Di Sergio Gozzoli - Numero 51 del 01/05/2001

Affinità tra posizioni diverse - Alessandro Mazzerelli e don Milani - Antiimperialismo e antisionismo - L'intifada.




Abbiamo sempre considerato don Lorenzo Milani, il prete pedagogo di Barbiana, piccola località sopra a Vicchio di Mugello in Toscana come uno dei tanti preti di sinistra ancorato al tempo stesso alla fede e a slanci comunisteggianti. Succede a volte di trovare anche in chi sta battendo percorsi diversi dal nostro tracce di quei valori da essi ufficialmente respinti ma invece incosciamente avvertiti e condivisi. Prova di ciò abbiamo trovato in un libro di un autore fiorentino, Alessandro Mazzerelli, che nel raccontare la propria vita politica parla di quattro suoi incontri amichevoli con don Milani.

Il libro si apre con una citazione del sacerdote di Barbiana: il comunismo viene da pochi decenni di storia e va avanti strisciando e speculando tra le innumerevoli miserie della terra. Dove è al potere ne lenisce qualcuna e ne fa nascere altre, ma di questo fallimento riesce ad imporre che solo pochi ne parlino. Anche i serpi strisciano rapidamente, si ambientano alle asprezze del terreno, le superano e attaccano per difendere le loro zone di influenza, ma non vanno lontano.

Don Milani dunque era in fondo un anticomunista - e perciò un antimarxista - dall'atteggiamento piuttosto aspro. Ma non vi è solo il suo anticomunismo. Nel contesto delle conversazioni avute col Mazzerelli, e descritte in questo libro - Il Riscatto, pubblicato dalle Edizioni Dehoniane nel 1980 (1) - emerge anche una visione antiimperialistica, sia antiamericana che antisovietica, sulla quale varrà la pena di ritornare. Il libro di Mazzerelli è di notevole interesse per la sua oggettività e per la sua grande onestà morale, nonché per la documentazione fondata su lettere, dichiarazioni, manifesti dell'epoca e su appunti e diari scritti negli anni fra il 1953 e il 1970.

Alessandro Mazzerelli, toscano di vecchia stirpe, presenta molte delle connotazioni tipiche delle genti di questa terra: la schiettezza, la naturale comunicatività, il coraggio, il senso di continuità con le proprie radici, l'istinto di solidarietà etnica, insieme ad una visione fondamentalmente tragica della vita. Egli, nonostante la laurea in legge conseguita mentre lavorava duramente, è e resta un popolano. Uscito da una famiglia povera, comincia da bimbo a lavorare.

Nato nel 1943, l'atmosfera del dopoguerra lo nutre dei miti dell'antifascismo e della resistenza. Egli però non accetta queste credenze in modo passivo: formatosi nell'azione cattolica, e dai dieci anni interessato vivamente agli eventi politici - ascolta i -comizi di tutti i partiti prendendo appunti sugli oratori e sugli ascoltatori - vede nei fascisti, vivi o morti, una realtà di credenti costituita da popolani come lui, che soffrono in silenzio la tragedia della fedeltà ad un mondo sconfitto, testardi nella loro indifferenza al disprezzo dei vincitori e nel loro disinteresse totale per il piccolo potere amministrativo. Così come vede dall'interno, l'esatto contrario negli altri.

Iscrittosi a 17 anni al partito comunista, nel quale diviene subito segretario di una sezione giovanile fiorentina e organizzatore di conferenze storiche, lo abbandona dopo undici mesi di polemiche interne. Egli aveva sollevato il problema dell'appello di Togliatti scritto nel 1936 su Lo Stato Operaio e sottoscritto dai massimi dirigenti comunisti italiani, appello indirizzato ai fascisti della vecchia guardia e ai giovani fascisti, nel quale il capo comunista dichiara il programma fascista del 1919 un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e propone lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma, il programma fascista del 1919.

Quello che è più rilevante è il fatto che questa polemica viene sollevata all'interno del PCI nel 1960-61 e che a questi suoi attacchi espressi in pubbliche conferenze non giungono risposte dai censori ufficiali né dai giovani auditori del partito sorpresi dalla drammaticità di tali informazioni.

Ma egli aveva anche rifiutato, ufficialmente e nel corso di pubbliche riunioni, la versione ufficiale della Resistenza. La Resistenza - afferma Mazzerelli per iscritto e pubblicamente - non ha rappresentato una rivoluzione socialista bensì una sanguinosa battaglia quasi sempre tra proletari, illusi della bontà delle loro contrapposte idee... I fascisti sono ed erano in buonafede, quando accusano le sinistre di aver collaborato col nemico, compromettendo, con il disfattismo e il tradimento le sorti della guerra. A rendere più triste e certo non esaltante questo periodo storico, va aggiunto che fra i combattenti degli opposti fronti si confusero delinquenti comuni e opportunisti, quest'ultimi in particolare fra i resistenti dell'ultima ora, che spesso non avevano niente in comune con gli idealisti comunisti e socialisti.

Mazzerelli aveva però ancora denunciato come immorale la campagna comunista allora lanciata a favore del cinema e della stampa parapornografici col pretesto di difendere le cosiddette «opere senza tabù».

Era per lui in quegli anni - 1960-61 - del tutto incomprensibile questa attività volta a svilire l'atteggiamento allora moralmente solido del popolo italiano: nell'ingenuità dei suoi 17-18 anni egli non aveva ancora capito che tutte le forze di orientamento internazionalista - genericamente marxista o liberaldemocratico - sono dominate dalla necessità fondamentale di sgretolare l'unità e l'individualità morale e biologica dei popoli e delle etnie, e che questo processo passa sempre, per logica esigenza naturale, attraverso la rottura dei vincoli tradizionali del costume. 1 loro nemici sono la famiglia, i legami fra le generazioni, quindi il senso nazionale, e il Sacro impersonato oggi dalle grandi Religioni, in particolare il Cristianesimo e l'Islam. Di qui le battaglie per la rivoluzione sessuale, per il divorzio, per l'aborto, per il femminismo, per l'omosessualità, per l'eutanasia. Seguite poi dall'attuale campagna mondiale contro l'identità dei popoli, condotta attraverso l'immigrazione e finalizzata alla frammistione razziale.

Sono lotte che hanno sempre visto sullo stesso fronte tutte le forze di sinistra e tutti i liberaldemocratici, con l'opposizione di pochi cattolici rimasti ancorati a sani principi e dei nazionalpopolari. Rotta così ogni possibilità d'intesa coi comunisti, Mazzerelli, sempre sospinto dalla forza dominante della solidarietà popolare, passa al partito socialista.

Anche in questa realtà, però, egli avverte subito l'avida e interessata lotta per le poltrone, che cozza duramente con la sua accesa passione per le più nobili ragioni ideali. Restò tuttavia nel PSI per lunghi anni, divenendo anche funzionario del partito, però sempre battendosi scopertamente a vantaggio dei candidati operai e dei pochi uomini onesti presenti ai vertici del partito. Mosso dalla sua grande vitalità, espresse sempre un'attivismo straordinario percorrendo in bicicletta - come faceva da adolescente in decine di parrocchie - i paesi delle provincie toscane o, da militare, del Friuli. Già iscritto alla CGIL, continuò nella sua attività di sindacalista sempre sollevando e coaugulando consensi contro l'arroganza comunista. Ma il partito socialista, con le sue battaglie di retroguardia prima al servizio del PCI e poi col centro sinistra al servizio della DC, non poteva bastare al suo istinto di riscatto popolare vero e autentico. Pur restando legato al PSI, fondò quindi - non aveva ancora 20 anni - l'Associazione Giovanile Antifascista Forza del Popolo che egli riuscì a conservare indipendente e sostanzialmente costituita da giovani lavoratori, uscendo dall'associazione Nuova Resistenza composta nella quasi totalità da studenti e giovani borghesi.

In questa nuova forza politica che capeggia, egli conduce, per anni una campagna contro gli intellettuali borghesi che dominano il mondo delle sinistre a favore di una presenza dei lavoratori nelle strutture di potere dei partiti e dei sindacati, contro la diffusione di stampa e di film pornografici, a tutela della famiglia, e contro il pluripartitismo - struttura falsamente democratica - a vantaggio di una visione socializzatrice e corporativa. Egli indaga anche, nel libro sopra citato, le differenze fra la sua concezione di comproprietà dell'azienda da parte dei lavoratori e la socializzazione fascista, come fra le sue corporazioni e lo stato corporativo fascista: ma nel loro nucleo essenziale lo stato di Mussolini - dittatore tribunizio del popolo - contro l'oligarchia del danaro e il socialismo d'azione di Mazzerelli appaiono visioni quasi sovrapponibili. Sono ambedue popolari e antiborghesi.

Un'altra battaglia che lo vede schierarsi in modo determinato contro le sinistre è quella antidivorzio, pur essendo stato a lungo funzionario del PSI al cui interno si agita il primo propugnatore del divorzio in Italia, quel Loris Fortuna che egli aveva incontrato e col quale aveva polemizzato nel Friuli nel corso del servizio militare.

Durante questa battaglia - che lo vede tenere comizi accesi e contrastati in molte città - egli ha uno scontro con Montanelli e col suo direttore Zucconi, venendone duramente insultato per iscritto sulla «Domenica del Corriere»: li querela entrambi, e la magistratura gli rende ragione. Nella sua concezione giustizialista e antimarxista, che egli fonda sui principi di libertà e solidarietà sociale - la rivista ideologico-culturale che egli fonda nel 1979 è intitolata «Il Solidale» - egli elimina intenzionalmente l'uguaglianza poiché «ogni persona è provvidenzialmente diversa dall'altra».

Sulla base di queste ferme convinzioni, di fronte al crescente fenomeno immigratorio che egli vede gradualmente infiltrare e disgregare la ferma tradizionalità del suo popolo, e porre in condizioni più gravi quelli che egli chiama gli ultimi della sua società - i vecchi, i malati, i soli, i piccoli artigiani e commercianti privi d'ogni difesa contro il dilagare dei nuovi arrivati - Mazzerelli avverte la necessità prepotente di richiamare tutti alla verità e alla giustizia con una battaglia contro l'immigrazione cronica e incontrastata.

Rotti quindi i rapporti fra la tangentocrazia pluripartitica - della quale era stato testimone dall'interno dei partiti di sinistra - egli fonda, dopo una lunga serie di lettere e articoli autonomisti comparsi su «Il Solidale», e culminati in un manifesto nel 1978, il Movimento Autonomista Toscano nel 1989. In questo Movimento, nel quale si sono travasati i contenuti sociali del solidarismo - e dopo una fase di tensione con la Lega di Bossi che tentò di impadronirsene - il Mazzerelli opera oggi con tenacia e crescenti risultati per un riscatto della Toscana contro tutti i promotori suicidi della multirazzialità e multiculturalità.

Nel corso di questa lunga vita di battaglie, alla ricerca istintiva e onesta della verità e della giustizia sociale, uno degli eventi per lui più importante, al quale rimarrà poi fedele per la vita, è l'incontro con don Lorenzo Milani.

Era il 1966 - quando il Mazzerelli era funzionario del partito socialista e capo della «Forza del Popolo» - e don Milani, che viveva e insegnava nella sperduta Prioria di Barbiana, era da tempo malato. Inerpicandosi sulla strada che da Vicchio di Mugello portava su a Barbiana, Mazzerelli incontrò un giovane anarchico, Italino Rossi, che compiva il suo stesso percorso: fu il testimone del suo primo incontro col priore, incontro del quale riportò i contenuti in un articolo scritto per una rivista. Don Lorenzo Milani aveva ancora un anno da vivere, e Mazzerelli andò da lui per altre tre volte.

Ne ricavò sostegno, incoraggiamento e una serie di allargamenti culturali che furono per lui lumi fondamentali della sua formazione. Di uno di questi argomenti Mazzerelli prendeva coscienza per la prima volta: accanto all'esecrabile imperialismo americano che asserve i popoli con la corruzione, il terrorismo e la onnipresenza del proprio spionaggio, e dell'imperialismo sovietico che asserviva mezzo mondo con la prepotenza e l'inganno, c'è l'imperialismo sionista.

Delle parole di don Milani, Mazzerelli, nel primo e soprattutto nel quarto colloquio - quello che a noi ora interessa - trasse appunti diretti mentre il priore parlava, mentre il secondo e il terzo li trascrisse nella stessa giornata. Di queste dichiarazioni, scritte quindi in sostanza sotto dettatura, diamo qui una trascrizione integrale. «Nell'affrontare questo argomento occorre molta prudenza per due motivi. Il primo è dato dal fatto che, pur trattandosi di un potente imperialismo, gli uomini che ne tirano le file hanno saputo confonderlo e occultarlo con grande abilità, facendo apparire qualunque attacco rivolto contro di esso come rivolto alla religione ebraica. Il secondo è che occorre molta attenzione a non fare confondere le iniziative antisioniste con le iniziative antisemite. L'imperialismo sionista è potente perché, come quello comunista, gioca a suo modo sulle meschinità e sulle invidie umane. Gli strumenti per portare avanti con successo la sua strategia gli sono assicurati da alcuni gruppi di potere, tra cui, in primo luogo, numerose logge massoniche, le quali, al di là di certe loro manifestazioni coreografiche rappresentano una grande forza economica e politica che associa buona parte delle persone che stanno per raggiungere o che già detengono il vero potere. Un potere che va dal controllo su buona parte della stampa, ad una notevole influenza nella magistratura, nell'esercito, nei partiti, nelle banche, nelle società assicuratrici e in quelle immobiliari, nel commercio interno e internazionale, nelle imprese cinematografiche, negli ospedali e persino nelle commissioni ove si aggiudicano i premi letterali».

Mazzerelli chiede allora come facciano ad avere tutto questo potere. «Coordinando e stimolando la promozione dei rapporti economici dei 'fratelli" commercianti, industriali, artigiani, eccetera. Indirizzando i voti di preferenza dei “fratelli” al 'fratello" candidato in qualunque partito, il quale, una volta eletto, non dovrà dimenticare i 'fratelli". Infine, conferendo, a chi controlla certe logge, un grande potere su chi ha ricevuto i piaceri e su coloro che hanno bisogno o desiderio di ottenerli. Ma l'articolazione di questo potere non grava solo su quelli che lo servono nei gradini più bassi, ma anche, ed è qui il fatto grave, sulle moltitudini di uomini che non sanno di pensare, di agire e spesso di odiare ad esclusivo servizio di invisibili padroni che tutelano interessi e privilegi che nulla hanno anche vedere con quelli che gli "Ultimi" credono di perseguire».

Ma dove si trova, chiede allora Mazzerelli, il cuore di questo potere? «Certamente negli Stati Uniti d'America. Ma il sionismo non è solo gruppi di potere, logge e intrighi politici e diplomatici. Basta considerare la politica militare dello Stato di Israele per accorgersi che è anche violenza e sopraffazione armata. Con ciò, bada bene, non voglio dire che gli ebrei non avessero avuto e non. abbiano il sacrosanto diritto ad avere una loro patria, ma che questo diritto dovesse esplicarsi proprio in Palestina, dove da secoli viveva un altro popolo, io lo contesto. Sembra una cosa moralmente impossibile che esistano degli uomini che pur portando, sulla propria carne i segni delle sofferenze subite per motivi razziali e religiosi possano divenire, essi stessi, degli aguzzini e dei comuni assassini sulla pelle di un popolo che non è in grado di difendersi. - Ed invece esistono. La nascita dello Stato d'Israele è preceduta e seguita da numerosi villaggi arabi che fecero la fine di Marzabotto per mano di uomini che furono perseguitati dal nazismo. A mio avviso, l'importanza del tuo Manifesto è dovuta anche al fatto che indica alcuni obiettivi per il raggiungimento dei quali occorrono alcune particolari iniziative, come quella della costante denuncia della corruzione dei partiti, che finiranno per chiarire agli occhi degli Ultimi la natura del putridume politico e ne faranno emergere le sorgenti. A questo proposito sono convinto che fra coloro che si opporranno alle idee del Manifesto, ci sarà chi riterrà che il suo contenuto violi certe libertà. Ma sarà facilissimo accorgersi che si tratta di libertà tutte sue, almeno nella misura in cui violano la libertà e la dignità degli Ultimi. Sarà poi cosa interessante ed utile l'osservazione che da qualunque organizzazione politica - poco importa se di destra, di centro o di sinistra - provengano detti signori, dietro ad ognuno di loro non sarà difficile individuare la presenza di un gruppo di potere».

Certo non possiamo pretendere che don Milani, ancora sommariamente informato circa una vicenda storica in fieri e condizionato dal fatto di essere figlio di un'ebrea, potesse vedere a pieno la connessione sostanziale tra antisionismo ed ebraismo. E tuttavia, era, allora, il 1966-67, don Lorenzo Milani, sacerdote cattolico di tenacissima fede e consapevolmente asservito alla Disciplina nei confronti della Gerarchia - che giudicava con disprezzo l'ingenuità di La Pira e la presuntuosa capacità d'inganno dell'intellettuale don Ernesto Balducci - vicino ai giovani e agli Ultimi nella Chiesa e nella Società, aveva già un'ampia visione politica che gli mostrava il putridume della partitocrazia e la smisurata potenza globale dei grandi imperialismi.

L'unica realtà che egli ancora non possedeva a fondo era l'esistenza del grande fenomeno del giudeo-comunismo. Egli probabilmente non conosceva ancora l'altissima percentuale di dirigenti ebraici (fino all'80-85%) in tutti i Partiti comunisti e rivoluzionari in Russia e nell'Est europeo, inclusa la Germania e i Balcani, e forse ignorava i fondamentali sostegni finanziari delle grandi Banche ebraiche d'Occidente a tutti i movimenti comunisti durante e dopo la Prima Guerra Mondiale. Quanto al sionismo esso è certo, in sede di principio, una cosa diversa dallo spirito di ebraicità che lega fra loro tutte le disperse forze della Diaspora nel mondo. Essi sono però strettamente connessi dal sostegno che le varie comunità nei diversi Paesi hanno dato e continuano a dare al movimento sionista attraverso le innumerevoli massonerie, associazioni, leghe, presenze di potere, stampa, reti di informazioni, banche e forze di pressione su vari Paesi perché concorrano a sostenere forzosamente lo Stato di Israele e la sua vergognosa politica nei confronti del povero - e assetato, moralmente e fisicamente - popolo palestinese.

La prepotenza e l'arroganza di Israele - acuite oggi dalle accese divisioni interne fra askenaziti, sefarditi, russi di recente immigrazione, religiosi ortodossi e laici, coloni e cittadini - hanno ormai superato da tempo i limiti che qualsiasi posizione etica e politica nel mondo possa tollerare. È solo la forte; per ora dominante posizione ebraica ai vertici degli Stati Uniti - Paese oggi egemone sul mondo - che consente agli israeliani di violare ogni norma e ignorare ogni regola che il mondo tenti di opporre alla barbarie indifferente del loro colonialismo.

Ma il mondo islamico - ferito da questa presenza innaturale di una realtà estranea nel suo corpo vivo, sui confini fra Europa e terre arabe, a poche decine di chilometri dalle essenziali fonti del petrolio - cresce di forza e ritrova nel tempo la sua unità: Iran persiano e fondamentalista, Irak e Siria, laici e Baathisti finora rivali, hanno ritrovato una profonda intesa antiisraeliana incentrata sulla visione iraniana delle «cancellazione» di Israele come unica soluzione del problema mediorientale: e da tempo, ad ogni famiglia palestinese colpita da un omicidio anti-intifada, o da ferite degne di nota, giunge immediato, senza richiesta né pratiche, un sostanzioso aiuto finanziario di parte irachena. Mentre la forza militare israeliana fino a ieri dominante sia in termini operativi che spionistici, paga con le prime sconfitte in Libano, perde militari e coloni contro i ragazzetti dell'intifada, e subisce inganni d'intelligence fino ad oggi impensabili.

Politologi e militari israeliani hanno già ammesso che Israele non è la più forte. Nel grande mare delle centinaia di milioni di islamici che maltollerano nel proprio costato la baionetta di Israele, basterà qualche generazione di pazienza e il Regno Franco di Israele - non appena l'America sarà più debole, o più povera, o più stanca - sarà lentamente o bruscamente spazzato via.

Non ci sarà mai terra per uno sciacallo, dentro la casa dei leoni.

Questi secoli, come anche Mazzerelli ben vede, sono quelli delle etnie, piccole e grandi, tutte ancorate alla loro Terra. E, piaccia o non piaccia, la Storia - contro ogni presuntuoso sogno mondialista - resterà fondata sul Sangue e sulla Terra. (2).




Sergio Gozzoli







(1) Vedi un secondo volume di Mazzerelli: «Né schiavi di Roma né servi di Milano», Il Cerchio, 1998

(2) La Repubblica del 17 marzo 2001 da notizia di una cerimonia religiosa svoltasi a Riga il giorno prima. L'arcivescova di quella città ha commemorato i lettoni delle SS caduti nella lotta contro il bolscevismo. Alle sue parole si sono associati - presenti altri deputati del partito di maggioranza - il presidente Freiberger e il deputato Peagle. Già l'anno passato ad una analoga cerimonia aveva preso parte un ministro in carica che aveva poi dovuto dimettersi per le pressioni politiche internazionali. Anche quest'anno si è aperta una dura polemica tanto con Mosca, quanto con gli ambienti ebraici legati a Wiesenthal