Siamo proprio sicuri che, nel 1935, fu l’Italia ad aggredire deliberatamente l’Etiopia?
di Francesco Lamendola



Si è sempre detto e ripetuto che Mussolini, nel 1934, prese a pretesto l’incidente ai pozzi di Ual-Ual per muovere guerra all’Etiopia ed occuparla, “vendicando” così la sconfitta di Adua del 1896 e mirando alla fondazione dell’Impero, che avrebbe dato nuovo lustro al suo regime e avrebbe ancor più legato la monarchia alle sorti di quest’ultimo.
La storiografia italiana liberaldemocratica ha fatto propria, al pari di quella marxista, tale interpretazione dei fatti che condussero alla guerra italo-etiopica del 1935-36, secondo la quale la volontà di Mussolini era comunque di arrivare alla guerra e che l’Etiopia fu la vittima designata della sua politica imperialista.
Questa lettura è stata poi rafforzata dal comportamento di Hailè Selassè durante e dopo la seconda guerra mondiale, quando, a differenza del colonnello Gheddafi, si astenne da ogni rappresaglia ai danni dei coloni italiani e anzi si adoperò perché rimanessero nel Paese: cosa che ha rafforzato la leggenda bianca di un Negus “buono” e generoso e, per converso, la leggenda nera di un Mussolini cinico e guerrafondaio.
Ancora una volta, quindi, eventi “post rem” e pregiudizi “ante rem” contribuirono a convalidare un atteggiamento storiografico conformista, adagiato e appiattito sulle tesi dei vincitori della seconda guerra mondiale; in tale prospettiva, appariva scontato che il fascismo fosse il solo ed unico responsabile del conflitto italo-etiopico e che non vi fosse alcun bisogno di cercare altre cause, perché la cosa era evidente - per ragioni ideologiche - di per se stessa.
Del resto, la quasi totalità degli storici italiani non ha sempre sostenuto che l’intero capitolo delle imprese coloniali italiane non è stato altro che una lunga sequela di errori e di crimini e che la stessa politica italiana di espansione coloniale era sbagliata in partenza (cfr. il nostro precedente articolo: «C’era qualcosa di sbagliato nel colonialismo italiano?», apparso sul sito di Arianna Editrice in data 09/03/2010).
Basta leggere le monumentali opere del nostro massimo africanista, Angelo Del Boca, sulla politica coloniale italiana in Libia e in Africa orientale, per convincersi che tale è la sentenza, definitiva e inappellabile, emessa dai nostri storici di professione sul nostro stesso passato coloniale: una sorta di crociana “malattia” dalla quale ci ha guariti, fortunatamente, il Trattato di Parigi del 1947, spogliandoci di tutto il nostro impero coloniale.
Dopo il 1945, l’antifascismo militante, assurto alla dignità di dogma sovrano della Costituzione democratica, si è sposato con un antico vizio del carattere nazionale, quello dell’autodenigrazione e dell’autoflagellazione, che provoca in molti pseudo-intellettuali una sorta di discutibile voluttà: il poter dire che l’Italia sbaglia sempre, qualunque cosa faccia e sotto qualunque governo (ma specialmente sotto un governo di orientamento politico diverso da chi sentenzia e giudica); che gli Italiani non ne fanno mai una di giusta; fino all’assurdo di accusare di avidità colonialista l’Italia del 1935, senza badare al fatto che i due pilastri della Società delle Nazioni, la Francia e soprattutto la Gran Bretagna, avevano già fatto la parte del leone, sia in Africa che nel resto del mondo e pertanto, a stomaco ben sazio, potevano prendersi anche il lusso di fare la morale alle nuove nazioni emergenti, come la Germania, l’Italia o il Giappone.
Cioè: se il colonialismo è stato solo una pagina vergognosa della storia europea, perché non gettare il peso più grande di tale vergogna su quelle potenze, come la Francia e la Gran Bretagna, che di quella politica furono le maggiori artefici e le maggiori beneficiarie; perché prendersela solo con l’Italia che, arrivata ultima sul luogo della spartizione, cercò di afferrare quanto restava, prima che la tavola venisse sparecchiata?
Se, viceversa, il colonialismo non ebbe solo ombre, ma anche luci, perché non riconoscere che la politica coloniale italiana fu almeno altrettanto legittima di quella delle altre, più antiche potenze coloniali europee?
Dunque, tornando all’Etiopia: e se le cose stessero in maniera un po’ diversa da come le racconta la Vulgata storiografica democratica e antifascista?
Se a provocare la guerra italo-etiopica fossero stati anche dei comportamenti aggressivi ben precisi e deliberati da parte del Negus Hailè Selassiè, a sua volta ispirati dalla sottile perfidia del britannico Foreign Office, sempre pronto a sobillare gli altri affinché si scannino nel suo esclusivo interesse, come quando rilascerà la folle garanzia in bianco alla Polonia, nel 1939, affrettando la catastrofe della seconda guerra mondiale?
Riflettiamo un momento.
È noto che l’incidente che provocò il punto di non ritorno nelle relazioni italo-etiopiche - a dispetto di un trattato di amicizia firmato solo nel 1928 e che avrebbe dovuto avere una durata ventennale - fu quello verificatosi presso l’Oasi di Ual Ual, nell’incerta zona di confine tra Etiopia e Somalia italiana, il 5 dicembre 1934.
Ebbene: l’Ogaden era una regione annessa all’Impero etiopico da Menelik, benché si trattasse di una regione abitata da popolazioni somale: sicché è coretto asserire che, fin dagli ultimi anni del XIX secolo, l’Etiopia era divenuta a sua volta una potenza imperialista e colonialista, che arraffava quanti più territori si trovavano alla sua portata e che certamente avrebbe arraffato anche l’Eritrea, se l’Italia non l’avesse preceduta in quella direzione; e si sa quanti morti provocherà poi la feroce guerra coloniale di sterminio condotta dall’Etiopia ai danni dell’Eritrea, fra il 1978 e il 1991, dopo che le nazioni Unite ebbero sancito, nel 1952, l’integrazione della seconda nei confini della prima, dopo la parentesi dell’occupazione britannica.
Altra ipocrisia degli storici: l’Italia è una potenza imperialista e colonialista quando si inserisce nello scenario dell’Africa orientale e sigla con Menelik il Trattato di Uccialli, che poi verrà disconosciuto dal Negus, provocando la guerra del 1895-96; ma non lo è l’Etiopia, che pure, con il supporto logistico francese, a sua volta intraprende una espansione imperialistica e colonialista verso regioni che non erano mai state comprese all’interno dei suoi confini storici e che erano abitate da popolazioni musulmane, poco propense ad accogliere con entusiasmo gli eserciti di un imperatore etiopico di religione cristiana e che, oltretutto, poggia il suo potere su un sistema sociale fondato sulla schiavitù.
Chissà perché, vengono usati due pesi e due misure; e, se Menelik si rimangia il Trattato di Uccialli e muove guerra agli Italiani, non ha fatto altro che esercitare una legittima difesa contro la minaccia straniera; mentre ai perfidi Italiani, che ambivano a stabilire il loro protettorato sull’Etiopia, senza però riuscirvi, non resta che la qualifica di “imperialisti straccioni”.
Comunque, nessuno ha mai potuto provare che, a Ual Ual, gli Italiani abbiano provocato un incidente con gli Etiopici; mentre è certo che furono questi ultimi a lanciare un attacco in piena regola contro le posizioni italiane.
Ancora: un mese prima dei fatti di Ual Ual, gli Etiopici avevano dato l’assalto al consolato italiano di Gondar, provocando la morte di alcuni soldati indigeni che lo difendevano. Sorge un legittimo interrogativo: chi era l‘aggredito e chi l’aggressore, visto che, fino a quel momento, dall’Italia non erano stati mandati rinforzi né in Eritrea, né in Somalia, il che rende problematico parlare di una volontà deliberata di guerra da parte italiana?
Gli storici italiani dell’epoca ebbero ben chiara questa situazione, così come ebbero chiaro l’interesse del governo conservatore britannico a spingere l’Etiopia in una politica ostile all’Italia, fatta di provocazioni militari e di sabotaggio della cooperazione tecnica ed economica prevista dal patto del 1928; ma la loro voce, dopo i tragici fatti del 1943-45, è stata completamente messa a tacere dal coro unanime della storiografia antifascista, propensa, come si è detto, a vedere ovunque la malafede di Mussolini e la sua volontà di provocare ad ogni costo, con machiavellico disprezzo delle norme internazionali, una guerra con l’Etiopia.
Fra gli storici “fascisti” di cui sopra, dobbiamo ricordare, fra gli altri, don Alfonso Manaresi (già sacerdote, tornato allo stato laicale in seguito alla persecuzione antimodernista di Pio X, che lo aveva coinvolto), i cui manuali ad uso delle scuole superiori godettero di una vasta fama e di un meritato apprezzamento per la loro chiarezza didattica.
Scriveva, dunque, Alfonso Manaresi nel suo «Corso di storia per i Licei classici, scientifici e gli Istituti Magistrali» (Roma, Casa Editrice Luigi Trevisini, 1936, vol. 3, pp. 383-84):

«Il nuovo negus [Hailè Selassiè I] si accinse al riordinamento dell’Etiopia. Abbatté i ras più potenti e ribelli, e al loro posto mise governatori provinciali, da lui nominati, tentando di trasformare il vecchio impero feudale in uno Stato unitario e accentratore. Quindi annunciò un vastissimo programma di riforme, destinato poi a fallire per l’impreparazione dei dirigenti e per le resistenze di un popolo, barbaro da millenni.
Accorsero allora da ogni parte d’Europa sedicenti consiglieri, diplomatici falliti, tecnici di dubbia origine, ai quali vennero affidati posti di comando. E l‘Etiopia pullulò di “esperti” inglesi e americani, di ex ufficiali svedesi,belgi e turchi, di affaristi greci, di fuorusciti russi, di commercianti giapponesi, di avventurieri levantini. Addis Abeba e i principali centri dell’Etiopia presentarono la più caotica mescolanza di bianchi, di abissini, di negri: il più stridente contrasto fra i barbari usi tradizionali e le ingenue pretese di modernità e di civiltà, mentre i pochi giovani etiopici, che avevano visitato l’Europa, si univano in associazioni patriottiche, assumendo atteggiamenti nazionalistici e grottesche pose imperiali. E ciò in un Paese che aveva due milioni di schiavi, che usava ancora per punizione le più barbare mutilazioni, che non aveva scuole, strade, ospedali, nulla! In mezzo a tanta confusione di idee e di cose, il negus era riuscito a creare una sola istituzione abbastanza seria: l’esercito. Non numeroso, ma vestito e armato all’europea, esso era stato discretamente istruito da ufficiali mercenari svedesi e belgi, e costituiva l’unica forza, su cui potesse fondarsi l’autorità del governo centrale. Nella politica etiopica l’Inghilterra, coi suoi consiglieri e consiglieri, aveva finito per irretire il sovrano, mirando ad una lenta e graduale annessione del paese.
Nettamente osteggiata da Hailè Selassiè fu l’Italia. Il patto di amicizia del 1928 fu presto dimenticato; la cooperazione economica italiana venne costantemente avversata; ostacoli di ogni genere furono suscitati contro commercianti, imprenditori, tecnici italiani. La strada camionabile Dessiè-Addis Abeba, che doveva far convergere il commercio italo-etiopico verso Assab, non fu mai cominciata; la delimitazione dei confini sempre rimandata; tutte le proteste italiane ad Addis Abeba sistematicamente respinte. La politica anti-italiana del Negus incoraggiò allora i ras e i piccoli tirannelli della periferia dell’impero ad abbandonarsi ad atti criminali contro agenzie consolari italiane, a rappresaglie su nostri amici, a incursioni e rapine nei territori di frontiera. Il 4 novembre 1934 il Consolato italiano di Gondar fu brigantescamente assalito di notte: alcuni nostri ascari rimasero uccisi. Apertasi un’inchiesta, risultò che autore dell’aggressione era stato il capo della polizia municipale di Gondar e che agenti di polizia lo avevano seguito; i colpevoli, temporaneamente arrestati, furono subito posti in libertà; nessuna soddisfazione ottenne l’Italia, nonostante i replicati interventi della legazione italiana alla corte etiopica. Più grave conflitto avvenne presso il nostro posto di Ualual, nella zona di frontiera della Somalia orientale. Il 5 dicembre 1934 oltre 500 soldati regolari abissini, agli ordini del vice-governatore etiopico dell’Ogaden, attaccarono improvvisamente le nostre posizioni: noi avemmo 80 dubat tra morti e feriti. All’immediata protesta italiana il governo etiopico rispose ordinando la mobilitazione generale nell’Harar e nell’Ogaden. Ormai la sicurezza delle nostre colonie era seriamente minacciata: occorreva intervenire subito. Il Duce assunse personalmente la direzione del Ministero delle Colonie, nominò Alto Commissario per l’Africa Orientale il quadrumviro generale Emilio De Bono, affidandogli il compito di dare unità d’indirizzo all’azione civile e militare in Eritrea e in Somalia; quindi inviò a Mogadiscio il generale Rodolfo Graziani, nominato comandante militare della Somalia. Nuovi attacchi abissini lungo le zone di confine confermarono anche iùà sfacciatamente la volontà aggressiva dell’Etiopia, costringendo il governi italiano a iniziare il richiamo della classe 1911 e ad inviare subito truppe per la difesa dei punti più minacciati.
L’incidente di Ualual, benché gravissimo, avrebbe potuto essere risolto pacificamente, qualora l’Etiopia avesse acconsentito a discuterlo entro le norme del patto d’amicizia del 1928. Ma il negus, lusingato dall’aperto favore dell’Inghilterra, vi si rifiutò e pretese che la discussione dell’incidente fosse portata davanti alla Società delle Nazioni. Una controversia, di carattere nettamente coloniale, si trasformava così in una pericolosa competizione di carattere europeo, servendo di pretesto a una scandalosa (sebbene inefficace) levata di scudi contro l’Italia fascista per parte della Massoneria e dell’antifascismo internazionale. Ma l’Italia “tirava diritto” (come disse il Duce), senza incertezze. E intanto continuava a inviare soldati ed operai in Africa, ben sapendo che per garantire la sicurezza delle colonie e per tener a freno la protervia etiopica erano assai più efficaci i cannoni che le vane chiacchiere dei diplomatici ginevrini.»

Certo, la prima parte di questo brano suona sgradevolmente razzista ai nostri sensibili orecchi di cittadini del post-colonialismo; ma bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere che i libri scolastici inglesi e francesi non adoperavano affatto un linguaggio diverso, allorché giustificavano non solo le conquiste coloniali di quelle potenze, ma anche le guerre di sterminio e perfino gli atti di inaudita barbarie: come quando, tanto per fare un esempio fra i mille e mille, il vincitore della battaglia di Omdurman del 1898, lord Kitchener, fece disseppellire la testa del Mahdi per inviarla come trofeo alla regina Vittoria.
E non parliamo delle armi batteriologiche adoperate dai Britannici a danno dei Pellirosse del Nord America fin dal XVIII secolo o dei veri e propri genocidi compiuti dai loro governatori e dai loro colonizzatori, come quello perpetrato ai danni dei miti e inoffensivi Tasmaniani, per fare posto alle fattorie e agli allevamenti dei nuovi padroni. Gli Inglesi si indignavano e si indignano sempre per i genocidi compiuti dagli altri: di quelli commessi da loro, a quanto pare, non hanno alcuna consapevolezza, nemmeno ai nostri giorni.
Ma, tornando alla pagina di Alfonso Manaresi, restano i fatti relativi alla politica anti-italiana intrapresa da Hailè Selassiè e restano gli oscuri maneggi della diplomazia del governo conservatore britannico, intesi a spingere l’Etiopia contro l’Italia per creare difficoltà a Mussolini e anche per farsi applaudire dall’opinione pubblica inglese come il custode dell’ordine europeo e mondiale, in nome dei sacri principi del liberalismo e della democrazia.
Muatis mutandis, non si può dire che l’atteggiamento inglese (e americano) sia cambiato sostanzialmente, da allora ad oggi: basti osservare i continui interventi armati contro la Iugoslavia, contro l’Afghanistan, contro l’Iraq, contro la Libia; sempre si capisce, in difesa dei sacri principi del liberalismo e della democrazia e sempre, per carità, nel nobile intento di liberare dei popoli oppressi e di rovesciare qualche bieco dittatore che, poi, la Corte internazionale di giustizia si incaricherà di condannare a morte…



Siamo proprio sicuri che, nel 1935, fu l’Italia ad aggredire deliberatamente l’Etiopia?, Francesco Lamendola