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Discussione: Che cos'è l'uomo?

  1. #1
    Ritorno a Strapaese
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    BLOG - CHE COS'E L'UOMO, di Antonio Stevenazzi
    BLOG - CHE COS'E L'UOMO, di Antonio Stevenazzi - Studio Dostuni
    “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”. Con questa antica formula, desunta dal libro del Genesi, la chiesa inaugura il tempo quaresimale. Una meditazione sulla fragilità e sulla vulnerabilità dell'uomo.
    “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”. Con questa antica formula, desunta dal libro del Genesi, la chiesa inaugura il tempo quaresimale. Tale verità vuole suggerire una meditazione sulla nostra fragilità, e più radicalmente sul nostro destino mortale, invitandoci al realismo e alla saggezza, e, al contempo, esortandoci a cogliere la novità inattesa che la fede cristiana sprigiona nella realtà stessa dell’umano morire.
    Scorrendo gli innumerevoli documenti e testimonianze delle culture umane, troviamo sempre espresso, in infinite variazioni, il fatto che l’uomo, così com’è, non è completo, non coincide ancora con se stesso, ma ritrova in sé una tensione ad una felicità più piena, una inclinazione ad una condizione di vita più ampia e definitiva. Il suo essere è come teso tra il ‘nulla’ e il ‘tutto’, un essere non ancora compiuto, che prelude al compimento e che tuttavia non sembra raggiungere. Un essere quindi che indica più una speranza, che una certezza, come se con lui si annunciasse qualcosa, si preparasse qualcosa, come se l’uomo non fosse fine ma soltanto via, momento intermedio, ponte, grande promessa. «Ciò che v’è di grande nell’uomo – diceva Nietzsche – è che egli è un ponte e non uno scopo: ciò che si può amare nell’uomo, è che egli è un passaggio, una caduta».1
    Anche Pascal in un suo pensiero ha stigmatizzato con lucidità la condizione dell’essere umano: «Noi voghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiarci e fissarci vacilla e ci lascia, e se lo seguiamo, ci si sottrae, scorre via e fugge in una eterna fuga. Nulla si ferma per noi. E’ questo lo stato che ci è naturale e che, tuttavia, è più contrario alle nostre inclinazioni. Noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile ed un’ultima base sicura per edificarci una torre che si innalzi all’infinito; ma ogni nostro fondamento scricchiola e la terra si apre sino agli abissi».2
    L’incompiutezza dell’essere umano, la finitezza della sua condizione trovano poi nella morte la loro espressione definitiva ed inconfutabile. E’ qui che la vita dell’uomo subisce l’ultimo tragico scacco che nel segno della fine, annulla per sempre ogni sogno di definitivo e stabile compimento. Non sorprende allora che per l’ineluttabilità della morte, molti considerino la vita umana una realtà assurda, una ‘passion inutile’, un lampo effimero nella notte del nulla, dove non solo è inutile, ma addirittura crudele sognare un destino divino od una felicità immortale. Saggio invece è chiudersi, rassegnati, nei limiti della propria natura mortale. Ogni forma di “impazienza dei limiti” è pura stoltezza. «Nessun mortale — ricorda Eschilo — deve nutrire pensieri al di sopra della sua condizione mortale».3 L’uomo, dice altrove, è il «sogno di un’ombra».4 E nell’Iliade, Omero ci rammenta che: «tale la specie delle foglie, tale anche quella degli uomini. Il vento spande le foglie sulla terra, e la foresta germina e ne produce di nuove, e la primavera viene. Così la generazione degli uomini nasce e si estingue».5
    Eppure, la tentazione divina rinasce sempre. Nelle diverse tradizioni ermetiche, gnostiche, esoteriche che corrono trasversalmente lungo le culture di ogni tempo, riecheggia sempre la medesima persuasione, che l’universo attuale, quello della nostra esperienza, è il risultato di una «caduta»; che noi stessi siamo impastati di un miscuglio di terreno e di divino; che tutta la salvezza consiste nel liberare l’elemento divino dall’elemento terreno per ritrovare così la dignità della nostra essenza: «uscito dalla luce e dagli dei, eccomi in esilio e da essi separato... sono dio e nato da dei, brillante, scintillante, luminoso, raggiante, profumato e bello ma ormai ridotto a soffrire».6 Ciò che l’uomo non può raggiungere, non può trattenersi dal sognarlo, e in questi suoi sogni però non può che vivere in un mondo d’illusione, per trovarsi infine respinto nel suo mondo di polvere. Tale è l’esperienza dell’uomo, esperienza patetica che tutta l’antichità attesta, dibattendosi tra false eternità e temporalità senza uscita.
    Ma ciò che gli antichi non sapevano, né potevano sapere, era l’idea di una novità radicale, inaudita, sconcertante che solo con la rivelazione giudeocristiana si sarebbe manifestata all’uomo, l’idea cioè di un Dio che sarebbe venuto gratuitamente dall’alto per innalzare l’uomo, questa natura indigente, esaudendo il suo desiderio e trasformandolo completamente. L’idea di una creatura fatta di polvere e fango e tuttavia chiamata, oltre le sue stesse forze, alla comunione eterna con Dio, ad avere per suo proprio ed unico fine Dio stesso. L’idea infine di un Dio che per amore si fa uomo perché l’uomo possa divenire Dio. E’ racchiusa qui, in questa verità inattingibile dalla ragione umana, il mistero dell’uomo ed insieme la verità più profonda del suo essere. Un essere che, a motivo della finalità a cui è destinato, porta inscritta nelle sue strutture ontologiche, nella sua costituzione una certa ‘capacità’, ‘attitudine’, ‘disposizione’ radicale e segreta a ricevere il dono stesso di Dio. Se Dio deve un giorno parlare alla sua creatura, donarsi ad essa in una unione di amore, è necessario che Egli l’abbia fatta “aperta ed interrogativa”, che questa creatura ‘finita’ sia in certo modo strutturata per poter essere elevata ed inserita in una realtà ‘infinità’, capace in definitiva di conoscere e amare il proprio Creatore. Per questo, la tradizione teologica cristiana, riferendosi alla singolare costituzione dell’essere umano, ha coniato espressioni quali: capax infiniti, capax beatitudinis, desiderio di Dio. Espressioni che non devono essere intese in senso esclusivamente psicologico. Il desiderio di cui si parla è in realtà una ordinazione ontologica, un movimento dell’essere che è insieme rapporto con Dio e tensione verso di Lui; «movimento impresso dalla potenza del creatore nell’intimo della sua creatura, e nel fondo dell’essere creato fin dall’istante stesso della sua creazione. Ed è un movimento così profondo e così potente, che la volontà non può raggiungerlo per combatterlo, che il peccato commesso non lo può arrestare, che l’inferno non lo può distruggere, Questo movimento durerà tanto, quanto la creatura stessa ed è inseparabile da essa. Questo movimento naturale dell’anima le è nascosto in questa vita, come l’anima è nascosta a se stessa finché è sepolta in questo corpo. Non vede né il suo essere, né ciò che sta nel fondo del suo essere. Quando lascerà il corpo, si vedrà e sentirà anche il peso veemente di questa inclinazione, ma senza possibilità e libertà d’alcun uso, che le sia utile».7 Movimento congenito, e per conseguenza spontaneo, preesistente in radice ad ogni orientamento come ad ogni impegno del libero volere. Movimento che non è di questo o di quell’individuo, ma della natura che essi hanno tutti in comune. Movimento infine che resta sempre nascosto nel suo dinamismo essenziale e che solo la Rivelazione può illuminare. E’ questo che rende l’uomo una creatura a parte, più grande e più piccola di se stessa, fatta di nulla, che stranamente confina con Dio. Nello stesso tempo radicalmente ‘nulla’ e tuttavia sostanzialmente ‘immagine’.
    Di questo movimento profondo, di questo desiderio sconosciuto, ma operante, poteva capitare agli antichi di avvertirne qualche segno. Ma essi non avevano ancora ciò che consentisse di interpretarlo correttamente. Erano nell’impossibilità di cogliere nel suo vero significato questa scintilla d’inquietudine, di desiderio e di inappagamento, inserita nel più profondo dell’essere dell’uomo. Quando non riuscivano a soffocarla, essa li rendeva come pazzi, li fuorviava. Così, questi uomini non potevano che troppo elevare o troppo abbassare la natura dell’uomo. Particella divina o fango sublunare, o miscuglio fortuito e instabile di bassezza umana e nobiltà divina. Conoscendo veramente la fragilità della loro condizione, non potevano seriamente credersi fatti per l’eternità. Per questo l’eredità umana che questi antichi ci hanno lasciato è bella, talora seducente, ma è poco. Malgrado la profondità della loro esperienza e la grandezza della loro cultura, appena poterono talvolta presentire oscuramente il senso della esistenza umana. Proprio perché non avevano la conoscenza di un Dio, solo Essere senza gelosia, che suscita dal nulla gli essere nel tempo per associarli alla sua eternità. Non concepivano affatto uno spirito finito fatto per cercare il solo fine degno di lui nel solo Bene, che lo supera. Ma con la rivelazione cristiana è giunta all’uomo la buona novella di una “eredità incorruttibile”, inaugurata nella storia degli uomini con l’incarnazione del Figlio di Dio, una eredità che è la vita stessa di Dio, partecipata fin d’ora a chi accoglie nella fede questo dono, in attesa del suo compimento alla fine dei tempi.

    1 Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 1973, 89.
    2 B. Pascal, Pensieri, Milano 1971, 157.
    3 Eschilo, I Persiani, v. 820.
    4 Id., Istmie, 5, v. 14.
    5 Iliade, 6, v.146.
    6 H.C. Puech, La gnose e le temps, 1952, 95.
    7 Bérulle, Opuscoles de piété, 27.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Che cos'è l'uomo?

    Che cos'è l'uomo per Kant?

    L'uomo per Kant è massimamente libero e tale sua libertà si radica nella morale. Kant rappresenta dunque il primo passo: il trionfo della libertà contro ogni possibile determinazione sociale.
    Adorno costituisce nell’iter della Tesi la pars destruens, il disincanto da una prospettiva ingenua e autoillusoria. Il filosofo di Francoforte, osserva come la posizione di Kant nel confronti della libertà nasca da un artificio filosofico e porti verso una illusione mistificante. Adorno nota come la lettura che compie Kant della libertà dell’uomo conduca ad una visione dell’uomo inteso come un “puro essere in sè assoluto”. L’uomo descritto da Kant diventa una sorta di pura razionalità, totalmente astratta, morale e libera. Adorno rappresenta dunque la critica e il necessario superamento della posizione illuministica di Kant, egli ne denuncia l’ingenuità e l’ambiguità. Tuttavia a questa critica Adorno non aggiunge un’ulteriore posizione costruttiva e un’ulteriore descrizione dell’uomo; la sua filosofia si limita a mostrare il necessario superamento della posizione di Kant e ad invitare a proporre una nuova visione dell’uomo.
    Da quando ho imparato a camminare mi piace correre. F. Nietzsche

    Virtute duce, comite fortuna. M. T. Cicerone

    Frangar, non flectar.


  3. #3
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  4. #4
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    Predefinito Rif: Che cos'è l'uomo?

    Citazione Originariamente Scritto da Darwin Visualizza Messaggio
    Vedendo questo commento non sapevo se ridere o piangere.
    Poi mi chiedevo come riesca il database di cui sopra a spiegare empiricamente la genesi e il perché di entrambi questi fenomeni
    Segni particolari: "macchina da espansione razziale euro-siberiana" (Giò91)

  5. #5
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    Predefinito Rif: Che cos'è l'uomo?

    Citazione Originariamente Scritto da donerdarko Visualizza Messaggio
    Vedendo questo commento non sapevo se ridere o piangere.
    Poi mi chiedevo come riesca il database di cui sopra a spiegare empiricamente la genesi e il perché di entrambi questi fenomeni
    Empiricamente è quello che sappiamo dell'uomo e di come si forma , il resto rimangono pensieri in libertà.

    Se vuoi spiegarne la genesi dei due fenomeni del ridere e del piangere in modo empirico è di qui che dovrai passare più una buona dose di neuropsicologia.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Che cos'è l'uomo?

    Citazione Originariamente Scritto da Darwin Visualizza Messaggio
    Empiricamente è quello che sappiamo dell'uomo e di come si forma , il resto rimangono pensieri in libertà.

    Se vuoi spiegarne la genesi dei due fenomeni del ridere e del piangere in modo empirico è di qui che dovrai passare più una buona dose di neuropsicologia.
    Devi avere la vista piuttosto aguzza per affermare tutte quelle cose empiricamente.
    Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Che cos'è l'uomo?

    Citazione Originariamente Scritto da Darwin Visualizza Messaggio
    Empiricamente è quello che sappiamo dell'uomo e di come si forma , il resto rimangono pensieri in libertà.

    Se vuoi spiegarne la genesi dei due fenomeni del ridere e del piangere in modo empirico è di qui che dovrai passare più una buona dose di neuropsicologia.
    La neuropsicologia può spiegare fenomeni come l'arte, la poesia, la letteratura, la filosofia, la mistica, e via discorrendo?

    La sequenza delle informazioni genetiche è un dato di fatto che di per sé non spiega nulla, se non che siamo strutturati in un certo modo e non in un altro.
    Segni particolari: "macchina da espansione razziale euro-siberiana" (Giò91)

 

 

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