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    Post America, Europa. Una lunga, insanabile guerra di religione

    Di Sergio Gozzoli - Numero 50 del 01/10/2000



    Chi osservi oggi la realtà politica mondiale si vede inesorabilmente offrire, preponderante e dominante su tutti gli altri, lo spettacolo del mondialismo omologatore.
    Molti paesi di rilievo, di grande storia e di forte prestigio, hanno perso sovranità. È compressa, in qualche caso in modo assoluto, la capacità dei popoli di darsi le forme politiche che vogliono e scegliersi le alleanze che credono. Si smorzano i legami con le tradizioni, si sfilacciano le radici nella propria storia, si intorbidano e si disfanno nei grandi eventi migratori le identità nazionali, si assottigliano e si smembrano le famiglie, cade la natalità in concorso con l'aborto legale, si snatura la lingua infiltrata di termini inglesi, degenerano i costumi col suicidio della dignità virile, con la morte della femminilità, con lo spengersi del rispetto pei vecchi, con le ferite all'innocenza infantile. Spariscono gradualmente i dialetti, e si uniformano i gusti alimentari. Tutto - ma realmente tutto - dalla cultura scolastica all'abbigliamento, all'uso delle bevande, si americanizza.

    Ma di dove nasce, il processo di mondializzazione?

    Tutto muove, in sostanza, da una iniziativa politica: i vertici americani - sospinti dalla grande finanza. bancaria che li plasma e li controlla - mirano ad assoggettare il maggior numero di Paesi alle esigenze dei propri interessi.

    È un lungo processo, iniziatosi secoli fa tra i banchieri cosmopoliti intorno agli interessi britannici, ma consolidatosi poi in Nordamerica dopo la prima guerra mondiale, che tende oggi a creare una forza di pressione planetaria, giuridica e morale, sulle stesse problematiche interne dei vari Stati del mondo.

    Di tutti gli Stati, con due eccezioni fondamentali: gli USA e Israele. Chi può ritenere oggi che i confini di Israele, e la sua stessa struttura sociale, possano in qualche misura ricordare quelli italiani, o olandesi, o francesi, o tedeschi?

    Perché non provano oggi i curdi, o gli albanesi, o i magrebini, a sbarcar da nave o da gommone sulle spiagge di Israele? Verrebbero affondati, profughi a bordo, a migliaia di metri dalla costa. Il buonismo non attecchisce, nei due Paesi liberi e sovrani.

    Il resto del mondo, comunque, si sta americanizzando: se non sempre in termini politici, quantomeno in termini di costume e di comportamenti.

    Ma come può essere, per i Nordamericani, tanto facile esportare nel mondo la propria cultura e il proprio costume? Esiste in America una United States Information Agency (U.S.I.A.) che tiene sparsi per il mondo cinquantamila funzionari - con un bilancio annuo di miliardi di dollari - allo scopo ufficiale di «influenzare le opinioni e le attitudini del pubblico estero in modo da favorire le politiche degli Stati Uniti d'America». Ed esiste ancora, in America, una grande macchina di produzione cinematografica, ispirata e gestita da produttori prevalentemente ebrei, che ha da sempre il compito di dilatare nel mondo l'immagine del «miracolo americano».

    Se nelle nostre reti radiofoniche o sui nostri canali televisivi ci vengono quotidianamente imposte musiche americane, e nelle nostre sale cinematografiche dominano pellicole americane, quali rapporti sussistono fra i bilanci dell'U.S.I.A. e i responsabili delle scelte italiane? Quali sono in Italia i responsabili - pubblici e privati - di queste decisioni? Si tratta talvolta di film inconsistenti, carichi di istigazioni al disordine familiare o a comportamenti abnormi, che vengono con facilità esaltati dalla critica italiana. E la scelta sempre più frequente, in campo medico - sia scientifico che pratico - di termini e sigle anglossassoni, quanto è connessa a questo fenomeno?

    È del resto una linea che fu esplicitamente enunciata dal Presidente Roosevelt: «Americanizzare il mondo è il nostro destino».

    Così gli USA, che dalla loro nascita hanno scatenato oltre duecento conflitti, che dall'Europa all'Asia hanno coperto di bombe centinaia di Paesi senza mai riceverne una come risposta, che sono i tutori indifferenti della pena di morte, che hanno praticato l'unico vero genocidio degli ultimi duemila anni - quello dei Pellerossa - che hanno seminato l'intero mondo di rivolte militari, sommovimenti di piazza, congiure di palazzo, sono riusciti, grazie alla loro U.S.I.A. e alla campagna ipocrita del loro cinema, a crearsi presso centinaia di popoli un'immagine esattamente opposta a quella reale: essi sarebbero la società che ambisce la pace, che venera la libertà, che adora la giustizia nel mondo.

    È irrilevante che decine di milioni di cittadini americani vivano senza una casa, che non più del 25-27% dei votanti esercitino il proprio diritto, che il 50% della smisurata ricchezza nazionale sia controllata da un solo 5% dei cittadini, mentre l'altra metà è mal distribuita nel restante 95%; così com'è irrilevante l'alto numero di aggressioni militari condotte per mero interesse economico o di potere contro Paesi senza difesa, e che la cultura americana di fondo spinga l'affamato, il misero, il vinto ad accusare sempre se stesso come colpevole unico, lasciando ogni volta riscattata, integra e nobile la società del Dollaro onnipotente.

    Questa è la realtà sociale e culturale americana, con tutte le sue possibili influenze indirette sulla situazione politica mondiale, che l'America egemonizza con la propria smisurata superiorità finanziaria, aeronavale e nucleare.

    Una egemonia che le classi dirigenti dei Paesi europei - piegati insieme al Giappone da oltre mezzo secolo di occupazione militare americana - tollerano con benevolenza, o addirittura assumono come componente del proprio programma politico di fondo, contro il fondamentale interesse presente e futuro dei popoli che essi governano.

    Eppure, oggi che il mondialismo ha lanciato la grande campagna planetaria della globalizzazione - che significa tutto il potere alle multinazionali e quindi alle grandi banche che le controllano attraverso le azioni e i giochi di Borsa - i popoli hanno ricominciato, partendo proprio dagli Stati Uniti, a risollevare la testa.

    Mentre all'inizio, e da decenni, era la cosiddetta destra estrema a denunciare ai popoli prima l'oscuro disegno e infine l'arrogante enunciazione del programma mondialista, oggi, a protestare contro la globalizzazione è soprattutto una sinistra verde ed ecologista insieme alla sinistra estrema, che in diversi Paesi del mondo sono scese clamorosamente in piazza.

    Al contrario, la sinistra ufficiale, che significa in questi anni i Governi dei maggiori Paesi europei, ha scelto contro la sua eterna tradizione - tradendo quindi con vergogna la propria intera storia - di farsi la più ardente zelatrice di tutti gli interessi americani, dal mondialismo alla globalizzazione, da Israele alla NATO, dall'anti-islamismo allo strangolamento di Saddam, dalla rinuncia alle sovranità nazionali all'abbandono dell'Africa, fino alla politica delle immigrazioni.

    E tuttavia le due diverse forme di opposizione, anche se l'antagonismo alla globalizzazione è comune, non hanno alcuna capacità sostanziale di intendersi - soprattutto per la persistente anima di antifascismo che per consuetudine nutre la sinistra radicale internazionalista, su gran parte della quale esercita una pesante ipoteca psicologica lo spirito filogiudaica.

    Ma al di là delle posizioni di intellettuali e militanti in diversi Paesi del mondo, al di là dei fermi contrasti dichiarati di molte delle maggiori Chiese - per prima la cattolica - al di là delle larghe opposizioni popolari in tutto il grande Islam, si frappone ancora, dai farneticanti progetti americani e sionisti alla loro pratica realizzazione sul pianeta, un ostacolo profondo e insormontabile: la naturale, abissale diffidenza di civiltà fra l'America e l'Europa.

    L'America (te] Nord prese esistenza e forma sostanziale per opera di coloni britannici - sconfitti in Patria da forze monarchiche e anglicane - che lasciarono le proprie terre col loro credo calvinista: in parte esuli, in parte proscritti.

    Tutte le sette calviniste - puritani, quaccheri, presbiteriani, ugonotti, riformati olandesi, valdesi - non ostentano, nei confronti del denaro, l'atteggiamento tipico delle altre Chiese cristiane, dalla cattolica alla luterana all'anglicana all'ortodossa: la diffidenza istintiva per l'amore della moneta e la condanna totale e sprezzante del fenomeno dell'usura.

    Chiunque sia cresciuto - credente o meno - nell'ambito di una cultura cristiana, tende a considerare il successo economico come appartenente ad un mondo inferiore rispetto a quello più nobile delle conquiste dello spirito, e giudica sempre in qualche misura peccaminoso il guadagno ottenuto attraverso l'usura. Usuraio, in tutte le nostre lingue, non è un epiteto rassicurante.

    A differenza dunque di tutti gli altri cristiani, il calvinista crede che l'uomo sia predestinato alla salvezza o alla dannazione eterne da una scelta che Iddio conosce. Una scelta della quale Egli dà giustificazione in vita all'eletto garantendogli il successo economico, comunque esso sia stato conseguito: di qui, la più compiuta approvazione per il guadagno ottenuto secondo la pratica dell'usura.

    È infatti dopo la Riforma, che alle antichissime famiglie presta-denari costituite in gran parte da ebrei si associano le prime banche fondate da calvinisti olandesi, svizzeri, francesi, inglesi.

    Al povero, la miseria conferma la sua perdizione perpetua, e ai suoi peccati non è concesso il perdono: è questo il nucleo fondamentale della cultura e quindi della psicologia americana, che non ha mai offerto il destro, nei secoli, alle masse dei meschini la capacità di pretendere un minimo di sicurezza e di giustizia sociale nella terra più ricca del mondo.

    È una nuova realtà culturale che nasce nei secoli fra il 1500 e il 1800 - col calvinismo, col capitalismo bancario, col razionalismo filosofico, con la Massoneria, con la rivoluzione borghese laica e antisacrale, con la democrazia formale - che genera la mentalità americana centrata sull'immagine individualista dell'uomo che cerca da sé la verità, in un rapporto diretto e personale con Dio - un uomo nemico di ogni antica tradizione, di ogni socialità, di ogni gerarchia che non sia fondata sul denaro.

    È un mondo senza un passato, che non riconosce né Terra né Comunità come fonti del proprio destino. Decine di popoli diversi giunsero negli Stati Uniti a piccoli gruppi separati e in tempi diversi, ognuno con le sue connotazioni, col suo Dio, con la sua identità biologica, a costituire insieme la più complessa entità multietnica del mondo: europei occidentali, scandinavi, mediterranei, slavi, ebrei, levantini, asiatici, negri, ispanici, con le loro particolari consuetudini, con la loro cucina, con le loro inclinazioni, a convivere nella stessa città, nello stesso quartiere, nella stessa strada.

    Sovrapposizioni razziali e nazionali, culturali e sociali che alimentano odi non spenti e tragiche tensioni a vibrare nel corpo di una società che non ha un Dio perché ne tollera troppi, che vede scaduta la famiglia in tutti i gruppi razziali, che non riconosce diritti reali a chi non ha dollari in tasca, che non possiede una cultura se non nella macchina di mistificazioni del cinematografo, che dall'aborto alla pena di morte ai blocchi aereonavali di interi Paesi pratica la violenza più cinica.

    È una realtà che nasce con la rivolta anti-britannica, innescata ed esplosa sotto la protezione delle reti massoniche. Sono infatti massonici i simboli della nuova Unione di stati, come sono massonici i simboli e le scritte sulla loro nuova moneta.

    Dietro i rivoltosi stanno la crescente, ricca borghesia americana e francese, gli enciclopedisti di Francia, Voltaire e Rousseau, le società di Libero Pensiero, la montante marea dell'Illuminismo che si estende nel mondo e domina alcune Corti europee.

    Queste realtà, per quanto vincenti e rigogliose, subivano però in Europa l'urto delle forze tradizionali, popolari e nazionali - che entro pochi anni avrebbero prodotto la Vandea, le rivolte contadine tirolesi, venete, toscane e romagnole, i Lazzaroni del Sud, la guerriglia spagnola - contribuendo così ad alimentare e gonfiare il già preponderante revanscismo anti-europeo dei ribelli repubblicani e massoni d'America.

    Questo revanscismo anti-europeo ebbe la sua prima vittima nella Confederazione del Sud, prevalentemente anglicana e in parte cattolica - in quel conflitto che Gianantonio Valli chiama la Prima Guerra laica di religione - che per il mondo WASP (1) americano era troppo europea per essere tollerata nel Nuovo Mondo.

    In Europa intanto, sempre protetta dalla Massoneria illuminista e dalle banche internazionali, alla vincente rivoluzione americana seguì quella francese. Ma dopo i trionfi di Napoleone, commesso viaggiatore della rivoluzione ma nel segno di una restaurazione monarchica, le armate nazionali austro-ungariche, prussiane, russe, inglesi, stroncarono l'ascesa politica della rivoluzione borghese nel nostro continente. E insieme all'aspetto politico della rivoluzione, venivano sostanzialmente sconfitti il calvinismo, il razionalismo filosofico, la Massoneria illuminista.

    Tutte queste forze, vinte dalle risorse profonde dell'antica civiltà europea - tradizionalista, comunitaria, gerarchica - per poter coltivare ancora il sogno di conquistare l'Europa e il mondo, non ebbero altra scelta che quella di raccogliersi in America.

    Qui, l'assenza di un terreno storico-ereditario, la prodigiosa ricchezza della terra, l'incapacità di difesa delle popolazioni autoctone favorirono la rapida crescita di una grassa società borghese fondata su quei valori che l'Europa aveva appena respinto.

    Così il razionalismo filosofico, l'individualismo esasperato, l'usura bancaria, la demoplutocrazia, la rivoluzione del costume trovarono in Nordamerica la loro roccaforte naturale, base di riorganizzazione e di rivincita degli sconfitti d'Europa.

    Dal 1776, anno della loro nascita, gli Stati Uniti d'America hanno offerto al mondo la strapotente carica della propria vitalità economica e militare invadendo il Pacifico fino alle Marianne e alle Filippine, cancellando dalla terra le tribù pellerossa, dominando il Centroamerica fino a Panama e cacciandone la Spagna, presentandosi col proprio esercito in Europa nel corso delle due Guerre Mondiali - e la seconda volta occupandola, al pari del Giappone, con forze tuttora presenti dopo oltre mezzo secolo - ed egemonizzando il pianeta con la propria potenza nucleare e finanziaria.

    Ma in termini di contributo alla civiltà del mondo, che cosa ci hanno dato? Ci hanno certo trasmesso gli esempi del loro costume: edonismo, lassismo sessuale, femminismo, promiscuità, gangsterismo, corruzione, violenza estrema, droga, prepotenza, cinismo, ipocrisia - la vita intesa come rincorsa individuale al proprio benessere fisico e sociale nella comunità opulenta dei pochi.

    È un mondo senza nobili e senza popolani, quindi senza regole e senza rispetto. Un mondo che ci ha imposto le proprie mode: le sue musiche, le sue danze, le sue rumorose feste dalle luci smargiasse, i suoi grattacieli, la sua rincorsa alla produzione e al consumo, il suo cinematografo nato e controllato dagli ebrei, le sue carte di credito. E le sue banche, nuove cattedrali senza Dio, insieme alle sue carceri, nuove università per la perpetuazione del suo costume giovanile.

    Ma in termini culturali, chi ha prodotto l'America che possa ricordare agli uomini Omero, i grandi filosofi greci, Tucidide, Virgilio, Tommaso d'Aquino, Dante, Machiavelli, Leonardo, Michelangelo, Vico, Shakespeare, Goethe, Voltaire, Wagner, Nietzsche, D'Annunzio, Gentile? E chi non fu importato dall'Europa, dei suoi uomini di scienza?

    L'unico grande - sicuramente il sommo poeta del secolo, Ezra Pound - nacque certo negli USA, ma li abbandonò ancora giovane. Egli fece dell'Europa la sua Patria, scegliendo infine di vivere in Italia. Fu fascista convinto - piaccia o non piaccia ai «revisionisti» democratici delle genialità del fascismo, che tentano di ridurre la pienezza della loro adesione ideale - e venne imprigionato dagli Americani dopo il crollo della R.S.I.: chiuso in una gabbia in mezzo ai propri escrementi venne tenuto a Coltano, e poi trascinato in America, dove senza diagnosi né condanna giuridica fu buttato in un manicomio criminale. Quando ne uscì dopo tredici anni, tornò in Italia, e pubblicò i suoi Cantos con un commosso ricordo alla grandezza di H. ed M. - Hitler e Mussolini - gli unici nel mondo ad aver fatto qualcosa contro l'Usura - che egli chiamava proprio così, USURA.

    E in Italia morì, per esservi sepolto, dopo una splendida intervista a Pasolini nella quale non pronunciò una parola contro le posizioni politiche della sua vita. Morì da fascista - da fascista «di sinistra», come dichiarò dopo il manifesto di Verona della R.S.I. E morì senza pentirsi, come Hamsun e come Mosley, come D'Annunzio e Marinetti, come Primo Antonio De Rivera e Brasillach, come Gentile e Cèline. E scelse di morire da europeo, giacché a questa civiltà egli apparteneva per intero e con tutte le sue fibre fisiche e morali.

    Ezra Pound, nemico mortale di Usura, sarebbe stato nemico naturale del mondialismo e della globalizzazione. Che è poi la stessissima cosa.

    Quando e come nacque, invece, la civiltà europea?

    Nel corso dei millenni precedenti l'antichità classica - con l'apogèo della Grecia, col rapido fulgore di Alessandro, con la grandezza romana - i popoli indoeuropei cominciarono a crescere e a muoversi dalla loro sede originaria - da qualche parte, là, fra l'Europa e l'Asia-con un movimento migratorio che li condusse, barbari ancora ma dominatori, verso tutte le distanze del mondo.

    Alcuni si confusero coi mongoli, generando gruppi di incrocio - le popolazioni uraloaltaiche e quelle turche - altri giunsero fino al grande Nord, alla Scandinavia, altri ancora arrivarono all'India, all'Afghanistan, all'altopiano iranico. Ma i più mossero verso l'Europa.

    Nei popoli che giunsero al Nord, dove la pelle chiara assorbiva meglio i raggi ultravioletti e quindi garantiva uno scheletro più alto e più forte, le lunghe generazioni senza casa e con scarsi indumenti nel freddo fecero prevalere i biondi con gli occhi chiari: i bruni morivano bimbi, o crescevano rachitici senza raggiungere l'età per procreare. Al contrario, in quelli che vissero per lunghe generazioni al Sud, i ragazzi di pelle scura e occhi bruni reggevano meglio il sole e il caldo nella loro vita da nomadi, e generarono molti più figli dei biondi o dei rossi di pelle bianca. Nei popoli che scelsero un percorso di mezzo, prevalsero nei millenni caratteri intermedi o misti. Questo naturalmente finché non cessarono di essere nomadi cacciatori, e la prima forma di civiltà come allevatori o agricoltori non garantì a tutti un tetto occasionale sopra la testa - oltre ai pasti fissi quasi tutti i giorni.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Da allora, i caratteri genetici rimasero pressoché stabilizzati nel pool ereditario dei vari popoli, e la selezione naturale smise di operare sui loro caratteri fisici esterni.

    Ma le doti interiori di carattere, l'aggressività, la razionalità, l'amore d'avventura, la passione per le inquiete distese d'acqua e per le estreme distanze, così come la concezione eroica della vita, l'accettazione del tragico, il senso del sacro, il rispetto della dignità virile, la venerazione dell'età, la tutela dell'innocenza infantile, la dura difesa della propria libertà in una struttura sociale gerarchizzata, restavano essenziali e dominanti in ogni loro gruppo etnico.

    Primi nella storia furono gli Hittiti, che si insediarono fra Turchia e Medio Oriente dal 1900-1800 a.C. a scontrarsi con gli Hurriti, i Cassiti, i Babilonesi, gli Assiri, gli Egizi. Erano guerrieri, per i quali, come poi lungo i millenni per tutti gli altri popoli indoeuropei, l'amore fondamentale per la libertà degli uomini di rango generò Re primi inter pares fra i signori della guerra. All'inizio del 12° secolo, l'improvvisa calata dai Balcani dei cosiddetti «popoli del mare» - che investirono Grecia, Asia Minore, Egitto, Siria, e che lasciarono coi Filistei e coi Sardana il proprio nome alla Palestina e alla Sardegna - spense il termine hittita dalle pagine di storia. Rimangono solo nell'alta Siria, per qualche secolo, i cosiddetti neo-hittiti.

    Intanto, altre popolazioni indoeuropee avevano raggiunto la Grecia e le isole prospicienti l'Asia Minore: gli Achei e gli Ioni. Si sovrapposero e si confusero con le popolazioni mediterranee pre-arie, mantenendo la propria identità civile e politica che in parte trasmisero ad altri, ma subendone sostanzialmente la concezione religiosa. Era una concezione di tipo matriarcale, che dominava da sempre Medio Oriente e Mediterraneo, e che proveniva da società nelle quali la famiglia era inesistente: la comunità era costituita solo da donne coi propri figli, mentre gli uomini erano lontani per la caccia e l'incontro fra i due sessi era occasionale al loro ritorno. La Dea Madre - coi diversi nomi delle varie mitologie - è insieme regolatrice e capricciosa, e alla sua incerta volontà è affidato come in un gioco il destino dell'uomo, che non è mai soggetto libero nelle scelte contro il Cosmo e gli eventi, ma oggetto di istintive velleità imperscrutabili che salgono dal cuore della Terra.

    Gli Achei e gli Ioni erano guerrieri e navigatori: attraverso i popoli preindoeuropei del Mediterraneo assunsero l'eredità della civiltà minoica di Creta, e nelle rocche della loro nuova potenza posero le basi di una propria civiltà, quella micenea.

    Ma su di loro, misti in parte ad elementi illirici, calarono improvvisamente i Dori. Affini a Ioni e ad Achei, ricevettero anch'essi ben presto l'impronta della elevata cultura micenea. Ma la forza del loro mondo interiore non consentì cedimenti alla propria visione di vita, virile, naturalistica, realistica. È una concezione razionale e matura della realtà naturale, della quale l'uomo è parte integrante e nella quale egli accetta e sfida le tragiche scelte della Sorte. Accanto e sopra di lui vivono e agiscono gli dèi come alti compagni di viaggio.

    È un rifiuto delle divinità matriarcali, legate come la donna - la progenitrice più prossima alla terra - ad una visione notturna e tellurica.

    I loro dèi - come dice Valli - sono luminosi, risplendenti di razionalità superiore: Giove e Apollo dominano l'eterno, e Atena nasce non da donna, ma dal cervello di Giove. L'uomo li prega in piedi, con le mani aperte verso l'alto.

    È una visione che, nel complesso, appartiene a tutti i popoli indoeuropei, con le loro divinità che esprimono nelle varie forme dell'esistere gli interi valori del reale: l'intelligenza, la saggezza, la forza, la bellezza, la serenità, la guerra, l'eroismo, la giustizia, la libertà di fronte ad una forza suprema e impersonale che non ha volto - il Fato.

    A questa concezione risponde una visione diversificata della propria comunità umana, attraverso un'idea tripartita della società: gli uomini che pensano, quelli che combattono, quelli che producono. In tutte le loro civiltà, gli indoeuropei separano nella propria convivenza sociale un potere che pensa e decide, una forza che protegge e combatte, una realtà che produce e lavora.

    I re, gli arconti, i consoli, i dittatori militari, i capi dai quali dipendeva l'assetto del popolo e la conduzione delle guerre, erano sempre investiti di potere dalle aristocrazie - in genere guerriere, o religiose, o terriere - e possedevano un'autorità parziale e di durata limitata nel tempo. Il vero potere stava sempre nel senato, o in assemblee militari, o in congregazioni religiose, o, come poteva accadere nelle cosiddette «democrazie» greche, in una fascia ristretta di uomini liberi che escludeva la maggioranza dei cittadini. Per un lunghissimo arco di tempo - a Roma fino a Mario e a Silla - i nullatenenti, i capitecenses, non avevano il diritto di prestare servizio militare, che poteva allora significare quasi un'intera vita dedicata alle armi.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Nelle virtù virili, l'audacia, la disciplina, la prestanza fisica, premesse di valore guerriero, stavano fra le predominanti: l'aretè omerica, la virtus latina del battersi nell'ordine, il saper dare e affrontare la morte per il proprio onore, per la fedeltà ad una gente, a una polis, a una Patria, a un Impero, erano le più alte conclusioni di una vita nobilmente intesa.

    L'indoeuropeo coltivava la terra, allevava il bestiame, apriva le strade, navigava per mare, fondava colonie, faceva la guerra. E non concepiva la vita se non nell'ambito della propria etnia.

    I greci vivevano in una piccola terra, parlavano la stessa lingua e adoravano gli stessi dèi: ma la distinzione fra Dori, Achei e Ioni, come fra le loro colonie, restò viva finché la Grecia mori. E quando i Macedoni, greci quanto loro, conquistarono con Alessandro il mondo di allora, essi furono sostanzialmente ostili. Sparta per ultima, morto Alessandro, tentò contro di loro di ricomporre in unità i greci del Peloponneso. Ma l'intervento macedone portò, per la prima volta nella storia, all'occupazione dell'orgogliosa città. E poco dopo furono invece gli Ètoli, che avendo battuti i Celti scesi fino all'Ellade erano saliti a potenza egemone, a chiamare i romani in terra greca. Fu la fine della Grecia.

    E fu anche la fine della Macedonia. Con la battaglia di Pidna, che chiudeva la Terza Guerra Macedonica, scomparve per sempre questa potenza del mondo.

    Lo stesso accadde per Roma. Potenza latina, combatté a lungo contro altri latini. Ma l'ostilità non fu mai radicale, come lo fu invece verso gli etruschi o verso gli oscosabellici. Roma cresceva, dominava la penisola, fondava qua e là colonie romane o latine. Molti popoli - gli etruschi, gli umbri, i piceni - furono fedeli a Roma per secoli, anche nel corso di avversità estreme come quella di Annibale alle porte della Città. Ma i diritti civili latini, cercati nella pace e con la guerra, non furono concessi ad alcun popolo alleato. Fu Silla a concederli agli Italici e Cesare ai Celti, dopo secoli d'attesa e durissime rivolte di soci fedeli, le cui donne potevano generare figli con un Romano, che restavano però del tutto illegittimi.

    Nel frattempo, durante il secondo millennio a.C., al di sopra dei Dori, muovevano verso la nostra penisola quei popoli indoeuropei che sarebbero più tardi stati detti italici: gli Umbri, gli Osci, i Sabelli, i Latini, che avrebbero poi generato i Piceni, i Sabini, i Marsi, i Volsci, i Sanniti, gli Irpini, i Bruzi, i Lucani e altri popoli ancora. A loro, staccandosi dai popoli illirici della Balcania Occidentale, si aggiunsero i Veneti e gli Istri al Nord e gli Japigi in Apulia attraverso l'Adriatico.

    In mezzo a tutti questi, venendo dalla Lidia per mare, giunsero i Tirreni - che chiamavano se stessi Rasna, e che i romani avrebbero definito Tusci o Etruschi-poco dopo l'inizio dell'ultimo millennio prima di Cristo.

    Non sappiamo per certo se fossero indoeuropei, e non ne possediamo a fondo la lingua, ma l'aspetto fisico non era diverso da quello degli altri abitanti della Penisola. In qualche secolo, dominati gli Umbri e fusisi coi preindoeuropei della zona, gli Etruschi, estendendo il proprio controllo sul Mar Tirreno, stabilirono un'area d'imperio che dominò la Toscana, l'Emilia, la Lombardia fino ai laghi, l'Alto Lazio e l'entroterra campano attorno a Napoli. Erano già certo nella Penisola primi e maestri di tutto: fondavano le loro città murate sulle cime dei colli secondo una regola particolare - un pomerio quadrato - portavano l'acqua dalla terra alle città elevate, inventarono primi nel mondo la volta ad arco, scaldavano le case facendovi correre l'acqua calda, e sotto e intorno alle città scavavano ampie fognature - alcune delle quali sono oggi ancora in funzione. Si riunivano fra loro per ragioni religiose, ma non trovarono mai - come del resto i Greci, i Celti, gli Illiri, i Germani - l'idea di una loro unità volontaria o forzata, neppure sotto la pressione di Roma che aggrediva le lucumonie etrusche una alla volta. Nella loro fase di ascesa, fondarono in Italia parecchie colonie. Una di queste fu Roma - Rumon in etrusco significava fiume - alla quale essi lasciarono il fascio littorio, la sedie curule, il Pontifex, 1'aruspicina - vale a dire l'interpretazione del volere degli dèi attraverso la valutazione e lo studio del fegato degli animali sacrificati. Una delle tribù della Roma originaria, i Lucèri, era certamente etrusca, mentre erano latini i Ramni, e i Tizi eran sabini. E per qualche secolo Roma, fino alla caduta dei Tarquini, fu città etrusca.

    Ma la lingua era latina, ed italici furon gli dèi: Juppiter, Marte, Quirino. Uno degli dèi di Roma, con un suo tempio in città, fu la Fortuna Virile. Un altro, Dio della guerra e della pace, fu Giano Bifronte.

    Tutta la storia di Roma, che non ebbe una sua mitologia, ma assorbì l'intelligenza latina nella edificazione del diritto e nella ricostruzione della propria vicenda dalle origini troiane, e trovò i suoi miti nella nobiltà morale dei propri cittadini (2) - da Romolo agli Orazi, a Muzio Scevola, ad Orazio Coclite, a Tito Manlio Imperioso (3) - si svolse e crebbe coerente ad una pietas profonda nei confronti delle proprie divinità, che gli stessi consoli o duci interpellavano prima delle battaglie.
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    Predefinito Riferimento: America, Europa. Una lunga, insanabile guerra di religione

    Fu una religione che durò, stabile e ferma, per parecchi secoli, e che si spense gradualmente quando Roma, dominando l'ecumene di allora, si fece padrona dell'Oriente, così che la sua visione del mondo e di sé subì l'influenza di un pensiero non indoeuropeo.

    Era successo anche ai Greci, quando il genio di Alessandro portò la grecità ad Est fino a penetrare nell'India ed suoi nuovi sudditi lo acclamarono dio-Re.

    Così l'Ellade morì, e nacque l'Ellenismo attraverso i diadochi suoi discendenti, e gli epigoni dopo di loro.

    Ma al mondo greco era accaduto anche un sussulto più profondo ed interno alla sua stessa anima: la rivoluzione intellettuale ionica. Dal 600 al 300 a.C., nelle colonie joniche fra Asia e Sicilia, una serie di uomini di pensiero - Talete, Anassimàndro, Demòcrito, Empèdocle, Anassàgora, Ippocrate, Aristarco - fornirono una serie di interpretazioni fisico-materialistiche alla intera realtà: la terra usciva dal parziale prosciugamento degli oceani, l'aria, pur invisibile, era «consistente», sole e stelle erano pietre infuocate, la luce lunare era riflessa, la Terra ruotava attorno al sole, l'uomo veniva da pesci nati nel fango, e ogni realtà esistente era sempre costituita da atomi.

    Si trattava della più radicale rivolta intellettuale che la storia del pensiero abbia ricevuto. Alcuni di questi autori vennero condannati per empietà, e i grandi della filosofia - Socrate, Aristotele, Platone - soffocarono a lungo il loro pensiero e restituirono agli dèi il dovuto rispetto.

    Con l'esclusione di Lucrezio a Roma nel primo secolo a.C., ci sarebbero voluti ancora quasi duemila anni, perché la curiosità intellettuale europea producesse, partendo con Galileo dall'antico mondo etrusco romanizzato, quella rivoluzione scientifica che avrebbe riproposto una minaccia di crisi al mondo del Sacro.

    Ma la visione sacrale del mondo era comunque ormai in crisi nella Grecia decadente: i combattenti greci coprivano di valore campi di battaglia altrui, ma lo spirito della grecità era morto da tempo.

    E così poté affermarsi la grandezza di Roma, espressione della intatta validità delle stirpi italiche.

    Intanto, al di sopra delle popolazioni scese verso la Grecia, la Balcania e l'Italia, fremevano nel cuore d'Europa le stirpi celtiche in movimento per l'Occidente, verso la Francia, verso la Britannia e l'Irlanda, verso il Nord della Spagna. Loro gruppi calarono anche fino alla Grecia - dove furono respinti - e fino alla Tracia e all'Asia Minore, dove si stanziarono come Galati.

    Anche la loro religione venerava molteplici dèi, la cui volontà e le cui richieste erano interpretate dai «druidi», casta sacerdotale alla quale era affidato anche il compito di educare i fanciulli.

    Svilupparono un'alta civiltà, ed espressero sempre una forte attitudine guerriera, giungendo in una scorreria ad occupare la città di Roma, e a stanziarsi in una gran parte della pianura Padana fra Veneti e Liguri, prendendo il posto degli etruschi soccombenti. Non riuscirono mai, però, a costituire una grande forza unitaria, e la pressione della loro potenza guerriera si espresse sempre e soltanto attraverso l'iniziativa di grandi tribù isolate o malcollegate fra loro.

    L'espansione graduale di Roma - che già aveva assoggettato gli Etruschi, gli Umbri, gli Oscosabellici, i Greci del Sud, i Veneti e gli Istri, gli Illiri, i Liguri, i Galli della Cispadania e, dopo aver cancellato Cartagine e la Macedonia, aveva sottomesso gli Iberici e i Lusitani - li piegò con Cesare dopo una fierissima resistenza e li assorbì insieme alla Britannia. In poche generazioni, come gli Iberici, essi vennero romanizzati.

    Dietro i Galli, fra la Scandinavia, il Reno e il Danubio, premevano innumerevoli le tribù germaniche, smisurata riserva di uomini indocili e imperiosi, coi loro dèi - Odino, Freya, Thor - e con la loro struttura guerriera. Già le loro prime tribù, i Cimbri e i Teutoni, dopo aver devastato le Gallie meridionali, avevano tentato di forzare i confini settentrionali del territorio della Repubblica romana. Li fermò Mario, che sostanzialmente distrusse le due grandi tribù. L'ulteriore crescita - da Repubblica a Impero - della potenza romana, obbligò i Germani ad attendere per secoli, con la pazienza irrequieta dei popoli in armi, che i confini renani e danubiani di Roma mostrassero i primi segni di cedimento.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Alle spalle di tutti i popoli indoeuropei, stesi sulle immensità della loro steppa, stavano ancora gli slavi. Al loro Nord, barbari afra tutti e quasi sconosciuti, stazionavano i Baltici. Popolazioni minori - gli Osseti, piccole altre minuscole tribù, oltre agli Armeni - dominavano la catena del Caucàso. 1 Medi e i Persiani - che chiamavano se stessi Ari, cioè Signori - avevano creato il grande impero persiano, che rinacque dopo Alessandro, mentre altri indoeuropei, occupato l'Afghanistan, dominavano come «bramini» il mondo indiano. I Daci furono sconfitti a fatica dai Romani, e i Sarmati occupavano inquieti l'Ucraina.

    Tutti questi popoli - la cui certa unità iniziale è stata del tutto documentata dalla linguistica, dalla paleantropologia, dall'etnologia, dall'archeologia - incontrarono in Europa gruppi, più o meno forti, di popolazioni preindoeuropee: nel Mediterraneo, nell'area danubiana, nelle Gallie e in Iberia, in Italia. La fusione e l'assorbimento, ancora incompleti in qualche caso come per i Baschi, sono certamente costati secoli, ed hanno caratterizzato in modo peculiare gli attuali caratteri dei popoli del continente.

    L'arrivo successivo dei mongoli che hanno lasciato tracce in Russia, degli Unni frammisti a Germani in Ungheria, dei Finni mescolati a Scandinavi in Finlandia, offre ai nostri diversi popoli una ulteriore connotazione particolare.

    Ma l'impronta unitaria è fondamentale e caratteristica.

    Per tutto il corso della storia di Roma, anche dopo l'avvento di Cesare che unificò e romanizzò l'Europa entro i confini del Reno e del Danubio, fino a Costantino i cui eredi divisero l'impero in due - consentendo alle nazioni greche o grecizzate di riprendere l'uso della loro lingua anche nelle leggi e negli editti dopo Giustiniano - nonostante la crescita costante del Cristianesimo in tutte le provincie d'Europa e d'Oriente, questa impronta informò di sé la vita in ogni suo aspetto.

    Il crollo graduale dei confini dell'impero, la progressiva germanizzazione dell'intera Europa non bizantina, l'uso generalizzato della lingua làtiria nelle Corti, nelle sedi di cultura e nelle Chiese, contribuirono a fare del Continente un mondo civilmente uniforme, in un diritto romano-barbarico.

    L'espansione della fede cristiana - favorita da Re e da guerrieri più che da monaci e predicatori - portò lentamente all'estendersi della Chiesa fino alle terre baltiche e alla Scandinavia, mentre l'influenza bizantina, recata da frati e uomini di mercato più che da uomini d'arme, coinvolse prima l'Ucraina e poi la Russia.

    Ma l'elemento dominante di questo periodo fondato sul feudalesimo e sulla nascita di un'aristocrazia di spada retta da fedeltà al proprio signore, fu la comparsa della cavalleria.

    Uomini d'arme senza problematiche finanziarie - come del resto le aristocrazie dei castelli, che non avevano bisogno di denaro, ma di uomini capaci di lavoro nei campi, nelle botteghe e sulle strade - i Cavalieri ripetevano, nella scelta di offrire e affrontare la morte per fedeltà, per onore o per «amor cortese», l'orgogliosa prestanza del centurione romano, dell'oplita greco, del guerriero barbaro.

    Per lunghi secoli, dagli scontri contro mongoli e islamici alla cristianizzazione armata dell'Est da parte dei Cavalieri Teutonici, dalle Crociate in Terrasanta alla Reconquista cattolica di Spagna, dalle imprese normanne di Inghilterra o del Sud italiano ai conflitti fra Guelfi e Ghibellini nell'Europa di Mezzo, dall'espansione delle Repubbliche marinare italiane alle tenaci rivolte dei Comuni, dalla nascita delle Signorie alla formazione dei primi Stati unitari, fino a Lepanto e fino a Vienna, tutta l'Europa è un baluginar di spade e di picche. Vi sono poche virtù che competano col vigore, col coraggio, con la forza nell'uso delle armi.

    E dalle armi ancora nascono tutte le Nazioni, si scontrano ortodossi religiosi e dissidenti, cercano i popoli le loro libertà.

    La Chiesa esalta e nobilita la Cavalleria, le impone un rituale, benedice le armi, chiama gli uomini alla guerra. Negli ordini cavallereschi religiosi, che tengono terre o le conquistano, che dominano i mari attraverso le isole, che portano la Croce presso nuovi popoli, per secoli e secoli il saio è protetto dalla cotta di maglia. E mai una volta una condanna ufficiale della Chiesa ha colpito l'anima centrale della Cavalleria: il duello
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    È l'anima dell'Europeo di ogni tempo che anche allora, come sempre nei secoli - pur nel maniero, nel comune e dentro il chiostro - non può che ripetere se stessa e la sua natura profonda: anima di guerriero, se i muscoli han prestanza, per il proprio onore e per la propria libertà.

    Non fu certo la Chiesa cattolica, né le ipotizzate origini semitiche della sua ideologia - ideologia che dopo S. Paolo e i primi Concili aveva rifiutato Gerusalemme e scelto Roma - a stimolare in Europa la curiosità intellettuale, figlia dell'amor d'avventura che aveva da sempre connotato come primo nel mondo l'uomo indoeuropeo.

    Quando la rivoluzione intellettuale che partì da Galileo mise in moto la rivoluzione scientifica si apri una fase storica nuova, che, accompagnata dalla Riforma protestante, dalla nascita della stampa, dalla scoperta dell'America, generò rapidamente l'ascesa della borghesia.

    Fino ad allora l'uomo in onta alle differenze sociali, era sempre vissuto dovendo far conto essenzialmente sulla forza fisica: reggere un'armatura per esercitare imperio, viaggiare a piedi o per mare per mercatare, maneggiare una zappa ricurvo sulla terra, significava fatica e sudore, il problema essenziale per tutti era invece mangiare quanto bastasse ed avere un tetto che riparasse dalle intemperie.

    Forse, solo chi prestava denaro per interesse poteva attendersi cibo e tetto senza impegnare i suoi muscoli e senza arrischiare la vita. Di qui le tensioni e i rifiuti, presso tutti i popoli d'Europa, verso i presta-moneta.

    Ma il mondo borghese aprì la vita a chi commerciava denaro, a chi spediva le merci, a chi le assicurava, a chi gestiva i patrimoni, a chi di professione curava la giustizia, a chi amministrava case proprie e altrui. Quel che per secoli era valso per artisti e per chierici, era ora privilegio di una classe crescente.

    Non era più necessaria la sudata fatica: altri, pagati senza essere schiavi né prigioni, potevano compiere le fisiche esigenze quotidiane, i lunghi viaggi, le esposizioni all'aperto, le più dure imprese muscolari della vita. Era così possibile l'utopia di un ordinamento razionale del mondo, capace di garantire gradualmente a tutti la felicità borghese.

    Nasceva così - riportando alla luce i vari filoni rasserenanti di una filosofia matriarcale della vita protetta - il messianesimo illuminista.

    Riprendeva forza e vigore la fede nella Ragione, che la Massoneria diffondeva per le Corti, per le Banche, per le Università.

    L'Europa, nel suo istinto profondo ed obbedendo alla propria reale natura, rifiutò questo mondo. Le forze popolari, quelli dinastiche, le Chiese, le vecchie aristocrazie combatterono i Lumi, e li vinsero.

    Ma i vinti - i repubblicani, i massoni, i calvinisti, i libertari e, dietro a tutti, le grandi Banche e le grandi Compagnie che già costituivano un'oligarchia finanziaria cosmopolita - trovarono, soprattutto in America, la Terra delle proprie promesse.

    L'Europa comunque reggeva ancora, sempre animata al fondo dalla presenza inconscia del suo lo fondamentale: la natura dell'indoeuropeo.

    E dopo la rivoluzione d'America e quella di Francia, dopo la guerra di Secessione americana, dopo le rivoluzioni liberali europee e sudamericane, dopo la Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione bolscevica d'ottobre, ancora una volta dall'Italia - come coi Comuni, come col Rinascimento, come con la Controriforma - partì il richiamo all'Europa: contro la demoplutocrazia, armare una comunità nazionale e sociale che renda il popolo responsabile dello Stato, e l'uomo certo di dominare una Tecnologia che sogna e pretende di mutare l'umana natura. Roma chiese agli europei di reagire contro tutte le forme di progressismo internazionalista.

    L'unica realtà che può ostacolare l'uomo è la forza impalpabile del Fato. Per ogni altro aspetto della vita, individuale e comunitaria, i valori essenziali e dominanti sono quelli di sempre: la forza, la bellezza, la memoria, la giustizia, la libertà, la volontà. E l'Europa rispose.
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    Come non ricordare le immense folle che nelle piazze e nelle strade delle nostre superbe città esprimevano la comunione coi Capi? Come non ricordare le selve di mani e di braccia levate a salutare il passo cadenzato delle legioni? Come non ricordare il sereno ordine di intere nazioni, la severa fermezza delle famiglie, la nobile dignità degli uomini, la divina sublime forza della femminilità?

    Tremava la terra sotto il passo ritmico dei militanti, al quale rispondeva dal profondo l'anima dell'intera nazione che vedeva crescere nella pulizia morale quella giustizia sociale che faceva entrare il popolo nello Stato.

    Mentre su tutto aleggiava, profondo e vitale come il respiro di un dio, lo spirito del padre di ogni libertà: la sovranità nazionale.

    Erano i movimenti fascisti, che riproponevano ai popoli l'antico sogno indoeuropeo della forza associata alla bellezza. Un sogno che riecheggiava nelle maschie canzoni di una gioventù che empivano le altezze dei cieli d'Europa. Un'Europa che la sconfitta ha piegato, ma che nessuno può uccidere.

    Era l'Europa dell'ordine morale, nel segno della sua antica civiltà. Nella legge naturale della storia, i movimenti fascisti si erano sempre volti con rispetto a quella fede cristiana che, dalle Cattedrali alle norme di costume fino all'ordine dei sessi e dell'età, aveva contribuito a edificare l'Europa, anche se le radici di tutti i nostri popoli affondano profonde negli antichi eventi delle origini: da lontani millenni Marte vigila sui popoli che proteggono in armi il proprio destino.

    Gli europei risposero con dedizione offrendo a milioni i militanti e i credenti nell'eurofascismo. In ogni Paese europeo, dal Portogallo all'Inghilterra alle terre slave, nacquero e furono forti singoli e particolari movimenti fascisti. Molti, dai Paesi iberici al Belgio, alla Croazia, alla Slovacchia, alla Finlandia, alla Romania furono fondamentalmente cristiani.

    Ma un'altra componente essenziale, insieme alla Lex latina, fu il quotidiano richiamo dello splendore delle grandezze classiche e della memoria degli antichi dèi che per secoli avevano assistito alla nascita delle nostre città, all'apertura delle grandi strade fra i popoli, alla comparsa dell'idea dell'Impero.

    Erano dèi che per gran tempo avevano accompagnato l'uomo indoeuropeo in ogni gesto della sua vita, partecipi luminosi della sua eroica concezione del mondo e della sua sfida alla tragica volontà del Fato. Dèi ellenici, dèi italici, dèi barbarici. Affini fra loro ma espressione di differenze culturali e di orientamento morale e sociale.

    Ricordo che quando mio figlio era adolescente - quattordici, quindici anni - egli coltivava un acuto interesse per gli antichi dèi nordici, germani e vichinghi. lo gli raccomandai, allora, di stare molto attento: era una mitologia ambigua,che lasciava un certo spazio a componenti femminiloidi - talvolta era accettato l'incesto, e le dèe non eran fedeli. Molto meglio gli dèi latini che avevano il culto sacrale della famiglia, e vedevano nella fedeltà femminile il perno di tutte le virtù sociali.

    Del resto, in tutte le nostre lingue, la differenza di valutazione e di misura fra donne oneste e donne libere è sempre stata essenziale. La stessa Chiesa cattolica ha tollerato per secoli le «case chiuse» - dove stavano donne libere - per proteggere la virtù delle donne oneste.
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    Fu anche l'atteggiamento dei regimi fascisti, radicalmente opposti all'omosessualità, all'aborto, alla pornografia e controllori attenti della prostituzione. Quando durante l'ultimo conflitto, con l'Europa assediata dal mondo, qualcuno propose al Governo tedesco di mobilitare le donne, Hitler, rifiutò l'iniziativa per non portare al rovesciamento il nostro ordine morale.

    Ma l'America ha vinto la guerra, e con la sua egemonia culturale nel mondo continua quotidianamente a predicare tutte le libertà borghesi.

    L'Europa è succube, è sulle ginocchia, ma non è ancor morta.

    L'unica forza che possa davvero ucciderla è un'immigrazione continua, cronicizzante, selvaggia. Insieme alla caduta della natalità, il cambiamento graduale della popolazione porterà alla perdita della identità nazionale e allo sfaldarsi della naturale concezione di vita degli europei.

    È questo, del resto, l'attuale obiettivo primo e fondamentale della strategia mondialista: che tutte le società del mondo, soprattutto le maggiori e le più forti diventino multietniche, multiculturali, multiconfessionali. Che cessino cioé di essere quel che sono state per millenni.

    Giacché l'America, che vuole americanizzare il mondo, è nata proprio così: multietnica, multiculturale, multiconfessionale.

    Lo spazio è però ancora ampio, e molti popoli mostrano chiari i segni crescenti di una rivolta contro un'immigrazione voluta da governi che non applicano neppure le proprie leggi.

    Bisogna invece regolare, bisogna fissare termini e confini, bisogna applicare con severità la legge.

    È questo, uno dei problemi capitali della sopravvivenza di un popolo: dove non c'è legge, dove essa non è applicata, non ci sarà mai sovranità, e perisce ogni identità. Un popolo senza legge, muore.

    È stata, per oltre due millenni, la forza della Lex ereditata da Roma a fungere da collante centrale e onnipresente alla nostra intera civiltà.

    E dietro a questa Lex, l'esempio mirabile, imperioso, sublime di un mondo che aveva saputo dar pace, per lunghi secoli, al continente degli Indoeuropei.

    Fu il senso romano del diritto che diede una basilare unità ai popoli del Continente e che affascinò nel profondo i barbari dell'Est, spingendo germani e slavi a dare al proprio imperatore il titolo di Kaiser e Czar - vale a dire Cesare, il sommo fra i legislatori latini.

    Era un mondo che aveva dato una terra e una norma ai popoli d'Europa, insieme ad una capacità di esplosione artistica - letteraria, poetica, architettonica, pittorica, scultorea, urbanistica e musicale - che dall'Italia, dove oggi ancora ha sede almeno la metà dei tesori artistici della Terra, s'era diffusa per tutto il Vecchio Mondo. Salendo da Omero a Platone a Virgilio a Dante a Michelangelo a Shakespeare a Voltaire a Wagner a Nietzsche, la nobile potenza del pensiero dell'indoeuropeo, attingendo alla grandezza della Roma classica e cristiana ha espresso tutto quello che l'uomo può percepire guardando verso i confini del Cosmo.

    È un'eredità che solo una concezione radicalmente europea - radicalmente indoeuropea - può raccogliere e trasmettere al domani del mondo.

    Ricordo ancora un film di propaganda tedesco che venne proiettato in Italia durante la guerra. Il titolo era «Gli arditi dell'Oceano». Non ricordo il regista, né i nomi degli attori. Era la storia equilibrata, lineare, e allo stesso tempo eroica dell'equipaggio di un sommergibile tedesco. Il suo comandante era quello che naturalmente doveva essere, come ufficiale tedesco: sobrio, preparatissimo, umano. Parte per una missione speciale, e l'equipaggio, in licenza, lo segue volontariamente. Il comandante è legato ai suoi uomini, e in particolare a un giovane ufficiale, di forte spirito militare e di vasta cultura. E ogni volta che il sommergibile si trova a rischio o in difficoltà, il comandante chiede al ragazzo: «Bene, e ora, che avrebbero detto gli antichi Romani?» E la risposta del giovane è sempre pronta, calzante, brillante.

    Finché un giorno, da un'impresa contro una nave avversaria, il giovane ufficiale torna gravemente ferito. Sa che deve morire. Lo dice. E il comandante, allora, ancora una volta, chiese che cosa avrebbero detto, di questa sua amara convinzione, gli antichi Romani. E il ragazzo, lentamente, come poteva, ma col sorriso sulle labbra: «Dulce, et decorum est, pro Patria mori».

    E così, mentre sorrideva, accadde.

    È lo spirito indominabile, per l'eternità, dell'uomo indoeuropeo.



    Sergio Gozzoli




    (1) White Angle-Saxon Protestant
    (2) A documentare l'atteggiamento caratteriale del popolo romano servono certo i suoi miti - indicativi di una estrema dedizione alla Patria e al suo destino - come le scelte dell'aristocrazia negli eventi tragici della vita nazionale. Ma di altrettanta importanza è un esame attento del linguaggio quale indice della profonda psicologia popolare. Noi definiamo oggi le tre forme di colonna greca sotto un'architrave come dorica, corinzia o ionica. Ma i romani non usavano questi termini: essi chiamavano virile la colonna a capitello liscio di origine dorica, matronale quella corinzia a capitello arricciato, e verginale quella ionica a capitello più ricco e complesso. Queste definizioni offrono il senso diretto e immediato dei valori cardini dell'etica romana.
    (3) Nel IV secolo a.C., duce dell'esercito Tito Manlio Imperioso, i romani avevano preso campo in attesa d'una battaglia coi latini. Sull'alto del muro che fiancheggiava l'accampamento era di guardia nella notte il figlio di Tito Manlio, di nome anch'egli Tito. Alle insistenti provocazioni di giovani nemici sotto il muro, nonostante l'ordine perentorio di non reagire, Tito Manlio si gettò di sotto: ne uccise alcuni e, seguito da altre guardie romane, li inseguì fino alle loro tende. Sorpresi nel sonno, molti latini vennero uccisi e i più fuggirono lasciando intero il proprio campo alla mercé dei Romani. Il giovane, che quasi da solo aveva vinto una battaglia,.venne solennemente celebrato dall'intero esercito. Tuttavia la sua scoperta insubordinazione costrinse suo padre a giudicarlo secondo la legge romana, e a togliergli la giovane vita.
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