titoli comprati una rendita, che è parte delle imposte.

    Come uscirne? Tornando a utilizzare il debito per produrre, alimentando un profitto che superi gli interessi dunque riorganizzando una produzione statale. Si diceva che la privatizzazione delle aziende nazionali avesse portato servizi migliori a prezzi più competitivi grazie alla maggiore competizione: è tutto falso! La competizione è una chimera poiché in molti settori le aziende operano indisturbate o quasi (si pensi ad esempio ai trasporti ferroviari o al trasporto pubblico locale) inoltre, laddove vi sono molte aziende, si creano cartelli che di fatto non giovano ad alcuna riduzione di prezzo né miglioramento di servizi (si pensi alla telefonia fissa e mobile, alle assicurazioni, ai distributori di carburante). Così a pagare sono sempre i consumatori che, quanto meno, prima creavano valore per lo stato, quindi per loro stessi, oggi invece creano valore per un ristrettissimo oligopolio privato che accumula, accumula, e le tasse dirottano dai servizi pubblici, sempre minori, agli interessi di un debito pubblico mastodontico.

    Ecco perché si pagherà sempre più quello che prima era offerto a prezzi politici: scuola, università, sanità, luce, acqua, gas, telefono, riempiendo le tasche di pochi capitalisti senza scrupoli che fanno della politica la propria segreteria tuttofare, pagata coi soldi della stragrande maggioranza di cittadini, vessata, precaria, tartassata e sfruttata da nascita a morte. E le tasse aumenteranno comunque.

    L’Unione europea non è altro che un mega accordo finanziario per rafforzare il capitale privato di un’area politica che sarebbe potuta diventare (e può ancora diventare) una superpotenza e invece è un complicato groviglio di interessi corporativi racchiusi entro gli stati membri, tenuti assieme da una moneta unica privata che ai cittadini ha causato solo un drammatico continuo esborso in termini di potere d’acquisto. Prima dell’euro eravamo tutti più ricchi anche guadagnando la metà.

    Lo Stato, quindi, storicamente a causa di Cavour & soci, ha ceduto la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché appartiene al popolo sovrano e allo Stato che lo rappresenta).

    Da quando nel 1935 fu decretato definitivamente che la lira non fosse più ancorata all’oro, il valore della carta moneta derivò semplicemente e unicamente dalla convenzione di chi la usa e accetta come mezzo di pagamento.

    La carta moneta, dunque, è carta straccia e in realtà alla Banca d’Italia (che è privata), a cui si dovrebbe pagare il debito pubblico, non si dovrebbe invece dare nulla.

    E’ necessario ricordare che ancora oggi le quote dell’attuale Banca d’Italia sono possedute da varie Banche e Assicurazioni, cioè enti privati su cui la Banca d’Italia dovrebbe vigilare. Da tutto questo si può facilmente comprendere in mano a chi siamo e che, in quanto la Banca d’Italia e i suoi soci azionisti hanno un immenso potere finanziario e conseguentemente politico, qualsiasi governo in Italia non conta nulla. E quando ci sono i governi in crisi, il premier è quasi sempre un governatore della Banca d’Italia (accadde con Ciampi e Dini, ora si parla di Draghi, Carli addirittura a un certo momento assume la presidenza della Confindustria, per poi tornare al governo - assistenzialista - come ministro del Tesoro).

    Oggi la Banca d’Italia è tra i soci della Banca Centrale Europea (BCE), istituto di emissione dell’Euro, ma nulla cambia in sostanza.

    Rielaborato da "Savoia a bolletta salvato dai Rothschild" e "Le radici storiche della truffa del debito pubblico".
    Immagine da "Decreto nel quale la Banca Nazionale (nel regno d’Italia) darà a mutuo al Tesoro dello Stato".
    Ultima modifica di carlomartello; 08-06-11 alle 12:53

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  2. #2
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    Predefinito Rif: La storia della Banca d’Italia



    Giorgio Napolitano con Carlo Azeglio Ciampi, Giana Petronio Andreatta e Tommaso Padoa Schioppa celebra Beniamino Andreatta


    Bankitalia. La Banca del Malaffare

    Ugo Gaudenzi - “Rinascita” 9 Settembre 2005


    C’era una volta il gruppo dei quattro. Il suo collante, nel biennio 1992-1993, era l’impegno nel lavoro per il Nemico. E il Nemico – dello Stato italiano, delle sue imprese pubbliche strategiche, della sua sovranità residua, seppur limitata - si annidava nelle ovattate stanze della Grande Finanza, internazionale e nazionale, decisa a smantellare lo stato sociale, la tutela del lavoro, la gestione pubblica delle maggiori attività produttive italiane. Con punta di diamante la compagnia Goldman&Sachs.
    Certo, non si trattava di un’offensiva diretta esclusivamente contro il governo di Roma e il popolo italiano. La caduta del Muro di Berlino, il crollo dell’Urss, aveva reso gli “Stati nazionali” ancora gelosi della propria indipendenza politica ed economica – fino ad allora utilizzati, o, meglio: sopportati dai Signori del Denaro perché “aree cuscinetto”, zone di equilibrio nel mezzo del confronto tra Washington e Mosca – ormai inutili e da abbattere.
    Soltanto così si possono spiegare le ondate di delegittimazione politica e devastazione economica che hanno travolto in quegli anni i vari poteri governativi semi-indipendenti alla guida del Giappone di Tanaka o della Spagna di Gonzalez o del Perù di Garcia, dell’Italia di Craxi o della Germania di Kohl.

    Ondate che dichiaravano la “trasparenza sul commercio internazionale” (per irreggimentarlo in regole di mercato asfittiche e privatistiche e che naturalmente escludevano gli Usa, poi culminate nell’Omc); che operavano per le cosiddette “liberalizzazioni”, “deregolamentazioni”, “privatizzazioni” delle economie nazionali; che culminarono nell’epopea di “Mani Pulite” e nella contestuale presa del potere di agenti dell’usura e della speculazione internazionale.
    Ecco quel gruppo dei quattro (usiamo una locuzione cara a chi si intende di politica contemporanea cinese: i detrattori chiamavano quel gruppo la “banda di Shangai”) era allora composto da tali Ciampi – governatore di Bankitalia – Andreatta – ministro – Draghi direttore generale del Tesoro, dal 2002 in forza alla Goldman&Sachs – e Prodi – presidente dell’Iri, consulente del cliente-Iri Unilever, inventore di Nomisma e oggi leader dell’opposizione naturalmente finanziato dalla solita Goldman&Sachs. A questo gruppo si unì con lestezza, alla 8 settembre, anche tale Amato, già delfino di Craxi.

    Chi legge questo giornale – o chi ha letto gli scritti dell’EIR, l’Executive Intelligence Review, o l’Uomo libero, o i saggi di Blondet – sa di cosa parliamo. Parliamo della doppia grande rapina ai danni dell’Italia, degli Italiani tutti, compiuta in quegli anni. Parliamo precisamente di un convegno sul “Britannia”, l’allora panfilo reale di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra, dove alcuni di questi signori negoziarono la svendita del patrimonio pubblico italiano al peggior offerente, sponsor il governatore della Banca Centrale britannica. Parliamo della conseguente mancata difesa della lira dalle speculazioni monetarie (acquistavano le lire all’estero a minor prezzo e le rivendevano in Italia alla massima quotazione) organizzate dalle banche d’affari e da speculatori quali Georges Soros, finanziato dalla Goldman&Sachs, della svalutazione della nostra moneta, della sua fuoriuscita dalla gabbia di parità del sistema monetario europeo, della conseguente super-stangata fiscale ai danni degli italiani iniziata da Amato e ripetuta via via negli anni dai suoi compagni di merenda. Parliamo della cosiddetta “collocazione all’estero” dell’indebitamento dello Stato nazionale con i suoi cittadini: un debito intra-familiare mefistofelicamente trasformato in un debito con l’estero, con le banche, le finanziarie, le assicurazioni che operano e speculano sui “mercati”. Parliamo della svendita totale di ogni gioiello produttivo italiano. Dell’addio alle produzioni strategiche che avevano fatto dell’Italia il quinto Paese più avanzato del mondo, della canalizzazione dell’economia nazionale nei binari del terziario, dei servizi, nel ruolo di camerieri del resto del mondo. Di un’Italia ridotta da questi Signori a Paese sottosviluppato fornitore di spettacoli, moda e null’altro.

    Ecco. Una dozzina di anni fa si compì un misfatto a irreversibile danno del popolo italiano. Che da creatore di ricchezza, si trova oggi nelle secche della disoccupazione, del lavoro precario, della mancanza di avvenire.
    E per quel misfatto, per quella grande rapina del futuro nazionale, nessuno ha ancora pagato.
    Anzi: al grande speculatore Soros è stato lo stesso Prodi a procurare, all’Università di Bologna, una laurea ad honorem in economia. Come ringraziamento per aver assestato un colpo mortale all’economia nazionale, evidentemente.
    Già, i nomi sono noti a tutti.
    Ma tutti sanno, anche i più sprovveduti, che “lupo non mangia lupo”.
    Eppure qualcosa può repentinamente mutare. Gli scricchiolii sotterranei del capitalismo finanziario, hanno aperto crepe nel terreno, sotto gli occhi di tutti.
    La stessa vicenda del “Fazio-gate”, un governatore che non ha fatto altro che seguire imperterrito la corrente dei suoi predecessori, lottizzando la Bnl all’Unipol diessina e la Antonveneta alla Bpi leghista, nella sua chiara insignificanza visto come vanno le cose in Italia dal dopoguerra in poi (altro sarebbe stato chiedere la testa di Fazio per non aver controllato Tanzi o Cragnotti, o le piramidi albanesi o i bond argentini… ma ciò non si è dato), è un evidente bluff di copertura. E l’intervento di Ciampi e dei governanti bipartisan di questa Repubblica – Berlusconi e Fassino – ne è la prova.

    Non si vuole che, scoperchiata un millimetro la pentola di una Banca – quella d’Italia – fuoriesca tutta la sua melma. Quella della sua composizione privatistica, della sua proprietà azionaria (banche private, assicurazioni private, finanziarie private, banche estere controllate da banche d’affari cosmopolite). E quella del suo ruolo usuraio nei confronti dei cittadini – ai quali “vende” ad interesse la loro stessa moneta – e del suo ruolo di “garante” di tutela degli interessi speculativi della grande finanza internazionale.
    Proprio su quest’ultimo punto – mentre i giornali (in)dipendenti italiani punteranno le loro cronache e i loro commenti sulla “ritirata” di Fazio dalla riunione di Manchester, o sul colore del suo vestito, o sulla caduta di folta forfora sulla sua giacca, lasciamo la parola al presidente del Consiglio italiano che, al tempo, si era accorto di questa grande truffa, che l’aveva indicata, denunciata. Ma che era stato anche azzittito ed ostracizzato, perché troppo indipendente nei giudizi, perché non suddito degli interessi di Wall Street o della City.

    A Bettino Craxi.
    Che da Hammamet, il 2 febbraio 1997, dopo uno scambio di documenti con Venier, aveva inviato una lettera al Corriere della sera (e poi a Repubblica), quantificando il danno che Ciampi aveva procurato all’Italia in 14 mila miliardi di lire. Un saldo negativo di un’estate, quella del 1992, che proprio il governatore attuale, il “culo di pietra”, come lo chiamano i suoi attuali nemici, Antonio Fazio, pochi giorni dopo la sua nomina aveva quantificato in 48 miliardi di dollari. Tutti da ascrivere all’allora appena giubilato in “politica” ex governatore Carlo Azeglio Ciampi.
    Che dovrebbe essere lui a rassegnare le dimissioni. E senza alcuna “moral suasion”.

    La denuncia di Craxi
    “Leggo su Repubblica, a proposito della svalutazione della lira del ‘92, tornata agli onori della cronaca giudiziaria e giornalistica, un articolo a firma Elena Polidori, nel quale vengono attribuite a Ciampi alcune spiegazioni dalle quali risulterebbe:
    1) Che la difesa ad oltranza ed il cedimento del 14/9/92 sarebbero state decisioni del governo, con Banca d’Italia solo in un ruolo consultivo. Questa affermazione è in contrasto con ciò che si legge in un libro di Barucci (pg 52-59). Il “consigliere” Ciampi bene a conoscenza delle intenzioni tedesche (non intervento a sostegno, con il che il capitolo era chiuso), delle forze in campo e quant’altro, sarebbe stato ascoltato o no? Ciampi non dice ora della sua posizione dell’epoca, che invece risulta descritta in modo chiaro nel libro dell’ex ministro del Tesoro.
    2) Le considerazioni di Ciampi sull’utilità dell’emergenza, la cultura della stabilità, etc... in relazione all’enorme spreco di risorse che fu messo in atto, valgono quanto quelle di Barucci a proposito dei vantaggi che ne avrebbero tratto le “api industriose” e cioè, nulla. Osserviamo invece che, né Ciampi, né Barucci dicono se la lira era o non era sopravvalutata in termini reali, rispetto alle principali monete europee. Non lo era affatto. Secondo i dati Istat, il grado di copertura della bilancia commerciale italiana è stato: 91,8% nel 1989 93,5% nel 1990, 92,91% nel 1991. Considerando l’interscambio beni e servizi, tale grado di copertura risulta del 98% per il ‘91 e il ‘92. Si trattava quindi di valori normali. L’interscambio commerciale dell’Italia era sostanzialmente in equilibrio e quindi non appariva certo necessaria una consistente svalutazione per motivi di bilancia commerciale. Lo squilibrio era provocato solo da transazioni speculative. Di fronte all’attacco speculativo, il governo e la Banca d’Italia non adottarono alcune misure eccezionali, necessarie e giustificate, che potevano essere prese e che erano le sole utili a fronteggiare quella situazione, mentre invece si gettarono in una solitaria e costosissima difesa della lira, che finì come finì, e cioè con un capitombolo a tutto vantaggio della speculazione.
    3) Vediamo meglio quanto l’Italia finì con il perdere. Secondo Eurostat le “disponibilità ufficiali lorde indivise convertibili” dell’Italia, a fine 1991, erano 33.329 milioni di ecu, corrispondenti all’epoca a circa 52mila miliardi di lire e a circa 42 miliardi di dollari Usa. La cifra, ripetutamente indicata in 48 miliardi di dollari Usa, gettata nella fornace del mercato in difesa della lira, sarebbe del tutto comparabile con la disponibilità. Sempre secondo l’Eurostat la disponibilità italiana in divise convertibili è diminuita da fine 91 a fine 92, di circa 18 mila miliardi. La cifra di 14mila miliardi persa nei soli tre mesi tra luglio e settembre ‘92 appare concordante con le statistiche Eurostat.
    4) la speculazione fece affari straordinari. Basta, come esempio, il caso che riguarda l’operatore finanziario internazionale Soros. Secondo notizie apparse sulla stampa, Soros avrebbe ottenuto un prestito di un miliardo di dollari Usa al 5 per cento. Con un esborso di 50 milioni di dollari avrebbe conseguito un profitto di 280 milioni di dollari. Un affare d’oro. Non per niente venne poi insignito della laurea homoris causa dall’Università di Bologna.
    Tanti altri parteciparono all’operazione. Del resto risulta del tutto credibile la possibilità di realizzare consistenti profitti, soprattutto se si può stimare con buona sicurezza il momento della svalutazione”.
    Bettino Craxi

    Pochi giorni prima, il 30 gennaio del 1997, sempre nascosto in una pagina interna, il Corriere della sera aveva già dato spazio all’ex presidente del Consiglio, che si chiedeva:
    “...certamente sarebbe interessante accertare quali gruppi finanziari italiani, e se per caso anche istituti di credito nazionali, abbiano partecipato, rafforzandolo, all’assalto condotto dalla speculazione internazionale contro la lira”.

    Bettino Craxi
    Bankitalia. La Banca del Malaffare
    Ultima modifica di carlomartello; 03-09-11 alle 04:16

  3. #3
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    Predefinito Rif: La storia della Banca d’Italia



    Ciampi, Draghi, Marini, Napolitano, Padoa-Schioppa e Prodi in occasione della Giornata di Studio in memoria di Andreatta


    In margine a una polemica illuminante

    Sconcertanti affermazioni e interrogativi inquietanti sulla "religione di Bankitalia"

    Articolo apparso sul n. 230 di Cristianità

    Indiscrezioni sui rapporti storici e di fatto fra i Poteri della Repubblica Italiana e considerazioni di principio suggerite da difensori non officiati e non ufficiali di un servizio che sarebbe prevaricatore.



    Talora un episodio di cronaca permette — quasi si trattasse di una fessura — di vedere, o almeno di intravedere, quanto consuetamente sfugge allo sguardo, quindi all’attenzione, della comune degli uomini. E lo spettacolo intravisto può sconcertare, e perfino inquietare, soprattutto quando riguardi realtà di rilievo della vita politico-sociale. Mi pare si sia offerto uno di questi "colpi d’occhio" nel quadro dell’aggressione multimediale — per parlare di "dibattito" sarebbe necessaria la presenza di idee — di cui è oggetto il Governo guidato dall’on. Silvio Berlusconi.

    1. Secondo un dispaccio diffuso in data 31 maggio 1994 dall’ANSA, l’Associazione Nazionale Stampa Associata, l’on. Maurizio Gasparri, sottosegretario al ministero degli Interni, ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma: "Siamo molto rispettosi dell’autonomia della Banca d’Italia e consapevoli della grande competenza e saggezza del Governatore, ma è evidente la necessità di una concertazione con il Governo per quanto attiene scelte di vertice molto delicate.

    "Non vorremmo che alla Banca d’Italia qualcuno pensasse di attuare un blitz per nominare Padoa Schioppa alla Direzione Generale. Non vorremmo che Ciampi, indicato dal Fronte Progressista come possibile suo leader di Governo, interpretasse in maniera estensiva il suo ruolo di Governatore onorario. Qualcuno infatti pensa, ma noi siamo certi che così non è, che l’area politica sconfitta alle elezioni intende ostacolare in ogni modo la politica economica e monetaria del Governo. Ci auguriamo che ognuno stia al suo posto e che siano rispettati l’autonomia della Banca d’Italia, le competenze del Governo, gli orientamenti democratici espressi dal corpo elettorale. Niente blitz, ma una seria riflessione da parte degli organi competenti".

    Alla dichiarazione del sottosegretario agli Interni ha immediatamente replicato — secondo un dispaccio dell’ASCA, l’Agenzia Stampa Nazionale Quotidiana, della stessa data — l’on. Giorgio La Malfa: "Non sappiamo — ha detto il segretario del Partito Repubblicano Italiano — se l’on. Gasparri abbia affermato quel che ha sostenuto essendo consapevole, oppure no, delle conseguenze delle parole pronunciate: al tempo stesso, infatti, egli pone un veto inaccettabile e parla di autonomia della Banca d’Italia. Quel che è certo è che sarebbe un colpo terribile alla credibilità del Paese, avere un Governo che mettesse in opera, o anche solo ne dimostrasse l’intenzione, un assoggettamento della Banca d’Italia. Salvo smentite da parte del Presidente del Consiglio, l’on. Gasparri parla come esponente del Governo e avanza un veto che è destinato a produrre gravi ripercussioni sui mercati internazionali".

    2. Dunque, un’affermazione giuridicamente ben fondata, fatta da un componente del Consiglio dei Ministri e intesa a ribadire la necessità, da parte della Banca d’Italia, di "una concertazione con il Governo per quanto attiene a scelte di vertice molto delicate", qual è per certo la nomina del dottor Tommaso Padoa Schioppa a direttore generale, produce da parte di qualcuno una reazione violenta con tratti palesemente intimidatori. Ma i termini sono ancora, in qualche modo, "coperti". Su di essi getta però un fascio di luce Mario Pirani, che il 1° giugno firma su la Repubblica un articolo, il cui titolo già sconcerta: La religione di Bankitalia (1).

    "Mai come in questo momento — scrive fra l’altro il noto giornalista — di profondo sconvolgimento del potere politico è apparso con tanta evidenza che la continuità storica dello Stato italiano resta affidata alla Banca d’Italia assai più che alle altre istituzioni, insidiate da traumatiche soluzioni di continuità, percorse da ricorrenti sospetti, degradate dall’uso improprio cui sono state sottoposte. La Banca d’Italia, no: la religione della moneta, o, meglio, della sua difesa è rimasta integra nella sua ortodossia, anche se le vulgate — a volte più espansive, altre più restrittive — hanno conosciuto accentuazioni alterne. Una religione al servizio di una divinità altamente simbolica — quel biglietto di banca firmato dal Governatore, che personifica il potere d’acquisto del cittadino — ma altresì una divinità che, se fedelmente servita, è dispensatrice di beni, mentre, quando viene tradita, si fa implacabilmente vendicativa. E più ne moltiplichi incautamente l’ambita immagine, più deprezza il suo valore.

    "I governatori sono i sacerdoti addetti al suo culto. Se non fossero pienamente indipendenti e soggiacessero a poteri esterni la loro qualità liturgica verrebbe meno. Tutti i governi, in certi momenti, sono stati tentati dal desiderio di piegarli ai loro fini, ma non hanno mai perpetrato fino in fondo il sacrilegio, consci che gli si sarebbe ritorto contro. Da Bonaldo Stringher a Vincenzo Azzolini, da Einaudi a Menichella, da Carli a Baffi e a Ciampi l’indipendenza della Banca è stato un bene pubblico restato al di sopra e al di fuori delle parti. Persino un regime autoritario come quello fascista lo ha sostanzialmente rispettato.

    "Val la pena in proposito di ricordare una lettera che il governatore Azzolini scriveva nel 1933 al ministro delle Finanze, Guido Jung, per ribadire come il governo di Mussolini avesse sempre "tenuto ad affermare che i compiti e le funzioni, così delicati e speciali, spettanti all’Istituto di emissione esigono che siano separate in modo netto e preciso le sue attribuzioni e responsabilità da quelle dell’autorità statale e politica. Il principio della indipendenza della Banca centrale è stato così riconosciuto come saggio e prudente". Parole che andrebbero, come pensum espiatorio, lette ripetutamente e mandate a memoria dal giovane sottosegretario agli Interni di Alleanza nazionale, Maurizio Gasparri, che ieri si è impancato a dettar legge circa le nomine interne della Banca e a chiedere in proposito una concertazione del governo.

    "Se ricordiamo, quindi, queste premesse non è per vezzo storico ma perché ci troviamo — con l’avvento di una classe di governo nuova, vogliosa di fare e forse strafare, ma non sperimentata — in uno di quegli snodi nel corso dei quali certe tentazioni potrebbero ripresentarsi (e che altro significa quella proposta, subito avanzata, di sottoporre la nomina del governatore, oggi a tempo indeterminato, ad un limite temporale, se non far incombere sul suo capo l’ombra della riconferma e, comunque, limitare la sua autorità ed arco d’azione?).

    * * *

    "Ma vi è un’altra considerazione, in qualche modo collegata al discorso precedente. Essa riguarda il fatto che quel valore unico di continuità e d’indipendenza della Banca si è rivelato anche, in taluni momenti, un bene di estrema riserva per la Repubblica. Lo si è visto nel 1947, quando il governatore Einaudi venne chiamato da De Gasperi al Ministero per far uscire l’Italia dall’inflazione; lo si è rivisto con Ciampi, incaricato da Scalfaro di formare un governo che i partiti in disfacimento non erano più in grado di reggere. In questa stessa filosofia s’iscrive il positivo arrivo di Dini al Tesoro: l’ex direttore generale della Banca è, infatti, probabilmente oggi l’unico personaggio della compagine governativa fornito di una pluriennale credibilità sui mercati internazionali, capace di controbilanciare i dubbi — non solo di natura politica ma anche di sperimentata competenza — che altri suoi colleghi possono ingenerare".

    3. Dunque, se le parole hanno un senso, contrariamente a quanto pensa chi è stato indottrinato sulla base della separazione dei poteri à la Montesquieu — ma vi è chi nega la piena responsabilità dello scrittore politico francese (2) —, accanto al Potere Legislativo, a quello Esecutivo e a quello Giudiziario, secondo la reazione dell’on. Giorgio La Malfa e la ricostruzione di Mario Pirani, vi è un misterioso Potere Finanziario, non subordinato, e neppure soltanto autonomo, rispetto all’Esecutivo, ma che, piuttosto, se ne vuole tutore, divenuto da servo padrone. Quindi, la Repubblica Italiana non è più riducibile solo ad "Azienda Italia", cui almeno collaborano "capitale e lavoro", ma è identificabile con la "Banca d’Italia".

    Inoltre — sempre secondo i difensori non officiati, comunque non ufficiali, dell’Istituto di emissione — il Potere Finanziario ha legami e credibilità internazionali, e chiede per sé quanto correntemente viene negato agli altri Poteri, per esempio — en passant, un buon argomento a favore dell’istituto monarchico — il carattere a tempo indeterminato della sua magistratura maggiore. Se le cose stanno così, almeno consuetudinariamente, se non di diritto, mi chiedo perché — quando si ventilano riforme costituzionali — non si pensa di mutare la formulazione dell’articolo 1 dei Principi fondamentali della Costituzione, secondo cui "l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro", in "fondata sul capitale finanziario".

    4. Il tema evocato — di fatto, il rapporto fra la politica e l’economia in genere, e fra la politica e la finanza in specie —, mi induce a trascrivere una presa di posizione di Papa Giovanni Paolo II, di indubbia utilità per orientare almeno i cattolici in argomento. "La dottrina sociale cattolica — afferma il Sommo Pontefice — non è [...] un surrogato del capitalismo. In realtà, pur condannando decisamente il "socialismo", la Chiesa, fin dalla Rerum Novarum di Leone XIII, ha sempre preso le distanze dall’ideologia capitalista, ritenendola responsabile di gravi ingiustizie sociali (cfr. Rerum Novarum, 2). Nella Quadragesimo Anno Pio XI, per parte sua usò parole chiare e forti per stigmatizzare l’imperialismo internazionale del denaro (Quadragesimo Anno, 109). Linea questa confermata anche nel magistero più recente, ed io stesso, dopo il fallimento storico del comunismo, non ho esitato a sollevare seri dubbi sulla validità del capitalismo, se con questa espressione si intende non la semplice "economia di mercato", ma "un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale" (C. A., 42)" (3).

    Dunque, non solo si può, ma si deve sostenere l’economia di mercato, però essa va distinta con precisione da un regime in cui il mercato costituisce lo "specchietto per le allodole", cioè la copertura della prevaricazione dell’economia in genere, e del mondo della finanza in specie, sulla vita politica. E questa disfunzione è rivelata appunto dal mancato inquadramento della vita economica in un solido contesto giuridico, mentre l’appello a tale inquadramento viene denunciato ingiustamente e con arroganza come tentativo di assoggettamento di quanto ha titolo all’autonomia, ma non all’indipendenza, e tanto meno — per certo — alla prevaricazione.

    Giovanni Cantoni



    (1) Cfr. Mario Pirani, La religione di Bankitalia, in la Repubblica, 1-6-1994.

    (2) Cfr. Juan Bms. Vallet de Goytisolo, Montesquieu: Leyes, Gobiernos y Poderes, Civitas, Madrid 1986, pp. 357-414.

    (3) Giovanni Paolo II, Discorso ai rappresentanti del mondo accademico e della cultura nell’Università di Riga, del 9-9-1993, n. 2, in L’Osservatore Romano, 11-9-1993; cfr. lo studio di Antoine de Salins e François Villeroy de Galhau, Il moderno sviluppo delle attività finanziarie alla luce delle esigenze etiche del cristianesimo, trad. it., Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1994, pubblicato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.
    In margine a una polemica illuminante: Sconcertanti affermazioni e interrogativi inquietanti sulla «religione di Bankitalia»
    Ultima modifica di carlomartello; 03-09-11 alle 03:40

  4. #4
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    Predefinito Rif: La storia della Banca d’Italia



    Antonio Fazio e lo scontro tra Opus Dei & Rothschild…

    Marcello Pamio - 22/12/2005


    Antonio Fazio ieri si è dimesso dalla carica di governatore di Bankitalia.
    Qualcuno sta ancora festeggiando, qualcun altro invece - magari nelle oscure stanze dell’Opus Dei di via Bruno Buozzi 73 a Roma - si sta asciugando le lacrime.
    Dopo 12 anni di mandato lascia il Palazzo Koch di Via Nazionale «per il bene del paese» dicono all’unisono i nostri umili governanti.
    Cosa farà adesso? Con quale incarico verrà premiato per i suoi servigi alla società e soprattutto per sopperire allo stipendio miliardario (2 miliardi di vecchie lire, pari a oltre 160 milioni al mese)?
    Al suo illustre predecessore è andata molto bene. Carlo Azeglio Ciampi oggi ricopre la prestigiosa carica di Presidente della Repubblica. (Ricordiamo che è stato lo stesso Ciampi a voler Fazio come successore. All’epoca Fazio era vicedirettore generale e ha “magicamente” scavalcato il direttore generale che era Lamberto Dini…)

    Eppure…l’attuale capo dello Stato ha nel suo armadio qualche scheletruccio di troppo!
    Nel settembre 1992, quando dirigeva la Banca Centrale nel governo, guarda caso, di Giuliano Amato, ritardò una speculazione della sterlina da parte del filantropo George Soros contro la lira che ne causò la sua svalutazione del 30%. Nel vano tentativo di arginare l’attacco, l’esperto di finanza Ciampi prosciugò le riserve in valuta estera della Banca d’Italia: ben 48 miliardi di dollari (quasi 100 mila miliardi di vecchie lire)!!!
    Stranamente pochi mesi prima di questa speculazione criminale, per l’esattezza il 2 giugno 1992, avvenne un incontro segreto a bordo del panfilo reale della regina Elisabetta II d’Inghilterra, il Britannia, al largo di Civitavecchia. A bordo vi erano esponenti del mondo bancario e finanziario e lo scopo era quello di complottare la completa privatizzazione delle partecipazioni statali e dell’industria di Stato a prezzi stracciati a seguito proprio della svalutazione della lira provocata da Soros & Co. Nel mega yacht vi salirono i rappresentati delle banche Barings, Warburg, Barclays, ecc.; personaggi come Mario Draghi, il direttore generale del ministero del Tesoro dell’epoca, Beniamino Andreatta, George Soros e la stessa regina Elisabetta che si è occupata dei saluti ufficiali.

    Il miliardario ungaro-statunitense Soros, abituato a far crollare le economie di interi paesi (vedi la crisi delle Tigri asiatiche), è lo stesso che ha incontrato recentemente Francesco Rutelli e Romano Prodi (ex consulente della Goldman Sachs). Forse i due navigati politici avevano bisogno di qualche consiglio su come gestire al meglio il prossimo governo, dal punto di vista economico?
    Se a Ciampi, che ha lasciato svuotare le casse della Banca d’Italia, gli hanno regalato il Quirinale, cosa mai offriranno a Fazio per i suoi servigi? In fin dei conti non ha controllato quello che doveva controllare, non ha impedito quello che doveva impedire (Cirio, Parmalat & co), e per finire ha tentato di scalare quello che non doveva scalare. Per non parlare delle tonnellate di oro (tra le 450 e le 1500 tonnellate) che la Banca d’Italia avrebbe iscritto in bilancio ma che risultano sparite….
    Insomma diciamolo: un curriculum di tutto rispetto!
    Gli stessi che stanno decidendo il premio di produzione per Fazio, stanno anche decidendo il suo sostituto (e non mi riferisco al governo fantoccio di Berlusconi). Alcuni nomi già circolano e sono molto interessanti: Mario Draghi (Banca Mondiale, gruppo Bilderberg, vice presidente della Goldman Sachs), Mario Monti (Bilderberg, appena "assunto" dalla Goldman Sachs), Tommaso Padoa Schioppa (Aspen Institute, Commissione Trilaterale, Bilderberg), Domenico Siniscalco (RIIA, Royal Institute for International Affairs, il governo invisibile britannico), Vittorio Grilli (Aspen Institute), Lamberto Dini (ex vice presidente della BIS, la Banca per i Regolamenti Internazionali, Cavaliere di Gran Croce, Fondo Monetario Internazionale).

    Ci siamo capiti, vero?
    Il posto vacante di governatore, una delle poltrone più potenti e prestigiose dello scenario italiano, sarà prontamente occupata da uno di questi personaggi: una persona vicina a quelle che il ricercatore del Centro Studi Monetari, Marco Saba, definisce le Brigate Rothschild! Membro quindi del gruppo elitario dei Bilderberg o della Commissione Trilaterale (commissione elitaria che lega USA, Europa, Giappone), o per che no, della banca d’affari più potente al mondo la Goldman Sachs.

    Quindi il religiosissimo Antonio (proprio ieri è andato a stringere la mano al capo dell'Opus Dei: Benedetto XVI), è il capro espiatorio dello scontro al vertice tra l’Opera (Obra), comunemente noto come Opus Dei, e quelle fazioni vicine agli imperi anglo-ebraici come Rothschild, Warburg, Barings, Goldman Sachs, ecc.
    Chi vincerà? Lo sapremo tra qualche giorno, e mentre attendiamo trepidanti, il governo, burattino dei Poteri Forti, ha blindato il disegno di legge sul risparmio in discussione alla Camera, mettendo la fiducia su due emendamenti: l'articolo 19.100 su Bankitalia (mandato a termine di 6 anni per il governatore) e il 30.100 - guarda caso - sul falso in bilancio.
    Evviva i marpioni e la finanza creativa!!!
    Fazio e lo scontro tra Opus Dei e Rothschild...
    Ultima modifica di carlomartello; 03-09-11 alle 04:24

 

 

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