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    Exclamation INVASIONE ALLOGENA, BOLLETTINO DI GUERRA

    Proponiamo un unico spazio per riportare e accumulare agenzie, articoli e informazione sui fatti collegati all'invasione allogena e all'islamizzazione incalzante, quindi al fallimento del modello di società multietnica e multiculturale, argomenti centrali principali della battaglia della "Destra Radicale" (identitari, nazionalpopulisti, etc.) in Europa.

    carlomartello

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  2. #2
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    Predefinito Riferimento: INVASIONE ALLOGENA, BOLLETTINO DI GUERRA




    Italia: prove generali di invasione islamica

    Il 3 gennaio scorso qualcosa di sconcertante è accaduto in Italia e molti non lo hanno nemmeno saputo! L’Islam ha fatto le prove generali su quello che è il loro sogno di sempre: conquistare l’Occidente e occupare i simboli della cristianità, le chiese. Quel giorno, infatti, dopo una manifestazione contro Israele, circa duemila palestinesi, comunque islamici, hanno occupato Piazza Duomo a Milano e poi sul sagrato hanno imbastito una preghiera verso La Mecca. Solo un paio di giornali in Italia hanno dato risalto alla notizia.

    Ma non è finita! Minuto più, minuto meno, con una coincidenza ovviamente studiata nei dettagli, la stessa cosa è successa a Bologna in Piazza Maggiore, davanti alla Chiesa di San Petronio. Anche in altre città d’Italia e d’Europa molte piazze e molti sagrati si sono trasformati in improvvisate moschee all’aperto. Orbene, dice Agatha Christie, se è vero che due indizi equivalgono ad una prova, come interpretare questi episodi? Secondo il responsabile del centro islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari è tutto casuale visto che non c’era nessuna intenzione di provocare. Le migliaia di islamici che hanno pregato rivolti alla Mecca in piazza del Duomo e a Piazza Maggiore lo hanno fatto perché “era semplicemente giunta l’ora della preghiera e ormai si trovavano lì”.

    Sembra di assistere ad un cabaret di Zelig: non soltanto provocano, ma addirittura deridono. Invece, nella manifestazione/preghiera gli analisti hanno visto due oltraggi; il primo quello delle bandiere israeliana e degli USA bruciate dai manifestanti, nonché quello degli striscioni e degli slogan dei manifestanti palestinesi che paragonavano lo stato di Israele al Terzo Reich; una similitudine oltraggiosa che spiega a quali aberrazioni può condurre la predicazione dell'odio perseguita con tenacia da molti imam islamici.

    Il secondo oltraggio, è quello della preghiera intimidatoria che ha costretto i custodi del Duomo di Milano a chiudere i portoni ai fedeli cristiani. “Un atto di prepotenza e di inciviltà - scrive Giovanni Scarpino - che ci tocca direttamente come italiani rispettosi di tutti e però consapevoli (si spera) dei nostri diritti e delle prerogative della nostra civiltà. E poi continua: Ve l'immaginate una processione di cristiani davanti a una moschea dell'Islam?” Ma chiediamoci, perché i musulmani, per protestare contro la guerra in Palestina, hanno scelto i luoghi simbolo della cristianità? Perché non davanti ad un consolato israeliano? O americano? Perché per la preghiera, invece che in una moschea - ce ne sono ormai parecchie anche in queste città - hanno scelto la cattedrale più importante di Milano o la basilica più importante di Bologna?

    Prima ancora di tentare una spiegazione vi leggiamo cosa scrive Michele Brambilla, sul Giornale del 05.01.09: “a Milano i dimostranti, guidati dall’imam di viale Jenner, già condannato per terrorismo, sono arrivati di corsa, seminando paura, sgomberando di forza la piazza, occupandola senza alcun permesso e costringendo i preoccupati custodi del Duomo a chiuderlo”. Premesso ciò, il messaggio che gli islamici ci hanno lanciato è chiaro: i vostri tradizionali luoghi di preghiera adesso diventano nostri! Dove prima pregavate voi, adesso preghiamo noi! Tra l’altro per il devoto musulmano i luoghi, i segni, i simboli hanno un valore ben più profondo di quanto ne attribuiamo noi occidentali, ormai largamente secolarizzati. Quando Oriana Fallaci nei suoi magistrali saggi cominciò a sostenere che l’Islam ci voleva sfregiare e oltraggiare, fu fatta passare per un’invasata. Dopo questi episodi sfidiamo chiunque a dire che la Fallaci non avesse ragione.

    Ancora, il fatto che quasi nessun mezzo di comunicazione abbia parlato di questi episodi ci fa riflettere sulla distrazione, sul disinteresse, sul deprimente silenzio e, in alcuni casi, sulle colpevoli complicità che hanno accompagnato le invasioni di Piazza Duomo e Piazza Maggiore. Ed è di questo che abbiamo paura ! Non dei musulmani, ma dell’ignavia, della viltà, dei tradimenti, dei contorcimenti mentali di un Occidente che per non offendere i musulmani cancella i presepi, toglie i crocifissi e i riferimenti a Gesù nelle canzoni di Natale, ma che, in compenso, non ha nulla da eccepire se il Duomo lo fanno chiudere (ibidem).

    Alessandro Pagano - Domenico Bonvegna IMGPress
    Italia: prove generali di invasione islamica | Hurricane_53 | Il Cannocchiale blog


    carlomartello

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: INVASIONE ALLOGENA, BOLLETTINO DI GUERRA

    FEBBRE GIALLA IN ITALIA

    L'inarrestabile avanzata dei cinesi
    "I bianchi? Da voi sono degli stranieri"


    Così un giornale Usa racconta l'invasione. A Prato sono il 10% della popolazione, nella Chinatown di Milano l'espansione commerciale non si ferma, e a Roma abdica la strada degli antiquari

    di ANNA BELTRAME


    Cinesi in fila alle poste PRATO, 13 gennaio 2009 - NESSUNO sa quanti siano, i cinesi. I residenti sono 10mila, poi ci sono i regolari senza residenza, quindi i clandestini. Si ipotizza siano in tutto circa 20mila, il 10% degli abitanti. Di certo si tratta della comunità orientale più grande d’Italia in valori assoluti. Nel 1988 i residenti cinesi erano solo 31: in vent’anni a Prato sono cambiate tante cose. Pochi giorni fa perfino il Chicago Tribune ha scritto che non esistono al mondo Chinatown come quella pratese, in cui i «bianchi» si sentono stranieri e dove il «modello cinese» ormai è pronto per essere esportato anche in altre parti d’Italia. Sono lavoratori instancabili e tenaci, i cinesi. Scappavano da un Paese economicamente isolato e poverissimo, in particolare dalla regione dello Zhejiang, a vocazione tessile. E a Prato dal tessile hanno iniziato. Hanno occupato spazi, piano piano, sempre di più. Quelli fisici, quindi le case e i capannoni. E quelli economici, il settore delle confezioni soprattutto, il segmento di filiera in cui il distretto pratese era più debole, quello in cui il contenuto di manodopera è più alto e in cui potevano affermarsi grazie a un costo del lavoro irrisorio.

    HANNO iniziato a lavorare negli stanzoni, spesso affittati in nero dai pratesi e non a norma. Ma le regole, per i cinesi di Prato, non sono mai state un grosso problema. Nella zona di via Pistoiese ce n’erano parecchi di stanzoni così. Succedeva che vivessero e lavorassero negli stessi locali e non era facile, per i pratesi, abitare accanto a loro. Così un po’ alla volta si è formata Chinatown: i pratesi vendevano casa, a prezzi sempre più bassi, i cinesi aumentavano e facevano affari, anche con i pratesi e spesso in nero.

    OGGI È difficile incontrare un italiano in quella zona e le insegne in ideogrammmi sono quasi la totalità. I pratesi rimasti si sentono assediati, sono arrabbiati e hanno alle prossime elezioni sosterranno una lista civica che si chiama «Prato libera&sicura», non a caso.

    IN POCHI anni i cinesi di Prato sono diventati una potenza economica e hanno trasformato il distretto nella capitale italiana del prontomoda. Le ditte pratesi soffrono e chiudono, quelle orientali crescono e sono quasi 4mila. I cinesi oggi vivono anche in altri quartieri, comprano ville, macchine lussuose. Non certo tutti, perché la ricchezza di molti si basa ancora sullo sfruttamento dei più deboli e dei clandestini, che hanno però l’ambizione di mettere da parte i soldi e un giorno affrancarsi e diventare a loro volta imprenditori. C’è sete di ricchezza e di futuro, ci sono tenacia e furbizia.

    SONO centinaia i blitz compiuti negli ultimi mesi dalle forze di polizia, i sequestri effettuati per situazioni fuorilegge (compresa la violazione delle norme più elementari di igiene), i clandestini trovati a lavorare come schiavi. Si ipotizza che nel 2008 siano partiti da Prato alla volta della Cina quasi due miliardi di euro in rimesse, per buona parte in nero. Una cifra astronomica. Il fatturato complessivo del tessile pratese ammonta a meno di cinque miliardi. Bastano questi due dati per capire.
    IN CITTÀ ora si parla di emergenza, di distretto parallelo illegale. Eppure sono bastati pochi anni a far sì che Prato fosse citata non più per la qualità dei suoi tessuti o perché patria di Roberto Benigni, ma per i suoi cinesi. È accaduto con la complicità interessata e poco previdente di tanti e anche per gli errori di valutazione della sinistra al governo. Accade però anche che i cinesi di seconda generazione inizino a integrarsi, a comprare libri italiani, ad andare al cinema. Ma i problemi sono comunque tanti e complessi.

    Quotidiano Net - L'inarrestabile avanzata dei cinesi "I bianchi? Da voi sono degli stranieri"


    carlomartello

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: INVASIONE ALLOGENA, BOLLETTINO DI GUERRA

    PROVE TECNICHE DI INVASIONE



    Donne e figli oggetto
    così l’integralismo assedia l’Occidente



    A tenere insieme in un unico ragionamento i due fatti orrendi di cronaca nera di Milano e di Treviso non c’è solo l’evidente disprezzo per le donne e per le creature più deboli, i bambini, i propri figli trattati come oggetti da possedere o eliminare. Non c’è soltanto la vergognosa esitazione di pubblici ufficiali e magistrati nel proteggere con l’esercizio severo della legge le persone che sono perseguitate e minacciate, o la certezza falsa che i genitori non facciano del male ai propri figli... C’è piuttosto e fino in fondo la triste dimostrazione del fallimento di qualunque progetto di integrazione che sia fondato sul pregiudizio positivo, e l’allarmante conferma che nel nostro Paese non è più possibile rispettare e onorare la propria fede religiosa cattolica o anche la scelta agnostica di fronte all’aggressività dell’ideologia islamica. Pregano nelle nostre piazze rivolti alla Mecca, tengono segregate mogli e figli, uccidono chiunque osi non ribellarsi, ma semplicemente tentare di continuare a vivere, o tentare di incominciare a vivere, secondo le regole di uno Stato moderno e democratico. Le donne italiane che sposano cittadini di fede musulmana non soltanto rischiano un amaro fallimento e dolorose delusioni, rischiano la vita e quella di innocenti creature.

    Il Giornale dedica oggi grande spazio alle due vicende, ma nei particolari delle esecuzioni si annidano spiegazioni illuminanti della nostra leggerezza, della sottovalutazione pericolosa del pericolo. Mohamed Barakat, egiziano di 52 anni, ha sparato alla nuca del figlio con una pistola semiautomatica calibro 22, appena sono usciti dall’ascensore al primo piano del Centro sociosanitario di San Donato e poi lo ha pugnalato. Dovevano essere incontri controllati, ma il bambino era solo, l’assistente sociale non lo accompagnava. Quando si è accasciato a terra, il padre gli è saltato addosso ferendolo al torace con un coltello da cucina, poi ha rivolto la lama contro se stesso. Sono morti dissanguati. La madre del bambino aveva denunciato inutilmente l’uomo decine di volte perché minacciava lei e il figlio, che voleva a tutti i costi portare in Egitto per educarlo secondo altre tradizioni, perché la faceva pedinare.

    L’egiziano viveva tra l’Egitto e l’Italia nonostante fosse stato condannato negli anni Ottanta a due anni e sei mesi di reclusione per alcuni furti e denunciato nel 1983 per detenzione di stupefacenti, ma anche segnalato in questura con numerose identità false. La Procura dei minori aveva dato nel 2006 parere favorevole alla decadenza della patria potestà dell’egiziano, ma poi, alla donna era stato consigliato di non andare avanti nella causa, per evitare di irritare l’uomo. Chi ha dato questo consiglio alla povera donna? Perché nessuno ha valutato nel giusto peso che oltre al conflitto, alla disputa di un figlio, qui era in ballo la convinzione cieca e radicata di essere depositari di una civiltà superiore?

    Fahd Bouichou, il marocchino 26enne arrestato mentre scappava in Slovenia, per l’omicidio della ex compagna Elisabetta Leder e della loro figlia Arianna, che aveva due anni, aveva un movente terribile: l’affidamento della bimba. Per qualcuno la motivazione è addirittura peggiore e a dirlo è stato il parroco di Castagnole di Paese, in provincia di Treviso. Don Busato racconta di aver battezzato qualche mese fa la bambina, ma che alla cerimonia non ha partecipato il padre della piccola, né i parenti dello straniero. Il parroco si chiede se il battesimo sia stato fatto all’insaputa del padre musulmano. «Ho battezzato la bambina in chiesa e il papà non c’era, era in Marocco - spiega don Busato -. Mi domando: lui voleva o forse non voleva il battesimo? I genitori erano d’accordo o non lo erano?».

    No, non lo erano, e la giovane donna ha fatto di nascosto quel che dovrebbe essere una pubblica cerimonia e una piccola grande festa di famiglia. Così come l’idea di chiedere l’affidamento esclusivo, con il quale forse avrebbe tolto a quell’uomo una figlia che lui considerava sua «proprietà». L'ha fatto e lo ha pagato con la vita sua e della bambina, perché non sapeva che non si può disonorare un musulmano con un gesto simile. Se subisce tanto disonore e non si vendica, non potrà più mostrare la faccia, non potrà più presentarsi nel suo Paese. Un gesto simile equivale ad affronto, a un'onta da lavare nel sangue. L'assassino ha ventisei anni, ma la sua giovane età non lo ha emancipato dalle legge coranica, né lo ha salvato l'esperienza del lavoro e della vita in un Paese cattolico ma tollerante, la conoscenza con un'italiana, la contaminazione salvifica di culture e stili. No, ha colpito come la sua tradizione integralista richiede, e quell'integralismo si conserva gelosamente e si esporta prepotentemente.

    Non sono solo due casi di cronaca nera e orrenda, siatene pur certi. C'è un insinuante progetto dietro certi gesti criminali. Dopo le preghiere al Duomo e le proteste nei centri di accoglienza dei clandestini, le abbiamo chiamate prove tecniche di invasione. Ogni evento, per isolato che appaia, porta forza al piano, e guai a noi se non comprendiamo prima che sia troppo tardi, semplicemente utilizzando senza remore e con rigore le iniziative e le misure che in democrazia ma non in mollezza una civiltà che si difenda deve adottare.

    Donne e figli oggetto così l’integralismo assedia l’Occidente - Interni - ilGiornale.it del 27-02-2009


    carlomartello

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    Predefinito Riferimento: INVASIONE ALLOGENA, BOLLETTINO DI GUERRA



    4/3/2009 (7:26) - REPORTAGE
    La banlieue bianca infiamma Torino

    Auto, case, cassonetti, centinaia di roghi in due mesi: “È la rabbia degli italiani”

    NICCOLÒ ZANCAN
    TORINO
    Dopo due mesi di fuoco, rabbia, ronde, arresti e un conto dei danni in continuo aggiornamento, la verità è poco edificante. Nessuno ha ancora capito quello che sta succedendo a Torino. Brucia la città, continua a bruciare, ogni notte una corsa contro il tempo, in media tre allarmi alla centrale operativa dei vigili del fuoco, sei incendi solo lunedì: 176 roghi dal primo gennaio. Auto e cassonetti, soprattutto. Ma anche muri di chiese, abitazioni, fumo acre negli androni. L’epicentro della paura è Barriera di Milano, il nuovo quartiere multietnico di Torino, per molti la vera frontiera per capire quello che sarà di noi. Ora succede che qui, proprio qui, nei vecchi palazzi dove negli Anni Settanta affiggevano cartelli con scritto «non si affitta ai meridionali», i fuochi si stiano mischiando a nuove rabbie, disoccupazione, povertà, sentimenti grevi, ansie di vendetta. Fuochi di banlieue, come alla periferia di Parigi.

    «Ma da noi sono ragazzi italiani quelli che stanno dando segni di grave insofferenza - dice il presidente del quartiere Gigi Malaroda - non gli immigrati di prima o seconda generazione». Visti tutti insieme i roghi di Torino raccontano una storia difficile da decifrare. Ancora manca un filo comune, se davvero esiste. Ma osservati singolarmente sono piccoli fatti inquietanti. Gli ultimi due, per esempio. Alle 2,13 di lunedì in via Rovigo, vicino alla Dora con le sponde lerce di siringhe, qualcuno ha dato fuoco a un vecchia Y10. Da mesi era abbandonata. I disperati la usavano come rifugio. Davanti al civico 22 - sul citofono solo cognomi stranieri - hanno lasciato cadere una manciata di volantini stampati con la foto dell’europarlamentare leghista Mario Borghezio: «Via alle ronde, riprendiamoci il quartiere». Coincidenze, forse. Alle 3,47 della stessa notte è esploso un vecchio furgone da imbianchino con cui andava a lavorare un ragazzo marocchino. Via Ceresole, nel cuore di Barriera. L’incendio in questo caso ha danneggiato uno dei pochi residenti stranieri del palazzo, l’unico che non aveva accesso al cortile interno. Un’altra casualità, forse. All’inizio sembrava la sfida di un piromane alle forze dell’ordine, oggi qualcosa di più complesso. Sono andate in fiamme auto nuove e vecchie, intestate a proprietari italiani e stranieri. Diverse tecniche di innesco, diversi piromani. Provocazioni, emulazioni, fuochi incrociati.

    Allarmi e falsi allarmi. La notte dell’11 febbraio la polizia aveva arrestato un ragazzo marocchino completamente ubriaco, vagava versando gasolio sulle auto parcheggiate, dopo averle prese a calci. Cinque giorni dopo i vigili urbani hanno arrestato un tossicodipendente italiano che armeggiava con accendino e benzina, sempre nella stessa zona. Conferenze stampa, congratulazioni, il sospiro di sollievo dei residenti. Ma i fuochi continuano. I carabinieri pattugliano ogni notte. I residenti scendono in strada, si nascondono fra i cespugli dei giardini. Parlano via radio: «Questa volta sangue, altroché fuoco». Magari è perché sanno che c’è qualcuno ad ascoltarli, ma intanto lo dicono: la vendetta è un sentimento di cui non ci si deve più vergognare. Anche la Digos indaga sulla catena di incendi per capire se c’è un senso, soprattutto se esistano degli ispiratori. Ogni tanto sui muri del quartiere compaiono delle scritte che inneggiano proprio a questo tipo di rivolta. Tutto e il suo contrario, sofferenza e insofferenza. Proprio qui, un anno fa, gli agenti avevano denunciato quattro ragazzi appena maggiorenni che di notte uscivano di casa con le spranghe. Andavano a dare una lezione, l’ennesima, ai tossici di Parco Stura.

    Quindici giorni fa una banda di ragazzi italiani ha massacrato di botte un coetaneo cinese per rapinarlo. Mercoledì 25 febbraio qualcuno ha disegnato un croce celtica e la scritta duce davanti a un negozio romeno: fuoco alla saracinesca. Le statistiche dicono che ormai quasi due terzi dei reati denunciati in città riguardano Barriera di Milano. «Dobbiamo fare politiche di inclusione - spiega il presidente del quartiere Malaroda - per questo motivo ci siamo gemellati con un paese della banlieue di Parigi. Si chiama Bagneux, ci assomiglia in tutto: 50 mila abitanti, una zona post industriale, operaia, con forte tasso di immigrazione. A marzo ospiteremo quindici ragazzi francesi, per poi mandarne quindici dei nostri». Un modo concreto per andare incontro al futuro.

    La banlieue bianca infiamma Torino - LASTAMPA.it


    carlomartello

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    Predefinito Riferimento: INVASIONE ALLOGENA, BOLLETTINO DI GUERRA

    4/3/2009 (8:4) - INTERVISTA
    "Assediati da islamici sporchi
    e maleducati: peggio degli zingari"


    Il parroco del quartiere


    Don Ottaviano Pizzamiglio

    NICCOLÒ ZANCAN
    TORINO
    Don Ottaviano, che cosa succede nel quartiere?
    «C’è troppa tensione sociale. Gli incendi di questi giorni hanno esasperato gli animi. È come se avessero dato la stura al malessere dei residenti».
    Qual è il problema?
    «Viviamo nel quartiere più multietnico di Torino. Tutti gli extracomunitari vengono ad abitare qui. Vent’anni fa celebravo 100 matrimoni all’anno, nel 2008 solo 14: si rende conto?».
    La chiesa di Maria Regina della Pace è nel cuore di Barriera di Milano. Il parroco, don Ottaviano Pizzamiglio, origini venete, arriva in ufficio tenendo in mano una busta stropicciata. Dentro ci sono foto di auto bruciate, carcasse quasi irriconoscibili. L’altra notte un rogo ha annerito anche il muro perimetrale della sua chiesa. Ecco perché il fuoco lo riguarda da vicino, come la rabbia che cova sotto le cenere.
    Perché la gente di Barriera sta male?

    «Con l’islam c'è una diversità culturale incolmabile. Mi dispiace doverlo dire, ma è così».
    Che cosa significa?
    «Le donne ti guardano da dietro al velo, mettono subito una distanza. I bambini non hanno la minima idea della cura del corpo e del rispetto, non sono educati, non sanno fare neppure pipì. I maghrebini, in generale, mancano di pulizia, igiene, si comportano in maniera poco corretta. In molti casi sono peggio degli zingari».
    Questo lei non lo chiama razzismo?
    «No, è vita quotidiana, prova sul campo. Non è razzismo. Purtroppo i maghrebini stentano a capire. Non vogliono adattarsi al nostro modo di vivere, il loro menefreghismo crea molta insofferenza».
    Gli incendi che cosa c’entrano?
    «I roghi delle auto, con relativi danni economici, hanno amplificato il senso di insicurezza del quartiere. E poi c’è un altro problema».
    Quale?
    «I drogati. Nessuno li vuole: sono maledetti, i veri lebbrosi di oggi. Ma si bucano anche qui, sulla scale della chiesa, davanti alla scuola materna. L’altro giorno non ce l’ho più fatta, ho perso la pazienza: "Andatevene via. Altrimenti verranno a cacciarvi con i bastoni".
    Un’allusione alle ronde?
    «Mi è scappata».
    Vuole dei giustizieri davanti al sagrato?
    «No, non li voglio. Ma capisco la gente che scende in strada. Il disagio è reale, acutissimo. Come cristiano e come parroco devo impegnarmi per cercare un sentiero nuovo di integrazione e carità. Ma è davvero difficile».

    "Assediati da islamici sporchi e maleducati: peggio degli zingari" - LASTAMPA.it


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    Predefinito Riferimento: INVASIONE ALLOGENA, BOLLETTINO DI GUERRA

    «Gli immigrati sono prepotenti, guardano male le nostre donne. Ci hanno invasi»
    Viaggio nella xenofobia, dentro le paure del quartiere Carmine a Brescia
    Un cittadino: «Qui prima o poi finisce come a Parigi. Ma saremo noi locali ad appiccare le fiamme»



    BRESCIA - Chi si addentra tra le viuzze del Carmine, se vi fosse calato dall’alto, penserebbe di trovarsi a Jabal Lhamar, nel cuore di Tunisi. Invece per accedere al quartiere che sorge a ridosso della Loggia, il palazzo del Comune, bisogna imboccare un corso dal nome di un eroe italiano: Garibaldi. E allora diventa chiaro che non di Tunisi si tratta bensì della bella e ricca Brescia. Questo cuore antico della città era già tratteggiato nell’Ottocento come «Suburra in cui si cela e braveggia il malfattore, il barattiere, la meretrice vagante delle specie più abbiette, il limo inferiore della popolazione».

    Oggi dopo più di un secolo le meretrici chiamate confidenzialmente «zie» ci sono ancora. Appostate sotto i palazzi con la proprie sedie, le lucciole si sono addirittura riunite in un comitato per la difesa dei loro diritti contro le politiche anti-prostituzione del ministro Carfagna. Una volta la prostituzione, senza sfruttatori, era integrata al «sistema» e le donne in attesa di cliente facevano da babysitter, sorvegliando a turno i bambini delle mamme che avevano trovato lavoro. Il barattiere invece ha lasciato posto a una miriade di phone-center e di negozi arabi e africani. Infine i malfattori. Anche quelli non mancano all’appello e per qualcuno hanno solo cambiato il colore della pelle: «Rubano, sporcano, sputano per terra. Si comportano male». Le parole di una signora che tiene stretta la sua borsa della spesa escono da una bocca arrabbiata. E sono tante le donne che abbiamo sentito inveire contro la presenza degli immigrati nel quartiere. Tutte insieme sembrano un coro: «La vita qui è diventata impossibile». «Gli extracomunitari sono troppi». Questo perché i bresciani al Carmine si sentono la minoranza: «Su dieci persone che si vedono per strada sei sono neri», ci dice un pensionato. «Dicono che siamo razzisti ma come si fa a non esserlo? Visto quanti sono?». Ma non esiste una statistica ben precisa. La si evince così ad occhio e croce.

    I DATI - Al Carmine si mescolano 62 etnie ma gli extracomunitari, che si nascondono dietro la facciata di edifici fatiscenti o dentro vere e proprie baracche, non si sa con esattezza quanti siano. «Questo è il regno degli irregolari», afferma un commerciante. Il Centro Interuniversitario di ricerca sulle migrazioni di Brescia nel suo rapporto sull’immigrazione afferma che la provincia di Brescia nel 2005 si è confermata la seconda provincia dopo Milano per quanto riguarda la densità della presenza di stranieri: 130.600 presenze, rispetto al totale regionale di presenze stimato in 794.200 unità, con una crescita del 27% rispetto a dodici mesi prima e addirittura del 77% rispetto al 2003. L’incidenza sulla popolazione residente complessiva era dell’11.1%, praticamente raddoppiata rispetto al 2001. Per lo più si tratta di soggetti residenti (107.300), mentre 10.600 risultano regolari ma non residenti, mentre 12.700 sono irregolari. Ma questi dati non tengono conto dell’ondata migratoria degli ultimi 4 anni.

    LA PROTESTA – Così si spiega la protesta. Già nel 2002 gli abitanti sfidarono gli spacciatori: «Chiuderemo case e negozi e ci faremo giustizia da soli». Un gruppetto di cittadini si era illuso di poter ripulire da spacciatori e delinquenti il quartiere-casbah. Erano anche arrivati al punto di diffondere volantini con i numeri di telefono degli spacciatori di droga. La vendetta arrivò dopo pochi giorni: una miriade di gomme delle auto dei residenti sventrate. Alla fine il Comitato per il risanamento del Carmine si è dovuto arrendere. In tanti, cittadini e commercianti, hanno deciso di andarsene. Il dialetto bresciano in questi vicoli ormai è divenuto merce rara. Adesso grazie al piano anticrimine varato dalla Prefettura al Carmine esiste un sistema di videosorveglianza. Poi c’è la sede del commissariato della polizia di Stato e accanto anche la seconda postazione dei vigili urbani anzi della pulizia municipale. Si è cercato anche di risolvere i problemi del quartiere con un piano di recupero urbano: ad esempio sono stati ristrutturati immobili e si è cercato di far tornare i vecchi mestieri artigianali. Un tempo vi erano concerie, filatoi, osterie, bordelli e ospizi. Oggi vi sono rimaste le chiese e la sera sui gradini di alcune di queste, su vecchi materassi, vi dorme qualche extracomunitario. Ma i carmelitani doc hanno nostalgia del passato, si sentono espropriati e il presente non gli piace affatto. «Qui prima o poi finisce come a Parigi. Ma saremo noi locali ad appiccare le fiamme. Gli immigrati sono prepotenti, guardano male le nostre donne. Ci hanno invasi».

    L’ATTENTATO DI MUMBAI - «Un pachistano a Brescia complice dei terroristi di Mumbai». Così titolo il Corriere della Sera il 24 febbraio scorso: «Portano a Brescia le tracce lasciate dai terroristi entrati in azione a Mumbai il 26 novembre. Indizi concreti che servono a delineare la rete logistica attivata per pianificare gli attacchi simultanei che sconvolsero la città indiana provocando 138 rivelarono che proprio da una filiale di corso Garibaldi, nel quartiere Carmine, è partito l'accredito per attivare le schede telefoniche poi consegnate ai dieci fondamentalisti entrati in azione negli alberghi e negli altri luoghi frequentati dagli occidentali. Questo basta per mettere altra carne sul fuoco. Nella casbah di oggi convivono l’immigrato buono e quello cattivo, quello che si alza alle tre di notte per andare a lavorare e quello che spaccia giù per strada, il fiancheggiatore del terrorismo e quello che chiede di votare in Italia dopo dieci anni di lavoro. insomma l' onesto e il disonesto, miscelati insieme.

    «NON SONO RAZZISTA PERO’» - Nel territorio c’è chi agisce per smussare i problemi della convivenza e creare occasioni d’integrazione e di scambio. Nell’oratorio di San Giovanni, ad esempio, ci sono settanta bambini, divisi al 50 per cento tra italiani e stranieri. «Questi bambini sono in buona parte cristiani ma nel progetto educativo dell’oratorio ci sono anche musulmani o sik». Andrea Franchini è l’educatore che coordina un patto educativo che coinvolge persone di 24 nazionalità diverse. Anche lei è tra quelli che dice la frase che abbiamo sentito cento volte al Carmine: «Io non sono razzista però...». «Guardi esistono italiani e stranieri con difficoltà a relazionarsi, italiani e stranieri che delinquono. E per tutti, italiani e stranieri, bisogna applicare la legge. Ma mediare per favorire l’integrazione tra le culture è l’unica soluzione al problema».

    Nino Luca
    15 maggio 2009

    Viaggio nella xenofobia, dentro le paure del quartiere Carmine a Brescia - Corriere della Sera


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    Predefinito Riferimento: INVASIONE ALLOGENA, BOLLETTINO DI GUERRA

    Possibile che tu non abbia ancora postato quella del cinese che nel novembre 2004 aveva servito involtini primavera scaduti?

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    Predefinito Riferimento: INVASIONE ALLOGENA, BOLLETTINO DI GUERRA



    C'è una congiura per lasciar entrare 50 milioni di africani nell'Unione Europea

    Daily Express
    20 ottobre 2008

    Il Daily Express di oggi rivela che più di 50 milioni di lavoratori africani stanno per essere invitati in Europa in una migrazione segreta di grande portata.

    Un controverso "ufficio collocamento" aperto in Mali questa settimana, e finanziato coi soldi dei contribuenti, non è che il primo passo per promuovere il " libero movimento della gente in Africa ed Unione Europea".

    Gli economisti di Bruxelles sostengono che Inghilterra ed Unione Europea "avranno bisogno" di 56 milioni di lavoratori immigrati per il 2050, per compensare il "declino demografico" causato dal crollo del tasso delle nascite e dalla salita del tasso di mortalità in Europa.

    Il resoconto, fornito dall'ufficio statistico europeo Eurostat, mette in guardia che un vasto numero di migranti potrebbe essere necessario per supplire ad una carenza, da qua a due anni, se l'Europa vuole avere la possibilità di pagare le pensioni e l'assistenza sanitaria alla sua popolazione sempre più anziana.

    Così afferma : "I paesi con basso tasso di fertilità potrebbero avere bisogno di un significativo numero di immigrati nei prossimi decenni se vogliono conservare l'attuale numero di popolazione lavorativa.

    "Avere un numero sufficiente di persone in età da lavoro è vitale per l'economia e per il gettito fiscale."

    L'analisi, condotta dal Membro del Parlamento Europeo Francoise Castex, chiede che siano riconosciuti agli immigrati i diritti legali e l'accesso all'assistenza sociale ed ai benefici.

    Dice il Sig. Castex : "E' urgente che gli stati membri tengano un atteggiamento pacato verso l'immigrazione. Come dire : "sì", ci serve l'immigrazione... non si tratta di un nuovo sviluppo, dobbiamo accettarlo."

    La proposta include la creazione di un sistema di "carte blu".

    I titolari di carte blu avranno il diritto di muoversi liberamente nell'Unione Europea e di metter su casa in qualunque dei 27 stati membri.

    La notte scorsa, Sir Andrew Green, della Mig-rationWatchUk, ha detto : "L'Inghil-terra, insieme all'Olanda, è di-già il paese più affollato d'Europa.

    "Se le cose stanno così, nei prossimi 25 anni dovremo costruire, per gli immigrati già attesi dal Governo, l'equivalente di sette città della dimensione di Birmingham.

    "Ancora una volta la politica europea dell' "una-sola-taglia-va-bene-a-tutti", produce dei risultati assurdi. Queste sarebbero delle proposte ridicole se dovessero applicarsi alla Britannia.

    "Il Governo deve garantire che questi permessi di lavoro non saranno validi per il Regno Unito.

    "Livelli più alti di immigrazione, con una recessione che si avvicina, sono l'ultima cosa della quale abbiamo bisogno."

    Dominic Grieve, Segretario del Governo Ombra agli Affari Interni, ha detto :"Quando dei ministri parlano duramente circa gli sforzi per controllare l'immigrazione, devono fornire una spiegazione convincente che la politica nazionale non è stata segretamente minata a Bruxelles."

    Il capo dell' UK Indepen-dence Party, Nigel Farage, ha criticato la manovra come "oltraggiosa". Ha detto :"Prima la Britannia si riprende il controllo dell'immigrazione, meglio è."

    Le proposte - parte degli Scambi Africa-Unione Europea firmati in Portogallo lo scorso dicembre - mettono anche in guardia dagli effetti negativi dell'immigrazione di massa e sollecitano una "migliore integrazione degli immigrati africani"-

    Sollecitano anche un approccio compassionevole nei confronti degli otto milioni di immigrati illegali che già vivono nell'Unione Europea.

    Vi si afferma : "Gli immigrati irregolari non devono essere trattati come criminali. Molti rischiano la propria vita in cerca di libertà o di mezzi di sussistenza, in Europa. Finchè l'Unione Europea avrà standards di vita superiori a quelli dei paesi al suo sud ed est, ci sarà la tentazione di raggiungerla - specialmente se ci sono in prospettiva dei posti di lavoro."

    La dichiarazione invita l'UE ad assistere i governi africani ad allestire centri di informazione per migranti "per gestire meglio la mobilità della forza lavoro fra Africa ed UE".

    Il primo è stato il "centro di collocamento" aperto a Bamako, capitale del Mali, lunedì. Si aspetta presto l'apertura di altri centri in altri stati dell'Africa occidentale e, successivamente, di quella del nord.

    Ieri, il Daily Express ha rivelato che, in apparente contraddizione con la politica di immigrazione, migliaia di migranti - come Kanoute Tieny dal Mali - hanno ricevuto un premio di 5.500 sterline inglesi, versato dall'UE, perchè se ne ritorni a casa in Africa.

    Il presidente francese Nicolas Sarkozy vuole mettere a punto prima della fine dell'anno, quanto decadrà dalla carica di capo del Consiglio dell'UE, un piano di immigrazione per tutta l'UE.

    Il piano ingloba le varie politiche proposte dalla Commissione Europea e discusse dal Parlamento Europeo.

    Il mini-stro francese all'immigrazione, Brice Hortefeux, in una serie di piroettanti visite attraverso l'Africa occidentale, ha rappresentato tutti i 27 paesi membri, per aiutare a creare una strategia.

    La notte scorsa, il Ministero degli Interni ha detto che il Regno Unito non ha nulla a che fare con questo progetto dell'UE.

    Un portavoce di un Ente Doganale ha detto che l'iniziativa mira a promuovere rotte legali di migrazione nell'area Schengen dell'UE dalla quale il Regno Unito si è chiamato fuori. L'area include la maggior parte, ma non tutti, i paesi membri.

    "Pertanto noi conserviamo il pieno controllo sulle nostre frontiere e sul nostro sistema di accettazione dell'immigrazione."

    Nick Fagge in Mali
    EFFEDIEFFE.com Giornale Online | Direttore Maurizio Blondet - Offline


    carlomartello

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    Predefinito Riferimento: INVASIONE ALLOGENA, BOLLETTINO DI GUERRA

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    carlomartello

 

 
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