Angela Pellicciari
Angela Pellicciari
I veri romani e mazzini
(da Il Tempo, 16-04-2011)
C’è uno spettro che s’aggira per Roma. Meglio, un tabù. Guai a parlar male della Repubblica Romana, quella del 1849. Di tutto si può parlar male, ma di questa primizia di democrazia, di giustizia, di libertà ed uguaglianza no.
Infuria la polemica su Asor Rosa. E su quanti ritengono sé stessi per definizione migliori del popolo bue che vota Berlusconi. Asor Rosa nel suo delirio di onnipotenza si è spinto ad auspicare un colpo di stato ad opera di polizia e carabinieri (con l’aggiunta, il giorno dopo, della guardia di finanza), guidati non si capisce bene da chi. Non si capisce, ma è chiaro: dall’esclusivo club di quanti si ritengono migliori. Moralmente ed intellettualmente migliori. E qui veniamo alla repubblica romana. Mazzini di migliore se ne intende: per definizione si tratta di lui. Mazzini odia il papa e con lui tutto l’ingombro cattolico, destinato (così spera) a sparire una volta per tutte. Per questo bisogna calare a Roma da ogni dove e spacciarsi per romani; romani sdegnati del governo del papa. Il popolo romano è cattolico ed attaccato a Pio IX? Quelli che la pensano così non sono, per definizione, romani.
La realtà è cancellata con un colpo di bacchetta magica e adattata a provvide quanto inedite definizioni. E così: Roma, scrive Mazzini, non è dei romani, “No; Roma non è dei Romani: Roma è dell’Italia: Roma è nostra perché noi siamo suoi. Roma è del Dovere, della Missione, dell’Avvenire”. E i cattolici che sono e vogliono restare tali? “I Romani che non lo intendono non sono degni del nome”. Questa mirabile definizione mi è tornata in mente l’altro giorno mentre facevo un giretto al Gianicolo. Qui è stato da poco restaurato ed inaugurato in pompa magna il “parco degli eroi”, vale a dire dei garibaldini del 1848-49. Un’iscrizione ha attirato la mia attenzione: al busto di Bartolomeo Filatteri era aggiunta una nota di Mazzini: “Romano degno di Roma”. Evidentemente tali sono da sempre ritenuti anche un bulgaro e un finlandese di cui pure ammiriamo i busti.
Gironzolando qua e là mi sono imbattuta in una stele, anch’essa restaurata, dedicata dall’università di Padova ai propri caduti. Questa l’iscrizione: “L’Università di Padova ricorda i suoi studenti caduti nel 1849”. Fin qui niente di eccezionale. Se non che la parte superiore della stele recava scolpito in bellissima evidenza un teschio di caprone. Di Satana, per intenderci. Aveva proprio ragione Pio IX quando scriveva che la libertà che i rivoluzionari volevano portare a Roma era quella che marciava sotto le insigne di Satana. Quanto all’eroismo dei garibaldini, diamo la parola a Garibaldi che così li descrive mentre fuggono da Roma: “si scioglievan sfrenati per le champagne e commettevano violenze d’ogni specie”. I Mille d’altronde, a giudizio del generale, non erano migliori: “Tutti d’origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”.
Domanda: coloro che suggeriscono ai politici restauri, opere culturali, pubblicazioni ed opuscoli, in una parola coloro che gestiscono la cultura ed il nostro patrimonio storico, hanno idea sì o no di quello che fanno? O sono tanti piccoli Asor Rosa, certi che nessuno potrà mai nemmeno mettere in dubbio la santità e la moralità delle rispettive convinzioni storiche e politiche?




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