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    Predefinito Mahmoud Ahmadinejad al suo secondo mandato

    Mahmoud Ahmadinejad al suo secondo mandato





    Gli yankee sono rimasti col grugno spaccato nella Terra dei Due Fiumi,
    sulla quale dovevano passare come un rullo compressore e che invece
    riescono a tenere solo a prezzo di compromessi costosissimi e nella
    crescente indifferenza (se non insofferenza) dell'opinione pubblica
    mondiale, perpetuando sotto un'altra bandiera le mostruose ingiustizie
    sociali un tempo ascritte in toto alle colpe di Saddam Hussein e della
    sua élite di fiancheggiatori.
    Nell'Afghanistan invaso pare che il peggio debba ancora venire e che in otto anni la resistenza quella vera non sia stata neppure intaccata.
    In queste condizioni il giornalame ha dovuto mettere un brusco freno al trionfalismo, sia quello prodotto in proprio sia quello prodotto per i poteri di riferimento.
    Qualche mese fa il cambio di segno politico della presidenza yankee ha anche
    messo all'angolo "teocon" ed altra spazzatura "occidentalista" in
    servizio 24/7 (come dicono loro, "tutti i santi giorni" come diciamo
    noi), risparmiando al pubblico i Mel Gibson, le esegesi d'accatto sugli
    scritti di Samuel Huntington, la sbrigativa sicumera di businessmen
    alla Madoff e molti altri prodotti di una visione del mondo
    coerentissima coi tempi, che più di altre univa dilettantismo,
    cattiveria deliberata, piccineria, incompetenza, consumismo ed egoismo
    manicomiali.
    Il mutare del contesto non è certo dovuto a chissà quale fulminazione sulla
    via di Damasco: è solo l'esito forzato dei risultati pazzeschi conseguiti da otto anni di guida planetaria improntati ai criteri suddetti. Di fatto ha però imposto un certo freno all'arditezza "occidentalista", di cui rimangono comunque in giro per il mondo anche troppi alfieri, come il cadavere politico Saakashvili,
    il governo dell'entità sionista e le lobby connesse, il governo dello
    stato che occupa la penisola italiana.

    In questo contesto è avvenuta, nella Repubblica Islamica dell'Iran, la riconferma di Mahmoud Ahmadinejad alla carica di presidente, secondo l'andamento fin quiseguito che ha visto la riconferma di tutti i presidenti uscenti.
    Quattro anni fa il voto fu disertato da una grossa percentuale degli elettori,
    sfiduciati nella possibilità di un cambiamento e nelle prospettive
    stesse della Repubblica Islamica. Questa volta non è stato così, anche
    se il risultato è stato opposto a quello che l'affluenza avrebbe
    portato a pensare. Quando si presentò per il suo primo mandato,
    Ahmadinejad fu eletto di misura dopo una campagna elettorale che aveva
    impostato sulla lotta alla corruzione, sulla valorizzazione del
    contributo dato dai poveri alla sopravvivenza della Repubblica durante
    la "guerra imposta" con l'Iraq, e sulla propria fama di individuo
    modesto, schivo ed alieno da ogni ostentazione. La fama di antisemita
    di ferro, costruita in "occidente" travisando un linguaggio politico
    imbevuto di allegorie ed immagine familiari per il credente sciita
    secondo una prassi in cui si profondono quella malafede e
    quell'incompetenza che sono la vera essenza della "informazione"
    prodotta dai mass media "occidentali", è stata smentita dai fatti:
    Ahmadinejad, di cui circolano varie immagini che lo ritraggono insieme
    a rappresentanti del Neturei Karta, ha incassato addirittura il voto della comunità ebraica iraniana.
    Al di là dei brogli, che in considerazione dei risultati numerici
    avrebbero dovuto avere una portata imponente, è probabile che
    Ahmadinejad non sia stato votato solamente dagli ex combattenti, o da
    quella parte della popolazione rimasta esclusa dai benefici portati
    dalla modernizzazione del paese. Nel corso del suo mandato
    Ahmadinejad non ha ostacolato affatto la modernizzazione tecnologica ed
    infrastrutturale del paese ed ha praticamente dato fondo alle risorse
    economiche destinate alle emergenze sociali, costruite ai tempi del
    petrolio a centoottanta dollari al barile, per migliorare il tenore di
    vita degli impiegati pubblici e degli insegnanti, secondo una prassi
    che farebbe inorridire un "liberale" europeo, ma la cui logica è
    avallata dalla costituzione iraniana e dal substrato ideologico del
    fondatore della Repubblica Islamica.
    Se si scorrono i molti articoli presenti sui media mainstream in merito alla realtà della Repubblica Islamica, è facile notare che le critiche perennni che la sedicente libera stampa "occidentale" rivolge alla Repubblica Islamica ed ai suoi governanti ruotano a grande maggioranza su due argomenti cardine: la
    pena capitale ed il contrasto a determinati comportamenti di consumo.
    Sulla pena capitale c'è da chiedersi quale diritto abbia un aggregato di
    sudditi animato da un'autentica foia forcaiola nei confronti di tutto e
    di tutti, quale è quello amorevolmente accudito dai mass media che
    operano nella penisola italiana, di esprimere la propria opinione in
    merito ai metodi repressivi adoperati altrove. Un volgo che accetta
    acriticamente i campi di concentramento in corso di realizzazione, che
    idolatra l'ingiustizia sociale ed i suoi fautori e che si presta supino
    ad ogni demonizzazione dell'Altro che i politicanti decidano di mettere
    in atto, è l'ultimo a poter trarre conclusioni su contro di qualcuno.
    Il contrasto a determinati comportamenti di consumo è ammesso in società
    in cui essi comportamenti hanno, giustamente, la valenza residuale che
    deve essere loro propria. Logico che venga considerato inammissibile in
    un contesto come quello "occidentale", in cui l'utilizzo demenziale -se
    non distruttivo- delle nuove tecnologie, il consumismo fine a se stesso
    e la valorizzazione dei comportamenti mercificatori costituiscono parte
    integrante e in qualche caso primaria della vita sociale comunemente
    intesa. In queste condizioni è poco realistico pensare che con la
    lettura delle gazzette e dei materiali che ne derivano si possa
    inquadrare la realtà della Repubblica Islamica con il minimo di
    obiettività necessaria. Chi riuscisse ad assecondare il sano proposito
    di fare a meno di tutta la spazzatura che inonda edicole e televisori,
    rivolgendosi a fonti letterarie più serie, non avrebbe motivo per
    stupirsi delle apparenti contraddizioni continuamente citate da un
    mainstream per il quale è impensabile diffondere qualcosa che non sia
    improntato alla denigrazione e al suscitare odio.
    Scoprirebbe ad esempio che il fondamento della Repubblica è rappresentato dalla competenza e dalla responsabilità di coloro che sono chiamati a
    governare, dal loro sincero spirito di servizio e dal rapporto di
    reciproca fiducia che deve esistere tra governanti e governati. Un
    rapporto su cui si basa la legittimità dell'azione di governo.
    Scoprirebbe che la Guida, l'ayatollah Khamenei, è stato tra i più accesi sostenitori della diffusione di internet nel paese: il suo sito istituzionale
    Scoprirebbe che la sobrietà è imposta alla classe politica dalla costituzione, che al suo articolo 142 prevede per le massime cariche del potere giudiziario il preciso dovere di esaminare la consistenza patrimoniale
    delle più alte cariche della Repubblica, dalla Guida spirituale ai
    deputati ai ministri e quella dei loro parenti prima e dopo la durata
    della loro carica, per verificare che nessuno si sia arricchito in modo
    contrario alla legge.
    L'aneddotica sull'ayatollah Khomeini insiste sulla sua sobrietà e la regolarità della sua vita. Una condotta che l'opinione pubblica iraniana considera a tutt'oggi in modo favorevole, se si esprime in massa in favore di un Ahmadinejad che agli occhi "occidentali" spicca per il vestire dimesso (se non trasandato) e per la poca o nulla attenzione prestata alla propria immagine pubblica così come viene intesa nel pollaio starnazzante della politicanza "occidentale".
    Si facciano tutti i paragoni che si vogliono con l'osceno spettacolo dei politicanti peninsulari, uno spettacolo che l'accettazione neanche tanto tàcita da parte dei sudditi ha finito in pochi anni per far percepire come coessenziale alla loro funzione e al loro ruolo. Il furore mediatico contro la Repubblica Islamica non è assolutamente guidato da senso di umanità o da sincero interesse per le condizioni di vita della popolazione, ma dalla necessità di demonizzare qualunque prospettiva si discosti dalla dittatura del consumismo su cui ogni "occidentale" è tenuto a basare la propria esistenza, pena
    l'emarginazione di fatto. Denunciare questo stato di cose non significa
    idealizzare la Repubblica Islamica, ma restituire un minimo di
    correttezza all'ottica profondamente e scientemente deformata con cui
    essa viene presentata dal suo nascere. è ricco di contenuti e povero di spazzatura, in direzione opposta a quella delle gazzette che lo denigrano.
    _________________

    Per la Comunità Umana
    Muntzer il Sopravvissuto

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Mahmoud Ahmadinejad al suo secondo mandato

    iram cia mossad e Ned tra tulipani rose jeans e colori vari
    IRAN CIA MOSSAD e NED TRA TULIPANI ROSE JEANS E COLORI VARI
    ================================================== ==

    Chissà quale nome ha in codice e quale colore ha dato la Cia alla "rivoluzione" iraniana. In Georgia, per cacciare via Sevardnadze e mettere al suo posto Saakasvile assai più servile dell' orgoglioso ex Ministro agli Esteri di Gorbaciov, si diede vita ad una operazione denominata "Rivoluzione delle Rose". In Ucraina l'operazione Cia si chiamò "rivoluzione arancione" e si vedevano in tv enormi attendamenti di colore arancione, abitate da dimostranti vistiti di arancione, che agitavano stendardi arancione, Qui come in Georgia la ciambella riuscì con il buco ed il candidato filooccidentale ottenne la ripetizione delle elezioni e la vittoria. C'è stata una rivoluzione dei "tulipani" in Kirghizistan anche questa coronata dal successo del filooccidentale che poi si è installato al potere con il novanta per cento dei voti (non controllato da nessuno)
    Qualche ciambella però è venuta senza buco come in Birmania dove sono stati inquadrati e mobilitati i monaci buddisti contro il regime che non permette penetrazione degli interessi americani. Abbiamo anche avuto la recita dello stesso copione in Bielorussia con la rivoluzione dei "Jeans" ed in Mongolia, in Serbia, dappertutto gli americani ed i loro alleati hanno ritenuto di dover destabilizzare governi e nazioni considerati se non veri e propri stati-canaglia perlomeno non funzionali al loro dominio imperiale. In occasione delle Olimpiadi fu intensissima la mobilitazione dei seguaci del DalaiLama per avvelenare alla Cina il successo internazionale e destabilizzare il Tibet teatro di pogrom di monaci armati dalla Cia contro i civili cinesi.
    Esistono teorie e manuali su questa strategia adottata dagli Usa in alternativa ai bombardamenti ed alle occupazioni militari che a volte risultano troppo costosi. Teorici come Gene Sharp hanno scritto manuali che propongono ed analizzano le sequenze di una destabilizzazione dalla denunzia dei brogli alla disobbedienza civile elle manifestazioni di piazza agli assedi dei Parlamenti e dei Governi.
    La giustificazione dei movimenti di rifiuto del responso elettorale e di denunzia dei brogli e richiesta o di ripetizione delle elezioni o di immediato riconoscimento del leader della "rivoluzione" è sempre la stessa: difesa della democrazia e della libertà, lotta al tiranno o ai tiranni, rinnovamento in senso filooccidentale dello Stato. Se analizziamo le conseguenze che si sono registrate dove questi movimento hanno avuto successo notiamo la massiccia penetrazione di multinazionali e di interessi stranieri e la svendita delle risorse locali al mercato oligopolistico.
    In Iran l'operazione Cia-Mossad è stata eseguita da maldestre maestranze capeggiate da Maussavi. Questi, ad urne ancora aperte, si è autoproclamato vincitore e ha dato il via a violente agitazioni dei suoi seguaci con assalti ai negozi ed alle banche e falò nelle pubbliche piazze. Una vera e propria insurrezione contro il responso elettorale mancata ma che sarà ampiamente sfruttata dal potentissimo apparato massmediatico occidentale per gridare al regime che si macchia le mani di sangue e che organizza la repressione. Le urla di brogli elettorali non sono convincenti ed il broglio non viene invocato da tanti opinionisti dell'occidente che si limitano a sottolineare la delusione o la sconfitta di Obama per la riconferma di Ahmadinejad e quanto possa essere sgradevole il regime iraniano. Israele ha già ribadito al mondo intero la sua proposta di distruggere l'Iran prima che possa dotarsi di armamento nucleare e molti incitano l'Occidente a menare le mani, a liquidare l'autonomia della nazione persiana.
    Credo che questa "rivoluzione" frutto di collaudate e sofisticatissime metodologie di penetrazione e rovesciamento non riuscirà dal momento che non si potranno sfruttare situazioni come quelle date dai sentimenti antisovietici delle repubbliche caucasiche e l'Occidente è sempre più nudo e smascherato nella sua voglia di potenza e di sopraffazione.


    pietroAncona

    http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
    www.spazioamico.i


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  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Mahmoud Ahmadinejad al suo secondo mandato

    Un sondaggio americano aveva previsto la travolgente vittoria di Ahmadinejead
    PRIMO FRONTE - Iran
    Scritto da Ken Ballen e Patrick Doherty
    Lunedì 15 Giugno 2009 209
    Il “pensiero unico” della stampa occidentale incrinato dal Washington Post
    In queste ore, mentre le vie di Tehran sono percorse dal corteo degli sconfitti, la grande stampa occidentale prende e rilancia per buona ed indiscutibile la tesi dei brogli elettorali.
    Il voto del 12 giugno, che abbiamo definito uno schiaffo all’imperialismo, ha fatto male a molti: alla grande borghesia iraniana che si era raccolta attorno a Moussavi, ad Obama ed ai leaders europei, al governo israeliano.
    La sconfitta è stata netta e c’è chi vorrebbe ribaltare il risultato delle elezioni. Oggi lo stesso Ban Ki Moon, giusto per ricordarci da chi prende ordini l’Onu, è sceso in campo per mettere in dubbio la regolarità del voto.
    Non ci riusciranno, il popolo iraniano non consentirà una replica delle “rivoluzioni arancioni” promosse e sostenute dall’imperialismo.
    Ora, quando si parla di brogli si dovrebbero portare anche elementi concreti a sostegno. Cosa che invece non sta avvenendo. Non solo: lo scarto di voti tra Ahmadinejead e Moussavi è stato talmente ampio (oltre 10 milioni di voti) che discutere di ipotetici brogli appare francamente ridicolo.
    In realtà la stampa occidentale, che evidentemente aveva finito per credere alle proprie stesse menzogne, non sa capacitarsi del rovescio subito: “come si sono permessi gli iraniani di contraddire le nostre analisi? Chi credono di essere?”
    C’era però chi la verità la conosceva molto bene. Non che i sondaggi siano il Vangelo. Non che debbano essere presi per oro colato, ma qualcosa in genere sanno dire, perlomeno sulle grandi tendenze.
    Il sondaggio di cui parla l’articolo odierno del Washington Post che pubblichiamo di seguito, evidentemente riservato oltre che finanziato da un’istituzione non propriamente dedita alla beneficienza, ma neppure al sostegno dei nemici della Casa Bianca (la Rockefeller Brothers Fund) dava tre settimane fa numeri corrispondenti all’esito ufficiale uscito dalle urne iraniane.
    Il sondaggio conferma anche altri dati emersi dal voto di venerdì scorso: non solo il voto massiccio ad Ahmadinejead delle classi popolari, ma anche la sua netta vittoria nella forte minoranza azera ed il grande sostegno avuto dai giovani. Dati questi che smentiscono clamorosamente i luoghi comuni diffusi in occidente.
    L’articolo offre poi una chiave di lettura del voto ad Ahmadinejead del tutto discutibile. Ma non è questo che conta, dato che i due autori ragionano dal punto di vista degli interessi americani. Contano invece i numeri nudi e crudi del loro sondaggio elettorale, numeri che coincidono con i dati ufficiali e smentiscono nella sostanza tutti i discorsi della stragrande maggioranza dei media occidentali.
    Anche questo sondaggio, alla faccia della famiglia Rockefeller, sarà stato viziato dai demoniaci brogli di Ahmadinejead?
    la redazione

    Iran, parla il popolo iraniano
    di Ken Ballen e Patrick Doherty
    The Washington Post, 15 giugno 2009
    I risultati elettorali in Iran potrebbero riflettere la volontà del popolo iraniano. Molti esperti stanno sostenendo che il margine di vittoria del presidente in carica, Mahmoud Ahmadinejad, è stato il risultato di frodi o manipolazioni, tuttavia il nostro sondaggio dell’opinione pubblica iraniana a livello nazionale tre settimane prima del voto mostrava Ahmadinejad in testa con un margine di oltre 2 a 1 – superiore a quello con cui apparentemente ha vinto nelle elezioni di tre giorni fa.
    Mentre i servizi giornalistici da Tehran nei giorni che hanno preceduto il voto rappresentavano una opinione pubblica iraniana entusiasta del principale avversario di Ahmadinejad, Mir Hossein Mussavi, il nostro campionamento scientifico in tutte e 30 le province dell’Iran mostrava Ahmadinejad in testa di parecchio.
    I sondaggi nazionali indipendenti e non censurati dell’Iran sono rari. Di solito, i sondaggi pre-elettorali vengono condotti o monitorati dal governo, e sono notoriamente inaffidabili. Invece, il sondaggio realizzato dalla nostra organizzazione no-profit dall’11 al 20 maggio era il terzo di una serie negli ultimi due anni. Condotto per telefono da un Paese confinante, le rilevazioni sul campo sono state eseguite in Farsi da una società di sondaggi il cui lavoro nella regione per conto di ABC News e della BBC ha ricevuto un Emmy Award. Il nostro sondaggio è stato finanziato dal Rockefeller Brothers Fund.
    L’ampiezza del sostegno per Ahmadinejad era evidente nel nostro sondaggio pre-elettorale. Nel corso della campagna elettorale, ad esempio, Mussavi ha sottolineato la sua identità di azero, il secondo gruppo etnico in Iran dopo quello dei persiani, per cercare di accattivarsi gli elettori azeri. Il nostro sondaggio indica, tuttavia, che gli azeri preferivano Ahmadinejad a Mussavi nel rapporto di due contro uno.
    Gran parte dei commenti hanno rappresentato i giovani iraniani e Internet come precursori del cambiamento in queste elezioni. Ma il nostro sondaggio ha scoperto che solo un terzo degli iraniani hanno accesso a Internet, mentre, di tutti i gruppi di età, quello dei giovani fra i 18 e i 24 anni comprendeva il blocco di voti più forte a favore di Ahmadinejad.
    Gli unici gruppi demografici nei quali Mussavi era in testa o competitivo rispetto ad Ahmadinejad, secondo i risultati del nostro sondaggio, erano gli studenti universitari e i laureati, e gli iraniani con la fascia di reddito più alta. Quando è stato realizzato il nostro sondaggio, inoltre quasi un terzo degli iraniani erano ancora indecisi. Tuttavia, le distribuzioni di riferimento che abbiamo trovato allora rispecchiano i risultati riferiti dalle autorità iraniane, il che indica la possibilità che il voto non sia il prodotto di frodi diffuse.
    Alcuni potrebbero argomentare che il sostegno dichiarato per Ahmadinejad da noi rilevato riflettesse semplicemente la riluttanza degli intervistati impauriti a fornire risposte oneste ai rilevatori. Tuttavia, l’integrità dei nostri risultati è confermata dalle risposte politicamente rischiose che gli iraniani erano risposti a dare a un sacco di domande. Ad esempio, quasi quattro iraniani su cinque – compresa la maggioranza dei sostenitori di Ahmadinejad – hanno detto di voler cambiare il sistema politico per avere il diritto di eleggere la Guida Suprema, che attualmente non è soggetta al voto popolare. Analogamente, gli iraniani hanno definito libere elezioni e una libera stampa come le loro priorità più importanti per il governo, praticamente alla pari con il miglioramento dell’economia nazionale. Non propriamente risposte "politically correct" da esprimere pubblicamente in una società generalmente autoritaria.
    Anzi, e coerentemente in tutti e tre i nostri sondaggi nel corso degli ultimi due anni, più del 70 % degli iraniani si sono detti favorevoli a dare pieno accesso agli ispettori sugli armamenti, e a garantire che l’Iran non sviluppi o possieda armi nucleari, in cambio di aiuti e investimenti esterni.
    E il 77 % degli iraniani era favorevole a rapporti normali e commercio con gli Stati Uniti, un altro dato in accordo con i nostri risultati precedenti.
    Gli iraniani considerano il loro sostegno a un sistema più democratico, con rapporti normali con gli Stati Uniti, in armonia con il loro appoggio ad Ahmadinejad. Non vogliono che lui continui con le sue politiche intransigenti. Invece, gli iraniani apparentemente considerano Ahmadinejad il loro negoziatore più tosto, la persona meglio posizionata per portare a casa un accordo favorevole – una sorta di Nixon persiano che va in Cina.
    Le accuse di frodi e manipolazioni elettorali serviranno a isolare ulteriormente l’Iran, e probabilmente ne aumenteranno la belligeranza e l’intransigenza nei confronti del mondo esterno. Prima che altri Paesi, compresi gli Stati Uniti, saltino alla conclusione che le elezioni presidenziali iraniane sono state fraudolente, con le conseguenze serie che accuse di questo tipo potrebbero portare, essi dovrebbero valutare tutte le informazioni indipendenti. Potrebbe darsi semplicemente che la rielezione del presidente Ahmadinejad sia quello che voleva il popolo iraniano.

    Ken Ballen è presidente di Terror Free Tomorrow: The Center for Public Opinion, un istituto senza fini di lucro che si occupa di ricerche sugli atteggiamenti nei confronti dell’estremismo. Patrick Doherty è vice direttore dell’American Strategy Program presso la New America Foundation. Il sondaggio condotto dai due gruppi dall’11 al 20 maggio si basa su 1.001 interviste in tutto l’Iran, e ha un margine di errore di 3,1 punti percentuali.

    (Traduzione di Ornella Sangiovanni – Osservatorio Iraq))


    Un sondaggio americano aveva previsto la travolgente vittoria di Ahmadinejead

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Mahmoud Ahmadinejad al suo secondo mandato

    LEGGERE - LEGGERE - LEGGERE-

    «Ma per battere la nuova destra
    serve un vero progetto politico»

    Guido Caldiron
    «La vera sfida credo sia rappresentata dalla capacità che avrà questo movimento di produrre propri leader e un proprio chiaro progetto politico. Al momento anche lo stesso Moussavi non sembra in grado di poter rappresentare le attese e il portato di questa mobilitazione e poter rispondere all'offensiva della nuova destra che è cresciuta nel paese negli ultimi anni». Già fra i quadri dirigenti della sinistra iraniana in esilio, Bijan Zarmandili, nato a Teheran nel 1941, vive nel nostro paese dal 1960. Giornalista e studioso di politica mediorientale, Zarmandili ha pubblicato saggi e biografie su Mohammad Mossadegh e l'Ayatollah Khomeini e alcuni romanzi, La grande casa di Monirrieh (Feltrinelli, 2004), L'estate è crudele (Feltrinelli, 2007) e Il cuore del nemico pubblicato recentemente da Castelvecchi & Cooper (pp. 160, euro 13,50).

    Già in altri momenti il paese era stato scosso da manifestazioni di protesta, eppure la mobilitazione di questi giorni, per numeri e radicalità, non sembra paragonabile a nulla di quanto si è visto a Teheran dopo la Rivoluzione del 1979. Cosa ne pensa?
    In effetti è così, anche se già nel 1999 e nel 2000 c'erano state delle manifestazioni molto ampie, con molti arresti e anche con morti e feriti. Il movimento studentesco si era esteso allora a quasi tutte le università iraniane. La grande differenza con quanto sta avvenendo oggi riguarda la composizione della piazza. Infatti non si tratta soltanto di un movimento di studenti ma di una mobilitazione che coinvolge diversi settori della società iraniana: ci sono le donne, i giovani lavoratori, la classe media. A scendere per le strade è quell'elettorato deluso dall'esito del voto che intende ribadire le proprie ragioni per una profonda riforma del paese. C'è poi un altro aspetto di cui si deve tener conto. Nel 2000 c'era un intelocutore per il movimento degli universitari, il presidente Khatami che era stato eletto nel 1997 ed è rimasto in carica fino al 2005. Khatami era arrivato alla presidenza sulla scorta di una spinta al cambiamento, anche se poi ha finito per deludere molte delle aspettative che erano riposte in lui. Oggi invece il vero dramma della situazione è che di fronte a questo vasto movimento che continua ad allargarsi nel paese non c'è nessun valido interlocutore nel potere.

    Quale che sia l'esito reale delle elezioni, sembra evidente come stia cambiando la geografia sociale del voto. Durante la campagna elettorale si è parlato molto dello spostamento della "borghesia del bazar" e dei consensi femminili verso il candidato riformista. Si è rotta quell'alleanza nella società iraniana che aveva fatto da sfondo alla Rivoluzione?
    Anche solo restando ai dati fin qui emersi dal voto, vale a dire a quel 30% dell'elottorato che ha sostenuto Moussavi, una percentuale non trascurabile in un paese così controllato come è l'Iran, possiamo affermare che il cambiamento in atto è di proporzioni enormi. La società iraniana di oggi non ha niente a che fare con quella del '79. All'epoca c'era da rimuovere una dittatura legata a una monarchia, oggi le cose sono molto diverse. Il vero problema con cui ci si misura oggi è come modificare la leadership che è stata espressa dalla Rivoluzione, quella teocrazia sciita che ha progressivamente esteso il proprio potere a tutti gli organi della Repubblica. Anche perché nel frattempo, accanto a questa teocrazia, si è fatta largo una nuova casta di potere formata dai militari, dai pasdaran, dai basigi, i membri della milizia popolare, cresciuta durante gli anni della guerra con l'Iraq. Una generazione cresciuta nelle trincee che, a guerra finita, ha reclamato il proprio spazio ai vertici del paese e ha trovato negli ultimi anni rappresentanza nella candidatura Ahmadinejad. Quindi il cambiamento è stato significativo, ma non ha riguardato soltanto la "base sociale" delle forze riformiste.

    Negli ultimi anni si ha avuto l'impressione che la società iraniana crescesse a un ritmo molto più forte della sua politica e che interi settori sociali non trovassero più rappresentanza, se non all'inizio della presidenza Khatami. Oggi siamo di fronte a uno snodo decisivo di questa sorta di evoluzione separata o nemmeno i candidati riformisti sono più in grado di offrire un'alternativa?
    In effetti, durante gli otto anni della presidenza di Khatami, molte cose sono cambiate in Iran, si è sviluppata una società civile, sono cresciute speranze di cambiamenti concreti, dibattiti e confronti. Sono nati nuovi giornali, una forte crescita culturale di cui lo sviluppo del cinema iraniano è il segnale più evidente che è arrivato in tutto il mondo. Tutto questo ha cambiato la società iraniana durante la presidenza di Khatami, ma non ha cambiato per niente il regime politico che subiva nel frattempo la pressione della nuova destra cresciuta al fronte. Lo stesso Khatami non è riuscito ad affrontare queste forze reazionarie e perciò le attese di chi lo aveva sostenuto hanno finito per essere frustrate. Perciò ancora oggi lo sviluppo conosciuto dal paese deve tener conto di una élite politica che non lo rappresenta.

    Tra i riformisti si parla di brogli, mentre la Guida suprema Khamenei celebra la vittoria di Ahmadinejad. Come si potrà concludere il braccio di ferro in corso a Teheran?
    Khamenei non poteva che riconoscere l'esito del voto, anche perché sa bene che il successo dell'attuale Presidente è frutto di una campagna capillare e del successo della sua politica populista. Perciò al momento credo che la richiesta di ripetere le elezioni non possa condurre a nulla di concreto, ma solo al muro contro muro. E il rischio è che si scateni una repressione molto dura e profonda da parte di Ahmadinejad. Piuttosto, evocare un nuovo voto serve in questo momento a saggiare le intenzioni del potere e vedere quali intenzioni ha davvero.


    16/06/2009LIBERAZIONE


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    Muntzer il Sopravvissuto

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    Predefinito Riferimento: Mahmoud Ahmadinejad al suo secondo mandato

    LEGGERE - LEGGERE - LEGGERE

    Sara Volandri
    Sono scesi in piazza in centinaia di migliaia, per gli organizzatori oltre due milioni (e stando alle immagini "oceaniche" che provengono da Teheran il calcolo è verosimile); nonostante il pugno di ferro e la censura del regime, hanno sfidato il rieletto Mahmoud Ahmadinejad, chiedendo a gran voce la ripetizione di un voto macchiato a loro avviso dal sospetto di pesanti irregolarità e brogli.
    Il "popolo di Mir Hossein Mousavi" ha così risposto massiccio all'appello del leader riformista, sfidando apertamente il blocco di potere, le minacce dei pasdaran (il corpo paramilitare dei guardiani della Rivoluzione, specializzato nella repressione del dissenso interno) e il rischio di finire in prigione. La folla, composta in gran parte da giovani e giovanissimi ma anche da molte donne, ha scandito slogan durissimi contro il capo di Stato, dal gettonatissmo "Ahmadinejad non è il mio presidente", al bellicoso "Morte al dittatore", fino al suggestivo"Preferiamo la morte all'umiliazione".
    «Il voto del popolo è il nostro bene più importante, più di me stesso e di qualsiasi altra persona», ha detto Mousavi alla muraglia umana che ha riempito la centralissima piazza della Rivoluzione. Gli ha fatto eco la combattiva consorte Zahra Rahnavard, figura chiave della campagna elettorale, che ha utilizzato parole ancora più esplicite di quelle del marito: «E' stato un voto truccato, ma non s'illudano, noi resisteremo fino alla fine». Purtroppo, sulla falsariga di quanto accaduto nei giorni scorsi, non sono mancati gli episodi di intimidazione. Secondo un fotografo della Associated press, alcuni miliziani governativi hanno aperto il fuoco contro i manifestanti e ci sarebbe almeno una vittima. Per contro, alcuni gruppi di oppositori hanno iniziato a innalzare barricate nel centro di Teheran: si teme una nuova ondata di scontri con le inevitabili retate della polizia che solitamente scattano nella notte.
    Alla gigantesca manifestazione di ieri, una delle più imponenti di sempre riferiscono i media iraniani (senza lesinare sui paragoni con le mostruose adunate che nel '79 portarono al crollo del regime dello Sha Reza Palevi), hanno partecipato anche l'ex capo di Stato Mohammed Khatami e il moderato Mehdi Karroubi, candidato minore alle presidenziali della scorsa settimana. Ufficialmente Mousavi, Khatami e Karroubi hanno deciso di scendere in piazza per invitare la popolazione alla calma e per evitare i possibili scontri con la polizia, ma va da sé che la loro è in primo luogo una prova di forza e di pressione sulle alte sfere della Repubblica sciita affinché vengano invalidate le presidenziali del 12 giugno, stravinte al primo turno da Ahmadinejead con trenta punti di distacco sul suo sfidante principale.
    Sono proprio le dimesioni del successo del presidente che non convincono affatto i sostenitori di Mousavi; le cifre del consenso ricevuto da Ahmadinejad contraddicono l'altissima affluenza alle urne, soprattutto nella loro aipica distribuzione geografica. Ad esempio Mousavi è andato molto male nei suoi feudi, in particolare nelle province azere (non dimentichiamoci che il leader riformista è di origine azera), mentre Ahmadinejad ha avuto percentuali molto alte nella città di Teheran, dove la borghesia metropolitana e le élites culturali ed economiche del Paese votano storicamente in massa per i candidati riformisti. Probabilmente non si sparà mai se e quanto le presunte irregolarità abbiano condizionato il voto di venerdì scorso, ma senza le pressioni della piazza la questione sarebbe stata archiviata nel silenzio e nella frustrazione della società civile.
    In tal senso la gigantesca manifestazione come primo effetto ha aperto una crepa tra i dignitari iraniani. Infatti la guida suprema l'ayatollah Alì Khamenei, il vertice assoluto del potere in Iran, è stato costretto a dare credito alle rimostranze di Mousavi, ordinando l'apertura di un'inchiesta sulle elezioni per verificare se le accuse di brogli avanzate dall'opposizione siano fondate.
    La prima risposta dovrebbe arrivare dal Consiglio dei guardiani (l'architrave costituzionale della teocrazia sciita) entro una decina di giorni, anche se i seguaci del campo riformista non sembrano nutrire grandi speranze sull'imparzialità politica del Consiglio. In ogni caso la lotta continua.


    16/06/2009Liberazione

    Per la Comunità Umana
    Muntzer il Sopravvissuto

 

 

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