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    Predefinito DOCUMENTI - Frank S. Meyer e il "fusionismo"

    In pillole, la vita di Frank S. Meyer
    Da agente sovietico a conservatore cattolico


    di Marco Respinti

    Il Domenicale. Settimanale di cultura, anno II, n. 47, 22 novembre 2003





    Nato il 9 maggio 1909 a Newark nel New Jersey, studiò alla Princeton University e si diplomò conseguendo i titoli di Bachelor of Arts e di Master of Arts al Balliol College dell’Università di Oxford. Poi proseguì gli studi alla London School of Economics e all’Università di Chicago.

    Per dieci anni fu membro del Partito Comunista degli Stati Uniti, una formazione piccola ma risoluta e ben pagata dalla casa madre sovietica. Verso la fine della Seconda guerra mondiale, Meyer ruppe con i compagni di partito e con l’ideologia marxista-leninista, venendo a capo di una profonda crisi culturale e spirituale che lo aveva progressivamente alienato dall’ideologia. Addestratore di agenti di collegamento, conosceva bene il sottobosco del comunismo statunitense e per questo il suo distacco da esso nel 1945 non fu del tutto indolore. Ma indolore non lo fu soprattutto perché i suoi ex compagni non erano disposti a perderlo senza colpo ferire.

    Per mesi, assieme alla moglie, prese a dormire di giorno e a vegliare di notte accanto a una carabina con il colpo sempre in canna, scrutando dalle imposte di una casa sperduta nella campagna dello Stato di New York fuggendo da occhi indiscreti. Poi venne accolto dal nascente movimento conservatore e soprattutto da National Review, il periodico fondato da William F. Buckley jr. per raccogliere e per strutturare il movimento stesso.

    Di National Review divenne quindi una firma prestigiosa e imprescindibile. Dalle sue pagine curò la rubrica Principles and Heresies, in cui ogni questione, anche quelle di politica più spiccia, assumeva toni profondi e risvolti metapolitici. Consigliere editoriale del trimestrale di cultura Modern Age fondato da Russell Kirk (che, critico del “fusionismo” meyeriano, diede vita a un periodico di fatto culturalmente “fusionista”) pubblicò alcuni libri.

    Nel 1961 uscì il primo, The Moulding of Communists, e l’anno successivo In Defense of Freedom: A Conservative Credo, la sua opera più nota. Fu la sua opera teoretica di maggior spessore e quella contenente i canoni della prospettiva “fusionista” per la quale Meyer è poi passato alla storia. Nel 1964 curò un volume a più mani di altrettanto grande importanza, What Is Conservatism? In esso i maggiori esponenti del conservatorismo USA si confrontavano sul senso di quella espressione culturale, evidenziando differenze profonde, ma di fatto e di principio fornendo al “fusionismo” ulteriori preziosi materiali da costruzione.

    Nello stesso anno, Meyer divenne condirettore dell'American Conservative Unione, fondata da M. Stanton Evans, una delle prime organizzazioni conservatrici USA, che indicherà la strada ad altre e a volte maggiori istituzioni. Consigliere nel 1965 di The Philadelphia Society (negli anni divenuta l’organizzazione-cappello del variegato mondo delle fondazioni conservatrici), nel 1968 fu uno dei principali sponsor della candidatura presidenziale del Repubblicano Richard M. Nixon.

    Nello stesso 1968 pubblicò quindi il libro The Conservative Mainstream, raffinamento e rafforzamento dell’idea “fusionista”. Dopo l’apertura di Nixon alla Cina, però, Meyer iniziò una vigorosa campagna critica contro il presidente Repubblicano.

    Il 1° aprile 1972 si spense a Woodstock, nello Stato di New York. Ateo prima, agnostico poi, quindi cristiano per scelta culturale, sul letto di morte si convertì al cattolicesimo.


    1 - continua
    SADNESS IS REBELLION

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    Predefinito Riferimento: DOCUMENTI - Frank S. Meyer e il "fusionismo"

    Storia esemplare di un conservatorismo progressista

    di Marco Respinti

    Il Domenicale. Settimanale di cultura, anno II, n. 47, Milano 22-11-2003


    Parliamo di un precedente importante. Negli USA, ebbene sì. Una casa culturale delle libertà da cui è discesa una politica vincente perché ha saputo abbracciare soggetti diversi. Con poca puzza sotto il naso, turandoselo quel tanto che è stato indispensabile e arricciandolo solo se indispensabile, ha mescolato mannaia e cesello, rozzezza e finezza, e per questo ha pagato un prezzo a volte altissimo. Però ha prodotto un orientamento comune in grado di governare un Paese importante, rappresentandone l’identità. Anzi, più che produrre, ha incontrato un senso comune già esistente nella popolazione e lo ha indossato a ragion veduta. E noi che siamo italiani, di quegl’italiani che non credono né ai compromessi culturali né al consociativismo politico, e che tutto hanno in mente tranne scimmiottare gli americani, non vogliamo, una volta tanto, pensarla nuova, ma un po’ più vecchia sì. Imparando dalla storia e facendo tesoro dell’esperienza (anche altrui), ci picchiamo di evitare gli errori già commessi. Spavaldi? Il realismo non è mai un lusso superfluo

    La notizia è il conservatorismo statunitense. Oggigiorno si parla molto di conservatorismo statunitense e molto spesso se ne parla a sproposito. Un po’ perché gli USA sono l'ultima superpotenza dell’emisfero occidentale, un po’ perché sono il Paese più “pesante” dal punto di vista economico e militare, insomma o per odio o per amore, ciò che succede negli Stati Uniti non lascia, né può oggettivamente lasciare, indifferenti. Il conservatorismo è un fenomeno strutturale dell’esistenza statunitense, ma in Italia lo si è scoperto solo recentemente, e con un avvio in sordina. Dopo che per anni è sembrato solo un assurdo ossimoro, il conservatorismo statunitense è stato improvvisamente giudicato strategicamente rilevante e quindi lo si è cominciato a tirare per la giacchetta. Glossato con aggettivi e stemperato da suffissi, lo si è voluto “neo”, “post”, “compassionevole”, “liberale” e chi più ne ha più ne metta al solo scopo di renderlo appetibile ai palati nostrani, ma soprattutto di adattarlo alla situazione politica e culturale italiana affinché facesse, opportunamente truccato, da cavalier servente, ovvero da instrumentum regni.

    Questa scoperta un po’ così di un fenomeno letto un po’ così è peraltro avvenuta, chez nous, in epoca di liberalismo trionfante. Nella stagione in cui nel nostro Paese si fa a gara nel definirsi liberali (o “più liberali di te”), e nel momento preciso in cui, svergognate dalla storia e dal buon senso, le opzioni politiche e culturali che dell’illibertà e dell’antilibertà hanno fatto il proprio credo sono divenute completamente impresentabili all’opinione pubblica, le porte del liberalismo si sono spalancate, lasciandosi attraversare sia da soggetti con i documenti in regola sia da falsari palesi.

    Dall’albero del liberalismo, poi, un po’ come sua versione e un po’ come sua rifondazione, è tornato di grande momento lo spirito riformista, in alternativa secca e irriducibile allo spirito della rivoluzione che infiniti lutti agli uomini addusse nel corso del Novecento.

    Pare così che, alle soglie del Terzo Millennio, sia impossibile non dirsi tutti americani, tutti liberali e tutti riformisti. Eppure lo slogan, come ogni slogan, tace più cose di quante ne affermi. E soprattutto cova un’ambiguità capace d’innescare più bombe a orologeria di quante bonifiche riappacificatrici favorisca.

    Ecco perché vogliamo, dal canto nostro, suggerire qualche pista di riflessione ulteriore, tentando di mettere qualche (nostra) idea a posto e di guardarci attorno in cerca di precedenti (e qualora mancassero, pazienza) onde decidere se occorra solo rassegnarsi a certi raffazzonamenti da Italietta o se sia consentito sperare non temerariamente in un Paese di cui smettere di vergognarsi.

    All’originalità e alla novità in quanto tali non miriamo affatto, e così incominciamo raccontando una storia nota. Nota?

    NON SOLO DESTRA. BENSÌ UNO STILE

    La notizia è il conservatorismo statunitense. Ma la questione è che il conservatorismo non è affatto come lo si pensa. O almeno non solo. Non è cioè solo un fenomeno politico, cosa che peraltro – evidentemente – è. Non è solo “di destra”, cosa che peraltro – evidentemente – è. Anzitutto è un’attitudine, uno spirito. I suoi maestri e i suoi interpreti più lucidi e profondi lo definiscono uno stile, addirittura una forma mentis. Lo è, certamente. Ma in che senso? Decisamente nel senso di essere un atteggiamento di profondo rispetto per l’esistente e l’incarnazione del realismo più puro. Viviamo in Occidente e l’Occidente è ciò che, culturalmente, ci descrive tutti. Ora, sul concetto di Occidente si sono versati fiumi d’inchiostro e altri se ne verseranno. Sicuramente è una nozione controversa, che quindi conosce apologeti e detrattori. Ma è anche un dato di fatto e come tale vogliamo qui considerarlo, prima ancora di volerlo definire. Al cuore di questo fatto che è l’Occidente vi è, dunque, un altro fatto: l’Europa (concetto anch’esso controverso tanto quanto lo è l’Occidente), al punto che l’Occidente ne è estensione grand’europea. Il conservatorismo è dunque la preservazione dei frutti migliori di questo Occidente, qualunque cosa esso sia. E il meglio di questo Occidente è ciò che, con una espressione tipica del filosofo della politica Leo Strauss, viene definito «Grande Tradizione».

    L’Occidente non è, infatti, un luogo geografico, ma una storia. La storia della libertà come storia della salvezza da schiavitù infraumane che deprimono l’uomo a una condizione subumana; la storia della persona umana unica e irripetibile, come perno dell’esistente a cui tutto è subordinato; la storia di comunità locali e nazionali, e di patrie grandi e piccole, che hanno imparato a sapersi autoregolare e autodeterminare; la storia della proprietà, della libera intrapresa e della libertà di fare, di agire, di scambiare, di muovere (e di muoversi); la storia di un diritto certo capace di normare l’esistenza fuori dall’arbitrio e secondo criteri di bene oggettivo, da cui discendono libertà costituzionali e costitutive capaci di proteggere la persona e vigenti al riparo di qualsiasi rovescio di maggioranze politiche e di colpi di mano.

    La storia, insomma, a cui si richiamano i conservatori anche in senso politico e non solo negli Stati Uniti; i liberali, e i riformisti; i cristiani di ogni confessione religiosa e i laici che credono all’oggettività della natura umana (compresi quelli che ci credono a metà, ma che per intero non credono comunque al suo contrario, ossia alla manipolabilità dell’uomo); la Destra che è Destra e la Sinistra che considera la “scientificizzazione” del socialismo un attentato alla propria identità; chi ama John Stuart Mill quale icona del liberalismo che si muta in socialismo e chi lo valorizza come suggestione di un socialismo non marxista che torna nel seno del liberalismo.

    ALLA RICERCA DI UN SENSO COMUNE

    Non una questione di politica politicante, allora, né semplicemente un patrimonio esclusivo della Destra: piuttosto, ciò che definisce il senso stesso dell’essere oggi, anno Domini 2003, abitatori di quel pezzo di mondo che, nel bene o nel male (anzi: nel bene e nel male) definiamo Occidente.

    Ma se tutto è conservatorismo, si dirà correttamente, nulla è più conservatorismo. Cioè: se non è più solo una posizione politica preconcetta, se non è più nemmeno solo un “essere di destra”, insomma se non si definisce per contrasto a qualcosa e a qualcuno, e se la sua definizione è tanto ampia da accogliere l’uno e il suo contrario, il conservatorismo scompare. Errore. Il suo contrario esiste eccome e la sua natura non vale per tutte le stagioni. Ciò che si oppone al conservatorismo inteso in questo modo è ciò che auspica il realizzarsi della prospettiva esattamente antitetica: la dissoluzione, la distruzione, l’abbattimento della Grande Tradizione dell’Occidente. La posizione, insomma, rivoluzionaria, giacobina. Tanto che il crinale fra il conservatorismo inteso così – qualsiasi cosa esso conservi – e il sogno di fare a meno della Grande Tradizione è il 1789 di Francia, il Terrore, la “giustizia” sommaria dei tribunali rivoluzionari, il populicidio, l’innesco della lotta di classe come levatrice della storia.

    Non è che il conservatorismo sia di destra e i suoi avversari di sinistra; è che l’Occidente si divide fra realisti e utopisti. Fra chi mira a divellere e chi desidera conservare. I primi ci riporterebbero all’età della pietra e dell’homo homini lupus, i secondi consentono invece l’avanzamento e la prosperità. Gli utopisti sono reazionari, i conservatori progressisti

    Il conservatorismo inteso così esiste peraltro forse solo nel mondo anglosassone. Prima di arricciare il naso conviene però spiegarsi. Il prologo, inevitabilmente, è quindi statunitense.

    Nel fondamentale, quanto a “sistematizzazione”, The Conservative Intellectual Movement in America Since 1945 (1° ed. 1976; 2° ed. aggiornata 1996) lo storico George H. Nash descrive il conservatorismo nordamericano come una “coalizione” fra anime diverse, principalmente i libertarian, i tradizionalisti e gli anticomunisti, coalizione tenuta assieme da quella che, nel volume The Conservative Movement (1988), Thomas J. Fleming e Paul E. Gottfried indicano come la rivolta generata dal senso – concretissimo – della perdita delle libertà. L’amalgama fra alcune delle componenti centrali di questo movimento, nato in primis disorganicamente come risposta a cambiamenti non voluti, è poi, nel corso degli anni, divenuta opinione pubblica, quindi è scesa in politica.

    I libertarian, eredi a pieno titolo del liberalismo classico, incentravano la propria battaglia culturale e politica sulla difesa delle libertà dell’individuo contro lo strapotere dello Stato. Presero a definirsi libertarian perché liberal aveva finito per identificare la Sinistra su cui la scientificizzazione marxiana e marxista del socialismo aveva posto pesantemente il cappello, anche se negli USA in maniera sorniona. Fondandosi sopra un substrato tipicamente statunitense, che passa per lo spirito della frontiera e del pioniere, il Libertarianism s’inserisce dunque per molti versi della storia dell’anarchismo individualista statunitense scevro da ogni influsso socialistico e inteso come fase suprema del liberalismo classico anglosassone di marca non giacobina.

    Su questo substrato nordamericano, che fa appunto del Libertarianism un fenomeno davvero specificamente statunitense, è venuto poi aggiungendosi un pensiero “d’importazione”, nato nel cuore più conservatore della Vecchia Europa e nello spirito del riformismo invece che della rivoluzione. Ovvero nella Vienna asburgica dell’impero dell’Aquila bicipite quando ancora l’impero c’era, consolidandosi in quella “Scuola austriaca di economia” che ha in Carl Menger e in Eugen von Böhm-Bawerk gl’iniziatori e che ridurre solamente a un filone del pensiero economico fra Ottocento e Novecento è, oltre che riduttivo, assolutamente fuorviante.
    La saldatura di questi due mondi dà, attraverso la “nuova generazione” degli austriaci (Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek), il Libertarianism contemporaneo che in Murray N. Rothbard (e nella scuola che a lui si richiama) ha il rappresentante maggiore, per certo l’esponente più coerente e conseguente.

    Poi gli anticomunisti, quasi totalmente rappresentati da “ex” oramai pienamente convinti che il semplice contenimento del Grande Nemico dovesse cedere il posto all’annientamento totale. Fra costoro spiccavano i nomi di Whittaker Chambers, Max Eastman e James Burnham.

    Fra i tradizionalisti certamente giganteggiarono i nomi di Richard M. Weaver, di Robert A, Nisbet e di Russell Kirk. Il primo decisamente “sudista”, il secondo sociologo tradizionalista cattolico, capace di unire “medioevalismo” e Joseph De Maistre in una serrata critica allo statalismo, il terzo, discepolo del primo e amico del secondo, al centro della riscoperta del pensiero di Edmund Burke e del giusnaturalismo d’impostazione classica e cristiana. Divenne colui che William A. Rusher – per decenni editore del periodico National Review – nel volume The Rise of the Right (1984) inquadra così: «Per quanto la battaglia contro il comunismo dentro e fuori il Paese potesse assorbirmi, era quantomeno inconsciamente deludente essere solamente “contro” qualcosa. Senza dubbio il comunismo meritava il mio essere contro, ma io a favore di che cosa stavo? Kirk m’introdusse all’eredità tradizionalista del conservatorismo burkeano, che si sposava perfettamente con l’ostilità istintiva che provavo nei confronti della tendenza scientista e dottrinaria di tutte le forme di socialismo, comunismo incluso. Egli ha messo a mia disposizione – dono di non poco conto – anche un nuovo e più profondo significato di conservatorismo».

    Edmund Burke, dunque: ma per Edmund Burke – il primo lucido avversario del giacobinismo, padre riconosciuto di molti conservatori, di molti liberali e di molti riformisti, così come di certo tradizionalismo e di certo individualismo laico – il modo migliore per conservare è mutare. Gradualmente, rispettosamente, delicatamente. Ovvero tramandare.

    FATTI, NON SOLO PAROLE

    Ma non si capirebbe alcunché se si utilizzassero queste categorie in modo rigido. Fra i libertarian, infatti, accanto a Von Mises e a Von Hayek, vi era un’umanità assai variegata. Frank Chodorov, che fondò quella Intercollegiate Society of Individualists poi divenuta, anche se con molte variazioni, una delle più importanti fondazioni educative del movimento, l’Inter-collegiate Studies Institute, e che come primo presidente della quale volle William F. Buckley jr., in seguito figura contestatissima dagli stessi libertarian. Albert Jay Nock, che aveva più a che fare con la filosofia classica, con Thomas Jefferson e con Burke che non con l’economia. E Milton Friedman, che invece con l’economia, e con l'economia di un certo tipo, aveva e ha tutto a che fare. Robert A. Nisbet, peraltro, è considerato il vero esponente del pensiero comunitarista – citato con rispetto anche dai neocomunitaristi di estrazione liberal degli anni Novanta –, ma è anche visto come autentico trait d’union fra libertarian e tradizionalisti. Eppure ha più volte sottolineato le differenze fra le due componenti del movimento ed è stato riverito e coccolato fino alla scomparsa dai neoconservatori. Russell Kirk, tradizionalista doc, ha sempre preferito i neoconservatori ai libertarian, sottolineando il meglio che nei primi poteva essere sottolineato e stigmatizzando il peggio di quella parte dei secondi che oggi forse definiremmo left-libertarian. Ma l’atteggiamento neocon nei suoi confronti è come quello tenuto da molti neocomunitaristi nei confronti di Nisbet: citazioni e basta. Eppure Kirk ha preso le parti di una delle componenti dei libertarian non leftist contro i neoconservatori ed culturalmente era più legato a chi finirà per definirsi “paleoconservatore”, non certo neocon.
    Nel mare del movimento nuotavano poi pesci come il periodico American Mercury, addirittura accusato di “fascismo”, e Human Events, cresciuto fino a divenire un pilastro del giornalismo conservatore capace di farsi apprezzare da Richard M. Nixon e di ospitare molti, se non tutti, dal neoconservatore Jack Kemp al paleoconservatore Patrick J. Buchanan.

    Per l’American Mercury scrissero del resto un po’ tutti, in quell’epoca pionieristica: Max Eastman, John Dos Passos, James Burnham, Frank S. Meyer, Russell Kirk, William F. Buckley jr., anche se poi molti di costoro presero le distanze e dal periodico e l’uno dall’altro. Lo stesso accadde sulle pagine dell’altrettanto pionieristico The Freeman, della Foundation for Economics Education di Irvington-on-Hudson, nello Stato di New York, l’unico luogo che aveva accolto l’esule europeo Von Mises. E ancora accadde, in misura addirittura maggiore, sulle pagine di National Review, fondata nel 1955 da Buckley come “casa comune” del movimento. Si potrebbe affermare, senza tema di essere smentiti, che tutti i veri protagonisti del vario, variegato e litigioso mondo conservatore USA abbiano depositato lì la propria firma. Non ne manca uno all’appello; protagonisti o gregari che siano stati, se nell’ambito del conservatorismo statunitense hanno contato qualcosa da National Review sono passati: libertarian o tradizionalisti; ebrei, protestanti o cattolici; “sudisti” o lincolniani convinti. Certo, con gli anni, le gomitate fra scuole di pensiero diverse che il periodico di Buckley non solo ospitava, ma favoriva, hanno finito per logorare sia il confronto sia la stessa testata, ma il problema è stato di misura non di opportunità.

    Autoeleggendosi “casa comune” del movimento, il periodico di Buckley ha esagerato con la censura, ma più come riflesso dei contenuti che il movimento stesso andava elaborando attraverso le proprie guide intellettuali che come decisione insindacabile di un ristretto gruppo dirigente risoluto nel voltare le spalle a settori importanti del movimento stesso.

    Il “fusionismo”, insomma, era un fatto e Frank S. Meyer ha avuto il merito storico di metterlo a tema. Già, ma che cosa è il “fusionismo”?

    LA LIBERTÀ ORDINATA

    Meyer, ex uomo di punta del Partito Comunista statunitense al soldo di Mosca, abile propagandista oltre che reclutatore e addestratore di nuove leve, aveva attraversato una crisi profonda che lo aveva portato, assieme alla moglie, a recidere ogni legame con il comunismo sovietico e internazionale. Divenne così una delle figure di maggiore rilevanza nel nascente mondo conservatore statunitense degli anni Cinquanta e Sessanta. Al suo nome e alle sue pubblicazioni è legato il concetto di Fusionism. Meyer, giustamente, non amava questa definizione. Anzitutto perché è una definizione, in secondo luogo perché è una definizione brutta. È un “ismo”, e come tutti gli “ismi” suona male; ma soprattutto sembra essere il tentativo velleitario e volontaristico di creare un ibrido politico-culturale che costringa assieme realtà che unite non vogliono stare, anche perché altrimenti già lo sarebbero. Ma “fusionismo” è divenuto di uso comune, perché sintetico (e quindi facile) come tutti gli slogan e perché originale di una originalità che non disturbava i suoi destinatari. Non era, cioè, rivoluzionario, sovversivo. Descriveva infatti (così lo hanno avvertito i suoi destinatari e così lo hanno scoperto essere i suoi elaboratori post factum) una realtà esistente e diffusa. Quasi un ethos; certamente un senso comune, radicato e forte.

    Fusionism indicava la fusione fra le diverse membra sparse di quel mondo che, angosciato per lo smarrimento della libertà, ha provato paura di fronte a quei mutamenti che, al contrario di quanto auspicato da Burke, non conservano affatto. L’essenza, insomma, di quel conservatorismo che anzitutto non è una posizione politica, non è solo un fenomeno ad excludendum e che coincide con la Grande Tradizione della storia della libertà occidentale.

    Il fascicolo del 30 gennaio 1962 di National Review ospitò un importante dibattito. Da un lato i buckelyani, dall’altro M. Morton Auerbach, uno dei massimi critici del conservatorismo USA postbellico. Auerbach sosteneva che la visione del mondo conservatrice promossa dal periodico era un « tentativo sbagliato di legare il medioevalismo con il liberalismo classico», errore per Auerbach già presente in Burke. National Review rispose difendono il concetto di “libertà ordinata” e affidandosi a penne quali quelle di M. Stanton Evans, di Russell Kirk e di Frank S. Meyer. Per Evans il conservatorismo s’incentra sulla difesa della società libera: che questo concetto derivi dalla pre-modernità e dallo spirito antigiacobino è fondamentale, ma avviene per default. Kirk rispose che la società libera sta sì al cuore del conservatorismo, ma che la sua difesa è possibile solo rispettando la persona e le sue libertà secondo quell’introspezione cristiana che presuppone una spiritualità negata invece per definizione dalla Modernità filosofica.

    Meyer tirò le somme, affermando che la difesa della sola libertà materiale è la difesa a cielo chiuso delle conseguenze di quel valore trascendente della persona che è il tutto tondo del conservatorismo; e che peraltro è possibile difendere la prima senza avere sentore della seconda, ancorché sia la seconda l’autentico fondamento della prima.In questo modo Meyer rendeva possibile la conciliazione di due prospettive, l’una approfondimento dell’altra.Nella visione meyeriana, i fondamenti necessari di una società libera sono dunque i valori morali e metafisici. Come hanno scritto efficacemente Fleming e Gottfried, «[a] metà degli anni Cinquanta, libertarian e tradizionalisti stavano abbracciando una sintesi d'idee che includevano verità assolute e libertà personale. La figura che profuse i massimi sforzi per costruire un ponte teoretico fra i due fu il libertarian cristiano Frank Meyer».

    Per il teorico del “fusionismo”, peraltro, i princìpi di libertà e di autorità che fungevano da perno a questa concezione erano già ben sintetizzati dai documenti ufficiali degli Stati Uniti, dal momento che i Padri fondatori avevano operato allo scopo di riannodare le fila di quanto in Europa a un certo punto della storia si era diviso per marciare separatamente, anzi addirittura conflittualmente. A partire dalla cosiddetta l’Età della Ragione, infatti, ovvero dal momento del trionfo del razionalismo costruttivista, l’Europa aveva conosciuto la divaricazione fra ordine e libertà, fra virtù e diritti della persona, generando la stagione del relativismo e del totalitarismo, aspetti diversi dello stesso problema che quindi pone da un lato i conservatori autoritari, dall’altro i liberali classici. I primi, infatti, finiscono per temere il liberalismo distruttore della virtù, i secondi crescono sempre più indifferenti all'ordine morale e incapaci – sono parole dello stesso Meyer – «di distinguere fra l’autoritarismo con cui gli uomini e le istituzioni sopprimono la libertà degli uomini, e l'autorità di Dio e della verità».

    Per Meyer, invece, la libertà è un bene strumentale indispensabile per raggiungere il fine che è la realizzazione della persona umana. E la massima libertà della persona viene raggiunta appieno all’interno di una comunità concreta, che si regge su un ordine riconoscibile puntellato da norme positive precise giacché fondate su una morale oggettiva, condivisa e comunicata per tradizione. Una società originariamente e di per sé chiusa, insomma, in cui la sovranità di un diritto certo e a misura di uomo ne consente la trasformazione in società aperta. Solo una società libera, afferma infatti Meyer, permette all’uomo di scegliere la virtù, ossia di volere ciò che è morale invece di subirlo come una imposizione.

    Per questo motivo, dunque, l’assistenzialismo statalistico, tipico della Modernità, è per Meyer incompatibile sia con la libertà della persona sia con il perseguimento della virtù, risultando al contempo immorale e illiberale.

    La storia dell’Occidente a partire dalla Rivoluzione di Francia del 1789 è infatti storia della separazione virtù e libertà nella misura in cui il giacobinismo ha mirato proprio a rifare per intero la natura umana.
    Nel volume In Defense of Freedom, del 1962, Meyer definisce la libertà come l’essenza stessa dell’umano e sottolinea come gli ordinamenti politici debbano essere giudicati in misura dei contributi alla libertà personale che producono. Lo Stato deve così occuparsi esclusivamente della difesa nazionale, della conservazione dell’ordine interno e dell’amministrazione della giustizia fra uomo e uomo.

    La società e lo Stato non esistono, per Meyer, come entità ipostatiche, ma come strutture per l’uomo. E il raggiungimento della virtù non compete allo Stato, ma è compito della libertà ordinata e finalizzata, ovvero di una scelta non coatta. Come egli scrisse nel libro In Defense of Freedom, «[a] meno che gli uomini non siano liberi di essere vi-ziosi non potranno essere virtuosi».

    Patrimonio del “fusionismo”, quindi, ovvero di ogni autentico conservatorismo che non sia solo una preconcetta posizione di difesa politica e partigiana, è il patrimonio della vera eredità dell'Occidente: «la ragione che opera dentro la tradizione».

    OLTRE GLI STECCATI

    I critici del “fusionismo” sono in vero stati molti, libertarian (come Rothbard) e tradizionalisti (come Kirk), ma correttamente Fleming e Gottfried ravvisano come il “fusionismo” abbia trionfato «implicitamente persino fra i critici tradizionalisti di Meyer». Questo perché (come sempre accade in questi casi) la sua elaborazione teoretica da parte di Meyer è stato solo il momento riflesso di una realtà già ampiamente in atto prima che gl’intellettuali lo formulassero dottrinalmente.

    Fusionista era di fatto il senso, comune anche quando inavvertito, di tutti coloro che in qualche maniera reagivano all’ideologizzazione della politica e della cultura. Fusionista era il conservatorismo, al di là dei rigidi steccati che separavano corrente da corrente, scuola da scuola. Fusionista è stato di fatto un movimento di opinione che ha configurato quello che in un altro libro famoso del 1968 Meyer chiamò The Conservative Mainstream.

    Il concetto di conservatorismo mainstream si sovrappone infatti a quello di “fusionismo”. Così è stato un movimento di opinione enorme capace addirittura di far piegare su di sé la politica. Fu questo il caso di Barry M. Goldwater, a tutti gli effetti candidato “fusionista” espresso dalla coscienza mainstream del popolo statunitense che rifuggiva gli utopismi, i neogiacobinismi e i totalitarismi.

    I puristi di uno o dell’alto filone hanno storto e storcono il naso, ma la realtà di un Paese importante come gli Stati Uniti è stata questa. Anzi lo è ancora. Basta sfogliare le pubblicazioni espresse da quel movimento, frequentare i luoghi concreti o virtuali di discussione fra conservatori, dare un’occhiata agli shopping mall della rete telematica in cui si vendono i libri e le riviste di quel milieu per accorgersi di come gli schieramenti siano di fatto, e salubremente, mescolati. Le distinzioni fra tradizionalisti e libertarian, comunitaristi e individualisti, neocon, paleo e “sudisti”, pur esistenti e talora molto significative, finiscono però per rimescolarsi opportunamente in un senso comune di appartenenza che non è compromesso, bensì realismo.

    UN FUSIONISMO VERO ANCHE PER L’ITALIA

    Ora, è possibile che questo avvenga anche in Italia? È possibile una casa culturale comune degl’italiani che rivendichi, rilegga, reintepreti, insomma si riappropri dell’ethos del Paese, senza preventivamente arruolarlo sotto l’una o l'altra etichetta?
    Una casa culturale delle libertà che possa tenere assieme liberali e liberalsocialisti, tradizionalisti e individualisti, comunitaristi e red tory, secondo l’idea che sia addirittura possibile e anzi salutare dissentire dal principe, ma sempre e solo secondo la bella formula in uso in Gran Bretagna: legittima opposizione di Sua Maestà e non a Sua Maestà?
    Forse sì, ma a una condizione. E la condizione è che si smetta di pensare esclusivamente in termini di composizione di un puzzle, di giustapposizione di pezzi a se stanti, di insalata mista dove, un po’ per interesse e un po’ per necessità, si cerca di stare assieme solo perché si usa guardare altrove evitando d’incrociare gli sguardi.

    Ovvero a condizione che non ci si pensi più come rivoli diversi che confluiscano artificialmente in un unico fiume (talora ridotto a rigagnolo), ma come un corso d’acqua da cui si sono storicamente distaccati dei torrenti che hanno indebolito la portata.

    È necessario, insomma, ricomprendersi come cultura omogenea, ancorché non omologa, divisasi più per effetto della perdita dell’orizzonte che per ragioni serie. In questi ultimi anni si sono felicemente succeduti una serie di studi che per esempio permettono non di conciliare intellettualmente in un luogo virtuale della cultura, ma di rileggere soprattutto in sede storica, le origini comuni del liberalismo e del conservatorismo, del com’unitarismo e dell’individualismo. L’economia di mercato non solo è compatibile con il pensiero cristiano, ma addirittura nasce da esso. Il senso comunitarista della libertà è il medesimo, in radice, della libertà ordinata caro a quei libertarian che per esempio negli USA si definiscono “paleolibertari”.

    L’idea che in questa sede lanciamo è dunque solo una provocazione iniziale che speriamo di arricchire di contenuti e di commenti ulteriori, ma anche di contestazioni e di aggiustamenti. Ed è il contrario di ciò che a questo punto un po’ tutti si attenderebbero.

    Non lanciamo un ennesimo programma, ma il contrario stesso di un programma. Cioè lo sforzo di spingersi al di là del proprio naso e di coltivare il proprio orticello consci del suo appartenere a un giardino più vasto e rigoglioso. Lo sforzo, cioè, di smettere le etichette che gelosamente ognuno di noi difende (e talvolta con lecita e giustificata passione) per guardare oltre. Certo, non un generico richiamo a esaltare ciò che unisce invece di ciò che divide: sarebbe ancora un semplice “fusionismo” di quelli che nemmeno a Meyer piacevano. Ma piuttosto guardare a ciò che vale, contro ciò che non vale. Le nostre pagine sono a disposizione. •


    http://www.ildomenicale.it/grandetra...tradizione.pdf

    2 - fine
    SADNESS IS REBELLION

 

 

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