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    Predefinito Il Belgio verso la secessione

    Belgio, un anno di vuoto
    di Carlo Musilli
    Il primato era già loro, ora festeggiano il compleanno. Nei giorni scorsi il Belgio senza governo ha compiuto un anno di vita. Un record assoluto in tempo di pace, che ha consentito al Paese di conquistarsi un posto nell'almanacco della Guinness. Addirittura surclassati gli iracheni, i precedenti detentori del titolo, che dopo l'invasione americana ci avevano messo solo 249 giorni a formare un nuovo esecutivo. Dilettanti.
    A ben vedere, quello che sta accadendo a Bruxelles e dintorni sembra basato su una sceneggiatura di Franz Kafka. Tutto è cominciato il 14 giugno 2010, data delle ultime consultazioni politiche. Nelle Fiandre, a nord, vinsero con il 27,8% dei voti i separatisti-nazionalisti della Nuova Alleanza Fiamminga (N-Va), guidati da Bart De Wever.

    Tutt'altra storia nel sud vallone e francofono, dove a spuntarla con il 37,6% furono i socialisti dell'italico Elio Di Rupo. Da allora si susseguono negoziati sempre più esasperanti per tentare di mettere in piedi un governo qualsiasi. Niente da fare. Fino ad oggi, solo fumate nere.
    L'assurdità sta nel fatto che già un anno fa si era trattato di elezioni anticipate. L'obiettivo, quanto mai paradossale con il senno di poi, era di garantire stabilità a un Paese che aveva visto avvicendarsi tre diversi premier in soli quattro anni. E invece siamo ancora allo stesso punto. Più di dodici mesi con le mani nei capelli.
    Durante questo lungo purgatorio, a tenere in mano le redini del Belgio è stato il povero primo ministro uscente, il cristiano-democratico fiammingo Yves Leterme, costretto a rimanere attaccato con le unghie a quella stessa poltrona da cui aveva cercato di scappare. Si era dimesso a soli cinque mesi dall'inizio del suo mandato, dopo una frattura fra i partiti fiamminghi e valloni sulla definizione della circoscrizione elettorale di Bruxelles. Naturalmente, non essendo legittimato dal voto popolare ma solo dall'imbarazzante stallo causato dai suoi colleghi, oggi Leterme non svolge le funzioni di un vero premier, limitandosi all'ordinaria amministrazione.
    E in verità non se la cava male: non solo è stato presidente di turno dell'Unione europea per sei mesi, ma si è anche assunto la responsabilità di decisioni dal peso specifico rilevante. Ad esempio, la partecipazione attiva alla missione militare in Libia affianco della Nato. Per non parlare dell'economia, che negli ultimi mesi ha fatto segnare dei tassi di crescita alti (nonostante il deficit sia il terzo più alto di tutta l'Ue, pari al 100% del Pil).
    Ma ormai Leterme non ne può più: "Sono costretto a governare il Paese - ha detto sconsolato - mentre gli altri si riposano sugli allori. Questo non è il normale corso delle cose". Secondo lui, invece di puntare al pragmatismo per salvare la faccia, i partiti si lasciano guidare dai sondaggi. Così facendo, il compromesso si allontana sempre di più.
    A risolvere la situazione potrebbe essere Di Rupo, che a fine maggio ha ricevuto per la seconda volta un mandato esplorativo da re Alberto II. In teoria, dovrebbe formare un nuovo esecutivo entro fine mese (e se ci riuscisse diventerebbe il primo presidente vallone negli ultimi trent'anni). Certo, i precedenti non incoraggiano: già sette mandati esplorativi, affidati di volta in volta al politico meno improponibile, si sono risolti in altrettanti buchi nell'acqua. A complicare ulteriormente le cose ci si sono messi anche i problemi di salute del socialista, che si è dovuto operare alle corde vocali. Secondo alcuni gli avrebbero fatto male le troppe parole al vento.
    Intanto il Belgio è sempre più spaccato a metà, non solo dal punto di vista linguistico. I fiamminghi separatisti delle Fiandre (il 60% della popolazione) guardano con disprezzo al sud vallone e francofono, molto più arretrato e quindi considerato alla stregua di una zavorra, un ostacolo sulla strada dello sviluppo. Se dal nord premono per ottenere una maggiore autonomia federale, i meridionali si oppongono, terrorizzati all'idea che questo sia il primo passo verso la definitiva secessione del Paese. Insomma, il salotto buono dell'Unione europea è un Paese diviso.
    Difficile prevedere come si risolverà la crisi. Secondo diverse testate di lingua francese, la prospettiva più probabile è quella di nuove elezioni all'inizio dell'autunno. Il problema è che, secondo i sondaggi, dalle urne uscirebbe un risultato pressoché identico a quello ottenuto nella primavera 2010. E la giostra belga ricomincerebbe a girare.
    Belgio, un anno di vuoto


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  2. #2
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    Predefinito Rif: Il Belgio verso la secessione

    Visto da Bruxelles
    Franco Chittolina
    Essere a Bruxelles nei giorni scorsi mi ha fatto pensare di essere al posto giusto nel momento giusto, almeno per capire qualcosa di un intreccio di vicende in corso in Europa, con epicentro nella capitale del Belgio.
    Erano i giorni in cui l’Italia sembrava vivere sospesa nel vuoto tra Pontida e Roma, il Belgio “celebrava” un intero anno senza essere riuscito a mettere insieme un governo dopo le elezioni di giugno 2010 e l’Unione Europea viveva giorni concitati con ministri e capi di Stato e di governo in riunioni ininterrotte per impedire la bancarotta della Grecia, salvare l’euro, l’UE e tutti noi da un drammatico fallimento.
    Vicende diverse tra di loro per natura e gravità, ma con un denominatore comune: la difficoltà delle nostre democrazie a governare società complesse, tenere insieme i diversi nord e sud d’Europa e promuovere coesione dentro le turbolenze del mondo globale.
    Cominciamo dal Belgio. Un Paese di dieci milioni di abitanti, una storia ricca di cultura, un passato di successi politici ai tempi delle colonie, un’economia florida quando tutto girava attorno a carbone e acciaio. Ma anche un Paese da tempo diviso: fino alla seconda metà del secolo scorso il sud vallone forte delle sue miniere e delle sue industrie, il nord fiammingo e rurale che stentava a uscire da condizioni di sottosviluppo. Oggi la ruota ha girato: la ricchezza e il lavoro si sono spostati nelle Fiandre del terziario avanzato, la disoccupazione e il declino sono il volto della Vallonia francofona. E poi c’è la legge dei numeri: la ricchezza pro capite nel nord supera di quasi il 50% quella del sud, il 60% della popolazione è fiamminga, il 40% francofona e la prima non vuole più pagare per la seconda. Anche qui il nord chiede una revisione della fiscalità e della solidarietà nazionale: i fiamminghi non vogliono più pagare la protezione sociale dei valloni, ma non chiedono di spostare ministeri nazionali nelle Fiandre, anche perché di ministeri veramente nazionali ne sono rimasti pochi, come gli Affari esteri, la Giustizia, la Difesa, gli Interni e poco più. Funzionano come possono le autonomie regionali che, con il governo nazionale vacante, tengono a galla il Paese e celebrano le qualità di autogoverno della popolazione belga. Resta che il rischio di disintegrazione del Paese è alto, comincia anche da queste parti a circolare la parola “secessione” e lo sguardo di molti e’ rivolto alla fragile Europa come argine della stabilità nazionale. Intanto anche qui il debito pubblico è fuori misura e la Banca Centrale Europea (BCE) lancia allarmi e chiede misure di risanamento.
    É del Belgio che stiamo parlando, ma per molti versi sembrerebbe l’Italia: se non quella di oggi, forse quella di domani se Pontida non fosse una cosa seria, e se le istituzioni nazionali dovessero piegarsi ai ricatti padani. Compresi quelli formulati con lo slogan «più risorse e meno tasse per il nord», messaggio indirizzato a Giulio Tremonti, proprio mentre stava cercando a Bruxelles, con i suoi colleghi, la strada per il salvataggio della Grecia ed impedire che anche l’Italia – come qui teme qualcuno – finisca nel vortice dei Paesi a rischio di bancarotta.
    Visto da Bruxelles | Apiceuropa




  3. #3
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    Predefinito Rif: Il Belgio verso la secessione

    Record Belgio, senza governo per un anno
    Scritto da Paolo Ribichini
    Il paese che ospita il governo della Ue si ritrova senza esecutivo, effetto di un serio malessere tra i due gruppi etnici
    Un anno senza governo. Non si tratta di utopia anarchica ma è la realtà. Succede in Belgio dove le elezioni del 13 giugno 2010 hanno prodotto due maggioranze diverse nella regione delle Fiandre e in Vallonia. Un anno dopo, nonostante interminabili trattative tra le varie forze politiche, dopo vari “mandati esplorativi”, la nascita di un esecutivo in grado di governare il Paese, afflitto da una crisi istituzionale ed economica, non sembra possibile nel breve periodo.
    Il Belgio spaccato.
    Si tratta di un record mai raggiunto da nessun paese in epoca moderna ed in tempo di pace. Il risultato del voto di un anno fa è effetto della profonda spaccatura che rischia di consegnare il Belgio alla storia. Composto da 3 regioni e da due gruppi etnico-linguistici principali diversi, il piccolo paese dove risiede il governo dell'Unione europea si trova oggi in serie difficoltà. La Vallonia, regione mineraria nel sud del Paese motore dell'industrializzazione belga fino agli anni settanta, ha sofferto profondamente della crisi del settore siderurgico degli ultimi due decenni ed oggi presenta un elevato tasso di disoccupazione. La regione un tempo più povera, le Fiandre è oggi il nuovo motore del Belgio e, grazie alle infrastrutture portuali realizzate negli ultimi decenni, ha un'economia decisamente orientata all'export. Ciò consente di attrarre capitali stranieri e quindi investimenti che rendono la produzione economica dinamica e consistente.
    Economia, ma anche lingua.
    Di fronte ad un divario tra nord e sud sempre più evidente, non diverso da quello che c'è in Italia, il Paese rischia di scomparire. Certamente si tratta più di una questione economica che etnica (al nord il gruppo fiammingo è culturalmente e linguisticamente vicino all'Olanda, mentre il sud è francofono), ma certamente le differenze culturali influiscono non poco nel rendere la frattura ancora più ampia.
    Senza governo si va avanti lo stesso.
    Così, un anno fa le elezioni parlamentari sono state vinte dai nazionalisti fiamminghi al nord con il 27,8%, mentre a sud dal Partito socialista (francofono) con il 37,6%. Il Paese si è trovato così con un Parlamento diviso sia sul piano politico (destra al nord e centro-sinistra al sud) sia sul piano etnico. L'effetto di queste estenuanti trattative che non hanno finora portato a nulla, una disaffezione per le istituzioni centrali è sempre più evidente.
    Mentre negli anni scorsi spinte separatiste venivano avanzate da alcuni partiti fiamminghi, oggi lo stesso stato d'animo inizia a serpeggiare anche a sud. Il concetto di nazione belga sta così morendo, mentre il “matrimonio” tra i due popoli si è ormai trasformato in una “coabitazione forzata”. D'altronde l'assenza di un esecutivo centrale non ha fatto altro che rinvigorire le aspettative nei confronti dei governi locali che hanno danno l'impressione di essere affidabili ed in grado di far fronte alla carenza del potere federale.
    E come dargli torto? Dopo un anno senza governo il Belgio va avanti, l’economia si sta riprendendo; ogni cosa sembra funzionare in modo automatico. E allora perché tenere in vita un contenitore che non serve a nulla?
    Record Belgio, senza governo per un anno | Diritto di critica



  4. #4
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    Predefinito Rif: Il Belgio verso la secessione

    Belgio: si dimette il premier ad interim, il re rientra da Nizza
    Il primo ministro ad interim del Belgio, Yves Leterme, ha annunciato oggi le sue dimissioni dalla carica. Il politico cristiano-democratico dovrebbe diventare segretario aggiunto dell’Ocse entro la fine dell’anno. Visto il complicarsi della situazione politica del Paese, da oltre un anno senza un governo con i pieni poteri, il re Alberto II ha deciso di ritornare a Bruxelles da Nizza.
    Il servizio di Fabrizio Angeli
    Il Belgio è senza un governo con pieni poteri dalle elezioni del 13 giugno 2010. Un record. Quattrocentocinquantotto giorni di instabilità politica ed impasse economica, dove nessuno riesce a prendere in mano la situazione e fermare il pericoloso aumento di debito pubblico. Il cristiano democratico Leterme è solo l’ultimo in ordine di tempo ad aver fatto un passo indietro. L’autonomista fiammingo Bart de Wever, il socialista francofono Elio Di Rupo si rimbalzano da anni quel seggio da premier che nessuno sembra volere.
    Il Belgio, nato nel 1830, è una federazione composta da tre regioni: le ricche Fiandre al nord, la Vallonia francofona a sud, attraversata da maggiori difficoltà, e Bruxelles capitale, solo ufficialmente bilingue. Fiamminghi e francesi hanno partiti politici diversi, giornali e canali televisivi diversi. I primi spingono per l’autonomia fiscale e per la secessione politica. I secondi vorrebbero maggior sostegno economico, in una regione dove la disoccupazione gravita attorno al 20 per cento. Oggi il leader socialista Di Rupo, incaricato di formare un nuovo governo, ha denunciato il “blocco profondo” dei negoziati tra partiti francofoni e fiamminghi che ostacola gli accordi e la stabilità del Paese. Un blocco dalle radici profonde, come nel paese di Wemmel, raccontato dai media. Quattordicimila abitanti alla periferia di Bruxelles, dove la lingua ufficiale è il fiammingo ma la maggioranza delle famiglie è francofona. Ma quando il sindaco di Wemmel presiede il consiglio comunale non può pronunciare neanche una sola parola in francese, altrimenti la seduta è annullata.
    RADIO VATICANA: Belgio: si dimette il premier ad interim, il re rientra da Nizza


  5. #5
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    Predefinito Rif: Il Belgio verso la secessione

    Anche loro, però: si diano una mossa!

 

 

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