
Originariamente Scritto da
dedelind
Un eventuale default italiano potrebbe inficiare il valore dell’euro, al massimo, per l’entità complessiva della partecipazione italiana alla Bce, ovvero il 14%: escluso, quindi, un effetto Argentina.
Nel caso estremo di uscita dall’eurozona, infatti, l’Italia potrebbe reagire al default svalutando la moneta per rendere conveniente l’export: non avendo più debiti per via del fallimento, sarebbe tecnicamente persino possibile una svalutazione del 50%.
Il che rappresenterebbe un incubo per tutti i concorrenti europei poiché, disponendo il nostro paese di imprese in grande quantità e di grande qualità, la svalutazione shock di un’eventuale nuova lira produrrebbe la distruzione del settore manifatturiero di tutti i paesi mediterranei, Spagna, Francia e Turchia incluse, a favore dell’Italia.
Inoltre il 50% del nostro debito pubblico è in mani straniere, il che significa che immediatamente i governi inizierebbero a trattare per avere una restituzione anche parziale del credito: poiché esso viene usato principalmente ai fini pensionistici, diversi governi sarebbero disposti a fare di tutto perché almeno il 30% del debito sia pagato, come nel caso argentino.
Solo il 15% dei Bot è realmente in mano a investitori italiani individuali, una fetta di cittadini per cui comunque sarebbe possibile approntare una sorta di rete di salvataggio.
Nei fatti - e Dio ce ne scampi - dichiarare un default sarebbe un brutto colpo per 5-10 anni, soprattutto perché il fabbisogno pubblico dovrebbe calare enormemente, con un taglio gigantesco della pubblica amministrazione visto che non sarebbe più possibile finanziare nulla se non entro il 45% di pressione fiscale nazionale. Paradossalmente, uno shock durissimo ma salutare.
MERCATO LIBERO NEWS: 11/19/09