Ieri, a Milano, nella antica Chiesa di San Sigismondo, con una Santa Messa tradizionale in latino, il "Fronte della Tradizione" ha ricordato ed onorato Sua Altezza Imperial-Regia Apostolica l'ArciDuca Otto d'Asburgo Lorena.
Erano presenti (riconoscibili nella foto, da sinistra): Cav. SAVERIO GRANCAGNOLO (Presidente del Circolo Reale Carlo Alberto), il Nob.Cav.Dott. ROBERTO JONGHI LAVARINI von Urnavas (Delegato per l'Italia della Walser Uradel Kulturverein), l'On. MARIO BORGHEZIO (Eurodeputato della Lega Nord e Presidente della Fondazione Europa dei Popoli), l'Avv. BENEDETTO TUSA (Presidente di PanEuropa Italia e del Circolo La Rocca), il Nob.Cav.Dott. DIEGO MARTINO ZOIA (Presidente della Fondazione Cajetanus e del Circolo del Regno Lombardo-Veneto, organizzatore dell'evento), ATTILIO CARELLI (Dirigente Nazionale e Segretario Regionale della Fiamma Tricolore della Lombardia), il Nob. Cav. di Gran Croce SANDRO PIERATO (Membro della Consulta dei Senatori del Regno, in rappresentanza ufficiale degli Ordini Dinastici di Casa Savoia), il Nob.Cav. LUIGI MASTROIANNI (Delegato Regionale della Lombardia dell'istituto Nazionale per la Guardi d'Onore al Pantheon).
Presenti alla cerimonia (ma non nella foto) anche: MASSIMILIANO BASTONI (Consigliere Comunale della Lega Nord di Milano), i Conti GIUSEPPE ed ELENA MANZONI di Chiosca e Poggiolo, il Marchese ENRICO GIULIANO di Sant'Andrea, il Nob.Cav. ANDREA BOEZIO BERTINOTTI ALLIATA, il Cav.Dott. FLAVIO NUCCI (in rappresentanza del movimento Destrafuturo del Popolo della Libertà), il Cav.Uff. FEDERICO PIZZI ed il Cav. ALBERTO DI MARIA della Associazione Internazionale Cavalieri deglio Ordini Dinastici di Casa Savoia (AICODS), i giovani gentiluomini FEDERICO SAGRAMOSO e GIOVANNI VISCONTI, l'Arch. LEONARDA PANSERA (nota araldista)
Julius Evola e l'Idea Imperiale
Il Barone siciliano Giulio Cesare Evola rappresenta una figura chiave nell'ambito della filosofia tradizionalista del XX secolo. Senza la velleitaria pretesa di fornire in questa sede un'analisi dettagliata di quella che è stata la sua speculazione teoretica, possiamo soffermarci brevemente su alcuni giudizi che egli ha elaborato circa l'Idea imperiale attraverso le sue considerazioni sui moderni stati nazionali ed, in opposizione a ciò, il suo pensiero sul Sacro Romano Impero e la sua ultima manifestazione, l'Impero Asburgico.
Leggiamo cosa scrive Fabio Falchi a questo proposito:
-.... la definitiva separazione della sfera politica da quella spirituale, che si verifica con il tramonto dell’ecumene medievale e la dissoluzione del Sacro Romano Impero, comporta inevitabilmente la fine della società olistica e rende possibile l’instaurazione di un regime totalitario o, peggio ancora, il dominio di un’oligarchia “pluto-tecnocratica” che trasforma i singoli in una massa di individui eterodiretti. Infatti per Evola si può definire organico solo lo Stato che abbia un centro, un’idea che informi di sé l’intera comunità e – tramite una partecipazione dei rappresentanti delle attività economiche, sociali, culturali e delle identità locali alla gestione della cosa pubblica – sia tale che ogni parte possa avere un’intima connessione con il tutto.
Uno Stato organico è cioè uno Stato che, essendo sintesi di unità e molteplicità, integri le differenze secondo un’istanza gerarchica unitaria e che distingua l’ordine dei mezzi dall’ordine dei fini, attribuendo la direzione generale degli affari pubblici e la tutela del bene comune ad una élite (Evola è sempre attento alla lezione politica di Pareto) i cui membri dovrebbero avere una formazione spirituale e culturale di alto livello, ma la meno specialistica possibile, ed uno stile di vita adeguato al loro ruolo. (Dato che la teoria evoliana dello Stato può sembrare anacronistica, si deve tener presente che la trasformazione dello Stato in macchina autoregolantesi “maschera” l’impossibilità che il Politico non interagisca con la sfera dei valori. La proliferazione anarchica dei linguaggi non può evitare che ciascuno di essi misuri gli altri secondo la propria identità. Con la liquidazione di ogni idea di centro - l’Impero interiore - da un lato si afferma il dominio dei valori economici, dall’altro si radicalizza la crisi del legame sociale per l’incapacità dello Stato moderno di dare forma politica allo sradicamento dell’ethos comune. Questa antinomia, mi pare, spiega la differenza tra la sconfitta militare, ma non necessariamente politica, del fascismo – che pure avrebbe potuto realizzare una struttura politica e sociale di tipo organico – ed il fallimento irreversibile dell’ideologia e dei regimi comunisti).
Completamente diverso è il totalitarismo, che per Evola, non è che una “statolatria”, una religione terrestre dell’uomo materializzato e che egli presenta come esito di un processo sociale di atomizzazione egualitaria, imposto dall’alto, a tutti gli individui («lo Stato pedagogo per minorenni»). Si comprende allora che egli abbia visto nel fascismo la possibilità di un’azione politica rettificatrice, ma che non abbia esitato ad esprimere giudizi anche assai aspri, sia pure sempre costruttivi, non potendo condividere il disinteresse se non il disprezzo per la cultura politica, la tendenza livellatrice e l’insofferenza per ogni parziale autonomia e per ogni grado di libertà. ... -
Comprendiamo quindi, grazie allo scritto di Falchi, anche l'avversione evoliana per l'ideologia democratica massificante, figlia anch'essa della modernità. Ma allora, a quale modelli di unità politica si rifà Evola? Forse possiamo capirlo leggendo uno stralcio di questa intervista di Marco Iacona ad Alain de Benoist:
«Evola era fondamentalmente un monarchico, e ciò si capisce molto bene dalle sue
critiche al fascismo e ancor di più alla Repubblica di Salò, ma ad esempio il suo essere
monarchico non ha molto a che fare con Charles Maurras, nel quale ha larga parte il
positivismo e il “giacobinismo bianco”. La sua è una monarchia d’ispirazione metafisica,
deriva da un’idea della sovranità ispirata ai principi della Tradizione primordiale». ...
Evola concepisce l’Europa principalmente alla luce dell’“idea imperiale” ereditata
dal Medioevo e specialmente dal Sacro Romano Impero germanico nella sua versione ghibellina
Vediamo cosa ci dice lo stesso Evola, che ormai abbiamo capito essere stato un fautore dell'Impero sovranazionale, ordinato, armonico e gerarchico e non uno sciovinista di ispirazione giacobina, fautore dello stato nazione post '89, in un suo brano:
Dovrebbe essere chiaro che l’etnonazionalismo non implica l’isolamento: ma lavorare insieme in modo proficuo è possibile soltanto fra unità etniche che però geneticamente siano analoghe e culturalmente non inconciliabili. Una collaborazione fra etnie diverse che non andasse a scapito delle loro specifiche identità era, nel passato, garantita da quel sistema politico, adesso demonizzato dagli imbonitori di cervelli, che era l’Impero. Ultimo fulgido esempio di questo sistema politico fu la doppia monarchia sul Danubio, l’Impero Asburgico. È poco risaputo, perché occultato, che già nella prima metà dell’Ottocento ci si preparava a rendere tripla questa doppia monarchia, della quale la terza capitale, dopo Vienna e Budapest, sarebbe divenuta Venezia. Questa soluzione, troncata dalla guerra del 1866, avrebbe garantito alle Popolazioni Padano-Alpine e, in generale, centro-europee, un futuro di benessere, sviluppo, pienezza, quasi inimmaginabili. Ancora meno di un secolo fa un altro splendido esempio d’impero fu la Russia; e prima ancora la Cina: alla Cina imperiale poterono sottostare la Mongolia, il Turchestan fino all’Ural e il Tibet, senza oppressioni di sorta e senza tentativi di snaturamento da parte del governo centrale. Caratteristiche d’impero (sia pure, entro certi limiti, problematiche) ebbe anche la Germania di Bismarck.
Contro l’impero - sintonia naturale d’unità etnonazionali - si erse, negli ultimi due secoli, il nazionalismo di stampo giacobino e massonico. Ci si riferisce agli stati-nazione, vere prigioni (altro che l’Impero Asburgico!) nelle quali venivano (e vengono) compressi i più disparati raggruppamenti etnici in modo del tutto innaturale: si pensi - caso limite - alla spaventosa condizione del Tibet odierno. Mettendo mano al lavaggio cerebrale mediatico e alla repressione poliziesca, lo stato nazionale ha sempre cercato di massificare e meticciare la propria popolazione, costringendola ad una lingua unica, qualche volta fabbricata a tavolino, e obbligandola a vedere se stessa come appartenente ad un qualche agglomerato umano/disumano, anche quello fabbricato all’uopo spesso anch’esso inventato a tavolino (vedi la “Jugoslavia”, la “Cecoslovacchia” e anche “l’Italia”). Si pompava così in testa alle popolazioni una certe infatuazione (”immortale principio”) per renderla carne da cannone servizievole per le imprese commerciali degli oligarchi della finanza internazionale che, dietro le quinte, stettero sempre dietro alle imprese “nazionalistiche”dei tempi moderni. Così, milioni su milioni di persone d’eccellente qualità genetica furono mandate al macello perché determinati contorti figuri potessero fare soldi.
Come stadio successivo, il processo di massificazione non si è fermato allo stadio nazionale ma adesso lo trascende. Lo stato nazionale di stampo giacobino, una volta espletato il suo servizio verso gli usurocrati internazionali, ha preso la via dell’immondezzaio. E questo è un processo lungo il quale, al solito, marxismo e capitalismo finanziocratico vanno a braccetto. Marx, ai tempi suoi, aveva pontificato che sarebbe stata la rivoluzione industriale (pilotata dagli “odiatissimi” borghesi) a rendere possibile il raggiungimento dell’utopia edonistica - la “fine della storia” - cioè il paese dei balocchi, dove tutte le strade sarebbero state sempre in discesa. I neomarxisti dei centri sociali e i “new global” dei tempi nostri (fra i quali Antonio Negri e Michael Hardt, autori di un libro di vasta risonanza in quegli ambienti, titolato non a caso Impero) pronosticano che il raggiungimento del paese dei balocchi passerà attraverso l’uniformizzazione assoluta, attraverso la scomparsa dell’umano per fare posto alla “moltitudine”; e non a caso il neomarxismo new global gode dei finanziamenti dei grandi usurocrati, come George Soros, perché la formazione dell’universale “moltitudine” è e sarà pilotata dall’attività globalizzante delle multinazionali.
Un tipo pseudo-umano senza razza, senza tradizione, senza cultura, senza religione, senza personalità definita, mosso solo da stomaco e intestino e armato di un infinito risentimento, si dedicherà poi ad un sabotaggio/partigianismo pandemico dal quale scaturirà il paese dei balocchi (in base a quali meccanismi, non è chiaro). Questo è lo stadio finale, auspicato da marxisti e usurocrati, che dovrà essere raggiunto dopo la liquidazione di tutti gli etnonazionalismi. E’ contro questo tentativo, attuato dalla massoneria e dalla Alta Finanza apolide, di cancellare, di distruggere la Tradizione e l’Identità etnica, culturale, linguistica, storica, civile d’ogni comunità etno-nazionale d’Europa che noi dobbiamo combattere!
Per questo noi etnonazionalisti ci battiamo per la costituzione di un’Europa delle comunità etno-nazionali etnicamente e culturalmente omogenee. Comunità tra loro con-federate sul modello del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica o sul modello dell’Impero Asburgico.
Evola e l'Impero interiore: una fine e un inizio (prima parte)
di Claudio Bonvecchio
Attualità di Evola
Agli inizi del secondo dopoguerra, un autore tedesco, Wolfgang Borchert, scrive: «Noi siamo la generazione senza legami e senza profondità. La nostra profondità è l'abisso. Noi siamo la generazione senza felicità, senza casa e senza commiato... Così siamo la generazione senza Dio, poiché noi siamo la generazione senza legami, senza passato, senza riconoscimento» (1). A questa generazione senza speranza, e a quelle che si sono susseguite, Evola - il «cattivo maestro» per eccellenza, almeno secondo molta sbrigativa e superficiale saggistica (2) -ha voluto e saputo parlare. Malgrado il linciaggio morale cui è stato sottoposto (3), ha voluto e saputo rivolgersi a tutti coloro che hanno vissuto - personalmente e coralmente - l'esperienza dell'Untergang des Abendlandes, cercando di opporre al nulla, al vuoto e alla disperazione (che è il triste correlato della decadenza), un significato, un'anima e una pienezza.
A fronte di una società sempre più secolarizzata e consumista - che prolunga nell'oggi quel senso di svuotamento che già a far tempo dai primi anni del Novecento ha colpito gli uomini e gli intellettuali più acuti (4) - Evola offre soltanto una diagnosi fredda, acuta, penetrante e pertinente. Offre pure una terapia non meno acuta e penetrante: del tutto simile a quel richiamo titanico e a quello sguardo stereoscopico cui Ernst Junger affida la costruzione di una nuova ontologia: di un nuovo modello di uomo (5). Evola nella sua azione - ad un tempo euristica, ermeneutica e propositiva- intende superare l'astrattezza intellettualistica e la visione scientifico-assiomatica cui imputa buona parte delle cause della decadenza che caratterizza la modernità. La risposta alla decadenza che è - parafrasando il titolo di un suo celebre saggio - una «rivolta contro il mondo moderno» (6), sta tutta nell'uomo e nella possibilità, in suo possesso, di scoprire quella dimensione divina - il farsi dèi, a cui sovente fa riferimento Evola (7) - che coincide con una sorta di gnostica scintilla interiore (8). Grazie ad essa e all'adesione alla dottrina tradizionale, l'uomo può riscoprire quel senso di armonia e di cosmica simpatia che lo costituisce come totale: che riunisce in lui Vhabitus del guerriero e del sacerdote. Habitus che lo fa simile a quel «Re del Mondo» o Cakravartin - uomo compiuto, totale e realizzato - di cui scrive Rene Guénon (9). Il rifiuto evoliano di una storia di povertà e di decadenza coincide, insomma, con la ribellione dell'uomo e con la sua re-intregrazione in ciò che, da sempre, egli deve essere, secondo l'antico dettame delfico di «diventare ciò che si è». In tale direzione, quella di Evola è una sfida in nome di tutto ciò che viene occultato, dimenticato e rimosso: in questo senso il suo pensiero è drammaticamente attuale, almeno per coloro che intendono sottrarsi alla pavida e rinunciataria acccttazione della realtà così come si presenta.
L'Impero e la globalizzazione
La realtà attuale - la realtà in cui, non da oggi, viviamo - è una realtà sempre più «globalizzata», per utilizzare questa oramai abusata ed imprecisa espressione semantica. È una realtà, cioè, dove progressivamente si vanno azzerando tutte le differenti specificità culturali, etniche, religiose, architettoniche, linguistiche, musicali, paesaggistiche, gastronomiche, costumali: in una parola, umane. È una realtà che, a grandi passi, sta procedendo ad una sempre maggior standardizzazione rispetto a quanto, in passato, era il carattere precipuo e distintivo di un popolo, di una cultura, di un paese, di un etnos. Il che potrebbe, forse, mostrare dei lati positivi, se siffatto processo globalizzante non venisse agito - dietro le mentite spoglie di un superamento della limitatezza particolaristica - a tutto vantaggio della tecnologia, del consumismo e dell'economia. Fattori questi che - ben lungi dall'essere i motori di una universale crescita umana, intellettuale e morale - agiscono come gli elementi di un nuovo ed oscuro dominio. Un dominio mimetico e multiforme che impone le sue leggi, costruisce i suoi apparati di potere, alleva i suoi gruppi dirigenti che diventano, in seguito, quelli dell'intera società. Qualificandosi come agenti principali del progresso e della democrazia, scienziati, politici, banchieri, intellettuali ed imprenditori tendono a costruire (senza essere sempre coscienti di quel che fanno) una realtà allucinata ed allucinante, in cui gli uomini e i popoli non valgono per ciò che sono, ma per ciò che consumano e consumano per illudersi di essere ciò che non sono. È - come la definisce Evola - «la perversione più completa di ogni ordine razionale delle cose» (10).
In un delirio, più volte denunciato dai film e dalla letteratura (11), gli schiavi inconsapevoli della globalizzazione - ossia l'umanità - producono e consumano in una spirale senza sosta: una spirale in cui viene negato tutto quanto si sottrae a questo appiattente destino. È il «Regno della materia, dell'oro, delle macchine, del numero, in essa non vi è più respiro, né libertà, né luce» (12). Parimenti il sapere scientifico - la «cupa religione» del tecnicismo, come lo definisce, acutamente e profeticamente, Cari Schmitt (13) - da semplice strumento si è mutato in fondamento ideologico: in una pseudo-metafisica, sotto la cui tutela si deve collocare ogni sapere e ogni comportamento, senza possibilità di scampo. Chi tenta una qualsivoglia opposizione, o indaga su una qualsivoglia via di fuga, viene immediatamente escluso dallo stuolo dei coribanti del progresso e della ragione ed inscritto in quello - considerato pericolosamente regressivo - dei conservatori, bollati come nemici dell'umanità, della cultura e, di conseguenza, della democrazia. A questa sedicente religione fllosofica della scienza, fa da «basso continuo» l'economia che estende il suo potere straordinario su tutto il pianeta, asservendo alla logica del numero, del mercato e del denaro - mimetizzati in mille varianti -ogni risorsa umana: vuoi materiale vuoi spirituale. È una signoria spietata che -protetta dall'anonimato informatico-finanziario - non si perita di sradicare culture, convinzioni, tradizioni, competenze e specificità, in nome e per conto di un profitto, tanto onnipresente quanto invisibile. Ma, soprattutto, sradica l'uomo dal suo habitat che è la natura vivente - quella che lo rende in piena sintonia con il cosmo, cioè partecipe di un mondo che è il suo mondo - gettandolo nel gorgo superficiale del «si dice» (il man sagt heideggeriano) (14), dove ogni cosa è pianificata e matematicizzata. L'uomo - scrive Evola, sul finire degli anni Venti con acuta e critica sensibilità sociale (15), in Imperialismo pagano - «non conosce più la natura. Questa non è più, per l'Occidentale, un corpo vivente fatto di simboli, di Dèi e di gesti rituali - una armonia, un cosmos in cui l'uomo si muove libero come "un regno in un regno": essa è invece decaduta in una esteriorità opaca e fatale, di cui le scienze profane cercano di ignorare il mistero con piccole leggi e piccole ipotesi» (16).
Tutto ciò ha accreditato e accredita la convinzione che la modernità abbia lentamente preparato ed instaurato un vero e proprio «ordine» globale (17) che -con i più differenti strumenti coercitivi e persuasivi (dal linguaggio, all'istruzione, alle leggi, alla propaganda, all'esercizio della violenza) e con appropriate strutture gerarchiche - si impone all'intero pianeta. Tale ordine - in maniera riduttiva e ideologica - è stato considerato come una riedizione modernizzata dell'antica visione imperiale: è stato sbrigativamente giudicato, stravolgendone completamente il significato semantico, come un «Impero» (18).
L'Imperialità
Le parole «Impero», «Imperialità» e derivati vengono, oggi, pronunciate o scritte in una accezione indubbiamente negativa. Evocano, per i molti, un dejà vu linguisticamente erudito o antiquario, a meno di non servirsene per connotare - sempre negativamente -1'espressione politica di una potenza demoniaca o malvagia. Una potenza che propugna l'arbitrio e la crudeltà più efferata. Film come la saga di Guerre Stellari o Dune sono chiarificatori in proposito, come lo è la saggistica, concordi nell'associare ai termini Impero, Imperialità e Imperatore ogni possibile effetto nefasto e diffamatorio. L'Impero è sempre un «Impero del male». La verità è ben diversa come molti rilevano (19) e come - in tempi non sospetti - Evola ha, positivamente, evidenziato (20), sottolineando come l'Imperialità (l'idea imperiale) rappresenti, ad un tempo, il centro e il compimento del cammino umano. In tale idea, egli vede l'affermazione di un uomo superiore (non già di un superuomo) in cui centrali e trascendenti sono i valori spirituali, sia religiosi che civili. Sono valori tutti improntati ad una icona di totalità in cui -secondo l'insegnamento tradizionale (21) - l'uomo ed il cosmo sono stretti in un legame di reciproca «simpatia», nel nome dell'unità primordiale: quel fuoco incon-suntile di cui una divina scintilla brilla nell'animo dell'uomo degno di questo nome. Come scrive Evola: «La forza della Tradizione passa dal visibile all'invisibile, diventa un'eredità che si tramanda in una segreta catena da pochi a pochi» (22).
Ne consegue - e questo è un punto centrale della concezione evoliana del-Vlmperium - la sacralità stessa del principio gerarchico, il cui perno è la figura simbolica e tradizionale dell'Imperatore, il cui compito fondamentale - sull'esempio dell'«agire-senza-agire» (23) del Wang (l'imperatore cinese), del Cakra-vartin indiano o del Sacro Romano Imperatore, solo per citarne alcuni - non coincide con un dominio personale attuato con la violenza, la sopraffazione o la tirannia, ma è la personificazione dell'equilibrio del mondo e dell'uomo in esso. È evidente che l'idea evoliana di Impero si pone in netta controtendenza con la visione appiattente ed erronea dell'egualitarismo, nemico di ogni gerarchla e, perciò, di ogni senso di responsabilità così come di ogni libertà. «Ripetiamolo di nuovo» - sono parole di Evola - «libertà vera vi è solamente nella gerarchla, nella differenza, nella irriducibilità delle qualità individuali; vi è soltanto là dove il problema sociale è risolto in modo da favorire in un piccolo gruppo il più completo sviluppo delle possibilità umane, sia pure a prezzo della più grande ineguaglianza fra gli altri» (24). L'Imperialità e l'Imperatore - il vertice assoluto di una assoluta gerarchia suprapartes - affermano, garantiscono e perseguono, proprio nello sviluppo delle sue possibilità, la centralità dell'uomo, risvegliando in lui l'idea primordiale formatrice e vittoriosa sul caos e sull'animalità (25).
Tale centralità, essenzialmente trascendente, è ciò che fa della politica imperiale una «Sacra Pedagogia» a fronte dell'agire politico della moderna statualità liberal-democratica, che non è che il brutale e violento «prendere partito» in difesa di un gruppo di pressione per scopi eminentemente pragmatici. Scopi che sono sempre - anche se artatamente presentati come universali e necessari - d'interesse e di potere. Il compito dell'Impero e dell'Imperatore è perciò quello di preparare e reggere individui che devono diventare Re di se stessi. «Un vero Re non desidera mai dei fantocci e degli automi per suoi sudditi, ma invece degli individui, dei guerrieri, degli esseri viventi e possenti; ed anzi suo orgoglio sarebbe di sentirsi Re di re» (26). In questa direzione Evola è perfettamente coerente - sul piano della riflessione teorica - con quanto propugnano, nell'ambito politico-costituzionale, i critici della democrazia rappresentativa liberal-borghese (27). Non soltanto, ma rilancia coraggiosamente, con la concezione imperiale, l'idea di un regime politico che si ponga - sempre a differenza del modello democratico-parlamentare, astratto e burocratico - come organico, sostanziale, decisionale (in senso schmittiano) e non formale: un regime, insomma, che sia legittimamente e non solo legalmente fondato (28). Ciò si staglia con palese evidenza quando rileva come nel capo (e tanto più nell'Imperatore) si deve riunificare - in perfetta sintonia con l'idea stesso dell'Impero - la figura del sovrano e del sacerdote, che del mondo originario sono il sigillo e la cui divisione è coincisa - per Evola come per Guénon - con l'inizio della decadenza (29). Il ritorno alla Tradizione è, dunque, tutt'uno con il ritorno alla legittimità, in quanto - ed Evola coglie nel segno - la legittimità è esclusivamente tradizionale ed entrambe hanno come scopo la reintegrazione dell'uomo come totalità (l'Individuo assoluto). Tale reintegrazione non può, infatti, prescindere da questa riunificazione del pensiero come spiritualità con la vita attiva. Riunificazione che deve essere possente, cesarea, solare ed elementare (30). In tale quadro - in cui la riflessione evoliana sembra assumere accenti schmittiani e viceversa (31) - la Weltanschauung imperiale (32), come si pone al di sopra e al di là di ogni gruppo, partito, ideologia e convinzione, si pone anche al di sopra e al di là della ristretta visione che associa il potere allo Stato nazionale. L'Impero, per Evola, è ben più di uno Stato, così come l'Imperatore è ben più di un sovrano (33).
Il sogno imperiale e il pensiero della Destra
Evola non dubita minimamente che l'Impero non sia della shakespeariana «consistenza del sogno», ma una reale possibilità. Anzi, ritiene che si configuri come un'alternativa forte ad una decadenza ritenuta inarrestabile per l'Occidente e per l'Europa: è la decadenza di una civiltà, profeticamente indicata ns\\'Untergang des Abendlandes di Spengler (34). Questo suo convincimento è non soltanto degli anni - dal 1928 al 1933 (35) - in cui pubblica, nelle due versioni, Imperialismo pagano (36), ma anche in seguito. L'Impero, infatti, è il coagulo di un pensiero tradizionale che ha come prospettiva non il contingente, ma il continuum temporale. Per questo, egli vi si sofferma di sovente, anche se non sempre in forma esplicita. È ciò che avviene, ad esempio, in Cavalcare la tigre, dove l'assenza del «vero Stato, lo Stato gerarchico e organico» apre alla possibilità di un ritorno di «schieramenti transnazionali quali li conobbero diversi cicli imperiali» (37), oppure è la sostanziale speranza - espressa nell'edizione riveduta e completata de // mistero del Graal — che VImperator redivivus faccia rifiorire «l'albero secco» dell'Imperiai ita (38), e su questo registro si potrebbe continuare a lungo. Curiosamente però, il progetto evoliano trova un ostacolo in una mentalità che più che conser-vatrice si può definire reazionaria. È quella che - specifica di posizioni liberal-nazionaliste - condanna l'Impero proprio in quanto istituzione politico-sacrale-universale e suprapartes. Ora, l'Impero così come di per sé non rifiuta alcuna specifica forma di governo - l'Imperatore regna ma non governa - non rifiuta neppure lo Stato nazionale, transeunte creatura del pensiero borghese. Lo considera, semmai, come una dimensione parziale che, naturalmente, non può che confluire in una più vasta totalità: allo stesso modo in cui un fiume confluisce nel mare.
Certo, lo Stato nazionale - voluto nella sua forma moderna, a far tempo dall'Ottocento da banchieri ed imprenditori in nome di interessi industrial-finan-ziari - ben poco ha a che vedere con la concezione imperiale. La sua limitatezza geografica, l'angusta e «plebea» (39) visione economicista, l'ansia di una omogeneizzazione politica a tutti i costi (il Risorgimento italiano ne è una prova) ne fa la naturale antitesi dell'Imperialità, il cui scopo non è glorificare una parte (lo Stato) spacciandolo per il tutto, quanto piuttosto integrare ogni parte in un unico, grande ed armonico organismo.
È questo il motivo che rende Evola severo critico di ogni nazionalismo in quanto vi vede, in controluce, il rischio quasi scontato di essere catturati dall'ideologia antigerarchica e liberal-democratica e dai suoi metaforici assiomi: «sosteniamo che la "nazione", il "popolo", Inumanità" anziché esseri reali sono semplici metafore» (40). Sono assiomi che privilegiano il singolo, il gruppo e il formale a scapito della totalità dell'organico e del sostanziale. In nome della totalità, dell'organico e del sostanziale - che esprimono, in forma politica, l'essenza della dottrina tradizionale - Evola non esita a criticare duramente lo stesso fascismo e coloro (seppur indirettamente) che in esso vedevano, con spirito piccolo-borghese, il compimento del cammino risorgimentale (41). «Dichiariamo», scrive, «che nazionalismo ed imperialismo sono due cose assai distinte, se non anche con-traddittorie, fra loro. E in nome di una intransigenza fascista ci opponiamo aspramente a tutti coloro che colla scusa della "tradizione" e dello "storicismo" tendono oggi ad imborghesire e "normalizzare" il fascismo, a farlo servire ai loro scopi, a ridurlo ad una cosa piccola e paesana oltre che obbediente alla legge generale della attuale decadenza politica» (42). Il duro ed impietoso giudizio di Evola- che mette in antitesi un fascismo d'elite (43) ad un fascismo «stra-paesano» debitore del «gesuitismo mazziniano» (come lo definisce) della religione di popolo - vuole disancorare il pensiero della Tradizione dalla deriva popu-listico-democratico-scientista di cui si è imbevuto il Risorgimento ed il suo prolungamento cultural-politico novecentesco. E da cui non è stato e non è immune il pensiero della Destra (44).
Questo atteggiamento di Evola - per altro di estrema modernità - si è scontrato (comprensibilmente) con la retorica provincialistica del fascismo, ma anche in seguito con quella della Destra post-fascista (oltre che liberale e monarchica) che ha sempre fatto dello Stato nazionale la sua bandiera: una bandiera di retroguardia e sostanzialmente estranea alla Tradizione, cui - troppo spesso e superficialmente - la Destra millanta di richiamarsi (45). Timorosa di confondersi -soprattutto dopo la seconda guerra mondiale - con il globalismo ideologico della Sinistra (l'internazionalismo comunista), la Destra, in tutte le sue variegate manifestazioni, ha cercato, confusamente, di difendere un insieme di valori (veri o presunti) cementandoli con i residui mal digeriti di un Tradizionalismo troppo elitario per essere accettato da una società di massa, di cui non sa (e non vuole) prendere le distanze (46). La qual cosa ha fatto sì che, con estrema superficialità, facesse proprio - di fatto e acriticamente - un liberalismo di fondo, aprendo così la strada ad un sostanziale filoamericanismo e ad un progressivo globalismo economico e tecnologico: ossia alla caricatura deteriore del l'Imperialita (47).
Di questo rischio, Evola è perfettamente conscio quando mette in guardia contro il pericolo della creazione di uno Stato assoluto o «Superstato», in cui la matrice hegeliana plasmata nella forma gentiliana dello Stato (o nelle sue più moderne rivisitazioni) tende a dar luogo e voce ad un nazionalismo in cui l'Individuo (nel senso più nobile ed alto del termine) si riduce a massa di manovra di una statalismo paternalistico, tanto formale quanto divorante. Uno statalismo che essendo privo del centro - ossia del vero Sovrano - può essere occupato da qual-siasi cosa, ma non certamente dalla trascendenza o dalla totalità. Come scrive Levalois (ed Evola concorderebbe loto corde): «La statolatria, idolatria del potere profano, procede di pari passo col rifiuto della trascendenza e di ogni organizzazione della società a partire da principi superiori: così affermare che il Saggio "deve amare lo Stato" è un non-senso» (48).
Il progetto teorico di Evola
A fronte delle opere di Evola - e segnatamente delle due differenti versioni di Imperialismo pagano - è ovvio chiedersi quale sia e se ci sia sotteso un coeso progetto teorico, oppure se siano il brillante risultato di episodiche riflessioni. La risposta - non scontata - è che esiste un filo rosso che percorre tutta la variegata (per argomenti) produzione evoliana. Ora, Evola, come ogni pensatore di rilievo, non è monocorde. Percepisce con acutezza il diversificarsi delle situazioni, l'usura storica, il décalage teorico di parole, concetti, proposizioni: per intendersi non opta per un reducismo ad oltranza e neppure si attesta a difendere ciò che non è difendibile. Pur essendo, insomma, leale e coraggioso come un cavaliere medioevale, pur non rinnegando il suo passato culturale e politico sa prenderne le distanze - da par suo - quando è necessario, così come non esita a inoltrarsi nei territori del nuovo per indicare i rischi di una modernità distruggitrice di valori, di uomini e di speranze. Con ciò, Evola è rimasto costantemente fedele ad una sua visione del mondo: cosa questa che lo accomuna ad altri straordinari pensatori del Novecento e suoi compagni di strada, seppur su diversi percorsi: quali Jilnger, Eliade, Schmitt, Corbin, Heidegger, solo per citarne a caso alcuni. L'idea cui Evola è rimasto costantemente fedele è quella della centralità della Tradizione interpretata come libertà e potenza (49): questa è la vera continuità della sua vastissima produzione (50).
Simile all'axis mundi su cui si sofferma Eliade nel suo Trattato (51), Evola -che fa della Tradizione l'asse portante del suo pensiero dopo l'incontro «cruciale» del 1927 con Arturo Reghini (52) e con la pubblicazione di Imperialismo pagano nell'anno successivo (53) - ritiene che la Tradizione rappresenti il perno su cui si articola il mondo, il senso e l'agire dell'uomo. Ritiene, insomma, che l'uomo debba attenersi, interiorizzandoli, ai presupposti della Tradizione - la trascendenza, la sacralità, il carisma guerriero-sacerdotale del sovrano, la gerar-chia, il coraggio, il senso della comunità degli eletti, il perfezionamento incessante - per vivere quell'eterno ritorno dell'identico (54), che consente all'uomo di sperimentare nella sua particolare individualità la costante generalità dell'eterno divenire del ciclo cosmico. In questo senso è particolarmente interessante ricordare quanto afferma Melchionda a proposito del «superamento» della filosofia, attuato da Evola. Superamento in cui la filosofia si fonde, andando a ritroso, con la Tradizione in una «filosofia dell'antifilosofia»: «Egli ritenne di aver trovato un posto di osservazione che si sottraesse all'ombra del grande arco che da Hegel risale a Socrate. Nell'affrontare il problema filosofico (...) egli si ritrovò a rimontare molto indietro nella corrente del tempo e scavalcato Socrate, a mettersi sulla traccia dei "sapienti" e, con essi e tra essi, degli dèi ed heroi» (55).
Si potrebbe affermare - con una colpevole semplificazione - che nella Tradizione Evola scorge il mezzo per il cui tramite l'uomo può ripercorre il periglioso cammino che lo ri-conduce, a ritroso, a scoprire, alle origini (56), il suo essere divino. Quell'essere divino che giace sepolto nell'abisso del suo animo e che deve riscoprire e ri-vitalizzare. Va da sé che un simile progetto totale di ritorno ad uno status primordiale non può essere né contingente né transeunte, come contingenti e transeunti sono ideologie, schemi filosofici, impianti religiosi, regimi politici. Ed in questo Evola è del tutto simile a quel grande studioso della Tradizione che è stato Rene Guénon il quale scrive: «I fautori del "progresso" hanno l'abitudine di dire che l'"età dell'oro" non è nel passato, ma nell'avvenire; la verità invece, per quel che riguarda il nostro Manvantara, è che esso si trova in realtà proprio nel passato, poiché non è nient'altro che lo "stato primordiale" stesso» (57).
L'ambizioso progetto evoliano è, dunque, quello di ridare un profondo significato spirituale all'uomo e al mondo: cosa questa che può apparire agli occhi di una cultura positivistica, secolarizzata, piccolo-borghese e decadente una sorta di delirio. È invece l'eterna sfida dell'uomo a se stesso: è il ricordo di una pienezza forse mai esistita ma certamente perduta, la cui impronta è palpabilmente presente in ciascun individuo. Da questo ricordo nasce, in modo sommamente reale, la nostalgia di un essere e di un esistere in cui l'uomo proietta non le sue frustrazioni ma l'aspirazione a diventare ciò che sa che potrebbe essere. Su questa «rotta stellare» i sodales di Evola non sono gli illusi e gli scontenti, quanto piuttosto i coraggiosi, gli eroici, gli adepti, gli illuminati e anche i perdenti, se sanno che cosa hanno perduto. Non meraviglia, allora, che proprio in una epoca tumultuosa e di decadenza come la nostra (in senso lato) si possa dispiegare, con maggior forza, la tensione di un progetto come quello evoliano. Proprio nella decadenza, nella fase alchemica della nigredo (la dissoluzione) prende forma quel-Yalbedo che prelude alla rubedo: il compimento della Grande Opera Trasmuta-toria (58). Opera, il cui compimento coincide con quell'elisir potabile chiamato, tra l'altro, dagli alchimisti anche «fìlius solis» e che altro non è che l'uomo totale, perfetto ed armonico: l'uomo che esprime la Tradizione, l'Individuo Assoluto come lo definisce Evola (59). II che fa capire come nella temperie vita-listica novecentesca - al pari di un crogiolo alchemico - Evola abbia pensato di poter accelerare, nel processo di dissoluzione storico, il coagularsi del suo progetto. È evidente perciò che il suo «salve et coagula» si situa in un preciso contesto e di questo si deve tener conto nell'accostarsi ad Imperialismo pagano nelle sue due versioni, per molti aspetti tra loro contrastanti. Che tutto questo non fosse particolarmente gradito al fascismo - o a molta parte di esso - è quasi una ovvietà, se si pensa quanto abbia inciso sulla cultura della borghesia italiana (così come per altro dell 'aristocrazia) la presenza della Chiesa cattolica, da sempre ostile ad ogni forma di spiritualità che non fosse la propria (60).
Storicizzare Imperialismo pagano
Si è detto che il progetto evoliano è di lunga ed ampia portata: anzi ha dinnanzi a sé la trascendenza, ossia il metatempo. Non è così, ovviamente, per la sostanza con cui da forma storica al suo progetto: essa deve, di necessità, adeguarsi alle singole situazioni in cui si contestualizza (61). Se così non fosse, sarebbe troppo facile accusarlo di una lucida paranoia o di una strutturale incapacità di comprendere appieno la forza mimetica della Tradizione. Evola, al contrario, pensa la Tradizione come una forza supra partes, demiurgica e plasmatrice, politica nel senso più elevato del termine: una forza che, in particolari congiunture, può assurgere a corrente vitale che tutto e tutti trascina. Naturalmente, questo vale per chi ne comprende la portata, il messaggio e la potenza, senza per questo cadere nel sentimentalismo romantico di cui Evola - come per altro Cari Schmitt - è agli antipodi (62). Ed ciò che ritiene possa accadere proprio negli anni in cui scrive Imperialismo pagano (63). Sono questi, infatti, anni cruciali. Da un lato, si dispiega, palpabile, il disagio e la decomposizione di una Europa e di un Occidente disillusi, prostrati, sbandati, in progressiva decadenza: come si è già sottolineato. Dall 'altro lato, però, si delìnea anche il sorgere di una reazione prepotente, vitale ed istituzionale che in Italia si è consolidata nel partito e nello Stato fascista, mentre in Germania coincide - seppur ancora confusamente ed embrionalmente - con la reazione al caos weimariano (64) e con il nazionalsocialismo. Ma è soprattutto il fascismo quello che colpisce Evola, in quanto in esso sembrano confluire molti (anche se non puri) elementi del pensiero tradizionale: quali l'elitarismo, la gerarchla, la figura cesarea e carismatica del Capo, la religione eroica, il disprezzo della piatta materialità borghese e così via. Ad essi si aggiunge anche la viva attenzione per una cultura o meglio di una anticultura che, disprezzando le vuote ideologie filosofìche, si radica nella nobile ed antica tradizione romana del pensiero e dell'azione. «Il fascismo», scrive Evola nel 1928, «è essenzialmente venuto su da forze giovani, decise, pronte a tutto, aliene da astrazioni dottrinali, dal male della "cultura"»; e prosegue poche righe dopo: «Noi, in Italia, dobbiamo creare nel silenzio, per disciplina dura, per dominio inflessibile di sé, per serietà e semplicità, noi dobbiamo creare con uno sforzo tenace e alacre di individui una élite, in cui riviva la Sapienza: quella virtus che non si lascia parlare, che sorge nel silenzio, ermetico e pitagorico, che fiorisce dal dominio dei sensi e dell'anima e non si testimonia con argomenti e libri, ma con atti di potenza» (65). Questo habitus e questa Sapienza - che sono la manifestazione esteriore della Scienza Sacra, ossia della Tradizione - sembrano potersi compendiare, per Evola, nella dimensione imperiale che il fascismo pare cogliere dalla romanità e in cui si amalgamano nobile progresso e prepotente spiritualità, nella luce aurorale di una Vita in cui individuo e comunità si dovrebbero armonizzare tra loro. Lo si evince da queste parole: «È assolutamente un errore che l'imperio si possa costruire sulla base dì fattori economici, militareschi, industriali e anche "ideali". Ulmperium, come secondo la concezione iranica e romana, è qualcosa di trascendente, e lo realizza soltanto chi abbia la potenza di trascendere la piccola vita dei piccoli uomini, con i loro appetiti, con i loro gretti orgogli nazionali, con i loro "valori" "non valori" e Dei» (66).
Tuttavia - con estrema acutezza - Evola teme che ciò resti una semplice possibilità, anche se contestualizzata in un momento storico di particolare favore. Di qui, la preoccupazione che il fascismo non si risolva in altro che in una «piccola» rivoluzione borghese, estesa alle masse poste in circolazione ed in gioco dalla democrazia liberale prima e dai grandi eventi bellici poi. Di qui, la domanda, al fondo angosciosa: «Lo comprenderanno anche questi giovani barbari d'Italia, che hanno osato rievocare l'Aquila e il Fascio? Comprenderanno che non esiste un 'altra alternativa, che questa soltanto è la condizione per cui la loro "rivoluzione" può non essere soltanto la piccola contingenza di una piccola nazione, ma il germe di un ritorno di Roma nel mondo, una prima luce nella nebbia fitta della decadenza europea? Il principio della vera restaurazione?» (67).
A fronte di questa preoccupazione - cruciale - Evola nutre il fondato timore di un deludente risultato. Teme che questo «ridestarsi» di una idea, di portata ben più vasta di un singolo regime politico, possa naufragare nei mille scogli della modernità e nelle mille insidie che vede sostanziarsi, soprattutto, in ciò che nel mondo - nel presente e nel passato - si è sempre contrapposto all'idea imperiale. Si tratta del cristianesimo, espressosi istituzionalmente nella Chiesa cattolica e nella sua concezione di vita e di uomo: «II cristianesimo» - sono parole di Evola - «è alla radice stessa del male che ha corrotto l'Occidente» (68). La sua costante preoccupazione è che a fronte di un rinato e pagano senso guerriero-eroico-sacrale, sostanziato nell'Impero, prevalga invece - e in questo decisiva è l'influenza di Nietzsche (69) - la rinunciataria idea del comunitarismo, dell'e-qualitarismo e della schiavitù spirituale: l'eredità attiva ed operante del cristianesimo, incarnatosi nella massa piccolo-borghese della modernità. Cosa questa che è sostanzialmente avvenuta con la saldatura delle revanches piccolo borghesi della società di massa - di cui il Fascismo sarà, coscientemente o incoscientemente, l'interprete - con l'atteggiamento altrettanto massificato e conformista su cui la Chiesa romana tende a fondare, a far tempo dalla modernità, la sua indiscutibile potenza. Nel 1929 i Patti Lateranensi - che sanciscono l'alleanza strategica tra fascismo e Chiesa - fanno naufragare, brutalmente, il sogno che la Tradizione «mediterranea», rinnovatasi nel fascismo possa, in qualche modo e sull'onda dell 'antico motto ex Oriente lux, far da apripista all'Imperialità e al riscatto dell'Occidente. Il che spariglia non solo le speranze, ma anche la convinzione evo-liana che si possa andare verso una radicale trasformazione. Di qui il suo silenzio meditativo, il suo mutamento di rotta e il suo volgersi verso quella «Germania segreta» (70) in cui pensa possa vibrare ancora il sentimento del-l'Imperialità: del Sacrum Imperium. Di qui la speranza che Heidnischer Impe-rialismus possa «produrre come contraccolpo, una vera e propria metanolo del fascismo» (71).
Evola - è chiaro - non cambia né bandiera né idee, semmai da pensatore di rango fa propria la massima, disincantata, attribuita al cardinale di Retz: «Ci sono tempi in cui bisogna cambiare spesso partito se si vuoi restare fedeli alle proprie opinioni». In ultima analisi, cerca, senza sentimentalismi, un soggetto politico che possa farsi parte attiva nel realizzare il grandioso progetto dell'Impero che è - non bisogna dimenticarlo - una sorta di trasvalutazione di tutti i valori: una trasvalutazione dello stesso Occidente. Così, nell'edizione del 1933, Evola -che era, sostanzialmente, ostile al nazionalsocialismo (72) - si rivolge alla Germania che sta accogliendo il movimento di Adolf Hitler, accentuando la presenza della Tradizione nello scacchiere nordico-solare in luogo di quello mediterraneo, incapace di essere all'altezza della sua missione storica. Ne viene che dopo aver ribadito come in quella nordico-solare la spiritualità trascendente si unisce con l'elemento eroico, regale e trionfale (quindi l'essenza stessa dell'Im-perialità), afferma espressamente che la romanità pagana non è che l'ultima, grande espressione di questa straordinaria forza creativa che si è sostanziata «nelle forme di una civiltà eroica, solare e virile: una civiltà che era chiusa ad ogni fuga mistica; che si attenne al tipo aristocratico-ario dei patres, i signori della lancia e del sacrificio; che fu misteriosamente confermata dai segni nordici del Lupo, dell'Aquila e dell'Ascia; che fu viva soprattutto nel culto olimpico guerriero di uno Zeus e di un Èrcole, di un Apollo e di un Marte; nel sentimento di dover al divino la sua grandezza e la sua aeternitas; nell'azione come rito nel rito come azione; nell'esperienza limpida eppur possente del sovrannaturale, che fu riconosciuto nello stesso Impero e culminò nel simbolo di Cesare come numen» (73). È inequivocabilmente chiaro che, con questo passaggio assiale, Evola si aggrappa ad una sorta di ultima spiaggia, onde evitare di dover sacrificare al deludente tempo presente - il saeculum, per usare una definizione paolina - ciò che ritiene intemporale: che ritiene fondamentale e fondativo per una Weltanschauung universale, in cui l'uomo ed il mondo si congiungono in una Sacra Azione. Azione la cui punta più avanzata è la pedagogia imperiale dell'autorità, del potere e della politica. Naturalmente, ciò non può che generare equivoci ed incomprensioni, come senza ombra di dubbio è avvenuto. Ma questo non è responsabilità di Evola che dichiara nel 1959: «Non è certo colpa mia se alcuni giovani hanno fatto un uso arbitrario, confuso e poco serio di alcune idee dei miei libri, scambiando piani molto diversi» (74). Come si suoi dire: «A buon intenditor poche parole».






ostridicolo: