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    Predefinito Piazza Tiananmen, Marx finalmente libero

    Piazza Tiananmen, Marx finalmente libero


    di Oreste Scalzone (dal quotidiano l'Altro)

    Un uomo solo, camicia bianca su calzoni neri, ripreso di spalle. Dritto, fragile e possente, armato di niente, niente di concreto ma molto di più, come transumano si erige contro una colonna di carrarmati. Non sappiamo chi sia, come la pensi e cosa voglia.

    Rispetto all'essenziale, questo è relativamente un dettaglio - la scena lo trascende. Un esemplare di specie umana, specie di esseri parlanti e perciostesso "pericolosa". Nel fondo del fondo comune, di specie, potremmo dire proletari. Un uomo, astratto-eguale e al contempo singolare, unico, è il segno forte di chissà quante migliaia. Uno, centomila, nessuno. Lui può essere tutto, e tutt’altro. Questo, nella nostra percezione indelebile, viene dopo, specificazione ulteriore.
    Un carrarmato è cosa complicatissima. Si può adattare ad esso la definizione marxiana della merce, plesso di relazioni invisibili eppur materialmente costituenti il suo ontos. Carrarmato ha un fondo eguale ad altro, ogni altro carrarmato, come merce con ogni altra, in ultima analisi. Implica, traduce, incarna reca in sé - condizione d'esistenza, essere, qualità, natura e funzione - una complessità enorme di relazioni, traduce rapporto sociale, un'intera sistemica. Abbiamo visto che innanzitutto è una merce. Come un flacone di penicillina che può salvare. Cambia il valore d'uso, ma sul piano del Valore, ovverossia valore-di-scambio, questa è la primordiale qualità. In quanto merce, sottende, implica denaro, accumulazione, lavoro, mercato del lavoro (della forza-lavoro), estrazione di plusvalore, profitto.
    Eppoi, un carrarmato ha altri caratteri essenziali sul piano di altre economie politiche. È mezzo di distruzione, di riproduzione allargata di essa. È dispositivo e funzione dello Stato. Un padrone, uno statista, un colonialista, un monarca, un tiranno, un gerarca, un rappresentante, un "democratòcrate", sono tutti compatibili con la forma-carrarmato.
    Un comunista, nel senso etimologico del termine, coniato e/o ripescato all’altezza dei tempi del diluvio rivoluzionario - come diceva Marx - dilagato in Europa attorno al 1848, un comunista, nel senso che questa parola aveva nell’Associazione internazionale dei lavoratori, quella che i suoi becchini avevano poi etichettato come Prima internazionale; un comunista, nel senso che il termine aveva all'epoca della Comune di Parigi, «la forma finalmente scoperta che mostra come il proletariato non possa che liberarsi da sé» cioè un comunardo, un comun’autonomo (autonomia e comunanza essendo consustanziali
    La forma-carrarmato è intrinsecamente statale. E comunismo statale è perfetta contraddizione in termini, come comunismo capitalistico, padronale, nazionale, ideologico, governante, governativo, politico, identitario - cioè proprietario -, razzistico, moralista, penale. Comunismo critico è agli antipodi di comunismo cratico.
    A meno del verificarsi di una situazione per cui un'insurrezione si trovasse ad aver requisito carrarmati per rivolgerli contro le forze armate dell'oppressione, come i cannoni presi dalla Guardia repubblicana all’Armée nei giorni della Comune, i carrarmati, come gli aerei o le portaerei… non possono essere - come non può mai esserlo un Libertador, soggetto individuale o corporazione, casta, gerarchia che pretende autonomizzarti in tuo nome e per tuo conto - un mezzo, una forma, un'arma liberatrice.
    Se la semantica non fosse stata violentata, se i fatti e le cose, la loro interpretazione, la loro costruzione, non fossero stati distorti da malinteso e concatenamenti di vere e proprie alienazioni, contraffatti, resi mutanti mutageni mostruosi, questo non potrebbe che essere il nòcciolo primordiale, semplice e chiaro.
    Si discute tanto di mezzi e fini, di violenza, di terrorismo. Non avremo mai abbastanza disprezzo - stavolta sì - per tutti quegli ipocriti o, peggio, sfrontati che mostrano di considerare mostruosa una sassaiola, impensabile ogni rivolta e qualsivoglia spunto di violenza se non come, addirittura, provocazione, frutto di manipolazione, mossa da marionettisti e pupari, ma ritengono più che compatibile comunismo e violenza statale.
    Un tank è un tank. Non può esserci un carrarmato "Compagno". Se questo accade, se una colonna di carrarmati - contro uno solo o contro una folla di operai scioperanti in tumulto, come a Berlino ’53, come a Budapest ’56, come a Tienanmen nell’’89 - si avanza inalberando la bandiera rossa, lo stesso colore di quella de la Sociale che, accanto a quelle nere degli anarchici - nere come i grembiuli dei tessitori Canuts delle rivolte degli anni ’30 dell’Ottocento alla Croix rousse di Lione - è stata un vessillo degli insorti comunardi, vuol dire che è avvenuta una sorta di catastrofica e mostruosa mutazione di ogni parametro e termine della questione. Che il termine comunismo è stato sottoposto ad una serie di stupri semantici a catena.
    Se una vertigine identitaria, cioè la peggior forma della patrimonialità, della proprietarietà, fa pensare a tanti rivoltosi, a tanti antagonisti, che il colore e i simboli facciano la differenza e contino più della natura, della natura dei rapporti sociali, inter-umani che fatti e cose rivelano, questo è segno che c'è qualcosa di profondamente insensato e malato sotto tutto questo, che dura da più di un secolo, e che rischia di esser mortale.
    Ha scritto su queste colonne Piero Sansonetti che «noi sessantottini avevamo fatto della Cina un'icona, e avevamo visto nel maoismo non un'orrenda variante dello stalinismo e del comunismo di Stato oppressivo, ma al contrario una forma di rinnovamento del cupo socialismo sovietico, un modo per restituire potere al popolo il potere espropriato dalla nomenclatura di partito [...] Avevamo visto nel maoismo, e nella Cina, una forma libertaria di comunismo. I carrarmati di Deng hanno sotterrato definitivamente questa speranza».
    Vorrei segnalare a Piero alcune obiezioni cominciando col dire che il Sessantotto non è certo stato tutto dominato dall’ideologia maoista o da altre varianti consimili di un'idea comunque statalista, post-giacobina e lassalliana più che, certo non solo anarchica, ma anche marxiana. Dovrei ricordare tutta una cartografia dei comunismi "altri", che non sono piccole élites, ma - per esempio negli anni ‘20 - hanno condotto una durissima guerra su due fronti della controrivoluzione, quello statal-padronale diretto, classico, e quello del socialismo reale staliniano, conseguenza estrema di quello che qualcuno ha chiamato il "kautsko-bolscevismo".
    Si può dire piuttosto che i Viet-cong, sì, sono stati un mito sessantottesco largamente condiviso. Ma, chi avrebbe potuto aver una pre-scienza, allora, per capire come sarebbe andata a finire? Non conoscevamo le pagine straordinarie dell’operaio rivoluzionario Ngo Van, Vietnam 1920-45, rivoluzione e contro-rivoluzione sotto la dominazione coloniale.
    Mi limito dunque a dire che, per tanti come me, il comunismo non ha una data e luogo di nascita per questo non può avere un certificato di morte. Comunismo non è un'invenzione, o un regime da instaurare. Come istanza, come figura della potenza nel senso spinoziano, cioè dell'etica, esso è sempre vissuto nelle pieghe del reale, venendo a tratti allo scoperto. Vale quello che vale per la facoltà della parola, l'amore, la rivolta. Forse che possono avere una territorializzazione, una forma di Stato, un luogo e certificazione di nascita e dunque di morte? Quello che è morto (e voglio dire: sempre troppo tardi!) è una radicale contraffazione - derivante da malinteso, da omologia - del comunismo come movimento, movimento della critica radicale, teorico/pratica. Nel mio piccolo, vorrei ricordare il poster che nell’89 - dopo la caduta del Muro e prima di Tienanmen - chiedemmo a Mario Schifano di illustrare (e lo fece, con una bellissima faccia di Marx che era confusa con la cartografia di un globo terracqueo). Lo slogan stampigliato sopra era: «Marx 1989, finalmente libero!». Certo che la previsione era sognante e quella riapertura che ci sembrava di intravedere e speravamo non si è prodotta. Ma come arrivare a dire che la partita sia chiusa? Non è forse idea da «fine della Storia» alla Fukujama? Il comunismo non l’ha inventato nessuno, è una virtualità, che c'è, come la potenza di vita. Non è un articolo di fede, una giaculatoria. Ma forse il comunismo potrà riemergere solo quando, e se il suo "doppio" mostruosamente contraffatto avrà finito di esser dimenticato per sempre.


    Per la Comunità Umana
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  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Piazza Tiananmen, Marx finalmente libero

    Tienanmen 20 anni dopo

    di Domenico Losurdo

    In questi giorni, la grande stampa di «informazione» è impegnata a ricordare il ventesimo anniversario del «massacro» di piazza Tienanmen. Le rievocazioni «commosse» degli avvenimenti, le interviste ai «dissidenti» e gli editoriali «indignati», i molteplici articoli che si sussseguono e si preparano mirano a ricoprire di perpetua infamia la Repubblica Popolare Cinese e a rendere solenne omaggio alla superiore civiltà dell’Occidente liberale. Ma cosa è realmente avvenuto venti anni fa?
    Nel 2001 furono pubblicati e successivamente tradotti nelle principali lingue del mondo i cosiddetti Tienanmen Papers che, stando alle dichiarazioni dei curatori, riproducono rapporti segreti e i verbali riservati del processo decisionale sfociato nella repressione del movimento di contestazione. E’ un libro che, sempre secondo le intenzioni dei curatori e degli editori, dovrebbe mostrare l’estrema brutalità di una dirigenza (comunista) che non esita a sommergere in un bagno di sangue una protesta «pacifica». Sennonché, una lettura attenta del libro in questione finisce col far emergere un quadro ben diverso della tragedia che si consuma a Pechino tra maggio e giugno del 1989. Leggiamo qualche pagina qua e là:
    «Più di cinquecento camion dell’esercito sono stati incendiati in corrispondenza di decine di incroci […] Su viale Chang’an un camion dell’esercito si è fermato per un guasto al motore e duecento rivoltosi hanno assalito il conducente picchiandolo a morte […] All’incrocio Cuiwei, un camion che trasportava sei soldati ha rallentato per evitare di colpire la folla. Allora un gruppo di dimostranti ha cominciato a lanciare sassi, bombe molotov e torce contro di quello, che a un certo punto si è inclinato sul lato sinistro perché uno dei suoi pneumatici si è forato a causa dei chiodi che i rivoltosi avevano sparso. Allora i manifestanti hanno dato fuoco ad alcuni oggetti e li hanno lanciati contro il veicolo, il cui serbatoio è esploso. Tutti e sei i soldati sono morti tra le fiamme»[1].
    Non solo è ripetuto il ricorso alla violenza, ma talvolta entrano in gioco armi sorprendenti:
    «Un fumo verde-giallastro si è levato improvvisamente da un’estremità del ponte. Proveniva da un’autoblindo guasto che ora costituiva esso stesso un blocco stradale […] Gli auotoblindo e i carri armati che erano giunti per sgomberare la strada dai blocchi non hanno potuto fare altro che accodarsi alla testa del ponte. Improvvisamente è sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un autoblindo ed è fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola agonizzanti. Qualcuno ha detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo»[2].
    Questi atti di guerra, col ricorso ripetuto ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, si intrecciano con iniziative che danno ancora di più da pensare: viene «contraffatta la testata del “Quotidiano del popolo”»[3]. Sul versante opposto vediamo le direttive impartite dai dirigenti del partito comunista e del governo cinese alle forze militari incaricate della repressione:
    «Se dovesse capitare che le truppe subiscano percosse e maltrattamenti fino alla morte da parte della masse oscurantiste, o se dovessero subire l’attacco di elementi fuorilegge con spranghe, mattoni o bombe molotov, esse devono mantenere il controllo e difendersi senza usare le armi. I manganelli saranno le loro armi di autodifesa e le truppe non devono aprire il fuoco contro le masse. Le trasgressioni verranno prontamente punite»[4].
    Se è attendibile il quadro tracciato da un libro pubblicato e propagandato dall’Occidente, a dare prova di cautela e di moderazione non sono i manifestanti ma piuttosto l’Esercito Popolare di Liberazione!
    Nei giorni successivi il carattere armato della rivolta diviene più evidente. Un dirigente di primissimo piano del partito comunista richiama l’attenzione su un fatto decisamente allarmante: «Gli insorti hanno catturato alcuni autoblindo e sopra vi hanno montato delle mitragliatrici, al solo scopo di esibirle». Si limiteranno ad una minacciosa esibizione? E, tuttavia, le disposizioni impartite all’esercito non subiscono un mutamento sostanziale: «Il Comando della legge marziale deve rendere chiaro a tutte le unità che è necessario aprire il fuoco solo in ultima istanza»[5].
    Lo stesso episodio del giovane manifestante che blocca col suo corpo un carro armato, celebrato in Occidente quale simbolo di eroismo non-violento in lotta contro una violenza cieca e indiscriminata, viene letto dai dirigenti cinesi, stando sempre al libro qui più volte citato, in chiave diversa e contrapposta:
    «Abbiamo visto tutti le immagini del giovane uomo che blocca il carro armato. Il nostro carro armato ha ceduto il passo più e più volte, ma lui stava sempre lì in mezzo alla strada, e anche quando ha tentato di arrampicarsi su di esso i soldati si sono trattenuti e non gli hanno sparato. Questo la dice lunga! Se i militari avessero fatto fuoco, le ripercussioni sarebbero state molto diverse. I nostri soldati hanno eseguito alla perfezione gli ordini del Partito centrale. E’ stupefacente che siano riusciti a mantenere la calma in una situazione del genere!»[6].
    Il ricorso da parte dei manifestanti a gas asfissianti o velenosi e soprattutto l’edizione-pirata del «Quotidiano del popolo» dimostrano chiaramente che gli incidenti di piazza Tienanmen non sono una vicenda esclusivamente interna alla Cina. Altri particolari significativi emergono dal libro celebrato in Occidente: «”Voice of America” ha avuto un ruolo davvero inglorioso nel gettare benzina sul fuoco»; incessantemente essa «diffonde notizie infondate e istiga ai disordini». E non è tutto: «Dall’America, Gran Bretagna e Hong Kong sono arrivati più di un milione di dollari di Hong Kong. Parte dei fondi è stata utilizzata per l’acquisto di tende, cibo, computer, stampanti veloci e sosfisticate attezzature per le comunicazioni»[7].
    A cosa mirassero l’Occidente e soprattutto gli Usa lo possiamo desumere da un altro libro, scritto da due autori statunitensi fieramente anticomunisti. Essi ricordano come in quel periodo di tempo Winston Lord, ex-ambasciatore a Pechino e consiglere di primo piano del futuro presidente Clinton, non si stancava di ripetere che la caduta del regime comunista in Cina era «una questione di settimane o mesi». Tanto più fondata appariva questa previsione per il fatto che al vertice del governo e del Partito spiccava la figura di Zhao Ziyang, il quale – sottolineano i due autori statunitensi qui citati – è da considerare «probabilmente il leader cinese più filo-americano nella storia recente»[8].
    In questi giorni, parlando col «Financial Times», l’ex-segretario di Zhao Ziyang, e cioè Bao Tong, agli arresti domiciliari a Pechino, sembra rimpiangere il mancato colpo di Stato al quale nel 1989, mentre il «socialismo reale» cadeva in pezzi, aspiravano personalità e circoli importanti in Cina e negli Usa: disgraziatmente, «neppure un soldato avrebbe prestato ascolto a Zhao»; i soldati «prestavano ascolto ai loro ufficiali, gli ufficiali ai loro generali, e i generali a Deng Xiaoping»[9].
    Visti retrospettivamente, gli incidenti di piazza Tienanmen di venti anni fa si presentano come un tentativo fallito di colpo di Stato e un fallito tentativo di instaurazione di un Impero mondiale pronto a sfidare i secoli…
    Fra non molto cadrà un altro ventesimo anniversario. Nel dicembre del 1989, senza essere neppure preceduti da una dichiarazione di guerra, i bombardieri amercani si scatenavano sul Panama e la sua capitale. Come risulta dalla ricostruzione di un autore ancora una volta statunitense, quartieri densamente popolati furono sorpresi nella notte dalle bombe e dalle fiamme; a perdere la vita furono in grandissima parte «civili, poveri e di pelle scura»; a almeno 15 mila ammontarono i senza tetto; si tratta comunque dell’«episodio più sanguinoso» nella storia del piccolo paese[10]. E’ facile prevedere che giornali impegnati a spargere lacrime su piazza Tienanmen sorvoleranno sull’anniversario di Panama, come d’altro canto è avvenuto in tutti questi anni. I grandi organi di «informazione» sono i grandi organi di selezione delle informazioni e di orientamento e di controllo della memoria.



    Riferimenti bibliografici

    Jamil Anderlini 2009
    «Tanks were roaring and bullets flying», in «Financial Times», p. 3 («Life and Arts»)

    Richard Bernstein, Ross H. Munro 1997
    The Coming Conflict with China, Knopf, New York

    Kevin Buckley 1991
    Panama. The Whole Story, Simon & Schuster, New York

    Andrew J. Nathan, Perry Link (eds.) 2001
    The Tiananmen Papers (2001), tr. it., di Michela Benuzzi et alii, Tienanmen, Rizzoli, Milano


    [1] Nathan, Link 2001, pp. 444-45.
    [2] Nathan, Link 2001, p. 435.
    [3] Nathan, Link 2001, p. 324.
    [4] Nathan, Link 2001, p. 293.
    [5] Nathan, Link 2001, pp. 428-9.
    [6] Nathan, Link 2001, p. 486.
    [7] Nathan, Link 2001, p. 391.
    [8] Bernstein, Munro 1997, pp. 95 e 39.
    [9] Anderlini 2009.
    [10] Buckley 1991, pp. 240 e 264.

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  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Piazza Tiananmen, Marx finalmente libero

    scalzone conferma i miei sospetti: toglietegli il vino!

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Piazza Tiananmen, Marx finalmente libero

    Interessante l'articolo di Losurdo. Ne offro alla lettura un altro con alla base una ben diversa interpretazione (alquanto romantica sotto certi aspetti) comunque interessante. Personalmente sono poco informato sui fatti di Tienanmen e in generale sulla storia cinese contemporanea, quindi non posso esprimere un giudizio, salvo il riconoscere l'ovvietà della totale strumentalità delle attuali ipocritiche e ciniche commemorazioni miserevoli occidentali.
    Ecco l'articolo di un tale Nello Gradirà.


    La Cina è vicina... al Cile


    20 anni dopo i fatti di Tien An Men assumono una luce diversa

    piazza-tien-an-men.jpgNel 1980 Milton Friedman fu invitato a Pechino per tenere dei corsi sui fondamenti della dottrina neoliberista ai funzionari statali cinesi.

    Le sue parole furono musica per le orecchie dei burocrati, che capirono come l'apertura ai mercati avrebbe offerto loro la possibilità di arricchirsi in modo spettacolare se in questo passaggio avessero mantenuto le redini del potere.

    I cinesi sapevano benissimo che Friedman era il consulente economico più influente delle dittature militari latinoamericane, ma questo non solo non li preoccupava, anzi era proprio il modello che si proponevano: autoritarismo e liberismo.

    Tra il 1980 e il 1985 vennero smantellate le comuni agricole e privatizzate le terre: 200 milioni di contadini poveri totalmente rovinati hanno dovuto trasformarsi in operai edili e di fabbrica emigrando nelle città.

    Nel 1988 vi furono violente rivolte per l'abolizione dei controlli sui prezzi e contro la corruzione dilagante, finché il 15 aprile 1989 gli studenti universitari iniziarono una protesta contro il partito per le crescenti disuguaglianze sociali e l'autoritarismo.

    I media occidentali rappresentavano le manifestazioni come uno scontro tra studenti moderni e idealisti che volevano le libertà democratiche di stampo occidentale e il veterocomunismo della burocrazia.

    A scatenare la protesta fu invece lo scontento popolare per i cambiamenti introdotti da Deng Xiao Ping, che avevano provocato l'abbassamento dei salari, l'aumento dei prezzi e una grave disoccupazione.

    Il 26 aprile Deng accusò gli studenti di essere dei provocatori al servizio di potenze straniere.

    In risposta 50mila studenti scesero nelle piazze, e il 4 maggio circa 100mila persone marciarono per le strade di Pechino.

    Il 13 maggio duemila studenti occuparono Piazza Tien an Men, con l'appoggio della popolazione e dei lavoratori. Molti cantavano l'Internazionale.

    La protesta arrivò a coinvolgere 300 città. Il 20 maggio venne proclamata la legge marziale, ma l'esercito incontrò una forte resistenza e la situazione rimase bloccata.

    La notte del 3 giugno l'esercito aprì il fuoco sui dimostranti e riconquistò la piazza. Non esiste una stima precisa delle vittime. La CIA parla di 400-800 morti, la Croce Rossa di 2.600, mentre circa un migliaio di oppositori potrebbero essere stati giustiziati in seguito.

    "La maggior parte degli arrestati e praticamente tutti i giustiziati erano lavoratori", scrive Maurice Mesner.

    Come in America Latina il terrore spianò la strada al neoliberismo. Decine di milioni di dipendenti pubblici e lavoratori delle imprese statali furono licenziati, perdendo non solo il lavoro ma anche ogni forma di sicurezza sociale (casa, istruzione, sanità ecc.).Oggi 150 milioni di disoccupati si spostano da una città all'altra in cerca di un qualsiasi lavoro.

    Nei tre anni successivi al massacro la Cina spalancò le porte agli investimenti stranieri, e sorsero in tutto il Paese le cosiddette zone franche, dove non esiste alcun diritto sindacale e il costo del lavoro è un ottavo di quello del Messico.

    Nel solo 2003 sono morti sul lavoro più di 136mila operai. La Cina estrae il 35% del carbone mondiale ma ha l'80% delle morti in miniera.

    Negli anni '90 Deng Xiao Ping proclamò che "arricchirsi è glorioso" e non è incompatibile con la dottrina socialista. Infatti secondo uno studio del 2006 il 90% dei miliardari cinesi sono figli di funzionari del Partito "Comunista". Circa 2.900 di questi nuovi mandarini controllano 260 miliardi di dollari.

    Un'élite tra le 15 e le 20mila persone ha depositi bancari di almeno 8 milioni di Euro a testa.

    Il 10% più ricco della popolazione si accaparra il 45% del reddito nazionale, mentre il 10% più povero solo l'1,5%.

    L'imbarbarimento della società cinese ha portato con sé fenomeni inquietanti come la vendita di donne e bambini e il traffico di sangue e di organi.

    Ma questo processo "sta forgiando una classe operaia la cui forza potenziale non ha precedenti nella storia dell'umanità" e che coltiva "un sano odio contro la burocrazia e la borghesia".

    In questi anni "la lotta di classe e la conflittualità sociale hanno raggiunto livelli mai visti da decenni". Secondo le autorità di polizia manifestazioni, scontri e rivolte sono passati dai 10.000 del 1994 ai 74.000 del 2004. Il problema principale è l'unità tra i vari settori sociali in lotta, ma in Cina sono migliaia i militanti che tengono vivo il pensiero marxista.

    Ed è superfluo soffermarsi sulle ripercussioni che avrebbe anche da noi la fine dello sfruttamento semi-schiavistico nell'industria cinese.

    Nello Gradirà

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: Piazza Tiananmen, Marx finalmente libero

    Citazione Originariamente Scritto da Palvesario Visualizza Messaggio
    scalzone conferma i miei sospetti: toglietegli il vino!

    Direi pure la fisarmonica

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    Muntzer il Sopravvissuto

  6. #6
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    Gli "imprenditori" di Hong Kong investirono 2.milioni di dollari in sottoscrizione per gli studenti. A proprosito di caorruzione, sparirono quasi subito. Non risulta che abbiano fatto nessuna sottoscrizone per Deng Xiaping. Ci sarà una ragione. O no?
    I menager delle due principali imprese statali sostennero finanziariamente gli studenti. L'AT&T americana organizzò gratuitamente i sistema di fax per allargare la rivolta in Cina. Mentre la NED, l'organizzaione delle Rivoluzione Colorate istruiva a Hong Kong gli studenti alla guerriglia urbana. Non risulta nessun sostengo all' Esrecito Popolare di Liberazione. Come mai?
    A Scalzone del 68 gli sono rimaste solo le canne che almento per ragioni anagrafiche dovrebbe smettere ma penso che con le cattive compagnie di Sansonetti si passato alle "righe". Si potrebbe ben dire un "articolo sopra le righe", scritto per altro in un linguaggio incomprensibile ai più. E' stato il primo tentativo di Rivoluzione Colorata, dovevano ancora far esperienza.
    Riguardo a sto Nello Gradirà mi sembra che non abbia ben afferrato il concetto di liberismo. Per sotenere che la Cina è liberista occorre avere il cervello pieno di merda.

  7. #7
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    Predefinito Riferimento: Piazza Tiananmen, Marx finalmente libero

    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio
    Piazza Tiananmen, Marx finalmente libero


    di Oreste Scalzone (dal quotidiano l'Altro)



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    E Lenin stopper!!!

  8. #8
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    Predefinito Riferimento: Piazza Tiananmen, Marx finalmente libero

    Quetsa è spettacolare però:
    "Il comunismo non l’ha inventato nessuno, è una virtualità, che c'è, come la potenza di vita"

 

 

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