Ecco perché Bossi, Fini e Berlusconi potrebbero dire, insieme, sì al referendum elettorale



Un eventuale sì concordato tra i partner della coalizione apre la strada alla rivoluzione federalista e presidenzialista

di Giorgio Stracquadanio


La Lega Nord potrebbe essere favorevole al referendum elettorale? Non è da escludere se Umberto Bossi eserciterà il suo talentuoso fiuto politico e comprenderà l’opportunità che, inaspettatamente, il referendum apre per portare a compimento la rivoluzione federalista, insieme a quella presidenzialista voluta da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.
La Lega Nord oggi si dice contraria al referendum elettorale perché la legge che scaturirebbe dal referendum la costringerebbe di fronte ad alternative impossibili.

Per comprendere bene la situazione, è utile illustrare cosa accade con l’attuale legge elettorale e cosa accadrebbe se il referendum fosse approvato.
Oggi la legge prevede che la coalizione di liste che consegue la maggioranza dei consensi ottenga il premio di maggioranza, conseguendo 340 seggi alla Camera, mentre alle minoranze vanno 277 seggi (dei tredici che mancano per arrivare a 630 uno viene eletto in Val d’Aosta e 12 all’estero).
Il referendum prevede, tra l’altro, che il premio di maggioranza che porta a conseguire 340 seggi, venga assegnato alla lista che ottiene maggiori consensi. Viene cioè eliminato dalla legge il concetto di coalizioni di liste. L’intento dei referendari è, cioè, giungere a un sistema bipartitico: si correrà, infatti, per arrivare per primi da soli visto che il beneficio è assegnato a una sola lista.
La Lega Nord sostiene che, con una legge elettorale di tale natura, sarebbe costretta a una scelta impossibile: unirsi in un’unica lista elettorale con il Pdl, perdendo così la propria identità, oppure correre da sola, rompendo la consolidata alleanza con Silvio Berlusconi e condannandosi a stare all’opposizione.
Messa così la situazione, è evidente che gli uomini di Bossi non possano che lavorare per far fallire il referendum elettorale facendo venir meno quel quorum necessario perché la consultazione popolare sia valida.
Per questa ragione – è questa l’accusa che rivolge il partito democratico – il governo avrebbe scelto di convocare il referendum elettorale per domenica 14 giugno, una settimana dopo le elezioni europee e il primo turno delle amministrative e una settimana prima del ballottaggio delle amministrative. Ed è per le stesse ragioni che nel Pdl c’è chi sostiene la necessità di mantenere la legge attuale e negoziare con la Lega Nord un rapporto politico più stretto, analogo a quello che unisce Cdu e Csu in Germania, dove la Cdu è il partito popolare nazionale e la Csu è quello bavarese: due distinte identità, su base territoriale, che corrono insieme in tutte le elezioni.
La scelta impossibile della Lega Nord, però, può non essere tale se si sa interpretare con fantasia la legge elettorale che scaturisce dal referendum. È chiaro a tutti che le leggi elettorali non determinano gli esiti politici. È il loro modo di interpretarle che fa la differenza. La legge attuale ha dato un certo esito nel 2006, quando l’Unione prodiana fu costruita come un aggregato indistinto di partiti in conflitto tra loro, uniti esclusivamente dall’avversione a Silvio Berlusconi e il centrodestra e un esito totalmente diverso nel 2008, quando Walter Veltroni, per salvare il neonato Partito democratico, buttò a mare il caravanserraglio prodiano e spinse Berlusconi e Fini a unirsi e unire i partiti minori in un'unica lista elettorale oggi divenuta un unico partito. Con Prodi il Parlamento fu affollato da una quindicina di partiti e partitini; oggi i partiti sono solo sei (Pd, Idv, Udc, Mpa, Lega Nord, Pdl), di cui due regionali o macroregionali.
Come può essere, allora, interpretata la legge elettorale figlia di un eventuale sì al referendum?
Intanto occorre partire dal presupposto che Pdl e Lega condividono lo stesso programma e lo stesso pacchetto di riforme costituzionali, così come hanno dato prova nella legislatura 2001 – 2006 e nel programma elettorale 2008, già in parte attuato sul piano istituzionale.
In secondo luogo occorre tenere conto che la Lega Nord è un partito macroregionale: c’è solo al Nord dove contende il primato al Pdl; e dunque per conquistare l’accesso al governo del Paese deve necessariamente allearsi.
Va dunque preservata la coalizione, nonostante la legge elettorale referendaria non la contempli. Come fare? È abbastanza semplice.
Supponiamo che si voti domani. Il Pdl è con ogni probabilità destinato a conquistare il primato elettorale e il premio di maggioranza. Ma, invece di tenerlo tutto per sé, decide di condividerlo con la Lega Nord candidando nelle proprie liste, in accordo con il partito di Bossi, esponenti leghisti in posizione tale da essere eletti solo in caso di vittoria. Supponiamo che l’accordo tra Lega e Pdl preveda di accogliere nelle liste una ventina di candidati leghisti. In questo modo il Pdl, vincendo, otterrebbe 320 deputati e 20 li conquisterebbe per il proprio alleato.
La Lega Nord, a sua volta, correrebbe formalmente da sola, ma dichiarerebbe di sostenere politicamente la candidatura alla premiership di Silvio Berlusconi, presentando lo stesso programma di governo condiviso e presentato dal Pdl. Sarebbe sufficiente presentare l’identico testo per suggellare l’accordo.
In questo modo, con il consenso che la Lega Nord può ragionevolmente ottenere, potrebbe conseguire una ottantina di deputati che, uniti ai 320 del Pdl e ai 20 “ceduti” in quota premio di maggioranza, porterebbe l’alleanza politica tra Pdl e Lega a una compagine parlamentare alla Camera pari a 420 deputati su 630, cioè a quella maggioranza dei due terzi del Parlamento che il comma terzo dell’articolo 138 della Costituzione prescrive perche non si dia luogo al referendum confermativo della revisione costituzionale, quel referendum che nel 2006 ha fatto buttare a mare la riforma presidenzialista e federalista elaborata dalla Casa delle libertà nella legislatura 2001 – 2006.
In altre parole, attraverso un uso creativo della legge elettorale figlia del referendum e di un’adeguata campagna elettorale, ci sarebbero tutte le condizioni per realizzare, finalmente e sul serio, la seconda Repubblica. Ecco perché i partiti che hanno già realizzato metà della loro rivoluzione – Lega Nord e Pdl – potrebbero completare il cammino della lunga transizione italiana dal regime consociativo e iper parlamentarista alla democrazia presidenziale e federale.
Resta una domanda: quando potrebbe accadere tutto questo? L’occasione migliore potrebbe essere nel 2010, quando andranno al voto la maggior parte delle regioni. Sarebbe l’occasione per allineare anche sul piano elettorale le istituzioni rappresentative al paese reale, in una fase in cui, probabilmente, la crisi economica volgerà verso la sua conclusione.