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Discussione: La storia si ripete

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    Predefinito La storia si ripete

    Ricordi marittimi: sulle compagnie di navigazione sarde

    Riprendiamo dal sito dell’Istituto Bellieni questo articolo, utile in questa Sardegna incolta, disinformata, ma sorridente e denuclearizzata (nel senso del nucleo cerebrale).

    Sardamare, una vicenda dimenticata… che non deve ripetersi!

    Per alcuni fu il segnale che la Nuova Italia, che sorgeva dalle rovine del Fascismo, avrebbe, in tutto e per tutto, ricalcato quell’atteggiamento di bestiale arroganza che aveva contraddistinto la Vecchia Italia Reale, che si proponeva di sostituire. Del caso Sardamare non parla più nessuno, sembra quasi sepolto nelle pagine ammuffite dei quotidiani del tempo e addirittura estinto da ogni considerazione di carattere storico. Per il viaggio inaugurale della prima nave della “Flotta Sarda”, la Scintu, intendiamo riproporre la vicenda, pubblicando un articolo del quotidiano “Il Solco” del Marzo 1945.

    Per una breve introduzione dei fatti di allora, estrapoliamo un brano tratto da “Gli anni di Ichnusa” di Salvatore Tola

    “… il potere centrale non era pronto a favorire lo sviluppo delle energie locali. Esempio tipico quello della Sardamare, una società per azioni che, costituita nel 1945 da imprenditori sassaresi, aveva lo scopo di operare nel campo dei trasporti marittimi tra l’isola e il continente, sempre carente e in quegli anni in misura particolarmente grave.

    Il capitale era interamente sardo ed era stato raccolto con una sottoscrizione capillare a diffusione popolare: a versare la somma iniziale di 50 milioni avevano contribuito oltre 3000 azionisti.

    Questo capitale rimase però a lungo inutilizzato perché le autorità italiane non riuscirono a far assegnare alla Sardamare neppure una delle navi superiori alle 300 tonnellate che gli alleati tenevano sotto controllo. In questa direzione premeva probabilmente la Tirrenia - società fondata all’ombra del passato regime dalla famiglia Ciano - che, per quanto riuscisse ad assicurare all’isola scarsissimi collegamenti - una linea settimanale Olbia-Civitavecchia e una quindicinale Cagliari-Napoli -, faceva di tutto affinché non venisse intaccato il proprio monopolio, garantito d’altra parte da alcune convenzioni stipulate negli anni precedenti con l’amministrazione statale.

    Per iniziare l’attività ci si dovette accontentare di una piccola motonave inferiore alle 300 tonnellate, la Tina; e solo dopo oltre un anno i Cantieri Ansaldo ne poterono fornire una da 1000 tonnellate, intitolata Azuni, che iniziò a lavorare a pieno ritmo nell’agosto del 1946.

    Non molto diverso fu il trattamento riservato all’Airone, una società di navigazione aerea che, costituitasi a Cagliari nel 1944, poté iniziare l’attività soltanto nel 1947: ma la linea più redditizia, fu riservata alla LAI, una società italo-americana a partecipazione statale che nel 1957 si sarebbe fusa con l’Alitalia.

    Le due società si trovarono così, un po’ per gli ostacoli posti dall’amministrazione centrale e un po’ per le difficoltà del periodo, impossibilitate a competere con le concorrenti ripristinate nella penisola, dovettero ben presto mettere fine alla loro attività”.

    CHE COSA È LA « SARDAMARE » “Il Solco”, 11 marzo 1945.

    « Si vuol sostituire ai capitalisti continentali quelli nostrani ancora più avidi perché più straccioni: non così i Sardi intendono incrementare la vita economica dell’Isola. I lavoratori combatteranno contro le forze reazionarie impersonate dai magnati sardi della finanza e dell’industria ».

    Così si esprime nel suo numero del 6 marzo “Il Lavoratore. Settimanale Comunista della Sardegna”, il quale rimprovera al P. S. d’Az. l’adesione data a quella intrapresa, sia pure ponendo come condizione una larga partecipazione popolare.

    Niente, meglio dello scritto di codesto foglio, dimostra i pericoli della demagogia.

    Il nostro animo sarebbe tentato di insorgere esplodendo nelle più roventi invettive, ma sappiamo per esperienza che le parole, anche se frementi e infiammate, non mutano la natura delle cose, e perciò preferiamo esaminare brevemente la questione con animo pacato. L’attuale situazione della Sardegna, specialmente quella delle classi lavoratrici, è veramente tragica. Tutti comprendono, anche coloro che non sono né economisti né finanzieri, che la causa maggiore dell’attuale depressione, è il forzato isolamento in cui la guerra ci ha posto, e che ci impedisce di scambiare i beni prodotti in Sardegna, nella quantità eccedente i nostri bisogni, con le merci necessarie alla vita civile prodotte altrove.

    Non è neppure questione di incrementare la nostra produzione di generi alimentari se non abbiamo le macchine, gli attrezzi, le sementi ed i concimi indispensabili per la nostra agricoltura. E sarà vano e sciocco pensare ad una migliore distribuzione dei beni di consumo, credere di porre fine alla carestia ed alla fame finché sul mercato non sarà notevolmente aumentata la quantità delle derrate. In qualunque modo, al più presto possibile, è perciò indispensabile uscire dall’isolamento, varcare il mare, possedere dei mezzi di trasporto per le esportazioni e le importazioni, non solamente ‘di carattere agricolo, ma anche industriale.

    L’affamato che attende un pezzo di pane non bada se la mano che glielo porge è quella di un conservatore o quella di un rivoluzionario.

    Non può e non deve, in quel momento, soffermarsi a fare sottili distinzioni politiche.

    Bisogna anzitutto vivere, e a tal fine i mezzi si prendono ove sono e da chi li offre. In questo caso i mezzi sono costituiti da una piccola flotta mercantile, anche se solamente noleggiata agli inizi, ed il danaro per l’intrapresa non può darlo se non chi lo possiede.

    I comunisti vorrebbero invece condannarci tutti alla fame, alla nudità e all’isolamento fino a quando non sarà possibile avere una linea di navigazione’ statizzata, nazionalizzata o socializzata. Non sappiamo se di questa opinione siano i lavoratori che attendono un pò di sollievo.

    Si sostiene che l’intrapresa doveva tentarsi con i milioni messi dallo Stato a disposizione della Sardegna per l’incremento agricolo e industriale, ma si dimentica che quei milioni non sono ancora in casa nostra, e che essi sono destinati a sopperire alle enormi esigenze agrarie e di bonifica dell’Isola, e solo in modesta e inadeguata misura alla rinascita industriale, la quale non avrebbe alcuna disponibilità se 50 milioni fossero sottratti per iniziare l’esercizio di una modestissima linea marittima. Era ed è utile che le iniziative dello Stato siano, in ogni modo, affiancate e completate da quelle private. Se Invece di una sola linea di navigazione marittima, ne avremo parecchie, sarà un vantaggio per la Sardegna e per i sardi, e più rapidamente sarà risolto il nostro tragico problema dei trasporti per mare.

    Si pensi inoltre all’enorme utilità che ne deriverebbe proprio alle classi lavoratrici.

    Creare una linea di navigazione significa far nascere attorno ad essa tutto un mondo di attività e di lavoro. Sono porti che si attrezzano meglio, cantieri che sorgono, officine di riparazione e di costruzione che si aprono, maestranze di carpentieri, calafatti, meccanici, macchinisti, elettricisti che si addestrano, e tutta una classe di marinai che si forma. Questo è lavoro, e lavoro associato perché la vita di una nave mal si adatta al lavoro individuale. Sebbene l’alimento nuovo, l’ossigeno vitale per i nostri campi, per le vecchie e nuove industrie, per gli artigiani dell’intera isola.

    Orbene, tutte queste speranze, secondo « Il Lavoratore » dovrebbero rientrare nel mondo dei sogni vani e tutti noi dovremmo incrociare le braccia in attesa della futura linea di navigazione socializzata.

    Ma… intanto, codesta « Sardamare » è poi una così scellerata intrapresa capitalistica, ed i comunisti ne hanno studiato gli intendimenti? Essa, è ben vero, fu studiata e organizzata secondo le norme giuridiche vigenti, e quindi secondo il diritto cosidetto borghese, poiché non era praticamente possibile fare altrimenti, però si è avuto cura di dare alla società una struttura democratica sia promuovendo un largo concorso popolare, sia consacrando nello statuto il diritto di partecipazione agli utili di tutti i prestatori di lavoro sia l’attribuzione ad essi di titoli azionari che li renda comproprietari dell’azienda. Qualora poi, in un avvenire prossimo o remoto, dovesse prevalere il concetto della socializzazione dei grandi complessi industriali e finanziari, sarebbe tanto di guadagnato per tutti se l’intrapresa da socializzare, statizzare o nazionalizzare fosse già in vita, e meglio ancora se perfettamente efficiente. Ma incrociare le braccia, rassegnarci neghittosi alla fame e alle sofferenze, all’isolamento completo, in attesa, per agire, che splenda all’orizzonte la luce di una nuova dottrina, e predicare agli altri un’uguale condotta, significa danneggiare il proprio paese, ma sopratutto quelle classi lavoratrici, che si afferma di difendere, e che attendono, non vacui insegnamenti demagogici, ma immediato e concreto benessere economico attraverso il loro lavoro quotidiano.

    Noi vogliamo, senza darci le arie di generosi redentori dell’umanità, che il lavoratore abbia tutti i frutti del suo lavoro, ma sappiamo anche che questo non può ottenersi se non si creano al tempo stesso i cantieri e le officine dove gli uomini possano lavorare e guadagnare. Per questo abbiamo dato il nostro aperto consenso alla « Sardamare » con largo concorso popolare, con partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda nell’interesse della Sardegna, e degli operai sardi.

    Sardegna e Libertà

    Oggi come ieri è sempre la stessa.
    Dannato Barone Rosso.

  2. #2
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    Predefinito Rif: La storia si ripete

    oggi come ieri fa comodo avere i sardi economicamente sottosviluppati (ca pedint limusina a is politus) cosichè la sardegna in forme differenti rimanga una bella colonia.

 

 

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