Fortuna che sono in tantissimi a pensarla come me . Soltanto i farlocchi sinistrati giustificano ancora i bastardi che hanno ridotto Napoli in un cesso .


28 giugno 2011


Come rileggere la storia dell’umanità attraverso i cumuli di monnezza

La modernità comincia quando la città pestilenziale finisce. La città pestilenziale è stata il tipo di ambiente urbano che, dalla rivoluzione del neolitico alla rivoluzione industriale, ha accompagnato l’uomo nella sua storia contorta e difficile: essendo, al contempo, crogiuolo di civiltà e fulcro del suo sviluppo e delle sue invenzioni, e terribile cocktail di germi, sporcizia e malattia pronto a esplodere senza preavviso.

Il libro di Lorenzo Pinna, “Autoritratto dell’immondizia. Come la civiltà è stata condizionata dai rifiuti” (Bollati Boringhieri, pp.270, euro 16,00) tenta, per la prima volta, una ricostruzione del confronto tra l’umanità e i rifiuti. Cioé: scrive la storia dell’acquedotto, della fognatura e poi, ma molto poi, dei rifiuti solidi urbani e industriali, la storia di credenze erronee ma non del tutto irragionevoli che ne hanno orientato la gestione (la teoria “miasmatica”, secondo cui l’origine delle epidemie va cercata nel puzzo), la storia di problemi e delle loro soluzioni che creano altri problemi. Una storia, in ultima analisi, a dispetto delle tante retromarce e degli infiniti errori, che è incoraggiante e lascia qualche speranza. Lo dimostra, nel suo piccolo, la curiosa parabola del cesso. Il Wc, o water closet, venne brevettato nel 1775 da Alexander Cummings. Questa clamorosa innovazione, che permetteva di allontanare da casa le deiezioni umane, ebbe subito un grande successo. Sennonché, richiedendo un grande consumo di acqua, finì per fare – letteralmente – esplodere le fosse biologiche di cui tutte le abitazioni erano dotate. Così, il progresso creò un problema.

Ma, in una società aperta, i problemi sono il pane di cui si nutre l’ingegno umano: il capo del Metropolitan Board of Works di Londra, Joseph Bazalgette, convinse la città che era necessario dar sfogo a uno dei più ambiziosi voli ingegneristici della storia. E dotò la capitale britannica di quella che ancora oggi è l’ossatura del suo impianto fognario. L’invenzione della fogna (in senso moderno) contribuì a migliorare la salubrità urbana e, isolando le acque luride e impedendo la contaminazione di quelle che oggi definiremmo potabili, generò infinite esternalità positive sulla salute pubblica. La modernità stava cominciando: resa forte e vigorosa da un lato dagli spiriti animali del capitalismo, dall’altro dal progresso tecnico-scientifico che portò, gradualmente, a comprendere i reali meccanismi di propagazione delle patologie.

Ma eravamo appena all’inizio: perché il principio originario della fogna (e, più tardi, della gestione dei rifiuti) era quello che Pinna chiama dell’ “allontana e dimentica”. Anche questo sarebbe stato superato, arrivando infine a una conquista che ormai diamo per scontata: gli scarichi (idrici e solidi) devono essere restituiti all’ambiente in modo tale da risultare innocui. Anche se, almeno per quanto riguarda i rifiuti solidi, molto resta da fare.

Tutta questa plurimillenaria vicenda – con millenni di convivenza tra l’uomo e la città pestilenziale, e la sua sconfitta in appena due secoli – viene letta da Pinna come lo scontro con due generi di nemici. Gli uni sono i micropredatori: batteri, virus e i loro vettori (topi, ratti e altri animali che trovano nella sporcizia e nell’umidità la loro nicchia ecologica). Gli altri i macropredatori: le gerarchie al potere che, per conservare il loro status, vivono parassitariamente alle spalle della massa degli individui produttivi. Questo schema viene indebolito dal mondo nuovo innescato appunto dalla rivoluzione industriale: “il solvente si chiama ‘denaro’ – scrive l’autore – La modernità ci appare come una lotta dagli esiti incerti fra ‘produzione’ secondo la razionalità capitalista e ‘predazione’ secondo culture tipiche di società antiche e tradizionali”.

Potrebbe apparire una ricostruzione quasi marxiana – la borghesia che soppianta i signori feudali – se non fosse che manca lo step successivo. Per Pinna, alla borghesia non succede la dittatura del proletariato: perché il capitalismo è il sistema sociale più adatto a valorizzare la razionalità umana, a produrre e distribuire ricchezza – e, con essa, a generare rifiuti ed esigere sistemi sempre più sofisticati per il loro trattamento. Anzi: l’alternativa al capitalismo è l’ “anticapitalismo”, cioè quella “cultura macropredatoria” che è “il sistema più efficace per rallentare o bloccare la crescita economica, l’evoluzione della società e il diffondersi della razionalità e della modernità”. La controprova – che testimonia, peraltro, della non linearità dell’avventura umana, del suo perenne zigzag – sta nel ritorno della città pestilenziale, nonostante esistano tutti gli strumenti, culturali e tecnici, per seppellirla.

La città pestilenziale torna a Napoli, la cui crisi è figlia sia dell’anticapitalismo (la razionalità dei politici è più vicina a quella predatoria che a quella capitalista – e dunque coerente con la logica camorristica) sia di quell’ “allontana e dimentica” che costituisce “un tradimento della modernità”. Per questo, in riferimento a Napoli, Pinna parla di una “debâcle culturale”: “siamo a un ritorno in piena regola della città pestilenziale”. Con l’invasione della “monnezza” sulle strade “si è rotto anche il silenzio olfattivo”: cioè il tratto distintivo delle città moderne. Napoli è precipitata in quel passato dove dominava il “frastuono olfattivo”: ogni via, ogni angolo, ogni abitazione era pervasa dalle esalazioni.

Pinna accompagna il lettore in un viaggio anomalo, in luoghi sgradevoli, che però aiutano a capire l’importanza dell’innovazione, e – a monte – di un sistema sociale che sappia stimolarla e incentivare le menti più geniali ad applicarsi alla soluzione dei problemi. E’ esplicita la condanna delle visioni “passatiste”: “sognare ipotetici paradisi ‘ecologici’ del passato non porta molto lontano. La città pestilenziale non era il paradiso, era semmai l’inferno”.

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di Carlo Stagnaro


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