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    Talking Nathan, il sindaco ebreo e massone che fece grande Roma

    di ALDO CHIARLE

    Lunedì 08 Giugno 2009 13:49

    Ernesto Nathan fu eletto consigliere comunale di Roma nelle elezioni del 1898 e nel 1907 sindaco della città, carica che resse sino al 1913.Eletto sindaco in un momento particolarmente critico di Roma capitale, allo sfascio morale ed edilizio (saccheggio del patrimonio storico con stupende ville abbattute per costruire nuovi cantieri) dando spazio a enormi speculazioni edilizie. Proprio in questa Roma, Nathan viene eletto e nei suoi sette anni di amministrazione, municipalizza i servizi pubblici più importanti (dai trasporti, all’acqua, alla luce) e realizza grandi opere come la Galleria del Traforo e dei nuovi ponti sul Tevere). Ma non è questa attività, secondo me, che ha fatto grande Nathan: lo hanno fatto grande le scuole elementari costruite in tutti i vecchi rioni; lo hanno fatto grande le case popolari del rione Testaccio con assistenza scolastica e sanitaria per tutti gli abitanti; lo hanno fatto grande gli alberghi dei poveri e le mense popolari create nello stesso quartiere; l’hanno fatto grande diecine di iniziative sociali, sanitarie a favore dei meno abbienti e le istituzioni per i poveri e per gli operi. E voglio ricordare - perché pochi lo sanno - una grande opera fondata nel 1874 dalla madre di Nathan, Sarina Levi di Pesaro, la scuola Mazzini con sede a Trastevere, in via San Crisogono al numero 37. Ernesto Nathan fu anche fra i fondatori della “Dante Alighieri”, autore di decine di libri, pubblicazioni, articoli e studi. Massone dichiarato, fu iniziato il 24 giugno 1887 nella Loggia “Propaganda Massonica”-Oriente di Roma, ed eletto Gran Maestro dal 1896 al 1904 e dal 1917 al 1919.Nel 1910 Nathan nella sua qualità di sindaco, pronuncia il 20 settembre, dinanzi alla breccia di Porta Pia, un discorso che crea violente polemiche. Disse Nathan: “Cittadini, non parlo in nome della sola Roma, ne è segno la corona or ora presentatami, la presenza del Consiglio provinciale presieduto dall’illustre suo vice presidente. È tutta la plaga intorno a noi, è tutta la provincia che si unisce alla città, solidale con essa nelle libere affermazioni, nelle popolari aspirazioni. E, se di nuovo io m’indirizzo a voi da questo storico luogo, è per volontà vostra, da poco manifestatami col vostro suffragio; voleste che la voce dell’amministrazione popolare risonasse di nuovo qui, e questa rappresentanza voleste nell’anno quando da ogni lato d’Italia e da fuori, dai due emisferi, connazionali e stranieri si recheranno qui in pellegrinaggio per rammentare il giorno in cui, mezzo secolo fa, il Parlamento Subalpino, nella certa visione dei destini nazionali, Roma rivendicò capitale della nuova Italia. Davanti alla volontà del popolo, all’opra dei grandi fautori, l’Apostolo, il Guerriero, il Re, lo Statista, dinanzi al prode esercito, ai valorosi volontari, ai cittadini, quanti oprarono, soffrirono, morirono, per la prescienza che talvolta illumina uomini e assemblee, così allora statuì quell’illustre patriottico consesso, e così, nella maturità degli eventi, fu. Conferma di quel voto solenne, noi siamo qui oggi; e domani il mondo intero, nelle molteplici sue rappresentanze, qui converrà per constatare come la Roma dell’oggi, la Roma della Terza Italia, riprenda il cammino dal destino assegnatole, riassuma in sé la volontà e le aspirazioni di un grande popolo, varchi le frontiere, e nelle estrinsecazioni della vita, nelle manifestazioni del pensiero, attraverso i monti, s’affratelli con gli altri popoli. Tale è la Roma ch’è onorato mio ufficio rappresentare, vindice della libertà del pensiero, entrata in una con la bandiera tricolore; una altra Roma, prototipo del passato, si rinchiude entro un perimetro più ristretto delle mure di Belisario, intesa a comprimere nel brevissimo circuito il pensiero,nella tema che, come gli imbalsamati cadaveri del vecchio Egitto, il contatto con l’aria libera abbia a risolverla in polvere. Di lì, dal pregiudizio del dogma, ultimo disperato sforzo per eternare il segno dell’ignoranza, scende, da un lato, l’ordine ai fedeli di bandire dalle scuole la stampa periodica, quella che narra della vita e del pensiero odierno; dall’antro risuona tonante - elettricità negativa senza contatto con la positiva - la proscrizione contro gli uomini e le associazioni desiderosi di conciliare le pratiche e i dettami della loro fede, con gli insegnamenti dell’intelletto, della vita vissuta, delle aspirazioni morali e sociali della civiltà. Ritornate, o cittadini, alla Roma di un anno prima della Breccia, nel 1869. Convennero allora in pellegrinaggio i fedeli di tutte le parti del mondo, qui chiamati per una grande solenne affermazione della cattolicità regnante. San Pietro, nella monumentale sua maestosità, raccoglieva nell’ampio grembo i rappresentanti dei dogma, in Ecumenico Concilio; venero per sancire che il Pontefice, in diretta rappresentanza e discendenza di Gesù, dovesse, come il Figlio, ereditare onnisciente illimitato potere sugli uomini, e da ogni giudizio morali i decreti sui sottrarre, in virtù della infallibilità proclamata, riconosciuta, accettata. Era l’inverso della rivelazione biblica del Figlio di Dio fattosi uomo in terra; era il figlio dell’uomo fattosi Dio in terra! Vi fu chi, forte nella storia dei Pontefici attraverso i secoli, reagì alla bestemmia rivolta a Dio e agli uomini. Doellinger rimase solo! Revocare in dubbio, discutere i decreti dal Capo della Chiesa per la gerarchia era il primo passo per sottometterli al libero esame; era il forellino attraverso cui passava l’aria ossigenata della scienza, del progresso civile. E però sulle vecchie mura del dogma si sovrappose l’intonaco della infallibilità per unanime consenso. Fu l’ultima grande affermazione dinanzi al mondo, della Roma prima della Breccia, era l’ultimo pellegrinaggio al Pontefice Re. Confrontate il fatto di allora con quello che ora si prepara, e misurate il cammino percorso in quaranta anni, un giorno nella vita della Città Eterna! Guardatela nelle nuove forme, nei nuovi atteggiamenti. Le mura di Bellisario trapassate da ogni lato, come le mura di Servio Tullio, stanno là a determinare il circuito della vecchia Roma, coi suoi orti si protendono verso il colle e il mare, senza soluzioni di continuità, e appena qualche albero, fra le nuove, larghe, illuminate vie, fra le case moderne, delle altre ricorda l’esistenza. Il Gesù è diventato un archivio nazionale, archivio anche di tristi memorie; Castel Sant’Angelo, la tomba del morto imperatore romano, ridotta poi a tomba dei viventi sudditi papali, è un museo di ricordi medioevali, per insegnamento e raffinamento dei cittadini; l’insigne e colossale monumento della grandezza romana, le Terme Diocleziali, ridotte a fienili, magazzini e sconci abituri, ora si circonda di giardini e ritorna in vita, degna vita, grande, impareggiabile museo nazionale di arte antica. E potrei continuare; mostrarvi le scuole elementari, il Lungo Tevere, là dove si ergeva, monumento di stolta intolleranza, il Ghetto; i bagni pubblici in recinti ove la tolleranza consentiva la corruzione dei costumi; riassumo: nella Roma di un tempo non bastavano mai le chiese per pregare, mentre invano si chiedevano le scuole; oggi le chiese sovrabbondano, esuberano e le scuole non bastano mai! Ecco il significato della Breccia, o cittadini. Nessuna chiesa senza scuola! Illuminata coscienza per ogni fede, ecco il significato della Roma d’oggi. Ovunque, da Torino a Marsala a Palermo, da Napoli a Perugia, ai campi di Castelfidardo, l’Italia ha celebrato la ricorrenza cinquantenaria della sua ricomposizione ed unità, ed ovunque fu presente Roma nel cuore della sua cittadinanza nella parola dei rappresentanti suoi. Oggi alla quarantenaria ricorrenza del giorno fatidico, che ha sacrato l’unità patria, il Paese tutto è qui presente, nella sua più Augusta Rappresentanza; con noi ricorda il passato, con noi fraternamente opra il presente, con noi prepara nella coscienza del comune dovere, l’avvenire. Un solo grido prorompa dai vostri petti dinanzi a questa Breccia: viva la Terza Italia”.Fatto nuovo negli annali del Pontificato, al discorso del Sindaco, rispose il Pontefice Pio X colla seguente lettera indirizzata al Cardinale Vicario:“Al diletto figlio Pietro cardinale Respighi, Nostro Vicario Generale. Signor Cardinale, una circostanza di eccezionale gravità Ci muove a rivolgerle la Nostra parola per manifestarle il dolore profondo dell’animo Nostro. Da due giorni un pubblico funzionario nell’esercizio del suo mandato, non pago di ricordare solennemente la ricorrenza anniversaria del giorno in cui furono calpestati i sacri diritti della Sovranità Pontificia, ha alzato la voce per lanciare contro le dottrine della Fede cattolica, contro il Vicario di Cristo in terra e contro la Chiesa stessa lo scherno e l’oltraggio. Parlando in nome di questa Roma, che pur doveva essere, secondo autorevoli dichiarazioni, la dimora onorata e pacifica del Sommo Pontefice, si è presa direttamente di mira la Nostra stessa giurisdizione spirituale, arrivando impunemente a denunciare al pubblico disprezzo perfino gli atti del Nostro Apostolico Ministero. A questa audace contestazione della missione affidata da Cristo Signor Nostro a Pietro e ai suoi successori, accoppiandosi pensieri e parole blasfeme, si è osato d’insorgere altresì pubblicamente contro la divina essenza della Chiesa, contro la veracità dei suoi dommi e contro l’autorità dei suoi Concili. E poiché all’odio della Chiesa va naturalmente congiunto l’odio più dichiarato ad ogni manifestazione di pietà cristiana, non si è indietreggiato neppure dinanzi al proposito malvagio e antisociale di offendere il sentimento religioso del popolo credente. Per questo cumulo di empie affermazioni, quanto gratuite quanto blasfeme, non possiamo non levare alta la voce di giusta indignazione e protesta, e richiamare, in pari tempo, per mezzo di Lei, signor Cardinale, la considerazione dei Nostri figli di Roma sulle offese continue ed ognor maggiori alla religione cattolica, anche per parte di pubbliche autorità, nella sede stessa del romano Pontefice. Questa nuova e ben constatazione non isfuggirà certamente ai fedeli tutti del mondo cattolico, offesi anche essi, i quali si uniranno con i Nostri cari figli di Roma per innalzare con fervore le loro preghiere all’Altissimo, affinché sorga a difesa della sua Sposa divina, la Chiesa fatta così indegnamente bersaglio a calunnie sempre più velenose e agli attacchi sempre più violenti dalla impune baldanza di suoi nemici. Facciamo voti che, per l’onore stesso della Città eterna, non abbiano a rinnovarsi questi intolleranti attacchi; e intanto come pegno della Nostra speciale benevolenza, Le impartiamo di cuore, Signor Cardinale, l’Apostolica Benedizione”.All’inatteso, quanto violento e ingiustificato attacco, il sindaco Nathan oppose una calma e misurata difesa, sotto forma di lettera ai direttori dei giornali cittadini. Ed eccone il testo:“Pregiatissimo signor Direttore, per gli atti dell’Ufficio mio, devo rispondere al Consiglio, alle competenti autorità; interviene per il discorso del XX settembre un rescritto del Sommo Pontefice all’Eminentissimo Cardinale Vicario per stigmatizzare le parole mie al cospetto della cittadinanza, dell’Italia e di tutto il mondo. Il rispetto verso di Lui, verso tutto il Concorzio civile, impone una spiegazione. Egli, dal Vaticano, fulminando chi sta al Campidoglio, non rende più evidente il tema del discorso, il contrasto fra la Roma passata e la Roma presente? Sono colpevole – come egli dice – ‘nell’anniversario del giorno in cui furono calpestati i diritti della Sovranità Pontificia’; di lanciare offese e ognor maggiori alla Religione cattolica; ho alzato la voce per lanciare contro il Vicario di Cristo in terra lo scherno e l’oltraggio? O non ho messo invece davanti agli occhi dei cittadini uno specchio fedele perché tutti vi vedessero riflessi gli eventi del passato, quelli verificatisi attraverso altro governo, altra volontà, altri insegnamenti, altre aspirazioni? Non sono io autore o inventore del bando per esiliare dalle scuole e dai seminari tutta la stampa periodica; non io ad immaginare condanne solenni alla democrazia cristiana, ai modernisti, ai Sillogisti, a quanti muovono affannosamente alla ricerca di una fede che concili intelletto insieme dogma, rito e religione in guisa da negare la consolazione della fede a chi ai mutabili precetti e volontà degli uomini non potette umiliare cieca sottomissione; non io a creare l’ignoranza che abbandonandosi alle superstizioni brutalmente respinge il sapere; non io a mancar di rispetto alle altrui credenze, diritti imprescrittibili dell’individuale coscienza, né tanto poco venir meno ai riguardi dovuti al Pontefice, all’uomo chiamato ad altissimo ufficio, che nel limiti consentiti da cuore e intelletto sacrifica tutto l’essere suo per amore del bene, secondo i dettami della sua coscienza. No. Come il Sommo Pontefice dall’alto della Cattedra di San Pietro ha dovere di dire la verità quale a lui appare, ai credenti, così il minoscolo sindaco di Roma dinanzi alla Breccia di Porta Pia, per lui iniziatrice di una nuova auspicata era politica e civile, ha uguale dovere innanzi alla cittadinanza. Offende le orecchie di chi afferma ‘calpestati i diritti della Sovranità Pontificia’; ma non è l’uomo, non sono le sue parole, è il fatto che offende, opprime, preoccupa, esaspera: il fatto avvenuto in passato, il fatto che si avanza fatale, con passo più sicuro, a misura che l’albeggiante giorno della nuova Italia rischiara la strada agli ansiosi trepidi viandanti; il fatto che guida le genti, iscritto fra i dettami della legge che governa l’universo dalla mano del progresso: fatto che sovrasta Pontefice e sindaco. Tutto si muove, si evolve, si allarga e gli uomini volgono gli occhi su alla ricerca della fede, illuminata dal sapere. Se ho offeso i doveri dell’ufficio mio, spetta al Tribunale; se ho offeso i doveri dell’ufficio mio spetta il giudizio alla cittadinanza; se ho offeso la Religione, la coscienza tranquilla, senza intermediario, risponde innanzi a Dio”. La conferenza del Sindaco Nathan (e la relativa polemica) fu raccolta dal Grande Oriente d’Italia in un opuscoletto che uscì nel novembre dello stesso anno, con il titolo di “Roma papale e Roma italiana”. E uscì con una breve presentazione dello stesso Nathan:“Lo sdegno pontificio, misurato o no, calcolato o no (le teste di turco sono sempre ‘manichini’ pregiati nell’arte diplomatica) ha richiamato sulle mie povere parole l’attenzione di molte persone, in molte parti del mondo; l’appassionato appello alla universalità contro il ‘blasfema’, contro l’usurpazione italiana che a un cittadino lascia libertà di parola nella città eterna, dando alla consueta annua rivendicazione dinnanzi alla Breccia di Porta Pia un valore diverso; la importanza di un documento, non utile illustrazione di un dato momento nella storia di Roma e dei poteri che ne contrastano il possesso. Conoscerlo nella sua integrità, non come fu raffazzonato, riassunto, commentato, è bene; come non è male mettere sott’occhio, a chi voglia serenamente conoscere e giudicare, il testo preciso della unilateralmente appassionata discussione; il discorso originale, la requisitoria solenne e vibrata del Pontificato, l’austera pacifica risposta. Varranno le brevi pagine a snebbiare la mente di non pochi, tratti in errore; altri illumineranno sull’atteggiamento di chi, ritornando ai tempi classici di Pio IX, in nome del Redentore e della Religione, inutilmente si affanna a trascinare Stati e Popoli a insorgere contro l’unità dello Stato e la volontà del Popolo”.Ernesto Nathan ritornò su questa polemica il 1° dicembre 1912, al Teatro Argentina, in un discorso programma e fu molto chiaro nella conclusione: “Di quel discorso non ritiro nulla.

    Nathan, il sindaco ebreo e massone che fece grande Roma di ALDO CHIARLE
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito Riferimento: Nathan, il sindaco ebreo e massone che fece grande Roma

    Citazione Originariamente Scritto da Der Wehrwolf Visualizza Messaggio
    di ALDO CHIARLE

    Lunedì 08 Giugno 2009 13:49

    Ernesto Nathan fu eletto consigliere comunale di Roma nelle elezioni del 1898 e nel 1907 sindaco della città, carica che resse sino al 1913.Eletto sindaco in un momento particolarmente critico di Roma capitale, allo sfascio morale ed edilizio (saccheggio del patrimonio storico con stupende ville abbattute per costruire nuovi cantieri) dando spazio a enormi speculazioni edilizie. Proprio in questa Roma, Nathan viene eletto e nei suoi sette anni di amministrazione, municipalizza i servizi pubblici più importanti (dai trasporti, all’acqua, alla luce) e realizza grandi opere come la Galleria del Traforo e dei nuovi ponti sul Tevere). Ma non è questa attività, secondo me, che ha fatto grande Nathan: lo hanno fatto grande le scuole elementari costruite in tutti i vecchi rioni; lo hanno fatto grande le case popolari del rione Testaccio con assistenza scolastica e sanitaria per tutti gli abitanti; lo hanno fatto grande gli alberghi dei poveri e le mense popolari create nello stesso quartiere; l’hanno fatto grande diecine di iniziative sociali, sanitarie a favore dei meno abbienti e le istituzioni per i poveri e per gli operi. E voglio ricordare - perché pochi lo sanno - una grande opera fondata nel 1874 dalla madre di Nathan, Sarina Levi di Pesaro, la scuola Mazzini con sede a Trastevere, in via San Crisogono al numero 37. Ernesto Nathan fu anche fra i fondatori della “Dante Alighieri”, autore di decine di libri, pubblicazioni, articoli e studi. Massone dichiarato, fu iniziato il 24 giugno 1887 nella Loggia “Propaganda Massonica”-Oriente di Roma, ed eletto Gran Maestro dal 1896 al 1904 e dal 1917 al 1919.Nel 1910 Nathan nella sua qualità di sindaco, pronuncia il 20 settembre, dinanzi alla breccia di Porta Pia, un discorso che crea violente polemiche. Disse Nathan: “Cittadini, non parlo in nome della sola Roma, ne è segno la corona or ora presentatami, la presenza del Consiglio provinciale presieduto dall’illustre suo vice presidente. È tutta la plaga intorno a noi, è tutta la provincia che si unisce alla città, solidale con essa nelle libere affermazioni, nelle popolari aspirazioni. E, se di nuovo io m’indirizzo a voi da questo storico luogo, è per volontà vostra, da poco manifestatami col vostro suffragio; voleste che la voce dell’amministrazione popolare risonasse di nuovo qui, e questa rappresentanza voleste nell’anno quando da ogni lato d’Italia e da fuori, dai due emisferi, connazionali e stranieri si recheranno qui in pellegrinaggio per rammentare il giorno in cui, mezzo secolo fa, il Parlamento Subalpino, nella certa visione dei destini nazionali, Roma rivendicò capitale della nuova Italia. Davanti alla volontà del popolo, all’opra dei grandi fautori, l’Apostolo, il Guerriero, il Re, lo Statista, dinanzi al prode esercito, ai valorosi volontari, ai cittadini, quanti oprarono, soffrirono, morirono, per la prescienza che talvolta illumina uomini e assemblee, così allora statuì quell’illustre patriottico consesso, e così, nella maturità degli eventi, fu. Conferma di quel voto solenne, noi siamo qui oggi; e domani il mondo intero, nelle molteplici sue rappresentanze, qui converrà per constatare come la Roma dell’oggi, la Roma della Terza Italia, riprenda il cammino dal destino assegnatole, riassuma in sé la volontà e le aspirazioni di un grande popolo, varchi le frontiere, e nelle estrinsecazioni della vita, nelle manifestazioni del pensiero, attraverso i monti, s’affratelli con gli altri popoli. Tale è la Roma ch’è onorato mio ufficio rappresentare, vindice della libertà del pensiero, entrata in una con la bandiera tricolore; una altra Roma, prototipo del passato, si rinchiude entro un perimetro più ristretto delle mure di Belisario, intesa a comprimere nel brevissimo circuito il pensiero,nella tema che, come gli imbalsamati cadaveri del vecchio Egitto, il contatto con l’aria libera abbia a risolverla in polvere. Di lì, dal pregiudizio del dogma, ultimo disperato sforzo per eternare il segno dell’ignoranza, scende, da un lato, l’ordine ai fedeli di bandire dalle scuole la stampa periodica, quella che narra della vita e del pensiero odierno; dall’antro risuona tonante - elettricità negativa senza contatto con la positiva - la proscrizione contro gli uomini e le associazioni desiderosi di conciliare le pratiche e i dettami della loro fede, con gli insegnamenti dell’intelletto, della vita vissuta, delle aspirazioni morali e sociali della civiltà. Ritornate, o cittadini, alla Roma di un anno prima della Breccia, nel 1869. Convennero allora in pellegrinaggio i fedeli di tutte le parti del mondo, qui chiamati per una grande solenne affermazione della cattolicità regnante. San Pietro, nella monumentale sua maestosità, raccoglieva nell’ampio grembo i rappresentanti dei dogma, in Ecumenico Concilio; venero per sancire che il Pontefice, in diretta rappresentanza e discendenza di Gesù, dovesse, come il Figlio, ereditare onnisciente illimitato potere sugli uomini, e da ogni giudizio morali i decreti sui sottrarre, in virtù della infallibilità proclamata, riconosciuta, accettata. Era l’inverso della rivelazione biblica del Figlio di Dio fattosi uomo in terra; era il figlio dell’uomo fattosi Dio in terra! Vi fu chi, forte nella storia dei Pontefici attraverso i secoli, reagì alla bestemmia rivolta a Dio e agli uomini. Doellinger rimase solo! Revocare in dubbio, discutere i decreti dal Capo della Chiesa per la gerarchia era il primo passo per sottometterli al libero esame; era il forellino attraverso cui passava l’aria ossigenata della scienza, del progresso civile. E però sulle vecchie mura del dogma si sovrappose l’intonaco della infallibilità per unanime consenso. Fu l’ultima grande affermazione dinanzi al mondo, della Roma prima della Breccia, era l’ultimo pellegrinaggio al Pontefice Re. Confrontate il fatto di allora con quello che ora si prepara, e misurate il cammino percorso in quaranta anni, un giorno nella vita della Città Eterna! Guardatela nelle nuove forme, nei nuovi atteggiamenti. Le mura di Bellisario trapassate da ogni lato, come le mura di Servio Tullio, stanno là a determinare il circuito della vecchia Roma, coi suoi orti si protendono verso il colle e il mare, senza soluzioni di continuità, e appena qualche albero, fra le nuove, larghe, illuminate vie, fra le case moderne, delle altre ricorda l’esistenza. Il Gesù è diventato un archivio nazionale, archivio anche di tristi memorie; Castel Sant’Angelo, la tomba del morto imperatore romano, ridotta poi a tomba dei viventi sudditi papali, è un museo di ricordi medioevali, per insegnamento e raffinamento dei cittadini; l’insigne e colossale monumento della grandezza romana, le Terme Diocleziali, ridotte a fienili, magazzini e sconci abituri, ora si circonda di giardini e ritorna in vita, degna vita, grande, impareggiabile museo nazionale di arte antica. E potrei continuare; mostrarvi le scuole elementari, il Lungo Tevere, là dove si ergeva, monumento di stolta intolleranza, il Ghetto; i bagni pubblici in recinti ove la tolleranza consentiva la corruzione dei costumi; riassumo: nella Roma di un tempo non bastavano mai le chiese per pregare, mentre invano si chiedevano le scuole; oggi le chiese sovrabbondano, esuberano e le scuole non bastano mai! Ecco il significato della Breccia, o cittadini. Nessuna chiesa senza scuola! Illuminata coscienza per ogni fede, ecco il significato della Roma d’oggi. Ovunque, da Torino a Marsala a Palermo, da Napoli a Perugia, ai campi di Castelfidardo, l’Italia ha celebrato la ricorrenza cinquantenaria della sua ricomposizione ed unità, ed ovunque fu presente Roma nel cuore della sua cittadinanza nella parola dei rappresentanti suoi. Oggi alla quarantenaria ricorrenza del giorno fatidico, che ha sacrato l’unità patria, il Paese tutto è qui presente, nella sua più Augusta Rappresentanza; con noi ricorda il passato, con noi fraternamente opra il presente, con noi prepara nella coscienza del comune dovere, l’avvenire. Un solo grido prorompa dai vostri petti dinanzi a questa Breccia: viva la Terza Italia”.Fatto nuovo negli annali del Pontificato, al discorso del Sindaco, rispose il Pontefice Pio X colla seguente lettera indirizzata al Cardinale Vicario:“Al diletto figlio Pietro cardinale Respighi, Nostro Vicario Generale. Signor Cardinale, una circostanza di eccezionale gravità Ci muove a rivolgerle la Nostra parola per manifestarle il dolore profondo dell’animo Nostro. Da due giorni un pubblico funzionario nell’esercizio del suo mandato, non pago di ricordare solennemente la ricorrenza anniversaria del giorno in cui furono calpestati i sacri diritti della Sovranità Pontificia, ha alzato la voce per lanciare contro le dottrine della Fede cattolica, contro il Vicario di Cristo in terra e contro la Chiesa stessa lo scherno e l’oltraggio. Parlando in nome di questa Roma, che pur doveva essere, secondo autorevoli dichiarazioni, la dimora onorata e pacifica del Sommo Pontefice, si è presa direttamente di mira la Nostra stessa giurisdizione spirituale, arrivando impunemente a denunciare al pubblico disprezzo perfino gli atti del Nostro Apostolico Ministero. A questa audace contestazione della missione affidata da Cristo Signor Nostro a Pietro e ai suoi successori, accoppiandosi pensieri e parole blasfeme, si è osato d’insorgere altresì pubblicamente contro la divina essenza della Chiesa, contro la veracità dei suoi dommi e contro l’autorità dei suoi Concili. E poiché all’odio della Chiesa va naturalmente congiunto l’odio più dichiarato ad ogni manifestazione di pietà cristiana, non si è indietreggiato neppure dinanzi al proposito malvagio e antisociale di offendere il sentimento religioso del popolo credente. Per questo cumulo di empie affermazioni, quanto gratuite quanto blasfeme, non possiamo non levare alta la voce di giusta indignazione e protesta, e richiamare, in pari tempo, per mezzo di Lei, signor Cardinale, la considerazione dei Nostri figli di Roma sulle offese continue ed ognor maggiori alla religione cattolica, anche per parte di pubbliche autorità, nella sede stessa del romano Pontefice. Questa nuova e ben constatazione non isfuggirà certamente ai fedeli tutti del mondo cattolico, offesi anche essi, i quali si uniranno con i Nostri cari figli di Roma per innalzare con fervore le loro preghiere all’Altissimo, affinché sorga a difesa della sua Sposa divina, la Chiesa fatta così indegnamente bersaglio a calunnie sempre più velenose e agli attacchi sempre più violenti dalla impune baldanza di suoi nemici. Facciamo voti che, per l’onore stesso della Città eterna, non abbiano a rinnovarsi questi intolleranti attacchi; e intanto come pegno della Nostra speciale benevolenza, Le impartiamo di cuore, Signor Cardinale, l’Apostolica Benedizione”.All’inatteso, quanto violento e ingiustificato attacco, il sindaco Nathan oppose una calma e misurata difesa, sotto forma di lettera ai direttori dei giornali cittadini. Ed eccone il testo:“Pregiatissimo signor Direttore, per gli atti dell’Ufficio mio, devo rispondere al Consiglio, alle competenti autorità; interviene per il discorso del XX settembre un rescritto del Sommo Pontefice all’Eminentissimo Cardinale Vicario per stigmatizzare le parole mie al cospetto della cittadinanza, dell’Italia e di tutto il mondo. Il rispetto verso di Lui, verso tutto il Concorzio civile, impone una spiegazione. Egli, dal Vaticano, fulminando chi sta al Campidoglio, non rende più evidente il tema del discorso, il contrasto fra la Roma passata e la Roma presente? Sono colpevole – come egli dice – ‘nell’anniversario del giorno in cui furono calpestati i diritti della Sovranità Pontificia’; di lanciare offese e ognor maggiori alla Religione cattolica; ho alzato la voce per lanciare contro il Vicario di Cristo in terra lo scherno e l’oltraggio? O non ho messo invece davanti agli occhi dei cittadini uno specchio fedele perché tutti vi vedessero riflessi gli eventi del passato, quelli verificatisi attraverso altro governo, altra volontà, altri insegnamenti, altre aspirazioni? Non sono io autore o inventore del bando per esiliare dalle scuole e dai seminari tutta la stampa periodica; non io ad immaginare condanne solenni alla democrazia cristiana, ai modernisti, ai Sillogisti, a quanti muovono affannosamente alla ricerca di una fede che concili intelletto insieme dogma, rito e religione in guisa da negare la consolazione della fede a chi ai mutabili precetti e volontà degli uomini non potette umiliare cieca sottomissione; non io a creare l’ignoranza che abbandonandosi alle superstizioni brutalmente respinge il sapere; non io a mancar di rispetto alle altrui credenze, diritti imprescrittibili dell’individuale coscienza, né tanto poco venir meno ai riguardi dovuti al Pontefice, all’uomo chiamato ad altissimo ufficio, che nel limiti consentiti da cuore e intelletto sacrifica tutto l’essere suo per amore del bene, secondo i dettami della sua coscienza. No. Come il Sommo Pontefice dall’alto della Cattedra di San Pietro ha dovere di dire la verità quale a lui appare, ai credenti, così il minoscolo sindaco di Roma dinanzi alla Breccia di Porta Pia, per lui iniziatrice di una nuova auspicata era politica e civile, ha uguale dovere innanzi alla cittadinanza. Offende le orecchie di chi afferma ‘calpestati i diritti della Sovranità Pontificia’; ma non è l’uomo, non sono le sue parole, è il fatto che offende, opprime, preoccupa, esaspera: il fatto avvenuto in passato, il fatto che si avanza fatale, con passo più sicuro, a misura che l’albeggiante giorno della nuova Italia rischiara la strada agli ansiosi trepidi viandanti; il fatto che guida le genti, iscritto fra i dettami della legge che governa l’universo dalla mano del progresso: fatto che sovrasta Pontefice e sindaco. Tutto si muove, si evolve, si allarga e gli uomini volgono gli occhi su alla ricerca della fede, illuminata dal sapere. Se ho offeso i doveri dell’ufficio mio, spetta al Tribunale; se ho offeso i doveri dell’ufficio mio spetta il giudizio alla cittadinanza; se ho offeso la Religione, la coscienza tranquilla, senza intermediario, risponde innanzi a Dio”. La conferenza del Sindaco Nathan (e la relativa polemica) fu raccolta dal Grande Oriente d’Italia in un opuscoletto che uscì nel novembre dello stesso anno, con il titolo di “Roma papale e Roma italiana”. E uscì con una breve presentazione dello stesso Nathan:“Lo sdegno pontificio, misurato o no, calcolato o no (le teste di turco sono sempre ‘manichini’ pregiati nell’arte diplomatica) ha richiamato sulle mie povere parole l’attenzione di molte persone, in molte parti del mondo; l’appassionato appello alla universalità contro il ‘blasfema’, contro l’usurpazione italiana che a un cittadino lascia libertà di parola nella città eterna, dando alla consueta annua rivendicazione dinnanzi alla Breccia di Porta Pia un valore diverso; la importanza di un documento, non utile illustrazione di un dato momento nella storia di Roma e dei poteri che ne contrastano il possesso. Conoscerlo nella sua integrità, non come fu raffazzonato, riassunto, commentato, è bene; come non è male mettere sott’occhio, a chi voglia serenamente conoscere e giudicare, il testo preciso della unilateralmente appassionata discussione; il discorso originale, la requisitoria solenne e vibrata del Pontificato, l’austera pacifica risposta. Varranno le brevi pagine a snebbiare la mente di non pochi, tratti in errore; altri illumineranno sull’atteggiamento di chi, ritornando ai tempi classici di Pio IX, in nome del Redentore e della Religione, inutilmente si affanna a trascinare Stati e Popoli a insorgere contro l’unità dello Stato e la volontà del Popolo”.Ernesto Nathan ritornò su questa polemica il 1° dicembre 1912, al Teatro Argentina, in un discorso programma e fu molto chiaro nella conclusione: “Di quel discorso non ritiro nulla.

    Nathan, il sindaco ebreo e massone che fece grande Roma di ALDO CHIARLE
    Nonchè membro del Partito Repubblicano Italiano.

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