Seul. Il gasdotto dalla Siberia alla Corea del Sud, attraverso la Corea del Nord, avrebbe il potenziale di smuovere gli scenari politici in Estremo Oriente, aumentando il peso della Russia grazie al suo peso energetico. Dopo gli accordi strategici con Europa, Cina e Giappone, l’infrastruttura sarebbe il completamento naturale delle strategie di Mosca, ottimale per la richiesta di Seul sulle forniture di energia a sostegno della crescita economica, oltre che una boccata d’ossigeno per le casse di Pyongyang che incasserebbe un obolo annuo di gestione valutato in oltre 500 milioni di dollari.
Il via libera alla commissione speciale per lo studio della fattibilità dell’infrastruttura da 1.100 chilometri, annunciato ieri dal presidente russo Dmitri Medvedev a termine del summit in Siberia con il leader nordcoreano Kim Jong-il, lascia intatte numerose incognite, a partire dai costi di manutenzione enormi, così come quelli di costruzione stimati in 1,66 milioni dollari per chilometro. Dal punto di vista politico, gli esperti del settore affermano che allo stato ci sono pochissime possibilità di realizzazione, dato che i legami tra le due Coree, tecnicamente in guerra dopo la firma dell’armistizio che chiuse il conflitto del 1950-53, sono tesi e difficili. Al momento, è improbabile che il Sud accetti un’opera che, come accaduto di recente con gli asset turistici (del Sud) sul monte Kumgang (enclave del Nord), diventerebbe altra ragione di continuo scontro.
La Corea del Sud, tra i più grandi acquirenti e consumatori al mondo di energia, ha importato ben 1,5 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto dalla Russia, pari a un ventesimo circa dell’import di Seul, secondo i dati del colosso statale Korea Gas (Kogas). A luglio, una delegazione della russa Gazprom è andata a Pyongyang per esporre il piano strappando reazioni “positive”, stando a quanto detto dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov al suo omologo sudcoreano.
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