Re: Rif: I corpi incorrotti
ESPERIENZE DI AUTOMUMMIFICAZIONE
Le mummie giapponesi
Tra le montagne sacre della prefettura di Yamagata, nella zona settentrionale di Honshu (l'isola principale del Giappone), ci sono diversi templi che ospitano corpi mummificati di monaci che hanno praticato l'esperienza dell'auto-conservazione, quasi una forma di autosacrifìcio.
Il sacerdote Kukai, detto anche Kobo Daishi (774-835), diede vita in Giappone a una delle sette del cosiddetto buddismo esoterico: la disciplina dello Shingon, che letteralmente significa parola vera ed è la traduzione giapponese del termine sanscrito mantra. Era caratterizzata da riti simbolici e diagrammi che i profani, per quanto colti, non erano in grado di comprendere e aveva lo scopo di raggiungere la buddità. Mentre nella maggior parte delle dottrine la si poteva conseguire soltanto dopo la morte (o meglio dopo un gran numero di morti e rinascite successive), nel buddismo esoterico era possibile realizzarla immediatamente. Chi vi aderiva, si sottoponeva a forme prolungate di digiuno così da alterare i parametri corporei. La dieta degli asceti rendeva il corpo estremamente resistente alla decomposizione disidratandolo a poco a poco e consentiva di ottenere una perfetta automummificazione, ovvero di spalancare i cancelli dell'immortalità divenendo Buddha nel proprio corpo. Questo stato, definito Nikushin-Butsu, permetteva di accedere a una nuova forma d'esistenza, eterna e incorruttibile. Poi, una volta morti, i loro corpi venivano collocati nei templi e adorati come statue.
Lo studioso Iwataro Morimoto è tra i pochi a essersi interessato delle mummie del Giappone. Nel 1961 apprese che erano state scoperte sei mummie di monaci buddisti, custodite in speciali ambienti all'interno di templi dorati, dove erano oggetto di culto (ma solo un piccolo gruppo di fedeli era al corrente della loro esistenza). Storici, antropologi, medici, studiosi di tradizioni popolari e religioni rimasero affascinati da quei ritrovamenti e andarono alla ricerca di altri corpi di questi monaci vissuti per la maggior parte tra il XII e il XIX secolo.
Alcuni di essi erano seguaci di un'altra forma arcaica di buddismo, che miscelava elementi di culto delle montagne e sciamanesimo: lo Shugen-do. I monaci che dedicavano la propria vita allo Shugen-do si ritiravano dal mondo in un rigido ascetismo: vivevano in cima a ripide montagne, s'immergevano per ore in cascate d'acqua gelida e rimanevano a lungo seduti in ambienti invasi dal fumo del peperoncino bruciato. Man mano che si avvicinavano alla vecchiaia, riflettevano sulla morte: se, attraverso l'autodisciplina, fossero riusciti a convertire la transitorietà della carne in qualcosa d'immutabile ed eterno, avrebbero potuto conquistare la perfezione e diventare dei Buddha. Per questo decidevano di automummificarsi. Morimoto e i suoi colleghi rimasero talmente colpiti da tali racconti che decisero di analizzare a fondo la questione. Visitarono i santuari buddisti ottenendo, non senza difficoltà, il permesso di spogliare e studiare le mummie, arrivando alla conclusione che la storia dell'automummificazione era vera.
Per automummificarsi i monaci seguivano una dieta molto rigorosa per tre anni, periodo in cui riducevano l'ingestione di liquidi e si astenevano dal mangiare alimenti essenziali: riso, orzo, fagioli di soia, fagioli rossi, semi di sesamo, miglio e sorgo. Si limitavano a sbocconcellare cortecce di pino o semi di torreya e a sorseggiare, di tanto in tanto, ciotole di lacca ricavate da resine d'albero. Quando iniziavano a perdere peso, i monaci ponevano attorno a sé gigantesche candele accese per disseccare ulteriormente il proprio corpo col calore. A poco a poco diventavano pelle e ossa e s'indebolivano fino a patire i tormenti dell'inedia. A questo punto annunciavano di essere pronti a morire e si facevano seppellire vivi in cavità di pietra abbastanza grandi per un uomo seduto nella posizione del loto o in bare di legno, con un piccolo foro per respirare. I monaci tumulati dovevano suonare una campanella a un'ora stabilita e, quando questa non sarebbe più stata udita, anche il piccolo spiraglio veniva occluso. Soltanto dopo mille giorni qualcuno sarebbe tornato a vedere se il corpo si era mummificato cosa che, a dire il vero, non sempre avveniva. Talvolta, pur constatando che i loro maestri erano rimasti immuni dal degrado, i discepoli che aprivano i sepolcri volevano assicurarsi che il processo si completasse. Riponevano allora il corpo in una tomba sotterranea per altri tre anni e lo disseccavano ulteriormente con altri ceri per conservarlo più a lungo.
Sintesi e riadattamento di un un articolo di Antonio Rossi pubblicato su Hera n° 65 (giugno 2005)
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Ecco come descrive la pratica dell'automummificazione (chiamata miira) del monaco Tetsumonkai Massimo Raveri nel suo saggio "Il corpo e il paradiso. Le tentazioni estreme dell'ascesi" (Venezia, Marsilio 1992, pp. 9-10)
«Dopo tante peregrinazioni si ritirò in solitudine a Senninzawa, la "Palude degli Immortali". In questa valle impervia, fredda, di rocce e cespugli bassi battuti dal vento, si diede alle pratiche ascetiche più severe. Gli annali del tempio parlano di come, l'ottavo giorno del dodicesimo mese del dodicesimo anno dell'era Bunsei (1829), Tetsumonkai lasciò il suo rifugio nella foresta e scese a valle. Gli erano vicini solo pochi fedeli discepoli. Obbedendo a un suo desiderio, nella sala principale i monaci avevano imbandito un grande banchetto ed era arrivata tanta gente dei dintorni. "Lui li guardava mangiare e scherzare - è scritto - e diceva che è bello entrare nel nyūjō circondato, com'era in quel momento, da gente felice." E aveva aggiunto che chiunque lo avesse pregato con fede sincera sarebbe stato esaudito. Poi era uscito. Poco lontano, in una radura del bosco, avevano scavato una buca profonda e vi avevano posto una cassa. Salmodiando in coro degli inni sacri lo aiutarono a calarvisi dentro. In mano aveva il rosario e un campanella. Si sedette dentro la tomba in posizione di meditazione. Quindi chiusero su di lui il coperchio e lo copersero di terra. Piantarono un palo con un'iscrizione provvisoria, a ricordo dell'evento. La cerimonia era finita. Tutti gli astanti sapevano che Tetsumonkai, chiuso in quel loculo, stava vivendo la più alta esperienza mistica della sua vita di asceta, e la sua ultima e più difficile prova. Da sottoterra giungeva a intervalli il tintinnio della campanella.»
Scrive ancora Massimo Raveri (op. cit., pp. 70, 72-73)
«La santità del miira si gioca sulla conservazione completa del corpo. Anche loro sono dei salvatori, ma attraverso un rifiuto. Non vogliono la morte, non dicono mai di volerla cercare, anzi dichiarano il contrario. Non fanno dono del proprio corpo, non si offrono per purificare i peccati degli altri: sono soli, chiusi in se stessi e nella loro immobile perfezione. Distanti, intoccabili, fuori della ragione ordinaria, intorno ad essi c'è come un vuoto, un'attesa, la sospensione di ogni scambio simbolico. Quando scendono sottoterra fra loro e gli astanti c'è solo silenzio. Essi non si distruggono per rigenerare un mondo che hanno giudicato irrimediabilmente corrotto, ma attendono. E si risveglieranno quando il Buddha scenderà sulla terra e quando uomini "nuovi" li cercheranno perché la vita che essi portano nell'immobilità possa essere il modello di un'esistenza alternativa. Non viene celebrato nessun rito funerario perché non sono entrati nel mondo della morte. I pochi fedeli che sono loro vicini non raccontano di aver visto prodigi naturali e nessun angelo verrà a portare la loro anima al cielo...»