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  1. #1
    Banda Müntzer-Epifanio
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    Predefinito Gli scontri nello Xinjiang

    E' stato un massacro, con un numero di vittime già nettamente più alto delle rivolte del marzo 2008 in Tibet: a Urumqi, la capitale della provincia autonoma dello Xinjiang, ieri sera una manifestazione di protesta da parte della minoranza uigura è degenerata in scontri con le forze dell'ordine. Il bilancio provvisorio, fornito dall'agenzia Nuova Cina, è di 140 morti, oltre 800 feriti e 300 persone arrestate. Cifre che potrebbero peggiorare con il passare delle ore.

    Almeno un migliaio di persone (alcune stime dicono tremila) sono scese in piazza nel pomeriggio di ieri nel quartiere uiguro di Urumqi, protestando contro l'uccisione di due uiguri in una fabbrica di giocattoli nella provincia del Guangdong, nel sud-est del Paese, il 26 giugno. Quel giorno, gli operai di etnia Han (cinese) presero di mira sei colleghi uiguri accusati di aver stuprato due lavoratrici Han: nella gigantesca rissa rimasero ferite altre 118 persone. Di fronte al gonfiarsi della manifestazione a Urumqi, ieri sera la polizia ha tentato di erigere delle barricate, che sono state presto sopraffatte dai dimostranti. A quel punto sono intervenuti i blindati dell'esercito. Ora la situazione sembra essere tornata alla calma, ma nella zona degli scontri i negozi rimangono chiusi, così come le strade che portano nella città. Gli abitanti confermano che l'accesso a Internet è stato disattivato. Anche a Kashgar, l'altra città principale dello Xinjiang ma al contrario di Urumqi ancora a maggioranza uigura, le forze dell'ordine hanno intensificato la loro presenza.

    Le violenze, già con il bilancio di vittime attuale, fanno della rivolta il più sanguinoso sollevamento popolare in Cina negli ultimi dieci anni. Ma l'esatta dinamica dell'accaduto è ancora da appurare, e i media cinesi - come fecero l'anno scorso in Tibet - mettono l'accento sulla violenza dei dimostranti, che invece sostengono di aver messo in scena una manifestazione pacifica. Alcuni video messi in rete dagli attivisti uiguri sono stati presto tolti dalle autorità, che invece stanno facendo circolare immagini dei manifestanti che attaccano gli Han o la polizia, o ripresi mentre danno fuoco a dei veicoli; fonti cinesi contattate da PeaceReporter confermano come i media nazionali non facciano distinzione tra uiguri e Han, riportando solo la cifra delle vittime e scaricando in generale le colpe sui rivoltosi. Come fa con quella che definisce "la cricca separatista del Dalai Lama" per il Tibet, Pechino ha già accusato l'attivista uigura in esilio Rebiya Kadeer - più volte candidata al Nobel per la Pace - di aver sobillato la rivolta.

    Comunque sia, gli eventi di Urumqi - una città di 2,3 milioni di abitanti che la sostenuta migrazione interna ha fatto ormai diventare al 70 percento cinese - riportano alla ribalta la frustrazione della comunità uigura dello Xinjiang. Nella sterminata provincia chiamata anche "Turkestan orientale" dai separatisti - un territorio grande cinque volte l'Italia e ricco di petrolio, ma popolato da solo 20 milioni di persone - questa minoranza centroasiatica musulmana rappresenta il 44 percento della popolazione, contro un 38 percento (e in crescita) di Han. Come i tibetani, gli uiguri lamentano di essere trattati come cittadini di seconda classe dai cinesi, la cui presenza sta lentamente erodendo la cultura e l'identità locale. La rissa mortale nel Guangdong arriva dopo diverse accuse di vera e propria "pulizia etnica" da parte degli Han nella provincia, a danno degli uiguri. E a Kashgar, da mesi le autorità stanno demolendo il caratteristico quartiere del vecchio bazar, trasferendo forzatamente le famiglie uigure in nuove costruzioni alla periferia della città.

    Già la scorsa estate il problema dello Xinjiang era tornato di attualità, con tre successivi attacchi che nella prima metà di agosto causarono 30 morti. L'attentato più grave fu quello del 4 agosto, pochi giorni prima dell'apertura dell'Olimpiade di Pechino: un blitz contro un commissariato di polizia causò la morte di 17 agenti. Nei primi 11 mesi del 2008, nella regione sono state arrestate circa 1.300 persone per reati "relativi alla sicurezza". E c'è da scommettere che, come accaduto al Tibet, anche lo Xinjiang - dove già sono in vigore alcune restrizioni - verrà ora reso sempre più off-limits per i visitatori stranieri, nell'anno in cui la Cina vorrebbe celebrare i 60 anni della Repubblica Popolare dando di sè l'immagine di una pacifica potenza in ascesa.

    Alessandro Ursic


    http://it.peacereporter.net/articolo...nello+Xinjiang

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Gli scontri nello Xinjiang

    Che succede nello Xinjiang?



    Ricordate quello che avveniva negli anni della guerra fredda e soprattutto nella sua fase finale? La stampa occidentale non era mai stanca di agitare il tema dei profughi che fuggivano la dittatura comunista al fine di conquistare la libertà. Nella seconda metà degli anni ’70, dopo la disfatta subita dal governo fantoccio di Saigon e dalle truppe di occupazione Usa, il Vietnam finalmente riunificato veniva dipinto come un’enorme prigione, dalla quale fuggiva disperato, ammassato su mezzi di fortuna e rischiando la vita, il boat people. E, con le variazioni del caso, questo motivo veniva ripetuto a proposito di Cuba, della Repubblica Democratica Tedesca e di ogni altro paese scomunicato dal «mondo libero». Oggi, tutti possono vedere che dalle regioni orientali della Germania, dalla Polonia, Romania, Albania ecc., nonostante la libertà finalmente conquistata, il flusso migratorio verso l’Occidente continua e anzi si accentua ulteriormente. Solo che questi migranti non sono più accolti come combattenti per la causa della libertà, ma sono spesso respinti come delinquenti per lo meno potenziali. Le modalità della grande manipolazione risultano ora chiare e evidenti: la fuga dal Sud verso il Nord del pianeta, dall’area meno sviluppata (nell’ambito della quale si collocava anche il «campo socialista») verso l’area più sviluppata e più ricca, questo processo economico è stato trasfigurato dagli ideologi della guerra fredda come un’epica impresa politica e morale, esclusivamente ispirata dal sublime desiderio di raggiungere la terra promessa ovvero il «mondo libero».
    Un’analoga manipolazione è in corso sotto i nostri occhi. Come spiegare i gravi incidenti che nel marzo 2008 si sono verificati in Tibet e che, su scala più larga, in questi giorni stanno divampando nello Xinjiang? In Occidente la «grande» stampa di «informazione» ma anche la «piccola» stampa di «sinistra» non hanno dubbi: tutto si spiega con la politica liberticida del governo di Pechino. Eppure, dovrebbe far riflettere il fatto che, più che le istituzioni statali, la furia dei manifestanti prende di mira gli han e soprattutto i negozi degli han. Eppure, su qualsiasi libro di storia si può leggere che nel Sud-Est asiatico (in paesi quali l’Indonesia, la Thailandia, la Malaysia) la minoranza cinese, che spesso grazie anche alla cultura imprenditoriale alle sue spalle esercita un peso economico nettamente superiore alla sua dimensione demografica, è regolarmente «il capro espiatorio e la vittima di veri e propri pogrom»[1]. Sì, nel Sud-est asiatico «la riuscita economica degli Hua qiao [dei cinesi d’oltremare] è accompagnata da gelosie che sfociano regolarmente in esplosioni di violenza anticinese, le quali finiscono talvolta col turbare le relazioni diplomatiche. Fu il caso in particolare della Malaysia nel corso degli anni ’60, dell’Indonesia nel 1965, allorché i disordini interni furono il pretesto per il massacro di diverse centinaia di migliaia di persone. Trent’anni più tardi, le sommosse che caratterizzarono in Indonesia la caduta del dittatore Suharto e che colpirono sistematicamente la comunità cinese, richiamarono di nuovo l’attenzione sulla fragilità della situazione»[2]. Non a caso, l’odio anticinese è stato spesso paragonato all’odio antiebraico.
    Con lo straordinario sviluppo che stanno conoscendo il Tibet e lo Xinjiang, anche in queste regioni tendono a riprodursi i pogrom contro gli han, che sono attratti dalle nuove opportunità economiche e che spesso vedono i loro sforzi coronati dal successo. Il Tibet e lo Xinjiang attraggono gli han allo stesso modo in cui Pechino, Shanghai e le città più avanzate della Cina attraggono gli imprenditori e i tecnici occidentali (o cinesi d’oltremare), che spesso svolgono un ruolo rilevante in settori dove essi possono ancora far valere la loro superiore specializzazione. Non ha senso spiegare i gravi incidenti nel Tibet e nello Xinjiang, con la teoria dell’«invasione» han, una teoria che certo non funziona per il Sud-est asiatico. D’altro canto, anche in Italia e in Occidente la lotta contro l’«invasione» è il cavallo di battaglia degl xenofobi.
    Ma ora concentriamoci sullo Xinjiang. Ecco in che modo nel 1999 la situazione vigente in questa regione è stata descritta sulla rivista «Limes» dal generale italiano Fabio Mini: è in corso uno straordinario sviluppo e il governo centrale cinese è impegnato a «finanziare, a ritorno quasi zero, immani opere infrastrutturali». A quanto pare, lo sviluppo economico va di pari passo col rispetto dell'autonomia: «La polizia locale è composta per massima parte da uiguri». Ciò nonostante, non manca l'agitazione separatista, «parzialmente finanziata da estremisti islamici, come i taliban afghani». Si tratta di un movimento che «si mescola con la delinquenza comune» e che si macchia di «nefandezze». Gli attentati sembrano prendere di mira in primo luogo gli «uiguri tolleranti o "collaborazionisti"» ovvero le «stazioni di polizia», controllate, come abbiamo visto, dagli uiguri. In ogni caso – concludeva il generale che pure non nascondeva le sue simpatie di natura geopolitica per la prospettiva separatista – «se gli abitanti dello Xinjiang fossero chiamati oggi a un referendum sull'indipendenza, probabilmente voterebbero in maggioranza contro»[3].
    Naturalmente, assieme al pericolo rappresentato da minoranze per un verso avvelenate, in certi settori, dal fondamentalismo e per un altro verso aizzate dall’Occidente, occorre tener presente il pericolo dello sciovinismo han, che anche in questi giorni si fa sentire: ed è un problema su cui ha sempre richiamato l’attenzione il Partito comunista cinese, da Mao Zedong a Hu Jintao. Ma quanti a sinistra sono inclini a trasfigurare il separatismo degli uiguri farebbero bene a leggere l’intervista rilasciata, alcune settimane prima degli ultimi avvenimenti, da Rebiya Kadeer, la leader degli movimento separatista uiguro. Dal suo esilio statunitense, parlando con una giornalista italiana, la sullodata signora così si esprime: «Lo vedi, tu gesticoli come me, hai la mia stessa pelle bianca: sei indoeuropea, vorresti essere oppressa da un comunista con la pelle gialla?»[4]. Come si vede, l’argomento decisivo non è la condanna dell’«invasione» han e non è neppure l’anticomunismo. Piuttosto, la mitologia ariana, ovvero «indoeuropea», esprime tutta la sua ripugnanza per i barbari dalla «pelle gialla».

    Domenico Losurdo

    Viva la Comune

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Gli scontri nello Xinjiang

    Cina. Nello Xinjiang stato d'assedio e "ritorno alla normalità


    Poliziotti in assetto antisommossa e soldati dell'esercito cinese continuano a mantenere la loro presenza a Urumqi, dopo i sanguinosi scontri etnici degli ultimi giorni, mentre per le strade si vedono circolare i primi tassisti e alcuni negozi hanno deciso di riaprire nel tentativo di ridare un senso di normalita' alla capitale della regione dello Xinjiang. Le forze di sicurezza stanno tenendo sotto stretto controllo i distretti a maggioranza han e quelli dove vivono principlamente i musulmani uiguri, due etnie da sempre in contrasto che ultimamente hanno sfociato le loro divergenze in veri e propri atti di violenza costati la vita ad almeno 156 persone. Le autorita', di fatto, hanno incolpato la leader degli uiguri in esilio, Rebiya Kadeer, di aver sollecitato le proteste. Intanto la vita sta cercando di tornare lentamente alla normalita' a Urumqi, anche se la popolazione resta tuttavia restia a credere che la situazione sia tornata ''sotto controllo'' come invece sostenuto ieri dal sindaco della citta', Jerla Isamudin. Il presidente Hu Jintao, che ha lasciato l'Italia e il G8 anticipatamente per rientrare in Cina a causa della crisi nello Xinjiang, si e' incontrato con i piu' alti funzionari cinesi per discutere dell'attuale situazione a Urumqi, dove gli scontri etnici tra han e uiguri hanno causato oltre 156 morti. Lo rende noto l'agenzia cinese Xinhua. Pechino promette la pena di morte per chiunque venga riconosciuto colpevole degli omicidi avvenuti nel corso dei violenti scontri etnici esplosi a Urumqi, capitale della regione nordoccidentale cinese dello Xinjiang.

    V.C.U.
    Muntzer il Sopravvissuto

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Gli scontri nello Xinjiang

    Le menzogne dell’imperialismo sul Xinjiang



    Sulla «Stampa» dell’ 8 luglio Francesco Sisci riferisce da Pechino:
    «Molti han di Urumqi si lamentano per i privilegi di cui godono gli uiguri. Questi infatti, come minoranza nazionale musulmana, a parità di livello hanno condizioni di lavoro e di vita molto miglori dei loro colleghi han. Un uiguro in ufficio ha il permesso di sospendere il lavoro più volte al giorno per adempiere alle cinque tradizionali preghiere musulmane della giornata […] Inoltre possono non lavorare il venerdì, giorno di festa musulmana. In teoria dovrebbero recuperare la domenica. Di fatto la domenica gli uffici sono deserti […] Un altro tasto doloroso per gli han, sottoposti alla dura politica di unificazione familiare che ancora impone l’unigenito, è il fatto che gli uiguri possono avere due o tre figli. Come musulmani, poi, hanno rimborsi in più nello stipendio, visto che, non potendo mangiare maiale, devono ripiegare sull’agnello, che è più caro».Ho già scritto nel precdente intervento che il Partito comunista cinese è impegnato a lottare anche contro lo sciovinismo han. E, tuttavia dal quadro riportato da Sisci emerge charamente che non ha senso accusare il governo di Pechino di voler cancellare l’identità nazionale e religiosa degli uiguri. Anche in questo caso la propaganda filo-imperialista si rivela menzognera.

    Viva la Comune

 

 

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