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Discussione: Cosa leggo su prodi

  1. #1
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    Predefinito Cosa leggo su prodi

    I disastri di Prodi all'IRI (2) Così si sono mangiati l'Italia

    da la Padania online

    Rivendicare con insolenza e orgoglio la propria storia professionale e, in particolare, la responsabilità delle disastrose privatizzazioni che hanno impoverito il Paese negli anni Novanta, dimostra quanto abbiamo già avuto modo di scrivere su Romano Prodi: è un uomo abile e fortunato. Calca la scena politica italiana da quasi trent’anni, si propone alla Seconda - e magari alla Terza - Repubblica, quando è figlio prediletto della degenerazione della Prima. Deve questa straordinaria resistenza, oltre alla buona stella che lo assiste, anche alla tenacia fuori dal comune, alla determinazione e alle ambizioni senza pari, oltre che un gran tempismo e soprattutto un discreto opportunismo. Il suo cursus honorum è costellato di incarichi prestigiosi assolti mediocremente: pessima la sua prima gestione del carrozzone Iri, disastrosa (seppur breve) la seconda, come inquilino di Palazzo Chigi è stato cacciato dalla stessa parte politica che là lo aveva mandato, da presidente della Commissione Ue si è attirato critiche unanimi della stampa internazionale... Eppure - sarà per quell’aria apparentemente inoffensiva e bonaria, da curato di campagna, che spinge i suoi avversari a sottovalutarlo (Massimo Giannini ha recentemente ironizzato: «I suoi artigli grondano bontà») - è sempre riuscito a risorgere dai propri fallimenti. Meglio: è riuscito spesso a far passare l’idea che venisse “epurato” per la propria ostinazione a difendere gli interessi generali invece che quelli dei soliti noti, proprio lui che ha sempre flirtato coi poteri forti e con le aree politiche legate a questi ultimi. Così, da ogni flop ha preso nuovo slancio, potendo contare sulle amicizie giuste, su un “ombrello” di potentati che l’hanno protetto, essendone lui fedele reggicoda. All’inizio fu la compatta falange della sinistra Dc, che poi risulterà non a caso l’unica componente dell’ex Balena Bianca a salvare le penne nella bufera giudiziaria di Tangentopoli. Poi, subito dopo, certi poteri italiani legati agli ambienti cattolici (Nanni Bazoli) e laici (Carlo De Benedetti ma anche Gianni Agnelli) del centrosinistra, con i conseguenti addentellati nel mondo dei mass media (garanzia di un appoggio propagandistico davvero indispensabile per un personaggio sostanzialmente inascoltabile come è lui). Infine, l'ombra lunga di Goldman Sachs.
    È, questo, un capitolo piuttosto oscuro della nostra storia. Attraverso le privatizzazioni furono smantellati settori trainanti dell'economia italiana: quello agro-alimentare già dell’Iri (acquisito da gruppi inglesi, olandesi ed americani), il Nuovo Pignone dell’Eni, la siderurgia di Stato, l’Italtel, l’Imi. Sono state inoltre privatizzate Telecom (con le conseguenze che purtroppo stiamo osservando proprio in questi giorni) e in parte anche Enel ed Eni, già enti di Stato che potrebbero presto finire nelle mani delle solite multinazionali estere. Iniziatore e protagonista - pure reo confesso - di questo processo fu Prodi, prima come presidente dell’Iri, specie durante il suo secondo mandato (1993-94), poi come presidente del Consiglio (1996-99).
    Ovviamente, una operazione così complessa non nasce né viene portata avanti da un uomo solo, perlopiù impacciato come è il professore bolognese. Serve un forte gruppo di potere. Ve ne sono alcuni, internazionali, particolarmente potenti: Bilderberg, Rothschild, Goldman Sachs... Prendiamo allora quest’ultimo, una cosiddetta merchant bank (banca d’affari) già presente al famoso summit del Britannia, dove si decise lo smantellamento dello Stato-imprenditore italiano; ha poi ricoperto un ruolo essenziale nel processo di privatizzazione delle partecipazioni statali, favorendo l’intervento delle grandi multinazionali sue clienti privilegiate e potendo contare per questo sull’amicizia di importanti uomini di potere nostrani, come Mario Draghi, che è stato fino all’altro ieri vicepresidente Goldman per l'Europa, e poi proprio il Romano Prodi, a più riprese consulente di livello della banca e per questo assai ben remunerato (3,1 miliardi di lire di compensi, come scrissero il Daily Telegraph e l'Economist).
    Draghi, oltre che direttore generale del Tesoro tra il '96 e il 2003, presiedette nel '93 il Comitato per le privatizzazioni; nello stesso periodo Goldman Sachs, tramite il fondo Whitehall, acquisì nel 2000 l'ingente patrimonio immobiliare dell'Eni di San Donato Milanese, oltre agli immobili della Fondazione Carialo e, assieme alla Morgan Stanley, quelli della Unim, Ras e Toro. Prodi era presidente dell’Iri quando decise la privatizzazione della Credito Italiano proprio tramite la Goldman Sachs, che fissò il valore delle azioni a 2.075 lire, meno di quello di Borsa (che era a quota 2.230). Ma dobbiamo all’attuale premier anche la perdita di molti dei marchi storici del nostro comparto agroalimentare, ovviamente finiti (male) in mano straniera. Prodi concluse la cessione dell'Italgel (900 miliardi di fatturato) alla Nestlé per 703, così come l’assai discussa vendita della Cirio-Bertolli-De Rica (fatturato 110 miliardi, valutata 1.350), ad una fantomatica finanziaria lucana (Fisvi) al prezzo di 310 miliardi, che ne garantì il pagamento con la futura alienazione di parte del gruppo stesso alla multinazionale Unilever (ne abbiamo già parlato ieri a proposito del caso Sme).
    Il marchio di Goldman Sachs ritorna prepotentemente alla ribalta ora, perché “suo” uomo è il sottosegretario all’Economia Massimo Tononi, che ha lasciato Londra dopo aver finanziato la campagna elettore del Professore con 100 mila euro, per occuparsi della presenza del Tesoro in società, come Eni ed Enel, oggetto del desiderio della merchant bank. Così come uomo Goldman è quel Claudio Costamagna, giovane banchiere dalla carriera folgorante, consulente di Rupert Murdoch nell’affare Telecom, il cui nome era circolato come possibile nuovo presidente della Cassa depositi e prestiti che avrebbe dovuto rilevare la rete fissa della nostra maggiore compagnia compagnia telefonica, in base al piano elaborato (artigianalmente? Vien davvero da dubitarne) dal fidato braccio destro di Prodi, il dimissionato Angelo Rovati. Tononi e Costamagna hanno lavorato per anni nello stesso team della Goldman Sachs, ça va sans dire. Insomma, l’intreccio è perlomeno curioso, nonché appassionante.
    Ma proseguiamo e, per non sembrare cultori di spy story, buttiamoci nella concretezza dei numeri. Quello della Sme a De Benedetti non è l’unica cessione sballata che Prodi avrebbe voluto effettuare, a prezzi poi rivelatisi impropri. Pare essere proprio un vizietto del professore, sempre così generoso coi poteri che contano (passateci la malizia). Pensiamo alla Stet, ricca e potente finanziaria delle telecomunicazioni, che controllava Sip, ma anche Italtel e Sirti: nell’ottobre 1988 Iri vendette a Stet il 26% del pacchetto azionario Italtel per 440 miliardi, quando in base a un piano elaborato due anni prima da Prodi e Fiat ne avrebbe ricavati solo 210. O ancora, alla vicenda del Banco di Santo Spirito, acquistata dalla Cassa di risparmio di Roma diretta dal demitiano Pellegrino Capaldo: il progetto iniziale - appoggiato dall’attuale premier - prevedeva introiti per l’Iri tra i 350 e i 500 miliardi, mentre quello finale, profondamente trasformato, toccò quota 794 miliardi. Abbiamo già accennato alle cifre improprie della privatizzazione Credit, durante il “Prodi II” all’Iri. E forse varrebbe anche la pena di rievocare altre storiacce, come quella della sciagurata gestione del buco Finsider o dei fondi neri Italstat.
    Ma vorremmo chiudere invece con l’episodio della vendita Alfa Romeo alla Fiat. Prodi, allora presidente Iri cui apparteneva il marchio del Biscione attraverso Finmeccanica, in tempi recenti ha sostenuto: «Volevo vendere l’Alfa alla Ford, fecero di tutto per impedirmelo e ci riuscirono». È stato subito smentito da Fabiano Fabiani, ex ad di Finmeccanica e all’epoca dei fatti a capo della delegazione che trattava per conto dell’azionista pubblico la cessione della casa automobilistica di Arese: «Non ho percepito un’opposizione di Prodi all’acquisizione dell’Alfa Romeo da parte della Fiat». Le cose andarono così. L’Alfa perdeva centinaia di miliardi l’anno eppure la Ford, probabilmente ritenendo che si potesse usare un nome di grande tradizione e una casa con clienti affezionatissimi per sbarcare in Europa, avanzò un’offerta assai generosa: ben 3.300 miliardi (secondo alcune fonti 4.000) per acquisire gradualmente il pieno controllo entro otto anni, piano di investimento di 4.000 miliardi per il quadriennio successivo all’acquisto, ottime garanzie per coloro che risultavano impiegati nel carrozzone. L’offerta venne formalizzata il 30 settembre del 1986 e restava valida fino al 7 novembre dello stesso anno. Tutti d’accordo? Non proprio. Prodi informò subito Cesare Romiti: nulla di male, poteva essere un tentativo per ottenere un rilancio Fiat, che puntualmente arrivò il 24 ottobre. Ma era assai deludente: prevedeva un prezzo di acquisto di 1.050 miliardi, in cinque rate senza interessi, prima rata nel 1993 (alla fine Fiat sborsò in realtà tra i 300 e i 400 miliardi), poi 4.000 miliardi di investimenti entro il 1995 e molti posti di lavoro da tagliare per recuperare competitività. Bene : il 6 novembre l’Iri di Prodi cedette l’Alfa alla famiglia Agnelli, quella che dieci anni più tardi, con Mortadella al governo, sarebbe stata tenuta artificialmente a galla con gli ecoincentivi per l’auto.
    «Per me in particolare sarebbe come sconfessare parte della mia storia professionale, visto che da presidente dell'Iri in quegli anni ho avviato uno dei più consistenti processi di privatizzazione intrapresi in Europa»: Prodi ha voluto ripetere nove volte questa frase, giovedì in Parlamento. Ma siamo davvero sicuri che sia un passato del quale menar vanto?
    2 - fine

    Il Professore ha svenduto il patrimonio del Paese (facendo felici i poteri forti)

    [Data pubblicazione: 01/10/2006] http://www.nwo.it/disastri.html
    Ultima modifica di yure22; 14-06-11 alle 00:04

  2. #2
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    Predefinito Rif: Cosa leggo su prodi

    il proprietario dell' Alfa Romeo era Craxi, non Prodi.

    Sarebbe come dire che l'Alitalia è stata svenduta dal suo presidente e non da Berlusconi.

    Qua non si pretende molto da avoi ,ma almeno le nozioni di base per sgamare al volo le faziosità degli articoli della Padania (6 milioni di finanziamento pubblico) ormai dovreste averle

    Ultima modifica di brunik; 14-06-11 alle 01:27
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  3. #3
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    Predefinito Rif: Cosa leggo su prodi

    Ed il bello è che i"poveri" della sinistra accusano Berlusconi di non preoccuparsi della classe sociale da 1000 euro al mese...

    Hanno votato compatti 4 referendum uno più assurdo dell'altro al solo scopo di mandare a casa berlusconi... povera italia !!!

  4. #4
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    Predefinito Rif: Cosa leggo su prodi

    l'alfa romeo l'ha venduta Craxi, non Prodi, mica era roba sua.

    Continuate a raccontare palle poi cascate dalle nuvole se 25 milioni di italiani votano contro Berlusconi
    Siamo noi, siamo noi, i Campioni dell'Europa siamo noi

  5. #5
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    Predefinito Rif: Cosa leggo su prodi

    Citazione Originariamente Scritto da yure22 Visualizza Messaggio
    I disastri di Prodi all'IRI (2) Così si sono mangiati l'Italia

    da la Padania online

    Rivendicare con insolenza e orgoglio la propria storia professionale e, in particolare, la responsabilità delle disastrose privatizzazioni che hanno impoverito il Paese negli anni Novanta, dimostra quanto abbiamo già avuto modo di scrivere su Romano Prodi: è un uomo abile e fortunato. Calca la scena politica italiana da quasi trent’anni, si propone alla Seconda - e magari alla Terza - Repubblica, quando è figlio prediletto della degenerazione della Prima. Deve questa straordinaria resistenza, oltre alla buona stella che lo assiste, anche alla tenacia fuori dal comune, alla determinazione e alle ambizioni senza pari, oltre che un gran tempismo e soprattutto un discreto opportunismo. Il suo cursus honorum è costellato di incarichi prestigiosi assolti mediocremente: pessima la sua prima gestione del carrozzone Iri, disastrosa (seppur breve) la seconda, come inquilino di Palazzo Chigi è stato cacciato dalla stessa parte politica che là lo aveva mandato, da presidente della Commissione Ue si è attirato critiche unanimi della stampa internazionale... Eppure - sarà per quell’aria apparentemente inoffensiva e bonaria, da curato di campagna, che spinge i suoi avversari a sottovalutarlo (Massimo Giannini ha recentemente ironizzato: «I suoi artigli grondano bontà») - è sempre riuscito a risorgere dai propri fallimenti. Meglio: è riuscito spesso a far passare l’idea che venisse “epurato” per la propria ostinazione a difendere gli interessi generali invece che quelli dei soliti noti, proprio lui che ha sempre flirtato coi poteri forti e con le aree politiche legate a questi ultimi. Così, da ogni flop ha preso nuovo slancio, potendo contare sulle amicizie giuste, su un “ombrello” di potentati che l’hanno protetto, essendone lui fedele reggicoda. All’inizio fu la compatta falange della sinistra Dc, che poi risulterà non a caso l’unica componente dell’ex Balena Bianca a salvare le penne nella bufera giudiziaria di Tangentopoli. Poi, subito dopo, certi poteri italiani legati agli ambienti cattolici (Nanni Bazoli) e laici (Carlo De Benedetti ma anche Gianni Agnelli) del centrosinistra, con i conseguenti addentellati nel mondo dei mass media (garanzia di un appoggio propagandistico davvero indispensabile per un personaggio sostanzialmente inascoltabile come è lui). Infine, l'ombra lunga di Goldman Sachs.
    È, questo, un capitolo piuttosto oscuro della nostra storia. Attraverso le privatizzazioni furono smantellati settori trainanti dell'economia italiana: quello agro-alimentare già dell’Iri (acquisito da gruppi inglesi, olandesi ed americani), il Nuovo Pignone dell’Eni, la siderurgia di Stato, l’Italtel, l’Imi. Sono state inoltre privatizzate Telecom (con le conseguenze che purtroppo stiamo osservando proprio in questi giorni) e in parte anche Enel ed Eni, già enti di Stato che potrebbero presto finire nelle mani delle solite multinazionali estere. Iniziatore e protagonista - pure reo confesso - di questo processo fu Prodi, prima come presidente dell’Iri, specie durante il suo secondo mandato (1993-94), poi come presidente del Consiglio (1996-99).
    Ovviamente, una operazione così complessa non nasce né viene portata avanti da un uomo solo, perlopiù impacciato come è il professore bolognese. Serve un forte gruppo di potere. Ve ne sono alcuni, internazionali, particolarmente potenti: Bilderberg, Rothschild, Goldman Sachs... Prendiamo allora quest’ultimo, una cosiddetta merchant bank (banca d’affari) già presente al famoso summit del Britannia, dove si decise lo smantellamento dello Stato-imprenditore italiano; ha poi ricoperto un ruolo essenziale nel processo di privatizzazione delle partecipazioni statali, favorendo l’intervento delle grandi multinazionali sue clienti privilegiate e potendo contare per questo sull’amicizia di importanti uomini di potere nostrani, come Mario Draghi, che è stato fino all’altro ieri vicepresidente Goldman per l'Europa, e poi proprio il Romano Prodi, a più riprese consulente di livello della banca e per questo assai ben remunerato (3,1 miliardi di lire di compensi, come scrissero il Daily Telegraph e l'Economist).
    Draghi, oltre che direttore generale del Tesoro tra il '96 e il 2003, presiedette nel '93 il Comitato per le privatizzazioni; nello stesso periodo Goldman Sachs, tramite il fondo Whitehall, acquisì nel 2000 l'ingente patrimonio immobiliare dell'Eni di San Donato Milanese, oltre agli immobili della Fondazione Carialo e, assieme alla Morgan Stanley, quelli della Unim, Ras e Toro. Prodi era presidente dell’Iri quando decise la privatizzazione della Credito Italiano proprio tramite la Goldman Sachs, che fissò il valore delle azioni a 2.075 lire, meno di quello di Borsa (che era a quota 2.230). Ma dobbiamo all’attuale premier anche la perdita di molti dei marchi storici del nostro comparto agroalimentare, ovviamente finiti (male) in mano straniera. Prodi concluse la cessione dell'Italgel (900 miliardi di fatturato) alla Nestlé per 703, così come l’assai discussa vendita della Cirio-Bertolli-De Rica (fatturato 110 miliardi, valutata 1.350), ad una fantomatica finanziaria lucana (Fisvi) al prezzo di 310 miliardi, che ne garantì il pagamento con la futura alienazione di parte del gruppo stesso alla multinazionale Unilever (ne abbiamo già parlato ieri a proposito del caso Sme).
    Il marchio di Goldman Sachs ritorna prepotentemente alla ribalta ora, perché “suo” uomo è il sottosegretario all’Economia Massimo Tononi, che ha lasciato Londra dopo aver finanziato la campagna elettore del Professore con 100 mila euro, per occuparsi della presenza del Tesoro in società, come Eni ed Enel, oggetto del desiderio della merchant bank. Così come uomo Goldman è quel Claudio Costamagna, giovane banchiere dalla carriera folgorante, consulente di Rupert Murdoch nell’affare Telecom, il cui nome era circolato come possibile nuovo presidente della Cassa depositi e prestiti che avrebbe dovuto rilevare la rete fissa della nostra maggiore compagnia compagnia telefonica, in base al piano elaborato (artigianalmente? Vien davvero da dubitarne) dal fidato braccio destro di Prodi, il dimissionato Angelo Rovati. Tononi e Costamagna hanno lavorato per anni nello stesso team della Goldman Sachs, ça va sans dire. Insomma, l’intreccio è perlomeno curioso, nonché appassionante.
    Ma proseguiamo e, per non sembrare cultori di spy story, buttiamoci nella concretezza dei numeri. Quello della Sme a De Benedetti non è l’unica cessione sballata che Prodi avrebbe voluto effettuare, a prezzi poi rivelatisi impropri. Pare essere proprio un vizietto del professore, sempre così generoso coi poteri che contano (passateci la malizia). Pensiamo alla Stet, ricca e potente finanziaria delle telecomunicazioni, che controllava Sip, ma anche Italtel e Sirti: nell’ottobre 1988 Iri vendette a Stet il 26% del pacchetto azionario Italtel per 440 miliardi, quando in base a un piano elaborato due anni prima da Prodi e Fiat ne avrebbe ricavati solo 210. O ancora, alla vicenda del Banco di Santo Spirito, acquistata dalla Cassa di risparmio di Roma diretta dal demitiano Pellegrino Capaldo: il progetto iniziale - appoggiato dall’attuale premier - prevedeva introiti per l’Iri tra i 350 e i 500 miliardi, mentre quello finale, profondamente trasformato, toccò quota 794 miliardi. Abbiamo già accennato alle cifre improprie della privatizzazione Credit, durante il “Prodi II” all’Iri. E forse varrebbe anche la pena di rievocare altre storiacce, come quella della sciagurata gestione del buco Finsider o dei fondi neri Italstat.
    Ma vorremmo chiudere invece con l’episodio della vendita Alfa Romeo alla Fiat. Prodi, allora presidente Iri cui apparteneva il marchio del Biscione attraverso Finmeccanica, in tempi recenti ha sostenuto: «Volevo vendere l’Alfa alla Ford, fecero di tutto per impedirmelo e ci riuscirono». È stato subito smentito da Fabiano Fabiani, ex ad di Finmeccanica e all’epoca dei fatti a capo della delegazione che trattava per conto dell’azionista pubblico la cessione della casa automobilistica di Arese: «Non ho percepito un’opposizione di Prodi all’acquisizione dell’Alfa Romeo da parte della Fiat». Le cose andarono così. L’Alfa perdeva centinaia di miliardi l’anno eppure la Ford, probabilmente ritenendo che si potesse usare un nome di grande tradizione e una casa con clienti affezionatissimi per sbarcare in Europa, avanzò un’offerta assai generosa: ben 3.300 miliardi (secondo alcune fonti 4.000) per acquisire gradualmente il pieno controllo entro otto anni, piano di investimento di 4.000 miliardi per il quadriennio successivo all’acquisto, ottime garanzie per coloro che risultavano impiegati nel carrozzone. L’offerta venne formalizzata il 30 settembre del 1986 e restava valida fino al 7 novembre dello stesso anno. Tutti d’accordo? Non proprio. Prodi informò subito Cesare Romiti: nulla di male, poteva essere un tentativo per ottenere un rilancio Fiat, che puntualmente arrivò il 24 ottobre. Ma era assai deludente: prevedeva un prezzo di acquisto di 1.050 miliardi, in cinque rate senza interessi, prima rata nel 1993 (alla fine Fiat sborsò in realtà tra i 300 e i 400 miliardi), poi 4.000 miliardi di investimenti entro il 1995 e molti posti di lavoro da tagliare per recuperare competitività. Bene : il 6 novembre l’Iri di Prodi cedette l’Alfa alla famiglia Agnelli, quella che dieci anni più tardi, con Mortadella al governo, sarebbe stata tenuta artificialmente a galla con gli ecoincentivi per l’auto.
    «Per me in particolare sarebbe come sconfessare parte della mia storia professionale, visto che da presidente dell'Iri in quegli anni ho avviato uno dei più consistenti processi di privatizzazione intrapresi in Europa»: Prodi ha voluto ripetere nove volte questa frase, giovedì in Parlamento. Ma siamo davvero sicuri che sia un passato del quale menar vanto?2 - fine

    Il Professore ha svenduto il patrimonio del Paese (facendo felici i poteri forti)

    [Data pubblicazione: 01/10/2006] I disastri di Prodi all'IRI

  6. #6
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    Predefinito Rif: Cosa leggo su prodi

    Citazione Originariamente Scritto da brunik Visualizza Messaggio
    l'alfa romeo l'ha venduta Craxi, non Prodi, mica era roba sua.

    Continuate a raccontare palle poi cascate dalle nuvole se 25 milioni di italiani votano contro Berlusconi
    Scommetto che hai 18 anni e che gli anni '80 li hai studiati al centro sociale.

    Bettino craxi era stato premier per credo 3 anni, aveva ministri di coalizione, molti DC, come DC era il ministro della partecipazioni statali, cerrto daridà.

    Presidente dell'IRI un certo romano prodi che , come ne fosse padrone, cercava di piazzare ,a prezzi ridicoli, il patrimonio statale a certi amici di merenda.

    Certo lo avrà voluto fare per troppa bontà, non credo che ci av esse potuto lucrare : troppo onesto prodi, basta vedere la faccia da prevosto per capirlo.

    Craxi non ne venne neppure informato, le cose dovevano avvenire ancor prima che il capo del governo potesse opporsi, altrimenti sarebbe saltato tutto.

    Per lo SME craxi chiese a berlusconi di mettere su una cordata per contrastare l'offerta fatta da prodi a debenedetti ed in tutta fretta, prim a che l'atto notarile ponesse la parola fine all'affaire du siecle.

    Ora che lo sai pure tu, corri al centro sociale a spiegarlo, vedrai che figurone farai.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Cosa leggo su prodi

    Voi comunisti dei centri sociali siete sempre a menarla con i poteri forti. Lo stato deve produrre le merendine a 100 e venderle a 80!!!! Solo perchè i comunisti statalisti del PSI avevano un sacco di culi senza sedie. e le sedie dovevamo pagargliele noi assumendoci il debito residuo della vendita delle merendine della motta e dell'alemagna. Industrie strategiche ovviamente. In questo modo i comunisti di Craxi hanno fatto raddoppiare il debito pu8bblico italiano.
    Meglio che anche Ceaucescu-Berlusconi prepari le valigie... va lah...
    Militia est vita nostra super terram.
    Siamo nati per soffrire e io ho soffritto molto.

  8. #8
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    Predefinito Rif: Cosa leggo su prodi

    Citazione Originariamente Scritto da yure22 Visualizza Messaggio
    Scommetto che hai 18 anni e che gli anni '80 li hai studiati al centro sociale.

    Bettino craxi era stato premier per credo 3 anni, aveva ministri di coalizione, molti DC, come DC era il ministro della partecipazioni statali, cerrto daridà.

    Presidente dell'IRI un certo romano prodi che , come ne fosse padrone, cercava di piazzare ,a prezzi ridicoli, il patrimonio statale a certi amici di merenda.

    Certo lo avrà voluto fare per troppa bontà, non credo che ci av esse potuto lucrare : troppo onesto prodi, basta vedere la faccia da prevosto per capirlo.

    Craxi non ne venne neppure informato, le cose dovevano avvenire ancor prima che il capo del governo potesse opporsi, altrimenti sarebbe saltato tutto.

    Per lo SME craxi chiese a berlusconi di mettere su una cordata per contrastare l'offerta fatta da prodi a debenedetti ed in tutta fretta, prim a che l'atto notarile ponesse la parola fine all'affaire du siecle.

    Ora che lo sai pure tu, corri al centro sociale a spiegarlo, vedrai che figurone farai.
    Tu leggi troppo Libero, guarda che l'Alfa Romeo l'ha venduta Craxi, controlla pure.

    Sarebbe come dire che l'Alitalia l'ha svenduta il presidente di Alitalia e non Berlusconi.
    Ultima modifica di brunik; 14-06-11 alle 23:34
    Siamo noi, siamo noi, i Campioni dell'Europa siamo noi

  9. #9
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    Predefinito Rif: Cosa leggo su prodi

    Una delle più grandi stronzate che hanno fatto bere ai bananas è che Prodi volesse svendere la SME. Tutte le valutazioni concordavano sul prezzo. Ciò che fu poi impossibile da mantenere fu l'idea di Prodi sul polo agricolo-alimentare intaliano quando fu poi fatto per forza di cose lo spezzatino. Chi impedì che questo avvenisse lo sappaimo è stato Berlusconi per ordine di Craxi (come per altro ha ammesso) in cambio del favore fattogli da Craxi sul mantenimento illegale di tre reti televisive nazionali. Siete proprio dei boccaloni.


    Accuse a Prodi sulla determinazione del prezzo

    Le accuse che sono state rivolte a Prodi riguardano il prezzo stabilito nel 1985 per la vendita dell’intero complesso alimentare dell’IRI, SME-SIDALM. I detrattori hanno sempre sostenuto che fosse troppo basso. L'offerta era di 437 miliardi di lire da pagare entro la fine dell'anno successivo; tale dilazione al tasso del 14% semplice portava il valore della transazione a 497 miliardi. Questo corrispondeva ad un prezzo di lire 1.107 per azione; la quotazione di borsa era di lire 1.275 per azione.

    Prima di decidere la vendita, fu eseguita una perizia commissionata dall'IRI ai professori dell'Università Bocconi di Milano, Roberto Poli e Luigi Guatri, due dei maggiori esperti di assets aziendali. I due periti valutarono l'intero valore della SME circa 700 miliardi. Il 64,3%, cioè la quota in vendita, corrispondeva a 448 miliardi, valutati 497 miliardi in quanto quota di controllo.

    Gli stessi azionisti della IAR conclusero una perizia interna: Ferrero valutò 735 miliardi il 100% della SME, la Barilla 765 miliardi. Quindi la quota in gioco del 64,3% ammontava a 492 miliardi per la Barilla e 472,6 per la Ferrero, perfettamente in linea con le decisioni dei periti della Bocconi.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Vicenda_SME
    Sulla congruità del prezzo
    Vendita SME: il prezzo era giusto?
    di Marco Pagano e Carlo Scarpa
    http://www.lavoce.info/articoli/pagina540.html
    dove si discute di quanto il nano pelato primenti dell'albanese pelato ci abbiano fatto rimettere rimandando di 14 anni la vendita della SME mentre aumentava il debito pubblico italiano per via delle seggiole da mantenere per i socialisti e altri politici di destra.
    Ultima modifica di Red Shadow; 15-06-11 alle 00:51
    Militia est vita nostra super terram.
    Siamo nati per soffrire e io ho soffritto molto.

  10. #10
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    Predefinito Rif: Cosa leggo su prodi

    quelli del pdl si decidano: liberali o statalisti?

    va bene svendere le spiagge, va bene svendere il 40% delle società che gestiscono l'acqua...

    però i panettoni di stato dovevano continuare ad essere prodotti in perdita? ma non fatemi ridere...
    Ultima modifica di zlais; 15-06-11 alle 00:55
    Il coro del Bunga Bunga:
    Silvio: ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪fa ♪re ♪sol ♪do
    I ministri: ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do
    Le ministre: ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do
    Il giudice: ♪si ♪fa ♪la minore ♪si ♪fa ♪la minore

 

 
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