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Discussione: La lega e le dighe.

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    Predefinito La lega e le dighe.

    A2A, Enel, Regioni e Lega Parte il grande assalto alle dighe.

    A2A, Enel, Regioni e Lega Parte il grande assalto alle dighe

    MILANO - Nel mondo solo undici Paesi producono più energia idroelettrica dell' Italia. Fino al 1965 fiumi, bacini e condotte forzate hanno coperto più del 50% del fabbisogno elettrico di tutto il Paese, prima di lasciare spazio a petrolio e gas. Ancora oggi soddisfano il 18% della domanda nazionale e generano un fatturato che supera 3 miliardi di euro. Malgrado la grancassa su fotovoltaico e eolico, è da lì che arrivano i tre quarti di tutta l' energia rinnovabile italiana, un fatto certificato dai dati 2010 raccolti da Terna.

    Ebbene, da qualche giorno l' intero settore è precipitato, per la seconda volta in pochi mesi, nel caos. Una sentenza della Corte Costituzionale del 13 luglio ha annullato la norma introdotta con la manovra di un anno fa che riguardava la proroga delle concessioni relative alle «grandi derivazioni idroelettriche». Cioè alla gestione delle dighe e degli impianti, per i quali si sta giocando da tempo una lotta senza quartiere che coinvolge le Province e le Regioni, interessa moltissimo la Lega di Umberto Bossi e fa gola a chi, come l' Enel, potrebbe approfittarne per arrotondare il proprio portafoglio produttivo. Parecchie concessioni sono già scadute a fine 2010 e altre si concluderanno entro il 2015: naturale quindi che le aziende coinvolte (i primi operatori oltre l' Enel sono A2A, la valdostana Cva, Edison e la tedesca E.On) siano sempre più disorientate. «È da gennaio 2008 che gli operatori si trovano nella dolorosa impasse di non sapere la scadenza della loro concessione», dice Federico Testa, deputato pd e professore di Economia a Verona. La ricostruzione degli eventi è quasi kafkiana, ma fornice uno spaccato reale degli interessi in campo. Il punto di partenza è il decreto Bersani del 1999, che aveva concesso alle aziende un «diritto di prelazione» sulle dighe, esercitabile a fine concessione. Di fatto, spiega Giampaolo Russo (ex direttore affari istituzionali di Edison, ora consulente), «una perpetuità sostanziale». Uno stato di cose che però non era piaciuto all' Unione europea, che aveva visto nella prelazione un ostacolo al mercato interno, e aveva aperto una procedura d' infrazione comunitaria. Risultato: dopo un negoziato con Bruxelles nel 2006 il diritto viene rimosso e sostituito da una proroga decennale. Tutto a posto? Nient' affatto. Le Regioni, con il «pretesto» di non essere state interpellate nella Conferenza unificata con lo Stato, fanno ricorso alla Corte Costituzionale, che nel gennaio 2008 abroga la norma. La conseguenza è il caos: senza «certezza di diritto» come e perché fare investimenti? E che fine avrebbero fatto quelli già stanziati nel passato? Qualcuno chiede un tavolo nazionale, ma in tutti questi anni non si fa niente. Il sospetto, sussurrato a bassa voce, è che qualche grande operatore come l' Enel (il decreto Bersani proroga le sue concessioni idro per trent' anni fino al 2029) o i «territori» (come le Province e le Regioni) abbiano remato contro una sistemazione definitiva, per provare a ritagliarsi qualche spazio o accrescere quelli già esistenti.
    Insomma, nel vuoto legislativo gli appetiti crescono. Come quelli della Lega, che dopo svariati tentativi riesce a fare inserire nella manovra 2010 un raccapricciante emendamento. La proroga delle concessioni idroelettriche viene portata a 5 anni, allungabili però fino a 12 nel caso le aziende titolari avessero ceduto tra il 30 e il 40% dei loro diritti di sfruttamento a cinque Province: Como, Sondrio, Belluno, Brescia e Verbania. Territori dove il Carroccio conta, eccome. Si decreta insomma una sorta di esproprio, visto che le quote sarebbero state cedute a titolo gratuito in società miste, provviste ovviamente di relativi consigli di amministrazione.
    E visto anche che le concessioni valgono un giro d' affari di 240 milioni di euro l' anno. Le Regioni, naturalmente, non ci stanno e si rivolgono nuovamente alla Corte Costituzionale: la norma voluta dalla Lega non è passata neppure questa volta dalla Conferenza unificata. La Consulta ha buon gioco a ripetere la sentenza di tre anni prima, e si arriva al giorno d' oggi.
    Ma non è finita qui, perché in attesa del pronunciamento della Corte è stata la Lombardia di Roberto Formigoni a partire in contropiede. A dicembre 2010 ha varato una legge che riprendeva la sostanza del provvedimento «leghista» inserito nella manovra dell' anno scorso (5 anni di proroga più 7 se si fanno joint venture con le Province), e ha dichiarato la superiorità della sua norma su quella nazionale.
    Così il pasticcio è completo. Tutti contro tutti: aziende contro Province, Province contro Regioni e Regioni contro lo Stato centrale. Insomma, un bellissimo esempio di «coesione» nazionale. Stefano Agnoli RIPRODUZIONE RISERVATA

    Agnoli Stefano

    Pagina 33
    (14 agosto 2011) - Corriere della Sera

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  2. #2
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    Predefinito Rif: La lega e le dighe.

    Citazione Originariamente Scritto da Gioann Bagoss Visualizza Messaggio

    Insomma, nel vuoto legislativo gli appetiti crescono.
    Come quelli della Lega, che dopo svariati tentativi riesce
    a fare inserire nella manovra 2010 un raccapricciante emendamento.
    La proroga delle concessioni idroelettriche viene portata a 5 anni,
    allungabili però fino a 12 nel caso le aziende titolari avessero
    ceduto tra il 30 e il 40% dei loro diritti di sfruttamento a cinque Province:
    Como, Sondrio, Belluno, Brescia e Verbania.
    Territori dove il Carroccio conta, eccome. Si decreta insomma una sorta di esproprio,
    visto che le quote sarebbero state cedute a titolo gratuito in società miste,
    provviste ovviamente di relativi consigli di amministrazione.



    dove sarebbe lo scandalo?
    in pratica mi par di capire, che la proroga della concessioni
    è subordinata al fatto che le province ritornino alla cogestione
    dello sfruttamento idroelettrico.
    certo che tutto l'affare si configura come un modo per sfruttare
    cadreghe e spartizioni in ambito politico, ma se l'alternativa
    è quella di cederle ai privati, molto meglio saperle in mano
    pubblica, visto le gratificazioni che abbiamo avuto
    dalle privatizzazioni degli ultimi 20 anni.

 

 

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