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    Thumbs up Waffen SS, esercito europeo

    16 June 2009 (09:46) | Autore: Luca Leonello Rimbotti




    L’esercito europeo: se ne parla invano da anni, come della prova del nove per far passare l’attuale Europa dei 25 dalla condizione di aborto burocratico e finanziario a Stato federale autentico, veramente sovrano e basato sui popoli e non sui consigli d’amministrazione. Per la verità, senza bisogno di aspettare gli eurocrati e le loro elucubrazioni a tavolino, l’Europa per suo conto ha già conosciuto nell’epoca moderna la realtà di eserciti sovranazionali raccolti sotto un’unica bandiera e un unico ideale. Questo è accaduto quando il nostro continente non si è basato su princìpi democratici, inadatti ad assemblare realtà storicamente molto differenziate (per quanto omogenee) come le nazioni europee, ma su principi imperiali, al modo di Roma antica. Basta pensare alla Grande Armée napoleonica. Nelle campagne napoleoniche, compresa quella russa, l’esercito francese era in realtà un’armata europea. Ad esempio, nel corso della campagna balcanica del 1813-14 sulla Drava, il contingente italiano della Grande Armée contava non meno di cinquantamila uomini, che si erano presentati ai bandi d’arruolamento provenendo per lo più dalle regioni annesse all’Impero.

    Le unità dell’esercito italico erano inquadrate nei reparti regolari “francesi”, spesso sotto comando italiano (ricordiamo i famosi generali Pino e Ramorino) e a volte facevano parte di corpi d’élite come la Guardia Reale del Regno d’Italia. Notiamo di passata che lo statuto politico di tale Stato – per nulla “fantoccio”, ma organico a una dimensione imperiale – non era diverso da quello della Repubblica Sociale o della Croazia ustacha: Stato formalmente indipendente, ma sotto protezione armata dell’Impero-Reich. Questa pratica tipicamente imperiale e tipicamente europea ebbe un nuovo modo di esprimersi nel corso della Seconda guerra mondiale, con la costituzione della Waffen-SS: esercito formato dall’arruolamento su base volontaria di uomini provenienti praticamente da tutte le nazioni europee, non esclusa una quota di inglesi. In più, la Waffen-SS poté contare anche su piccole e talora consistenti formazioni di provenienza extra-europea, ma ideologicamente affini: dagli indiani ai cosacchi.

    L’uscita in Francia di un poderoso studio sul fenomeno della Waffen-SS consente oggi di attingere a un repertorio sterminato e scientificamente di altissimo livello, che probabilmente è da considerare come l’opera definitiva in materia: si tratta di La Waffen-SS. Soldats politiques en guerre di Jean-Luc Leleu, pubblicato dalla casa editrice Perrin di Parigi, e di cui sarebbe auspicabile una (improbabile) traduzione in italiano. In oltre milleduecento fitte pagine, con centinaia di note, quaranta pagine di bibliografia e decine di tabelle riguardanti l’origine regionale e l’età degli arruolati, le percentuali in confronto alla consistenza demografica di provenienza, le statistiche sull’età degli ufficiali di ogni singola divisione, la ripartizione secondo la professione, i diagrammi sulle perdite nei vari fronti, e poi addirittura la confessione religiosa, l’evoluzione del numero degli effettivi nei vari anni, i programmi d’istruzione etc., l’autore compie davvero uno sbalorditivo lavoro sia storiografico che compilativo, sia bibliografico che di certosina analisi delle fonti.

    Dopo molta, anche valida, letteratura e memorialistica sul tema, dopo anche rimarchevoli studi (basta pensare, in Italia, ai libri dedicati dalle Edizioni Marvia ad alcune delle più note divisioni blindate) e dopo svariate ricerche di carattere generale, adesso abbiamo col testo di Leleu uno strumento che ci permette di vagliare a fondo la genesi, la crescita, le varie fasi di mutazione organizzativa, i motivi strategici e ideologici, l’attività e il comportamento sul campo di questo esercito europeo doppiamente mitizzato: in positivo, dal neofascismo europeo, in quanto simbolo di un ideale accomunante tutti i nostri popoli e vissuto compiendo gesta belliche rimaste epiche; e in negativo, come simbolo di feroce determinazione guerriera. Fino alle generalizzate criminalizzazioni, che non sono mancate, spesso confondendo per ignoranza storica due realtà diverse della galassia SS: da una parte gli Einsatzgruppen dediti alla liquidazione dei “nemici razziali”, oppure i guardiani dei campi di concentramento; dall’altra parte le SS combattenti. Due mondi che ebbero ognuno la sua faccia e le sue vicende, ognuno le sue responsabilità e il suo diverso conto da saldare davanti alla storia.

    Ci sono dei punti focali, nella descrizione svolta da Leleu, che danno il senso di tutta la vicenda. Ad esempio, come quando scrive che nella primavera 1942 si ebbe una svolta: «La crisi di fiducia che s’era creata a questa data nelle relazioni di lavoro tra Hitler e il suo più vicino consigliere militare, Jodl, non fece che ancorarlo di più alle sue convinzioni». E le convinzioni di Hitler, dopo il terribile inverno e la controffensiva russa, erano che dei generali non bisognava più fidarsi. Bisognava fare «una seconda Gleichschaltung», come scrive Leleu, cioè un secondo allineamento: ideologico, stavolta, e non più solo politico come nel 1933. Questo portò Hitler a considerare la necessità di dotarsi di uno strumento ad alta qualificazione di tecnica militare, ma anche di sicura disponibilità ideologica, creando sul campo la figura del soldato politico: «Davanti alla prospettiva ormai apertamente riconosciuta di una guerra lunga, egli si volse verso la Waffen-SS e la considerò come una panacea». La Waffen-SS divenne uno strumento nelle mani esclusive di Hitler, che ne disponeva a suo talento nei vari teatri di guerra, in qualità di truppe scelte in grado di tappare le varie falle che si aprivano nei fronti e di reggere anche le situazioni più disperate.

    Nate come semplici squadre di protezione del Partito e del suo capo, evolutesi a corpo armato a difesa del regime, adesso, nel radicalizzarsi della guerra, le Schutz Staffeln si mutavano in punta di lancia delle forze armate, sperimentando, almeno dal giugno 1942, come precisa l’autore, una fase di «sviluppo esponenziale». Sotto la spinta degli eventi e del crescente disaccordo tra Hitler e i vertici della Wehrmacht, «il piccolo corpo d’élite lasciava il posto a un autentico esercito di svariate centinaia di migliaia di uomini… da forza ausiliaria numericamente modesta, l’ala militare della SS passa dunque alla condizione di armata di massa». Interessato agli aspetti sociologici e dell’impiego militare oltre a quelli dell’ideologia razzialista e di ordine selezionato, Leleu spiega che il progressivo virare della Waffen-SS da élite razziale a élite ideologica è già ben visibile dalla primavera del 1943. Un’evoluzione che verrà sancita dall’attribuzione alla Waffen-SS di più vaste facoltà in materia di reclutamento. A partire da questa data, insomma, si ebbe l’apertura di questi reparti non solo a quanti erano di stirpe germanica, compresi gli allogeni, come era sin lì accaduto, ma a tutti coloro che davano garanzia di tenuta ideologica dal punto di vista della lotta simultanea al capitalismo angloamericano e al bolscevismo russo. Da qualunque regione europea e, alla fine, anche non europea, provenissero.

    A proposito delle motivazioni ideologiche che agivano dietro il fenomeno degli arruolamenti, e che erano certamente dominanti rispetto a quelle relative all’elevato trattamento d’ingaggio, Leleu riporta un aneddoto, secondo il quale il generale SS Gottlob Berger, responsabile del reclutamento, un giorno, parlando con Himmler, gli ricordò il motto della vecchia aristocrazia ugonotta: “la mia anima a Dio, la mia spada al re, il mio cuore alle dame”. Al che il Reichsführer avrebbe risposto che «oggi per l’idea il nazionalsocialismo esige l’anima, la spada e il cuore». Nondimeno, Leleu invita a non fare del capitolo legato alla “fanatizzazione” delle Waffen-SS un luogo comune. La SS voleva certamente «suscitare un’adesione cieca ed entusiasta alla lotta intrapresa, voleva comunicare una fede ardente agli uomini», dando una connotazione positiva al fanatismo, ma alla fine «sostituendo la nozione di cecità con quelle di eroismo e di virtù». In questo senso, vanno interpretate certe disposizioni della Reichsführung-SS, intese a privilegiare una educazione ideologica piuttosto che una istruzione ideologica. Quindi, come rileva Leleu, non era tanto in gioco una forma di passivo indottrinamento, quanto di formazione del carattere: «si trattava molto meno di trasmettere un sapere che non una coscienza». Tra le motivazioni che spingevano tanti giovani all’arruolamento, Leleu riporta che una delle più diffuse era di schietta tipologia “affettiva”, e riguardava precisamente «l’amore per il Führer e la fede incrollabile nella sua missione storica». Un capitano SS dichiarò un giorno ai suoi uomini che «noi non vogliamo le decorazioni, noi vogliamo solamente l’amore del Führer».

    Accanto a questa mistica del legame con la figura carismatica della Guida, in cui si riconoscono i tratti del giuramento ad personam tipico del feudalesimo europeo, agivano anche forti spinte legate all’accelerato incrudimento della guerra. Che la formazione del soldato politico divenisse di anno in anno più importante, a fronte soprattutto delle gravi sconfitte che il Reich andava incassando su tutti i fronti, appariva chiaro ai dirigenti SS, e in primis allo stesso Himmler. Si fece dunque strada una concezione del combattimento di specie propriamente religiosa, sulla scorta – come espressamente indicavano i corsi di formazione e le pubblicazioni dottrinarie – di quanto in passato era accaduto in situazioni di radicalismo, dalle truppe puritane di Cromwell alle armate della Rivoluzione francese, ai guerrieri dell’Islam. Dagli archivi da lui capillarmente consultati, Leleu ha estratto un documento SS relativo alla guerra sul fronte orientale: «La guerra in Russia ha chiaramente dimostrato che un esercito educato politicamente combatte brutalmente. Noi al fanatismo comunista opponiamo la fede combattente che emana dall’ideale nazionalsocialista». Al di là del lato motivazionale ideologico che agiva sui membri dell’Ordine Nero combattente, è dunque nell’esperienza che la guerra si andava velocemente brutalizzando, che va ricercata l’origine della fama di terribilità che grava sugli uomini della doppia runa.

    Il radicalizzarsi della lotta e il suo apparire come dramma epocale che metteva in gioco la stessa esistenza dell’Europa come civiltà, innescarono infine il fenomeno della Waffen-SS come forza armata spiccatamente europea. Leleu scrive che «il discorso europeo ha assunto un crescente valore ecumenico in seno alle unità SS a partire dalla primavera 1944… l’apertura della SS agli stranieri non “germanici” si fondava sul postulato che solo l’Ordine Nero aveva le motivazioni per combattere efficacemente…». Emblema di tale europeismo militante è rimasta la mitica figura di Léon Degrelle. L’obiettivo che si indicava a quei soldati politici tedeschi, valloni, olandesi, norvegesi, francesi, italiani, croati, fiamminghi, danesi, russi, ucraini, bosniaci, baltici, ungheresi… era dunque di approfondire «il pensiero della comunità europea e la coscienza di un destino comune». Quanto questa coscienza abbia agito a fondo su centinaia di migliaia di giovani europei dell’epoca, la mole stessa del libro di Leleu, vero monumento cartaceo, sta a dimostrarlo.

    * * *

    Tratto da Linea del 12 giugno 2009.



    Luca Leonello Rimbotti
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Predefinito Riferimento: Waffen SS, esercito europeo

    Una delle più belle costruzioni del Reich.

 

 

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