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  1. #11
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    Predefinito Rif: Ecco dove buttano i nostri soldi.

    Citazione Originariamente Scritto da Malandrina Visualizza Messaggio
    Faccio io da contrappeso al mancato voto di Acquazzurra, visto che di questo passo continuerò a non votare.
    L'ideale: politiche ad urne vuote.:giagia:
    Ultima modifica di acquazzurra; 06-07-11 alle 09:17

  2. #12
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    Predefinito Rif: Ecco dove buttano i nostri soldi.

    Citazione Originariamente Scritto da acquazzurra Visualizza Messaggio
    L'ideale: politiche ad urne vuote.:giagia:
    Eh, magari... :giagia:

    Teniamoci stretti, che c'è vento forte.

    Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno.

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  3. #13
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    Predefinito Rif: Ecco dove buttano i nostri soldi.

    Citazione Originariamente Scritto da acquazzurra Visualizza Messaggio
    L'ideale: politiche ad urne vuote.:giagia:

    l'astensione non serve a niente.
    tanto ci saranno sempre un 30-40% di persone che vanno a votare.
    vedi negli USA in cui gli elettori votanti sono circa il 50% eppure non frega niente a nessuno dei politici, anzi dicono che se la gente non va a votare vuol dire che gli sta bene chiunque vinca.

    con l'astensione finisce solo che vince la sinistra, dato che loro a votare ci vanno sempre, anche se cercano di far credere che non ci vanno per far pensare che la sinistra è più grossa dei voti che piglia.
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  4. #14
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    Predefinito Rif: Ecco dove buttano i nostri soldi.

    Citazione Originariamente Scritto da AURELIO AUGUSTO Visualizza Messaggio

    l'astensione non serve a niente.
    tanto ci saranno sempre un 30-40% di persone che vanno a votare.
    vedi negli USA in cui gli elettori votanti sono circa il 50% eppure non frega niente a nessuno dei politici, anzi dicono che se la gente non va a votare vuol dire che gli sta bene chiunque vinca.

    con l'astensione finisce solo che vince la sinistra, dato che loro a votare ci vanno sempre, anche se cercano di far credere che non ci vanno per far pensare che la sinistra è più grossa dei voti che piglia.
    Ma io ho detto VUOTE. Manco i sinstri al voto...

  5. #15
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    Predefinito Rif: Ecco dove buttano i nostri soldi.

    Mantenere politici e casta? Costa 24 miliardi all'annoSono un milione e 300mila e pesano in media 646 euro per ogni contribuente. Basterebbe dimezzare le spese...

    Il presupposto lo abbiamo capito: dobbiamo arrivare al pareggio di bilancio entro il 2014 e quindi nei prossimi quattro anni saremo costretti a trovare risorse per circa 47 miliardi di euro. Il perché anche: ce lo chiede l’Europa e se dovessimo sforare, le agenzie di rating (le ormai arcinote Standard & Poor’s e Moody’s) starebbero lì pronte a dirci che non siamo affidabili con la conseguenti inevitabili punizioni (leggi aumento degli interessi da pagare sul debito). Quella che ci manca è una risposta a una domanda che sorge spontanea: ma perché i nostri governanti si accaniscono contro chi arriva a stento a fine mese con una pensione da 1.400 euro e non danno invece una bella sforbiciata ai costi della politica? Domanda retorica. La risposta è facilmente intuibile. Poco difendibile però, soprattutto se si vanno a vedere i numeri. E a questo ci ha pensato la Uil. Il sindacato guidato da Luigi Angeletti che in uno studio elaborato qualche settimana fa, e che Libero aveva pubblicato, metteva nero su bianco una cifra che anche a ripubblicarla ci sembra sbalorditiva: ogni anno i costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a 18,3 miliardi; a questi sono da aggiungere i 6,4 dovuti a un sovrabbondante sistema istituzionale. Il totale è: 24,7 miliardi. Circa 646 euro a contribuente. Facendo due calcoli: se per i prossimi quattro anni i politici dimezzassero le spese che ruotano intorno al loro complesso mondo, l’Italia non avrebbe più il problema del deficit e i pensionati dormirebbero sonni molto più tranquilli. Anche perché non stiamo parlando di una ristretta cerchia di grandi menti che prestano il loro nobile servizio per migliorare la vita dei cittadini, ma di 1,3 milioni di persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica.

    I CASI ECLATANTI
    Qualche esempio: abbiamo 145 mila tra parlamentari (nazionali ed europei), ministri (e sottosegretari), e amministratori locali (sindaci, presidenti, assessori e consiglieri vari); 24 mila stipendiati nei consigli di amministrazione delle 7 mila società, enti e consorzi delle pubbliche amministrazioni; e una miriade di consulenti e addetti agli uffici di gabinetto.

    Tanto per intenderci: il funzionamento degli organi dello Stato centrale (presidenza della Repubblica, presidenza del Consiglio, Camera dei deputati, Senato della Repubblica e Corte Costituzionale) quest’anno ci costa più di 3,2 miliardi di euro. Cento milioni in più servono, invece, per garantire la corretta azione di Regioni, Province e Comuni. Mentre altri 529 se ne vanno per Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Cnel, Csm e Consiglio giustizia amministrativa della Regione Sicilia.

    LE PROPOSTE
    Obiezione: mica sarà possibile tagliare tutto? Certo che no, ma di spazio per razionalizzare ce n’è e tanto. Qualche spunto ce lo dà la stessa Uil. Lo studio del sindacato evidenzia che “se le Province si limitassero a spendere risorse, soltanto per i compiti stabiliti per legge, il risparmio sarebbe quantificabile in un miliardo e duecento milioni di euro all’anno”. Niente male. E poi continua: “Inoltre, se si accorpassero gli oltre 7.400 Comuni al di sotto dei 15 mila abitanti, il risparmio ammonterebbe a tre miliardi e duecento milioni”. Non stiamo parlando di proposte che arrivano da Marte, ma di provvedimenti annunciati più volte dai politici, sia di destra che di sinistra, che però non hanno mai trovato terreno fertile in Parlamento. Altri esempi? “basterebbe una più sobria gestione del funzionamento degli uffici regionali - si legge ancora nel documento - per risparmiare altri 1,5 miliardi di euro e oltre 500 milioni l’anno potrebbero arrivare da una razionalizzazione del funzionamento dello Stato centrale e degli uffici periferici”. Del resto il decentramento amministrativo avvenuto in questi anni (si pensi agli esempi dei ministeri del Turismo, dei Giovani, degli Affari regionali e di vari dipartimenti affidati a diversi sottosegretari) dovrebbe andare proprio in questa direzione.

    Morale della favola: se l’obiettivo è dare una bella sforbiciata alle spese della casta senza ridurre i servizi ai cittadini, una soluzione si trova. E quella proposta dalla Uil fa al caso nostro: decurtiamo del 20% i 18 miliardi e passa di costi diretti e indiretti della politica e aggiungiamoci i risparmi per l’efficientamento delle istituzioni pubbliche. La somma di 3,7 più 6,4 fa 10 miliardi e passa all’anno. In quattro anni più di 40 miliardi. Non sono i 47 della manovra, ma basterebbero per “zittire” l’Europa e assicurare una vecchiaia tranquilla a chi vive della propria pensione.

    Mantenere politici e casta? Costa 24 miliardi all'anno - casta, politici, tagli, 24 miliardi - Libero-News.it
    Ultima modifica di acquazzurra; 06-07-11 alle 09:54

  6. #16
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    Predefinito Rif: Ecco dove buttano i nostri soldi.

    Ecco dove buttano i nostri soldi: Venezia costa 386 milioni l'anno
    di Nicola Porro

    Non basta: i 10mila forestali calabresi costano il doppio di tutti i ranger del Canada
    Trecentottantasei milioni di euro: è questa la cifra che solo quest’anno quattro ministeri verseranno per assicurare la conservazione della città. La maggior parte della cifra viene investita per la manutenzione. È dai tempi dell’intervento straordinario per il Mezzogiorno che lo Stato mantiene 10.500 dipendenti per tutelare un’area di soli 6.500 chilometri quadrati.
    INCHIESTA / I forestali calabresi costano il doppio dei ranger del Canada - Venezia ci costa 386 milioni di euro all'anno



    La nostra inchiesta continua con due numeretti da brivido: i 240 milioni che ogni anno ci costano i 10mila forestali della Calabria e i 380 milioni che Venezia assorbe dai contribuenti italiani. Tutti noi abbiamo in grande considerazione la tutela di una delle città più belle del mondo e che ci rende famosi ovunque. Siamo altrettanto rispettosi della flora e della fauna calabresi. Nelle pieghe dei nostri bilanci pubblici destiniamo a questi due obiettivi 620 milioni. Siamo proprio sicuri che in tempi grami come gli attuali, non si possa dare una sforbiciatina? In tempi in cui il governo è riuscito nell’incredibile autogol di tassare 5 milioni di pensionati e un numero imprecisato di risparmiatori con quella regressiva imposta sui depositi, non si poteva fare uno sforzo in più nei tagli? La risposta, ve lo anticipiamo, è no. Non c’è capitolo del nostro bilancio che non abbia una finalità nobile. È questo il problema. Tagliare un euro a Venezia (o a Roma Capitale che ha un debito di 12 miliardi che non sa come ripagare) diventa subito un taglio alla nostra identità, al nostro futuro, alla cultura italiana. Dio ce ne scampi. E ridurre il numero dei forestali calabresi, equivale, più o meno, alla guerra civile sulla Salerno-Reggio Calabria. Preferibilmente da combattere all’inizio della stagione estiva, quando il traffico su quell’autostrada (senza pedaggio) raggiunge i massimi. La questione più generale dei nostri dipendenti pubblici dovrebbe essere affrontata con qualche numero alla mano. La spesa pubblica per i collaboratori fissi dello Stato rappresenta l’11 per cento del Pil, circa 171 miliardi di euro l’anno. Si tratta di uno dei rari capitoli del bilancio pubblico che nei prossimi anni è destinato a non crescere. Grazie soprattutto alle politiche di blocco contrattuale imposte dalla passata manovra. Il principio antimeritocratico è quello di penalizzare tutti. Dal solerte funzionario che vi risolve la pratica con efficienza, all’«imboscato», è proprio il caso di dirlo. E il paradosso vuole che le amministrazioni centrali vedranno il loro costo ridursi nei prossimi anni, mentre i dipendenti di enti locali e enti previdenziali invece crescono. Il motivo è piuttosto semplice. L’impiego pubblico nel passato è stato considerato un ammortizzatore sociale: si assume per dare lavoro, anche se il lavoro da fare non c’è. Ciò è avvenuto soprattutto a livello locale. E oggi ne paghiamo il conto. Oltre ai contribuenti, che ogni anno devono sopportare sia l’inefficienza della macchina burocratica sia i suoi costi, a essere penalizzati sono anche i nostri migliori dipendenti pubblici. Questi ultimi pagano il conto (in termini di blocco dei loro stipendi) a vantaggio del mantenimento di una macchina troppo affollata. Si opera una selezione avversa: chi può e chi merita di più cerca di scappare dal pubblico.

    Ecco dove buttano i nostri soldi: Venezia costa 386 milioni l'anno - Interni - ilGiornale.it del 06-07-2011
    Ultima modifica di acquazzurra; 06-07-11 alle 10:42

  7. #17
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    Predefinito Rif: Ecco dove buttano i nostri soldi.

    Per Torino 2006 paghiamo ancora 144 milioni l’anno

    Nel bilancio di previsione 2011 del ministero dell’Economia il programma di spesa per la salvaguardia di Venezia comprende anche gli interventi per le Olimpiadi invernali di Torino 2006. Le annualità quindicennali per questo capitolo ammontano a 144 milioni di euro. Significa che quest’anno lo Stato prevede di spendere tale cifra per le infrastrutture realizzate per consentire lo svolgimento dei Giochi. Che furono un successo - come molti eventi sportivi organizzati in Italia - ma a costi poco competitivi. Molte strutture realizzate per le Olimpiadi, infatti, sono state praticamente abbandonate terminata la kermesse. A inizio 2010 il trampolino per lo ski jumping di Pragelato, costato 34 milioni, era inutilizzato. La pista di bob di Cesana, costata 61,4 milioni, è finita nel mirino della Procura di Torino ed è chiusa da febbraio per motivi di sicurezza. Ma grazie all’intervento della presidenza del Consiglio sono stati sbloccati 40 milioni di euro avanzati all’Agenzia Torino 2006 per consentire all’attuale gestore degli impianti di proseguire la propria attività trasformando le strutture in una «Coverciano della neve» per l’allenamento degli atleti azzurri degli sport invernali. Se non altro, pur a fronte di una spesa elevata, è stato evitato l’effetto «cattedrale nel deserto» di alcuni impianti realizzati per Italia ’90.


    Per Torino 2006 paghiamo ancora 144 milioni l’anno - Interni - ilGiornale.it del 06-07-2011

  8. #18
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    Predefinito Rif: Ecco dove buttano i nostri soldi.

    Quegli enti pesanti e costosi che la casta non vuole toccare
    di Redazione

    Viaggio tra gli sperperi d'Italia nel libro "Sprecopoli" di Mario Cervi e Nicola Porro
    Pubblichiamo ampi stralci del capitolo sulle Province tratto dal libro scritto dalle due firme di punta del Giornale e pubblicato da Mondadori. In Italia ci sono 110 Province: ogni anno si spendono 120 milioni di euro solo per pagare le cariche elettive. I dipendenti, che sono 62mila, arrivano ad assorbire oltre 2 miliardi in stipendi. La provocazione: imputiamo le Province di "associazione esterna allo scialo"

    Mario Cervi - Nicola Porro

    Abbiamo sbagliato, lo confessiamo, definendo le province nell’introduzione a questo libro, come enti inutili. Non è vero. Per alcuni esse sono non solo utili ma indispensabili: e rappresentano una fonte di reddito insostituibile. Tra costoro mettiamo anzitutto un piccolo esercito fatto da quattromila politici di professione: cui sommare portaborse consulenti e assistenti, in numero imprecisato, che all’istituzione provincia debbono carriere e stipendi. Si aggiungano ancora più di 60mila burocrati alle dirette dipendenze provinciali.
    Il vero motivo per cui l’abolizione delle province - da anni evocata da costituzionalisti e opinionisti - non è mai stata seriamente messa all’ordine del giorno è tutto in questi numeri. La provincia significa un livello di politica in più, un grado di burocrazia che si somma ai tanti già esistenti. È benvenuto e benvoluto nei palazzi del potere. Soltanto considerando le cariche elettive le province ci costano più di 120 milioni l’anno. I dipendenti provinciali (che per l’esattezza sono 62mila) assorbono inoltre due miliardi di euro l’anno in stipendi. Ovviamente queste cifre non considerano importanti annessi e connessi: uffici, macchine, telefoni, carta, segreterie e simili.
    Ma tutto questo personale politico - e i burocrati alle sue dipendenze - di cosa dovrebbe occuparsi? Con il passare degli anni, soprattutto negli ultimi dieci, sono aumentate le competenze e le funzioni attribuite alle province. E il loro ruolo istituzionale è via via cresciuto. Si ha l’impressione che la provincia sia un’istituzione ereditata dal passato e in qualche modo subita cui la politica, già che c’era, ha nel frattempo attribuito una serie di funzioni tali da giustificarne la sopravvivenza. Un esperimento politico, ottimamente riuscito, di sostentamento in coma vegetale.
    Ciclicamente nel Palazzi romani qualcuno proclama a gran voce che il re è nudo, ossia che le province sono inutili. Anche un politico di peso, Gianfranco Fini, si è unito durante un congresso tenuto a Genova ai tanti che, senza peso politico, sono contrari all’istituzione provincia. «Le province - ha detto l’allora leader di Alleanza nazionale - servono solo al ceto politico, dovrebbero essere abolite». Essendogli stato chiesto a quel punto - si era nel 2007 - perché non avesse agito contro il proliferare delle province quando il suo schieramento era al governo, Fini ha risposto che «non fu possibile abolirle perché la sinistra alzò le barricate». Solo la sinistra? A smentire Fini ha provveduto, pensate, proprio un notabile leghista, Roberto Maroni: sostenendo che la provincia di Varese ha il triplo degli abitanti del Molise e che «ci sono regioni più inutili di alcune province». Sembra se ne debba dedurre che le province popolose meritino la salvezza, o l’assenso alla nascita, e le poco popolose una croce tombale. Ma è il parere di Maroni, originario ovviamente d’una provincia popolosa. Altri sono di parere opposto. Insomma non se ne esce se non varando province a gogó, così da rendere contenti tutti.
    QUOTA 110
    Ritornando alla nostra lista, e completandola con le ultime arrivate, tocchiamo quota 110 province, comprese le due province a statuto e spesa speciale che sono Trento e Bolzano. Le ultime arrivate sono però di emanazione prettamente parlamentare: Monza e Brianza, Andria, Barletta, Canosa e Fermo. Tanti nomi, ma il totale fa tre. E per di più in un decretino di legislatura il governo Prodi stanziò ulteriori 19 milioni per la loro messa in opera. Che si sommano ai circa cento milioni già previsti da precedenti leggi per l’istituzione delle nuove tre province.
    Il calcolo finale dei costi d’una nuova provincia lievita, considerando proprio tutto, all’astronomica cifra di cinquanta milioni di euro. Una bella distanza dai 3,5 miliardi di vecchie lire che il legislatore aveva previsto nel 1992, non un secolo fa, per la nascita di otto nuove targhe automobilistiche.
    Il dettaglio è presto fatto.
    Il ministero degli Interni fa la parte da leone, e assorbe poco meno del costo totale (24 milioni di euro). Sul suo bilancio gravano le uscite con le quali si finanzia, tanto per iniziare, l’indispensabile ufficio del Commissario che mette in piedi la struttura: prefettura, questura, vigili del fuoco. Altri 15 milioni di euro vengono imputati alla Difesa, per il comando dei carabinieri. Solo un nuovo indispensabile Archivio di Stato (una fetta a carico dei Beni culturali ed una fetta a carico delle Politiche Agricole e Forestali) vanno 5 milioni. Quasi altrettanti ne devono essere previsti dal ministero dell’Economia, per la costituzione dei suoi dipartimenti provinciali, per la Commissione tributaria, per la Guardia di finanza. Alla fine almeno mezzo milione se ne va nella predisposizione delle necessarie procedure e attenzioni burocratiche per l’espletamento delle elezioni. Il giuoco, sia chiaro, non è a somma zero. Ciò che metto in provincia non lo tolgo simmetricamente al centro: sia in termini di personale sia in termini di risorse vengono aggravati gli oneri che pesano sul contribuente, e complicati i processi decisionali.
    Per degli accaniti critici, quali noi siamo, dell’istituzione provinciale vi è un ulteriore elemento negativo. Le province potrebbero essere imputate di «associazione esterna allo scialo» perché rappresentano l’entità territoriale e giuridica sulla quale altri enti pubblici o semipubblici organizzano la capillarità dei loro uffici.
    Ci spieghiamo. Sulla base delle circoscrizioni provinciali quegli enti hanno una sede ritenuta necessaria, e dunque eliminando la lussureggiante vegetazione provinciale potrebbero essere eliminato anche il parassitismo che vi trova riparo. Il caso più eclatante è quello della Banca d’Italia: che nel tempo ha modellato nel tempo la sua organizzazione su base, appunto, provinciale. Alla Banca d’Italia, e ai suoi uffici centrali di Palazzo Koch, a due passi dal Quirinale, fa capo una fitta rete di sedi provinciali. Dispone perciò della bellezza di 95 filiali: e, bontà sua, ha evitato di coprire le 8 neo-province costituite nel 1992. La gloriosa Bank of England ha una sola sede centrale e meno di dieci diramazioni sul territorio. E non si può certo dire che la struttura finanziaria inglese sia meno complessa di quella italiana. Quasi un dipendente su quattro della Banca è impiegato in una filiale locale.

    Quegli enti pesanti e costosi che la casta non vuole toccare - Interni - ilGiornale.it del 07-07-2011

  9. #19
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    Predefinito Rif: Ecco dove buttano i nostri soldi.

    Dove buttano i soldi: adesso paghiamo pure i calciatori e gli artisti

    di Nicola Porro

    Pensioni per artisti, sportivi e perfino per i reduci del ’15-’18: l’assistenzialismo ci costa 27 miliardi Tremonti: non faccio tagli da Masaniello. Ma è meglio abolire le Province che tassare i risparmiatori

    Ieri il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, illustrando la manovra finanziaria, sui costi della politica ha detto delle cose ragionevoli e altrettanto impopolari. Riportiamo: «Naturalmente c’è sempre la possibilità di fare atti alla Masaniello o di cambiare tutto perché tutto non cambi. Ma un governo deve fare le leggi: se vuoi fare una riforma devi fare la riforma per legge». Il riferimento è alle prerogative del nostro Parlamento, «repubblicano e antifascista» che ha una sorta di protezione da parte degli atti di imperio decisi dal governo. Per questo l’esecutivo ha proceduto con cautela. È una risposta a chi chiedeva maggiori tagli sui costi della politica già in questa manovra. (CAPITO????)

    Il Giornale continua a battersi per una riduzione del peso dell’apparato pubblico. E più volte ha sottolineato come tagli degli stipendi, delle pensioni e degli appannaggi del club Montecitorio sia non solo doveroso in sé, ma obbligatorio quando si chiedono sacrifici alla totalità della popolazione. Mutuando la terminologia del ministro utilizzata per il pareggio di bilancio, sosteniamo la necessità civile ed etica di tagliare i costi della politica. Sappiamo che non si realizza il pareggio di bilancio con la sola riduzione dei costi della politica. Ma crediamo anche che se il governo non si dà una mossa, di Masanielli in giro ne vedremo parecchi.

    Non vogliamo dunque un governo Masaniello (ci basta quello di Napoli) ma ci si permetta una domanda non retorica. Un governo così rispettoso delle prerogative del Parlamento, davvero crede che lo stesso Parlamento che pochi giorni fa ha bocciato in modo bipartisan l’abolizione delle Province, sia in grado di tagliare qualcosa che lo riguardi? Poco prima della conferenza stampa del ministro, i parlamentari hanno infatti votato più o meno compatti contro il taglio di un ente inutile, che molti, degli stessi onorevoli, in campagna elettorale e suoi propri programmi avevano promesso di abolire.

    «Cambiare tutto perché nulla cambi» è sottile ipocrisia della storia e della politica italiana, che oggi però sembra essere sostituita da una più pragmatica «non cambiare nulla perché nulla cambi». Ne acquistiamo in chiarezza, ma il risultato finale è il medesimo. Con tante Maria Antonietta che da una parte chiedono rigore e dall’altra reclamano rispetto e prerogative istituzionali. Mentre nel Paese la guerra della farina è stata sostituita con quella dei bolli.


    Dove buttano i soldi: adesso paghiamo pure i calciatori e gli artisti - Interni - ilGiornale.it del 07-07-2011

  10. #20
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    Predefinito Rif: Ecco dove buttano i nostri soldi.

    E pure la Grande guerra ci costa due milioni
    di Gian Maria De Francesco

    Nel bilancio del Tesoro c’è ancora una quota per i vitalizi dei reduci del conflitto mondiale ’15-’18

    E pure la Grande guerra ci costa due milioni - Interni - ilGiornale.it del 07-07-2011

 

 
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