Una nuova fase per Sel
giovedì 07 luglio 2011 | Roberto Musacchio | 9 commenti
Giusto il tempo di festeggiare le grandi vittorie delle amministrative e dei referendum e già si è aperta una fase del tutto nuova. Le due vittorie della primavera ci dicono che ciò su cui avevamo puntato, e sperato si realizzasse, e cioè una crisi della compagine di Governo che portasse alle elezioni precedute da primarie che dessero alla coalizione alternativa il profilo derivante da una affermazione di Vendola capace poi di vincere anche il confronto con Berlusconi, era tutt’altro che campata in aria.
Le amministrative e i referendum hanno confermato sia la crisi delle destre che la forza del binomio tra leaderships alternative e forti alternative programmatiche. La barra di questo binomio va dunque mantenuta. Ma subito sono affiorati scogli assai perigliosi su questo cammino. Ne indico almeno 5. Il primo è la risposta da dare agli esiti dei referendum. Che si recepisca sul serio il portato dei quesiti referendari è tutt’altro che scontato. E tra coloro che spingono in una direzione che annacquerebbe enormemente il risultato è proprio una parte consistente del centrosinistra e del PD.
Il secondo è ciò che accade con la Tav che riguarda sia la capacità di ascolto verso i movimenti sia la capacità di ripensare progetti che la realtà ha dimostrato del tutto fallimentari per costi e danni provocati: anche qui le distanze con il prevalente del centrosinistra sono grandi.
Terzo, forse principale, l’accordo sui contratti, estremamente negativo sia per il merito, che fa saltare il punto cardine della democrazia, sia perché allude ad un nuovo perimetro di compatibilità politico e sociale. Quarto, è il contesto europeo che con l’approvazione quasi definitiva dei meccanismi che rendono permanenti la sostanza e le metodologie della stretta di Bruxelles sui bilanci ma anche sui salari e le pensioni, pesa come un macigno.
Qui il tentativo delle forze delle sinistre europee di smarcarsi e di proporre una alternativa è stato vanificato dalla tenaglia dei poteri effettivi ma anche dalle proprie debolezze interne, che in Italia sono evidentissime data la subalternità di buona parte del centrosinistra ai dettami monetaristici.
Quinto, il tema della riforma elettorale che vede già in campo due ipotesi divaricanti del e nel PD. Divaricanti perché allusive precisamente della necessità di avere una idea su come procedere dentro o fuori lo spartito della seconda repubblica, verso il consolidamento dell’assetto maggioritario oppure un sistema tedesco che riconsegni lo scettro alla politica partecipata, opzione che io condivido appieno perché funzionale alla ricostruzione della sinistra e della democrazia.
Tutti questi punti stanno vedendo una difficoltà di posizionamento di SEL. Innanzitutto perché c’è una pressione fortissima nei nostri confronti. Quello che si vuole da parte del prevalente del centrosinistra è rompere il nesso tra leadership e cambiamento forte e lo fanno in due modi. Spingendo ad una rottura, o a un depotenziamento della relazione con i movimenti; circoscrivendo il campo delle compatibilità. Per evitare che ciò accada occorre saper agire in direzione esattamente opposta e cioè dare più forza alla volontà di impatto sulla politica del bisogno di cambiamento che vive con i movimenti; agendo in modo continuo sul nodo con cui esso può esprimersi e cioè il tema della democrazia come principio imprescindibile sempre ed ovunque.
Ma poi c’è un nodo di fondo che si ripropone ed è quello della prigione maggioritaria. Il sistema maggioritario alla fine per sua dinamica intrinseca rompe la relazione tra movimenti e politica in quanto quest’ultima è funzionale all’assemblaggio del più uno e su ciò si modula. Anche al proprio interno. La distanza abissale tra i movimenti e i partiti che misuriamo oggi viene da lontano ma si è resa strutturale col maggioritario.
Le drammatiche esperienze che abbiamo vissute con i nostri governi ce lo debbono ricordare. Ma i problemi aperti oggi su referendum da recepire e Tav ci danno un campanello d’allarme che può essere salutare se sapremo affrontarlo per tempo. Ma non è facile, come dimostrano anche le nostre difficoltà non solo a prendere posizione ma a provare a incidere sui processi che ricordavo. Pensare di risolvere questo problema con qualche aggiustamento del modo di funzionare che ci siamo dati per riflessioni sulla forma partito ma forse anche perché speravamo di arrivare alle elezioni politiche già questo anno, non può né bastare né servire.
Occorre costruire una discussione politica su come si naviga tra questi scogli e verso quale rotta; e occorre rafforzare ed estendere la capacità politica complessiva di tutte le nostre forme organizzate. Le due cose, naturalmente, stanno insieme.
Roberto Musacchio
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Articolo nel complesso condivisibile :giagia:





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