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    Predefinito "Le due spade: Sacerdotium e Regnum nella lotta per le investiture"



    136° Conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

    mercoledì 16 febbraio 2011
    ore 15.30
    Università Cattolica del Sacro Cuore
    Aula "Robert Brasillach - Alberto da Giussano"
    Edificio Antonianum - II piano
    Largo Agostino Gemelli 1
    Milano

    Tema
    “Le Due spade: Sacerdotium e Regnum nella lotta per le investiture"

    Relatore
    Alberto Spataro


    Ultima modifica di Guelfo Nero; 10-02-11 alle 02:07

  2. #2
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    Ultima modifica di Luca; 16-12-12 alle 19:47

  3. #3
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    Ultima modifica di Luca; 16-12-12 alle 19:50

  4. #4
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    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova i nsorgenza
    Comunicato n. 60/07 del 25 maggio 2007, San Gregorio VII

    Mons. Benigni e San Gregorio VII

    Introduzione al capitolo della Storia Sociale della Chiesa di mons. Benigni dedicato al grande pontefice San Gregorio VII.

    Errico IV e Gregorio VII (1073-85) fino a Canossa (1077).

    L’elezione d’Ildebrando avvenne il giorno stesso in cui Alessandro II scendeva sotterra. Fu un’acclamazione di clero e di popolo che lo volle successore dei cinque papi che Ildebrando aveva animati alla riforma della Chiesa. Questa riforma maturava ormai irresistibilmente, e come sempre accade per un profondo movimento religioso, tendenze politiche vi penetravano e conducevano seco la dura lotta politica e sociale.
    Quei settari della lotta erriciana che cavarono fuori l’accusa di simonia per l’elezione di Gregorio VII, erano miserabili calunniatori. Oggi non v’è storico savio che ne dubiti. La forza delle cose imponeva la scelta di chi aveva potentemente improvvisato il movimento dominatore.
    Quale era il vero carattere d’Ildebrando; quale il suo programma concreto con cui diveniva Gregorio VII? Chi ha fatto di lui un impetuoso, un fanatico testardo, un politicante protervo, ha dato prova di grande ignoranza o di mala fede.
    Ildebrando fu tenace assertore d’un ideale che lo assorbiva; la riforma religiosa. Ma non
    apriorista cieco né violento: al contrario qualche volta ebbe lacune più funeste de’ suoi atti più
    energici.
    Egli fu l’uomo che scrisse: «nessuno diventa repentinamente sommo; e gli alti edifici poco a poco si costruiscono». Durante la sua influenza sopra i suoi predecessori, si adattò pazientemente al presente per preparare pazientemente il futuro trionfo del suo ideale.
    Uno che lo ha più accusato di politicantismo, il LUCHAIRE’ (Pr. Cap., p. 215 ss) riconosce che egli frenò lo zelo di legati più ardenti che chiaroveggenti nella lotta riformistica. Quello che lo spingeva a reagire contro Guglielmo il Conquistatore non aveva torto, davvero; ma Gregorio del 1080, cioè in piena lotta erriciana, faceva osservare allo zelante: questo uomo in certe cose non si comporta così religiosamente come vorremmo; ma giacché egli non distrugge e non vende le chiese, non ha voluto entrare nel partito dei nemici della Santa Sede, e ha fatto giuramento di obbligare i preti concubinari a lasciare le loro donne, ed i laici detentori di decime, ad abbandonarle, egli merita più elogi ed onori che altri re (LUCHAIRE p. 216-7).
    In questa scusa del falcone normanno v’è una tale oggettività serena, una tale misura di cose necessarie più di altre, che veramente fanno pensare a questo: se non si fosse imbattuto con un degenerato malvagio degnamente contornato da malfattori d’ogni specie, Gregorio VII sarebbe passato alla storia come un Papa non più «duro» e non più «politico» dei suoi immediati predecessori.
    Chi lo accusò come il citato autore francese; di avere esorbitato dal campo religioso della riforma in quello politico mediante la lotta delle investiture, mostra di non comprendere affatto né l’intrinseca questione né l’ambiente della lotta, come meglio vedremo or ora.
    Fin dal momento della sua elezione Gregorio dette prova cospicua della sua moderazione e del suo tranquillo provvedere per gradi, quando, eletto per acclamazione generale, mandò ad Errico IV a domandare il suo placito, secondo il patto (così discutibile in se stesso, e così caduto col successore) di Errico III, e non dissimulando al giovane re il suo piano di riforma.
    Se Errico IV e la sua corte cedettero a quella nomina, non fu evidentemente per amore della riforma, ma perché capirono che non si poteva resistere ad una spinta che veniva dagli eremi come veniva dalla folla. E fu così che all’intronizzazione di Gregorio VII intervenne il cancelliere imperiale non meno della pia vedova, l’imperatrice Agnese.
    La scelta del nome che certamente alludeva all’infelice Gregorio VI con cui Ildebrando apparve sulla breccia per la riforma dimostra in lui un sentimento delicato e nello stesso tempo un segno eloquente dell’uomo che non teme la sventura. In Giovanni Graziano morto esule in Germania Ildebrando presentiva forse un papa che «per avere amato la giustizia e odiato l’iniquità morì in esilio»?
    V’è in tutta la vita d’Ildebrando un distacco della vita che colpisce, giacché non è un’ascesi che segrega, ma invece spinge in mezzo alla mischia con la perfetta abnegazione dell’io. Ildebrando se ne va in Germania con il prigioniero Gregorio VI; e non sa se anch’egli vi finirà oscuramente, in mezzo a quell’ambiente nemico. Circostanze provvidenziali lo menano in Francia a fianco di un vescovo benevolo e nel paese ove fiammeggia la riforma dal candelabro di Cluny; questo gli basta. Nulla di più naturale che vi rimanesse, oscuro monaco, a fare del bene. E così tornò a Roma più forte che mai. Dopo tante lotte egli riprese la via dell’esilio dove doveva morire, ed alla fine della sua tragica vita egli era ben sereno e ben distaccato da tutto, per fare una specie di epigramma citando l’inizio di un versetto biblico per chiuderlo con un’antitesi col testo conclusivo del versetto stesso. «Amasti la giustizia e odiasti l’iniquità (dice il salmista) perciò ti unse il Signore con l’olio della letizia sui tuoi pari» (salmo 44,9); e l’esule moribondo constatava: «Amai la giustizia e odiai l’iniquità, perciò muoio in esilio».
    Questo distacco personale della vita fa del «politico» Ildebrando il fratello spirituale di Pier Damiani e di tutti gli altri asceti. Ma il langobardo di Sovana era un lottatore, tenace e disgraziato come un langobardo della caduta e ricaduta del regno, ma tanto più alto quanto più alta era la sua figura, la sua lotta, il suo ideale.
    Questo Papa, Ildebrando continuò il suo lavoro. Se fosse sopravvissuto Alessandro, egli sarebbe andato come suo legato ai normanni; vi andò da pontefice senz’attendere altrimenti. Gli premeva assicurare il Mezzogiorno, più vicino e sempre irrequieto a causa dei normanni.
    Gregorovius vide Ildebrando «affaccendarsi per fare dell’Italia meridionale una provincia vassalla di Roma» (II, 301). Come se Ildebrando non conoscesse abbastanza i suoi congeneri per sapere che razza di «vassalli» erano stati i langobardi, e quanto i normanni fossero... langobardi. Domandando loro il giuramento di fedeltà feudataria al papato, Ildebrando voleva avere quel tanto necessario che si tenesse tranquilli alla frontiera, e potesse fargli contare su quel tanto di onore che era sentito anche da feudatari senza scrupoli, quando Roma li avesse chiamati al soccorso.
    Ciò è consono al tempo ed all’ambiente, e non cambierà presto. In piena lotta mortale con gli ultimi svevi, il Comune di Perugia, che era guelfo soprattutto per essere indipendente, mandò al Papa un rinforzo di cavalleria contro Manfredi, perché questo era un dovere il più elementare d’un suddito verso il sovrano; ed il papato non domandava di più.
    Ricevuto il giuramento di Landolfo VI di Benevento e di Riccardo di Capua, Gregorio VII trovò resistenza in Roberto il Guiscardo, il più pericoloso e quindi quello di cui bisognava ottenere ad ogni costo la «sudditanza» cioè la tranquillità ed un eventuale aiuto. Il contumace fu scomunicato; ed il pontefice preparò una spedizione, passando in rivista cinquanta mila uomini cisalpini e transalpini, l’anno dopo (marzo 1074) presso il Monte Cimino nel Viterbese. Era con lui Gisulfo di Salerno. Ma la cosa non ebbe conseguenze, non tanto perché l’astuto Guiscardo riuscì ad immobilizzare i colleghi «vassalli» di Roma, ma perché Gregorio non aveva avuto intenzione che d’imporre con la minaccia, solo con la minaccia, la sottomissione a Roberto. Lo diceva apertamente il Papa nella lettera con cui domandava appoggi, a confessione dello stesso GREGOROVIUS (II,238).
    Ma in queste lettere si parla di ben altro che dei normanni. L’esercito crociato doveva col Papa in persona sottomettere l’Italia meridionale, liberare Costantinopoli e Gerusalemme dall’incalzante minaccia, quella; dalla dura tirannia dell’Islam, questa. Parlando di questo grandioso progetto che Urbano III riprenderà con maggior fortuna vent’anni dopo, Gregorio raccomanda ad Errico IV di proteggere la Chiesa di Roma durante la di lui assenza.
    Contava tanto Ildebrando sul re tedesco? vedeva egli le cose romane, italiane, transalpine tali di poter la sua mano di ferro lasciare per un certo tempo le redini per allontanarsi verso l’ignoto Oriente? la Riforma non ne sarebbe stata stroncata od almeno compromessa?
    Resta oscuro, e dubitiamo lo resterà sempre, quel momento psicologico d’Ildebrando. Mettiamo pure ch’egli si considerasse tranquillo per l’Italia con il Mezzogiorno eventualmente sistemato, e con le potenti marchese di Toscana a settentrione di Roma. Ma tutto l’insieme sconsigliava al nuovo pontefice di lasciare l’Italia e l’Europa. Forse egli pensò che tornando vincitore e quasi imperatore dell’Oriente avrebbe meglio imposto il suo piano all’Occidente; ma un tale calcolo è così illimitato, così aleatorio per non dire fantastico, da non comprendersi come potesse entrare nella mente d’Ildebrando.
    In ogni modo, tutto questo mostra che il nuovo Papa non aveva affatto in animo di lottare contro l’impero ed il futuro imperatore.

    Mons. Umberto Benigni, STORIA SOCIALE DELLA CHIESA, Vol. IV. L’APOGEO, tomo secondo, Casa Editrice Vallardi, Milano 1930, pagg. 436 – 439.

    _______________________________

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    Sito Internet: http://www.centrostudifederici.org/
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    http://www.centrostudifederici.org/stampa/stampa.htm
    Ultima modifica di Guelfo Nero; 26-02-11 alle 13:55

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    Predefinito Rif: "Le due spade: Sacerdotium e Regnum nella lotta per le investiture"



    è SACROSANTO RICORDARE SAN GREGORIO VII, PAPA, ACERIMMO DIFENSORE DELLE PREROGATIVE E DELLA LIBERTà DELLA SANTA SEDE NEI CONFRONTI DELLE INGERENZE DEGLI IMPERATORI DI GERMANIA.
    FU COLLABORATORE DELLO SFORTUNATO PAPA GREGORIO VI E DEI GRANDI PAPI "RIFORMATORI" DI QUEL PERIODO, SAN LEONE IX, VITTORE II, STEFANO IX DEI CONTI DI LORENA, NICCOLO II, ALESSANDRO II.
    CONTRO LE GRAVI INGERENZE DELL'INCOSTANTE E FEROCE ENRICO IV
    NELLE INVESTITURE ECCLESIASTICHE, FU COSTRETTO AD USARE LA PIENEZZA DEL POTERE PAPALE DEPONENDOLO DALLA CARICA IMPERIALE.
    RITORNATO IMPERATORE DOPO LA PENITENZA DI CANOSSA, ENRICO CONTINUò A PERSEGUITARE IL SANTO PAPA, COSTRINGENDOLO INFINE A SALERNO DOVE MORì NEL 1085. SE INNOCENZO III, INNOCENZO IV E BONIFICIO VIII
    SONO LA TRIPLICE CUSPIDE DEL PONTIFICATO MEDIEVALE, SAN GREGORIO è L'AUREO BASAMENTO DI QUESTA CUSPIDE. LA SUA DEPOSIZIONE DELL'IMPERATORE NON è UN FATTO MERAMENTE POLITICO E STORICIZZABILE
    MA è UNA PREROGATIVA INTRINSECA E PERMANENTE DEL PAPATO
    (ANCHE SE NON ESERCITATA). COME L'OTTIMO PADRE VINCENT DAVIN
    SCRIVEVA NELLA SUA VITA DI SAN GREGORIO VII NEL 1861: "INDIPENDENZA DEI POTERI LAICI DI FRONTE ALL'INDIPENDENZA DEL SACERDOZIO?
    MA è MANICHEISMO SOCIALE! QUANDO IN MESSICO SI IMMOLAVANO AGLI INIZI
    DEL CINQUECENTO PIù DI 20000 VITTIME UMANE ALL'ANNO, IL PAPATO NON POTEVA CHE RIMETTERE NELLE MANI DI FERNAND CORTES LA BANDIERA DELLA CROCE E DIRGLI: "PIANTALA NEL MEZZO DI QUELL'INFERNO,
    A QUALUNQUE COSTO: QUEI REGNI HANNO PERSO IL DIRITTO DI GOVERNARSI>".
    QUEL CHE GREGORIO VII FECE IN GERMANIA PER MEZZO DELLE LEGGI DIVINE ED UMANE, LO POTEVA FARE ANCHE ALTROVE PER MEZZO DELLE SOLE LEGGI DIVINE. SAN PIO V LO POTRà FARE CONTRO LA SCISMATICA ELISABETTA D'INGHILTERRA E PIO IX LO PUò IN FRANCIA COME IN MESSICO, NELLA SVEZIA PROTESTANTE COME NELLA CINA BARBARA. SONO I DIRITTI ETERNI DEL SACERDOZIO, LE PREROGATIVE COSTITUZIONALI ED INALIENABILI DELLA CHIESA". A TUTTI COLORO CHE NON LO AMANO E NON L'AMARONO, A CAUSA DI CIò CHE EGLI RICORDA, A TUTTI COLORO CHE LO CRITICANO, A TUTTI I SUOI DETRATTORI, AI CATTOLICI GHIBELLINI O GUELFI TIMIDI, DAL SUO GLORIOSISSIMO TRONO IN PARADISO SAN GREGORIO VII PUò LECITAMENTE DIRE AD ALTA VOCE "CI RIVEDREMO A CANOSSA!"
    SARà LA "CANOSSA CELESTE" DEL GIUDIZIO FINALE OD UNA PIù TERRENA?
    SOLO DIO LO SA.
    Ultima modifica di Guelfo Nero; 26-02-11 alle 13:48

  7. #7
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  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Guelfo Nero Visualizza Messaggio
    Alberto Spataro, continuando nel suo percorso di ricostruzione storica iniziato con la conferenza su Carlo Magno del 27 ottobre 2010, ha tracciato un ampio affresco storico sulla lotta per le investiture. Il tema medioevalistico sarà concluso da una successiva terza conferenza dedicata all’apogeo del papato medioevale.
    Con una breve antologia di documenti, il relatore ha mostrato come l’autorità dei vescovi venisse a coincidere col potere civile, in seguito al progressivo svuotarsi dell’autorità imperiale. E’ poi passato a lumeggiare la figura ed il magistero di San Gregorio VII, nelle sue battaglie per la Libertas Ecclesiae, contro l’ingerenza imperiale. Egli fu collaboratore dello sfortunato Papa Gregorio VI e dei grandi Papi riformatori di quel periodo, San Leone IX, Vittore II, Stefano IX dei Conti di Lorena, Niccolo II e Alessandro II. Se Innocenzo III, Innocenzo IV e Bonifacio VIII, sono la triplice cuspide del pontificato medioevale, San Gregorio è l’aureao basamento di questa cuspide. La sua deposizione dell’Imperatore Enrico IV non è un fatto meramente politico e storicizzabile.
    Ultima modifica di Luca; 16-12-12 alle 19:50

  9. #9
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    Predefinito Re: Rif: "Le due spade: Sacerdotium e Regnum nella lotta per le investiture"


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