Di Enzo Caprioli - Numero 45 del 01/05/1998


Moralità del progetto ambientalista e i suoi nemici.




L'incapacità dell'attuale dirigenza politica mondiale nell'affrontare la crisi dell'ambiente diviene ancora più stridente se confrontata coi comunicati dei nega vertici sui problemi del pianeta.

Dall'Earthsummit di Rio de Janeiro nel 1992 alla Convezione internazionale di Kyoto sui cambiamenti climatici del dicembre 1997 è sicuramente cambiato qualcosa, però in peggio.

È necessario interrogarci su ciò cui si ispirano le grandi scelte morali umane, ossia sulla morale corrente.

Cos'è poi la morale, da cosa nasce la sua esistenza? Si cerca e si adotta una morale ogni qualvolta occorra risolvere un conflitto di interessi tra sé e gli altri, tra sé e il mondo. Se l'uomo non avesse emozioni, quindi una sensibilità, un'anima, non avrebbe bisogno di una morale; la necessità di una morale nasce dall'impatto emotivo che hanno su di noi le persone significative ed in generale gli eventi che ci coinvolgono o dei quali siamo spettatori.

La morale è quindi un fatto sociale, non individuale.

L'individuo cerca comunque di sopravvivere e per ciò non gli serve una morale.

Ma quando ha a che fare con altri individui, allora gli serve un criterio, un orientamento che possa essere applicato alle mille situazioni della vita.

Adottare un comportamento morale non significa seguire delle prescrizioni esterne, ma risolvere, grazie a precise convinzioni (principi) il conflitto di interessi che si rinnova tra sé e le altre individualità biologiche. Essere persone «morali» significa procedere su una strada che non deve creare né sensi di colpa né incertezze, qualunque sia l'esito delle nostre azioni. Ma esistono azioni assolutamente «buone» e azioni assolutamente «cattive»?

Osservando le varie culture, dobbiamo riconoscere che le stesse azioni spesso assumono valenze molto diverse, talora opposte.

Se, ad esempio, prendiamo in esame la morale sessuale presso vari popoli della Terra, troviamo differenze enormi le quali rispondono ad esigenze culturali, etniche, psicologiche e talora socioeconomiche diversissime (1). Nelle diverse culture si progetta la vita e la si regola in modo autonomo e ciò porta a differenti tipi di morale e quindi di civiltà.

Nelle normali relazioni sentimentali, l'individuo reagisce violentemente nei confronti dell'altro non quando c'è minor corresponsione emotiva, ma quando l'altro rinnega il progetto che aveva concordato: «ma allora tu lo hai fatto solo per... », «allora non avevi alcuna intenzione di ...». Illudere il partner significa permettergli di formulare un progetto che ci comprenda senza avere nei suoi confronti un atteggiamento di lealtà.

La morale è il progetto.

È la consistenza del progetto a fornire un contenuto morale alle azioni della persona.

Un soldato in guerra uccide per un progetto che è condiviso da tutta la società cui appartiene, un delinquente che uccide un portavalori agisce per un progetto egoistico. Quando una persona cambia radicalmente il proprio progetto personale cambia anche la propria morale: ciò che per lui prima era bene può diventare male e viceversa.

Un'azienda ha sempre per sé un progetto, magari ce l'ha anche per i dipendenti se la gestione è familiare, ma certamente non ha un progetto per tutta la società. Ecco perché il potere economico, quando è troppo grande, diviene immorale; oggi la grande finanza internazionale sta cambiando il mondo, sta cambiando tutta la realtà, ma purtroppo senza alcun progetto che non sia l'egoistica utilità economica.

Là dove un progetto è solo di questo tipo non può esserci morale. Ogni individuo dovrebbe spesso chiedersi per cosa vive, quale progetto ha per il mondo, quale tipo di moralità intende esprimere. La stragrande maggioranza delle persone nasce, mangia, dorme, si accoppia, lavora.... sino alla morte; la loro esistenza serve a far vivere qualcun altro (se ci sono figli) o soltanto a far vivere se stessi (se i figli non ci sono).

Ogni vita viene «usata» dalla struttura socioeconomica per cui essa produce (azienda o altro) ed il progetto personale dell'individuo viene confuso, omologato nel progetto più ampio di tale struttura: così va il mondo nell'attuale momento storico.

Sono pochissimi a trovare la via per contribuire ad un progetto più ampio; tutti però vivono nello stesso contesto e respirano le stesse aberrazioni.

Nella nostra epoca c'è una distorsione enormemente più grave di qualsiasi altra avvenuta nel passato: l'umanità sta distruggendo il futuro dei suoi figli.

Qual'è il mondo che vogliamo? Tornare indietro nella storia non è praticabile; ci sono però alcune scelte indifferibili che una Civiltà consapevole deve compiere. Possiamo riassumere tali scelte in due diversi tipi di pianificazione, l'una da adottarsi nei cosiddetti Paesi avanzati, l'altra in Paesi a basso livello di industrializzazione, ma ad elevato tasso di crescita demografica.

Nei Paesi avanzati è necessario commisurare tutte le attività umane alla dimensione del territorio ed alla sua capacità di smaltimento dei rifiuti (gassosi, liquidi e solidi).

Ciò dovrebbe comportare il contenimento della popolazione, agendo innanzi tutto contro l'immigrazione e la riduzione dei trasporti, favorendo in tutti i modi la stanzialità del nucleo familiare - vivere e lavorare nello stesso luogo - ed il consumo dei prodotti locali. Per ogni tipo di prodotto ne va considerato l'impatto ambientale a livello di produzione ed a livello di consumo o di uso: molti prodotti andrebbero vietati, altri realizzati con materiali diversi, gli imballaggi ridotti in volume e realizzati solo con materiali biodegradabili.

Si avranno così produzioni più essenziali, più costose, generalmente più durevoli e realizzate con materiali che riducano al minimo i problemi di smaltimento.

I criteri costruttivi in campo edilizio e nel settore degli autoveicoli dovranno mutare radicalmente privilegiando la riduzione degli inquinanti su ogni altra necessità.

Anche il commercio e la pubblicità andrebbero rivisti in blocco, riconsegnando tali attività all'economia locale che dà lavoro, sottraendoli alla macroeconomia internazionale che il lavoro fa sparire. Per quanto riguarda i Paesi a basso livello di industrializzazione la necessità assoluta e impellente è che rivalutino l'economia tradizionale, quasi sempre basata su una natura non ancora addomesticata, quindi molto più ecocompatibile della nostra.

Questi Paesi devono cessare di essere considerati il «mercato del domani» ma, al contrario, le casseforti per quei beni naturali che altrove sono già stati dissipati. Gli aiuti internazionali dovranno esser concessi solo in cambio di tutela dei territori e di contenimento delle nascite; ciò ridurrà automaticamente fame e malattie.

Con pochissime frasi abbiamo tratteggiato ciò che bisogna fare, quindi un progetto, una morale.

Essa si scontra idealmente con progetti diversi, che possono sembrare giusti, addirittura attraenti per i più sprovveduti, ma che in realtà nascondono solo un disastro senza fine. Progetti alternativi veri e propri non ne esistono; residui «morali» di altre epoche condizionano pesantemente il percorso della storia, ostacolando la percezione del progetto salvifico.

Il mondo ha assoluto bisogno di un progetto vero e con esso di un modo di pensare al futuro per poter affrontare il presente: in altre parole di una morale attuale. La morale è molto più essenziale della conoscenza, che della prima è soltanto uno strumento.

Pensare che la conoscenza della realtà circostante possa da sola indurre l'uomo ad un cambiamento di rotta è pura follia.

Le conoscenze scientifico-tecnologiche attuali sono largamente sufficienti a dimostrare che il mondo va verso la catastrofe, non però ad evitarla. Del resto Civiltà molto più «arretrate» della nostra sapevano gestire l'ambiente in modo eccellente, pur disponendo di mezzi distruttivi notevoli (uso del fuoco, tecniche di caccia efficaci, etc.).

L'odierno dibattito culturale sul tema dell'ambiente è ad un livello di moralità e di consapevolezza che definire «penoso» è poco. Ambientalisti, verdi, mescolano temi di assoluta priorità, come la tutela di specie ed ecosistemi, con temi di assoluta inconsistenza sociale quali la vivisezione (2), oppure mescolano l'impegno sociale con atteggiamenti esistenziali utopici quali il pacifismo ad oltranza, che in particolare denuncia la loro impotenza caratteriale nello svolgere un ruolo rivoluzionario.

Nei Paesi a regime socialdemocratico il ruolo dei verdi è già stato ampiamente digerito dal Sistema: essi vengono considerati una componente minoritaria e polemica della sinistra, cui debbono esser fatte piccole concessioni per poter mantenere tutto com'è (3).

La situazione è dunque in costante e drammatico peggioramento, sebbene i mezzi d'informazione non sappiano o non vogliano fornire di ciò un'interpretazione corretta. Un esempio per tutti: è stato presentato come «inversione di tendenza» nella distruzione delle foreste tropicali (4) il fatto che la loro scomparsa si sia attestata oggi sui 12 milioni di ettari l'anno contro i 16 milioni degli anni '80.

Questo ottimismo «di regime», che si sposa con l'ignoranza delle masse, permea tutte le valutazioni giornalistiche, politiche e accademiche sul problema ambiente in quasi tutti gli stati del mondo; per lo meno in tutti quelli che accettano l'egemonia statunitense.

La grande marea della globalizzazione dei mercati ha messo in fibrillazione le economie delle maggiori nazioni del mondo, imponendo alle rispettive dirigenze politiche di anteporre ancora una volta le necessità di natura eminentemente economica a quelle non più differibili ma mai divenute prioritarie dell'ambiente.

La brutale competizione scatenata con la globalizzazione dell'economia ed i ristretti margini di manovra che essa comporta ricaccerà ancora più in fondo nella scala delle priorità il tema ambientale, in quanto esso è un freno per la competitività e impedisce di creare ricchezza nel breve termine.

Quando arriverà ancor più pesantemente l'uscita dal mercato dei piccoli produttori ed in generale delle realtà economiche locali di tipo tradizionale, quando la disoccupazione raggiungerà vette ancora non sperimentate, quali risorse economiche rimarranno per l'ambiente?

Siamo certi che sarà proprio l'ambiente, ancora più sfruttato, a divenire serbatoio di compensazione per le perdite di competitività. Col tramonto della vecchia concezione industrialista, l'economia ruota sempre meno attorno ai beni materiali (alimenti, alloggi, macchine per fare perno su attività immateriali (credito, informatica, spettacolo, pubblicità, informazione, distribuzione, servizi in genere) che pure generano reddito e sempre più condizionano criticamente anche le attività strettamente produttive (5).

Ciò ha due primarie implicazioni: conta sempre meno il saper produrre e conta sempre più il saper commerciare, a scapito della qualità e delle esigenze sociali; si creano inoltre posizioni onopolistiche nell'àmbito dei beni immateriali che garantiscono profitti enormi e grande potere d'influenza sulle attività produttive.

L'umanità può davvero sollevarsi da terra e vivere di immaterialità?

Se guardiamo al problema prossimo venturo dell'acqua si direbbe proprio di no.

La qualità dell'acqua dolce nel mondo peggiora costantemente a causa dell'inquinamento dei pozzi e delle falde, essa sta diventando una risorsa strategica al pari del petrolio; ciò comporterà anche il rischio di conflitti armati per il suo controllo. I «voli» astratti degli economisti prima o poi cozzeranno violentemente coi limiti ell'ecosistema e lo scontro sarà fatale per milioni di famiglie nel mondo, che da un giorno all'altro verranno catapultate nell'indigenza.

È la finanza speculativa a trarre il massimo vantaggio dalla immaterialità imperante: i concetti transnazionali di «mercato» e di «business» diventano cardine di un modello astratto di penetrazione economica applicabile ai più disparati contesti geografico-politici, il circuito informatico abbinato ad una libertà di scambio sempre più spinta consente lo spostamento virtuale del denaro con allargamento quasi infinito delle possibilità di investimento.

Il risultato finale è sempre lo stesso: risorse saccheggiate, popolazioni costrette a vivere in un ambiente ancor più degradato, arricchimento di pochi anzi pochissimi a danno di tutti (6).

Mai sazia, oggi la finanza internazionale minaccia addirittura la libertà di spesa dei governi nazionali attraverso l'imposizione di regole precostituite; l'A.M.I. (accordo multilaterale sugli investimenti), di cui si è discusso in febbraio all'O.C.S.E. (l'organizzazione dei 29 Paesi più industrializzati) non è che questo.

Il bersaglio ora sotto tiro dalla grande finanza, sia in àmbito internazionale che in àmbiti supernazionali quali la C.E.E., è la capacità delle singole nazioni di impostare politiche economiche a sostegno e tutela delle proprie specificità. La battaglia che, in modo più o meno efficace, Canada, Francia, Grecia, Spagna e Italia devono fare per mantenere normative ed incentivi a sostegno di arte, cultura, produzioni tradizionali locali, è in definitiva niente altro che una battaglia estrema per l'indipendenza. Peccato che i nostri governi ne. siano ignari, affrontandola quindi con armi ideologiche del tutto inadeguate.

In Francia il residuo orgoglio nazionale ha fatto reagire contro il diktat americano a favore del «pensiero unico» anche numerosi personaggi dello spettacolo e della cultura notoriamente a sinistra (7); costoro hanno finito col trovarsi a sostenere posizioni simili a quelle portate avanti da un decennio da Jean Marie Le Pen.

Le proteste antimondialiste di una certa sinistra «illuminata» resteranno però sterili se non sapranno fondersi con la consapevolezza che una forte riappropriazione del territorio da parte di ciascun Popolo è la sola alternativa possibile all'incontrastato dominio delle multinazionali e sola premessa per poter arginare il dissesto dell'ecosistema.

L'ambiente non può esser rispettato dal singolo grazie ad una sua nuova maturità o responsabilità, ma solo in quanto egli lo considera degno di tutela all'interno della collettività.

Questa moralità nazionale comunitaria deve considerare l'ambiente la propria casa, la propria unica garanzia di libertà e sostentamento, e come tale difenderlo.

Chi si appella alla responsabilità individuale del singolo consumatore per affrontare il problema ambiente, non solo non ha colto i reali termini della questione, ma soprattutto offre al sistema liberai-capitalistico la scusante per continuare lo scempio.

Molte, troppe voci ripetono un melenso ritornello: «..i cittadini occidentali sono i primi a non volere un cambiamento per non rinunciare al loro tenore di vita; sino a che non saranno disposti a ridimensionare i loro privilegi e redistribuire le loro ricchezze si dovrà andare avanti così...».

Questo tragico spostamento d'attenzione, dai veri responsabili del disastro alla moltitudine, incoraggiata di fatto a comportamenti negativi, trova fautori negli ambienti culturali più disparati, talora contrapposti: la parte più conformista della comunità scientifica, la Chiesa cattolica, il movimento New Age, l'ambientalismo di sinistra, le religioni orientali.

Ognuna di queste componenti prefigura a suo modo un'uscita dal problema, demandandone la soluzione alla maturazione dei singoli e non già ad un mutamento di identità e di strategia ai massimi vertici del potere; ciascuna nei fatti autorizza il grande capitale a continuare nella sua folle corsa.

Di utopie che volevano cambiare il mondo attraverso il cambiamento dell'animo umano la storia purtroppo ne ha viste parecchie, tutte tragicamente fallite. La tragicità del loro fallimento non è stato il fallimento stesso, di per sé inevitabile, ma tutte le violenze morali e gli errori perpetrati in nome dell'utopia. È venuto il momento di voltare pagina e fondare le speranze per il futuro su una realistica visione dell'Uomo e dei suoi bisogni, quindi su un progetto realizzabile in tempo utile.

Se il progetto salvifico, così semplice ed ovvio come noi lo abbiamo delineato, non viene perseguito da chi detiene il potere è perché tale potere si alimenta e sopravvive con un progetto antitetico. La verità è che non esiste una volontà di gestione del pianeta da parte di una élite stanziale, ma solo volontà di accaparramento da parte di apolidi.

Chi detiene il potere economico, ormai prevaricante sul potere politico, non è moralmente in grado di esercitarlo nell'interesse collettivo; sa usare solo un tipo di potere: quello del denaro. Esso prevede che chiunque possa conquistare denaro, ma premia chi già ne possiede tanto, offre opportunità a tutti, ma a scapito delle risorse essenziali alla vita del pianeta.

Lo scranno del re è stato comprato dai vassalli, essi decidono chi farvi sedere ed all'esercito demandano il compito di custodire i propri forzieri e di punire i ribelli.

Occorre esibire e difendere una differente Morale, ossia un progetto di gestione realmente capace di interrompere la spirale distruttiva; ciò è tecnicamente possibile nell'arco di una decina di anni e senza peggiorare la qualità della vita, anzi migliorandola. Solo quando la gente si renderà conto di ciò che occorre fare rimarrà allo scoperto chi vi si oppone.

Il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l'Organizzazione Mondiale del Commercio... dominano la scena planetaria senza che alcun suffragio li abbia legittimati; su questi organismi non è possibile esercitare alcun controllo democratico (direbbe un socialista), noi invece diciamo che essi non esprimono alcuna volontà popolare, ma esistono anzi per condizionarla.

La macchina distruttiva messa in moto dai grandi burattinai dell'economia mondiale apparentemente apre per tutti prospettive di investimento sempre più attraenti in ogni parte del mondo, contemporaneamente porta ovunque l'impatto ambientale della presenza umana al disastroso livello occidentale.

È come se qualcuno venisse a rubare in casa nostra promettendoci, se lo lasciamo fare, una parte del bottino.

I tempi dell'economia non sono quelli della Natura, chi non li rispetta alla fine non è che un ladro. Le grandi corporations ormai gestiscono le loro attività e il ritorno degli investimenti su tempi brevissimi, spesso inferiori all'anno; questa modalità di gestione sta contagiando l'impresa pubblica e la stessa pubblica amministrazione, che tende sempre più ad aziendalizzarsi.

Ciò non è sintomo di efficenza, ma esprime solo l'impossibilità di programmare a lunga scadenza: le dinamiche economiche si sono scollate dai tempi biologici scanditi dal funzionamento degli ecosistemi; in altre parole l'abuso sistematico del territorio ha sostituito la sua fisiologica produttività.

A questo immorale progetto di rapina è necessario opporre un progetto di civiltà.




Enzo Caprioli

(1) In Oceania e nella Melanesia le relazioni sessuali sono pressoché libere; al contrario, tra i Maring della Nuova Guinea il sesso è considerato sinonimo di dissoluzione della persona e viene limitato anche nell'àmbito della coppia. Se nel mondo islamico il tradimento della donna è una colpa gravissima che la priva di ogni diritto, tra gli Eschimesi Inuit le mogli si offrono agli ospiti del marito per cementare le relazioni sociali; anche in Siberia lo scambio delle mogli ha un'importante funzione.

(2) Il tema della vivisezione va casomai affrontato in rapporto alla qualità ed alla quantità dell'informazione scientifica che la sua pratica è realmente in grado di fornire. Il problema è epistemologico e concerne la validità dei modelli sperimentali animali in farmacologia.

(3) I personaggi più in vista dell'«universo verde» che hanno fatto carriera grazie alla loro gavetta come rompiscatole, oggi ricoprono cariche pubbliche per le quali è impossibile non aver adottato in pieno la logica liberai-capitalistica. Chicco Testa, oggi presidente dell'Enel, in una intervista televisiva ai tempi del suo insediamento, rispose a chi gli chiedeva come conciliasse la nuova nomina col suo passato: «... da allora sono cambiate molte cose». Sicuramente per lui, e non gli è parso vero adeguarvisi. Potrà sempre dire a sé stesso che a capo dell'Enel è meglio un «verde» come lui che qualcun altro.

(4) La distruzione delle foreste, che avanza ai tropici ma ora anche in Cina e nelle aree fredde dell'Europa dell'Est, è il più macroscopico e devastante effetto della civilizzazione. Le foreste sono regolatrici del clima, smaltiscono gli inquinamenti atmosferici (la COZ in particolare, con tamponamento dell'effetto-serra) e custodiscono la varietà biologica, vegetale e animale. I dati ufficiali sulla deforestazione spesso sono approssimati per difetto e comunque non tengono conto del fatto che anche nei Paesi già civilizzati il manto verde viene sempre eroso, sebbene ad un ritmo più blando.

(5) La esponenziale redditività dei beni «immateriali» è emblematicamente rappresentata dal patrimonio di Bill Gates - l'uomo più ricco del mondo, fondatore e presidente della Microsoft il colosso informatico di Seattle - che, già raddoppiato in un solo anno, ha raggiunto coi rialzi borsistici di quest'anno la straordinaria cifra di cinquantadue miliardi di dollari. Pubblicità e capacità distributiva impongono in tutto il mondo, con profitti enormi, prodotti standardizzati con costi in materia prima ridicoli (es. Coca-Cola e Sprite, successi musicali in CD, marche internazionali di abbigliamento casual).

(6) Il grande finanziere individualmente evade il problema ambientale, se non moralmente lo evade sul piano pratico: la sua vita scorre tra residenze dorate, località da favola, jet personali; le sue risorse gli consentiranno sempre e comunque di costruire attorno a sè un microcosmo salubre.

(7) Jeanne Moreau, Bernard Tavernier, Jean-Jacques Beineix, Pierre Lescure, Alain Barrière e molti altri hanno recentemente preso posizione contro l'accordo multilaterale sugli investimenti (A.M.T.), denunciandolo come atto di aggressione verso l'identità culturale ed economica delle Nazioni.