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    Un Commissario di nome Liberismo

    di Stefano Ciccantelli

    1. L’Italia è un paese Commissariato?

    L’Italia è un paese commissariato? Questa è la principale domanda che nelle settimane scorse gli italiani, o almeno quelli meno distratti dal clima delle ferie di agosto, si sono fatti e che dovrebbero rivolgere al Governo, ed in particolare al Ministro dell’Economia: siamo forse commissariati dalla Banca Centrale Europea? Ci stanno togliendo pezzi di sovranità nazionale poco a poco? Forse il problema è molto più grave, più profondo e più pericoloso.

    L’Italia e l’Unione Europea sono commissariate non da un ente monetario come può essere la BCE ma da un modello politico, economico e sociale che ormai dalla seconda metà degli anni ’80 imperversa in Occidente e non accenna a mollare la presa: è il modello neo-liberista.

    Nato in seno alle forze conservatrici anglo-americane (la nota coppia Reagan – Thatcher), inseritosi prepotentemente nella prima metà degli anni 90 nel processo di formazione dell’UE (il rigore dei parametri di Maastricht ad esempio ), nella seconda metà degli anni 90 il neo-liberismo fini per “contagiare” anche le forze della sinistra europea: la Terza Via di Tony Blair in Inghilterra e la teoria del “nuovo centro” della SPD tedesca a guida Schroeder sono state le due esperienze più significative (in negativo) di questo nuovo corso del socialismo europeo, che negli ultimi anni pare aver finalmente invertito la rotta, persino nel moderato Labour inglese dove nell’ultimo Congresso sono tornati prepotentemente protagonisti i delegati espressione delle organizzazioni sindacali.

    All’indomani della grave recessione economica del 2008 i paradigmi neo-liberisti sembravano finalmente vacillare, addirittura lo stesso Berlusconi arrivò a pronunciare il pericolosissimo slogan “più Stato e meno Mercato”, il ministro Tremonti si improvvisava novello Robin Hood tuonando contro banche e petrolieri e i governi europei e quello statunitense (ancora a guida Bush) si affrettavano ad accumulare risorse pubbliche per salvare i principali istituti bancari travolti dalla crisi dei mutui americani.

    Era solo il primo tempo di un brutto film, di quei sequel che sembrano iniziare in maniera diversa dal primo episodio ma poi finiscono con le stesse scene; infatti fino a quando è stato necessario stanziare soldi pubblici per salvare le Banche nessuno ha gridato al “socialismo di stato”, quando bisognava cercare soluzioni alla crisi economica internazionale, quella che colpiva i lavoratori mettendo le loro famiglie in ginocchio, nel nostro paese si è consumato l’errore più grave, quello di negare la crisi stessa, anziché attuare da un lato meccanismi di redistribuzioni di reddito e dall’altro ripristinare e ripensare forme nuove di sostegni tipici dei Welfare state più avanzati.

    Dopo tre anni di immobilismo, oggi la Repubblica Italiana si ritrova tra gli ultimi della “classe”: Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda; con una aggravante aggiuntiva, se noi non cresciamo ormai da più di 10 anni, gli altri paesi oggi travolti dalla crisi fino all’altro ieri hanno marciato a tassi di produzione e di crescita molto più alti dei nostri, l’Italia insomma paga dinanzi alla crisi un prezzo salatissimo a causa dell’immobilismo del Governo Berlusconi e della bassa o bassissima crescita avuta anche negli anni quando mezza Europa viaggiava come un treno.

    2. C’è una Alternativa al berlusconismo in grado di opporsi anche alle logiche liberiste ?

    Dinanzi alle gravissime colpe del Governo, all’evidente sgretolarsi del suo blocco sociale in seguito alle elezioni amministrative e ai Referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento, sorge una domanda: “Esiste” una Alternativa al berlusconismo? Meglio ancora, esiste una alternativa al berlusconismo in grado di opporsi anche alle logiche neo-liberiste?

    La questione è molto complessa. Nelle ultime settimane quando l’occidente ha rischiato una nuova recessione dovuta alle difficoltà statunitensi ed europee in Italia si sono confrontati due schieramenti, da una parte la maggioranza e il Governo dall’altra le cosiddette “parti sociali” capeggiate dalla Confindustria di Emma Marcegaglia e le forze dell’opposizione parlamentare, si sono succeduti tavoli ed incontri, un processo che ha portato il Governo al varo della manovra correttiva, approdata da poco al Senato.

    Che cosa hanno chiesto le cosiddette “parti sociali”? Un elenco di punti programmatici che si riassumono in:
    riforma del mercato del lavoro,
    privatizzazioni,
    liberalizzazioni.
    Si è parlato per settimane del cosiddetto pareggio di bilancio in Costituzione, e negli ultimi giorni tiene banco la questione del sistema pensionistico, per cui sia la maggioranza che l’opposizione sono divise: la Lega Nord vorrebbe che le pensioni non venissero neppure toccate, mentre la fronda liberale del Pdl guidata dall’ex-ministro Martino al contrario sostiene una vera e propria riforma strutturale del sistema, ed in maniera analoga nel Partito Democratico si è consumato lo scontro tra l’ex-ministro del Lavoro Damiano, contrario a qualsiasi operazione sulle pensioni, ed Enrico Morando (ex-responsabile lavoro ed economia con Veltroni e già leader dei “Liberal Ds”, la corrente più a destra degli ex-Democratici di Sinistra) che apriva alle proposte dell’Udc di Casini e ovviamente di Confindustria.

    Sul tema delle privatizzazioni e delle pensioni si è smarcata dal coro quasi unanime delle parti sociali la Cgil, che sembra intenzionata a proclamare lo Sciopero generale, una mossa positiva che speriamo riposizioni il sindacato in una prospettiva di lotta e mobilitazione.

    La manovra economica è durissima, colpisce i soliti noti, i veri tartassati del nostro Paese, ovvero lavoratori dipendenti e pensionati, saccheggia le detrazioni fiscali e gli assegni famigliari e impone tagli sanguinosi agli enti locali che inevitabilmente colpiranno i cittadini e il welfare territoriale, non un solo provvedimento colpisce veramente i grandi patrimoni e gli evasori fiscali.

    Le “parti sociali” dinanzi a questa manovra si sono dimostrate ostili, ma in realtà il Governo ha perfettamente seguito le loro indicazioni, soprattutto sul fronte delle cosiddette “riforme”.

    3. Il mercato del Lavoro, una nuova stretta sull’articolo 18

    Le “parti sociali” e in particolar modo la Confindustria dimostrano ingratitudine quando criticano la manovra perché il Governo ad esempio per quanto riguarda il mercato del Lavoro ha seguito in maniera minuziosa le indicazioni dell’organizzazione presieduta dalla Marcegaglia.
    Dopo che per giorni le televisioni ci hanno parlato della leggendaria riforma del mercato del Lavoro con la solita nenia “da concordare con le parti sociali” scopriamo che tutta la riforma sta nell’articolo 8 della manovra economica che consente ampie deroghe aziendali all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, svuotandolo de facto.

    Anche all’indomani della vittoria della Casa delle Libertà nel 2001 Tremonti e Berlusconi parlavano di riforma del mercato del Lavoro, già allora parlavano di trasformazione dello Statuto dei Lavoratori in Statuto dei Lavori (dopotutto “statuto dei lavoratori” fa troppo democrazia popolare dell’Est Europa), ma alla fine dei proclami troviamo sempre lo stesso bersaglio nel mirino del Governo e di Confindustria: l’articolo 18, quello che tutela il lavoratore nei confronti del datore di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo.
    Il governo Berlusconi (il ministro Sacconi in testa) intende togliere o svuotare quest’articolo, poiché ritiene che tolta efficacia a quell’articolo si sbloccherebbero tanti posti di lavoro e migliorerebbero i dati dell’occupazione.
    Davvero in un periodo di crisi, questa “licenza di licenziare” (perdonate il gioco di parole) in maniera indiscriminata può portare dei risultati positivi?
    L’articolo 18 è li come tutela del lavoratore nei confronti del datore di lavoro, è li perché rappresenta un presidio di dignità e di reciproco rispetto tra le parti (un tempo si sarebbe detto, un compromesso tra capitale e lavoro), toglierlo significa eliminare l’ennesimo tassello dell’ormai già magro mosaico dei diritti dei lavoratori italiani.

    Tra l’altro lo stesso articolo 18 è già nella sua forma molto limitato poiché è valido solo nelle imprese con più di 15 dipendenti (e considerando che l’Italia è un paese di piccole e piccolissime imprese basta fare due conti per capire che purtroppo oggi chi è tutelato dall’articolo 18 fa parte di una minoranza), limite numerico che con il Referendum del 2003 promosso dalla Cgil, Rifondazione Comunista e Sinistra Ds, si voleva abolire, ma che osteggiato dal centro-destra (e purtroppo anche da una parte dell’Ulivo), non raggiunse il quorum.

    4. Privatizzazioni, liberalizzazioni e riforma dell’articolo 41

    Tornando alle miracolose ricette invocate dalle “parti sociali” abbiamo le privatizzazioni e le liberalizzazioni, sulle prime una semplice domanda di natura prettamente politica: come è possibile che dopo l’esito dei Referendum di Giugno, la classe dirigente italiana si ostina a parlare di privatizzazioni? Addirittura di quelle aziende strategiche come le Poste, Finmeccanica o Eni? Anche su questo punto purtroppo c’è confusione in tutti i campi tant’è che nel nostro campo, nel centro-sinistra, nel Pd abbiamo Enrico Letta che usa le privatizzazioni come parola d’ordine e Stefano Fassina ( responsabile economia e lavoro del Pd, area Bersani) che invece si dice molto contrario, con chi dobbiamo parlare per avere un po’ di chiarezza ? con Letta o con Fassina ? Speriamo che il Pd esca al più presto da questo suo costante sdoppiamento sui temi centrali, ne guadagnerebbe tutto il centro-sinistra.

    Sulle liberalizzazioni poi Tremonti ha toccato proprio il fondo. Secondo il nostro Ministro dell’Economia e secondo il Premier Berlusconi, l’economia italiana riceverà scosse e frustate sonore e vigorose dalla modifica dell’articolo 41 della Costituzione, quella che Tremonti chiama “la madre di tutte le liberalizzazioni”.
    L’articolo 41 della Costituzione è quello dedicato alla libertà di impresa e i commi che al centro-destra italiano proprio non vanno giù sono il secondo e il terzo, che recitano:

    “[l’iniziativa economica privata] Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

    La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

    Specialmente il terzo è visto come il fumo negli occhi, modificare radicalmente o semplicemente togliere l’aggettivo “privato” secondo Tremonti significa liberare l’economia italiana da vincoli inutili per poter farla correre senza ostacoli.

    A parte il fatto che i tempi sono lunghi perché si tratta di una modifica costituzionale e potrebbe prevedere anche Referendum nel caso non fosse votata dai 2/3 del Parlamento, questa è una bufala megagalattica! Che l’economia italiana sia stagnante o peggio in grave recessione per colpa dell’articolo 41, lo possono credere solo Tremonti e Berlusconi. Non si è mai visto un artigiano chiudere bottega ed imprecare contro l’articolo 41. Che mercato è un mercato senza indirizzo politico? Senza fine sociale? Non è più un mercato ma la legge della Giungla, quella dove va avanti solo il più forte.

    5. Il pareggio di bilancio in Costituzione, una logica che ci porta in Grecia

    Per quanto riguarda il pareggio di bilancio in Costituzione, ad essere onesti non è farina del sacco delle “parti sociali” o del Governo, ma nasce da una proposta bipartisan scritta da Enrico Morando (eccolo di nuovo) e dall’ex-Pd Nicola Rossi lo stesso economista che nel 1997 scrisse “Meno ai padri e più ai figli” inaugurando quel modello di pensiero per il quale togliere diritti ai garantiti significa automaticamente migliorare le condizioni delle giovani generazioni, smentito clamorosamente dalla Storia, visto che dopo più di dieci anni di riduzione dei diritti per i cosiddetti “garantiti”, flessibilità estrema e precariato per le nuove generazioni non sono migliorate le condizioni né dei padri né dei figli.
    Questa iniziativa, ripresa ovviamente dal Governo, prevede la modifica costituzionale dell’articolo 81, quello che regola le modalità di approvazione annuale del Bilancio dello Stato, elenco delle entrate e delle spese e che già di per sé sarebbe la soluzione piena al “mostro” che divora il nostro Paese, ovvero il debito pubblico.

    L’articolo 81 già prevede limiti, in maniera chiara, poiché impedisce qualsiasi provvedimento privo di copertura finanziaria e prevede anche limiti espliciti per contenere la spesa, questo spiega che il problema non è l’articolo 81, che più chiaro non può essere:

    « Le camere approvano ogni anno i bilanci ed il rendiconto consuntivo presentati dal governo.
    L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente quattro mesi. Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese.
    Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte. »

    Il problema è rappresentato da quella classe politica che negli anni ’80 nel periodo del Pentapartito a guida Craxi (padre politico di Silvio Berlusconi), Andreotti e Forlani (padri politici di Casini uno di quelli che più tuona per avere questa riforma), che ha interpretato in maniera scorretta quell’articolo, coprendo le spese con nuovo debito e mettendo una palla al piede delle generazioni future.

    Il cattivo esempio del passato però non può essere un motivo per misure cosi drastiche oggi. Imporre per Costituzione il pareggio di bilancio ogni anno (spendi quanto incassi, semplificando al massimo, dato che ancora non si conoscono nel dettaglio i criteri della riforma) è una esagerazione, figlia proprio di quei paradigmi neo-liberisti di cui sopra, è l’ assurdo per cui in Italia questa misura viene invocata a pieni polmoni da grosse fette degli attori politici, economici e sociali in maniera trasversale quando negli Stati Uniti nel braccio di ferro tra Democratici e Repubblicani, richieste simili sono state avanzate solo da quel segmento politico più consono a questi contenuti, ovvero l’ala dura e pura dei Repubblicani, le correnti dei Tea Party: ultra-religiosi, tradizionalisti ed ultra-liberisti, che vedono ancora lo Stato come un ostacolo, come un qualcosa da ridurre al minimo.

    Chi è contro il pareggio di bilancio imposto in Costituzione non è uno spendaccione nostalgico della Prima Repubblica, chi è contro il pareggio di bilancio è contro l’ipotesi di omologazione delle scelte di politica economica, con una norma simile un governo di centro-sinistra sarebbe costretto, con margini di differenza molto risicati, ad effettuare politiche economiche più o meno simili a quelle di un governo di centro-destra, la Grecia ce lo insegna.

    In Grecia il popolo ha consegnato la maggioranza elettorale al Socialista Papandreou per risolvere la gravissima crisi in cui versava il paese dopo anni di corruzione e di governi di centro-destra, di “socialista” il governo di Atene non ha fatto nulla, Papandreou cosi come Berlusconi o Zapatero (un altro socialista) si è fatto dettare la politica economica dai burocrati di Bruxelles, in Grecia hanno vissuto un ricatto bello e buono, roba che Marchionne, in confronto, sembra un iscritto ai Cobas, “vi diamo ingenti prestiti europei di miliardi e miliardi di euro e voi abbattete a colpi di tagli e privatizzazioni il vostro Stato sociale, prendere o lasciare”, chiaramente Papandreou ha dovuto “prendere”, poiché l’alternativa sarebbe stata un fallimento disastroso che avrebbe contagiato tutta Europa.

    Questa logica ha di fatto annullato le differenze tra destra e sinistra, tutti i paesi in crisi hanno dovuto muoversi in una sola direzione, il pareggio di bilancio così come ci viene presentato è figlio della stessa logica che muove la Bce nei confronti dei paesi in difficoltà.

    Chi è contro questa riforma costituzionale (che poi anche in questo caso prevede tempi lunghi perché sempre di modifica della Costituzione si tratta) non vuole ulteriore debito. Ma l’economia di un paese è un qualcosa di dinamico, nei momenti di crisi sono auspicabili, da un governo dal profilo anche lontanamente progressista, politiche a lungo periodo che utilizzando un piano di investimenti pubblici possano mettere un freno alla recessione economica e recuperare il deficit nei periodi di ripresa e di crescita. Gli investimenti pubblici se intelligenti e mirati in campi fertili possono stimolare l’economia meglio di qualsiasi taglio delle imposte. Allora, potremmo chiederci: La riforma che vuole varare il governo è al netto degli investimenti pubblici o no?

    Restituire all’investimento pubblico la sua giusta importanza, ampliare, difendere ed ammodernare il Welfare ed infine difendere i diritti e migliorare le condizioni dei lavoratori dovrebbero essere i concetti chiave di uno schieramento di sinistra ispirato al socialismo, alternativo sia al berlusconismo che alle logiche liberiste.

    6. Una alternativa seria non passa per Montezemolo

    Queste riflessioni dovrebbero servire a capire che Berlusconi è uno dei problemi del Paese, uno dei più ingombranti e difficili da scacciare, ma non l’unico. Quando l’Angelo della Morte se lo porterà via (perché a quanto pare l’opposizione non ha alcuna intenzione di provare ad andare al Governo), non ci ritroveremo nel paese dei Balocchi, ma avremo di fronte una Italia e una Europa strette nella morsa del neo-liberismo che non sloggerà affatto cacciati Berlusconi e Tremonti.

    Crediamo davvero che l’alternativa a Tremonti sia un governo a guida Monti? O peggio Montezemolo, la cui proposta produrrebbe un gettito basso e colpirebbe una porzione risibile dei milionari italiani, e che parla di “patrimoniale” ma in realtà vorrebbe solo dare il via ad una catena di privatizzazioni, ad una riforma delle pensioni durissima e a finanziamenti pubblici a pioggia per i grandi gruppi imprenditoriali (su modello Fiat) senza alcuna redistribuzione nei confronti dei redditi la lavoro? E’ questo il programma della fondazione Italia Futura dell’ex-presidente di Confindustria, molto probabilmente più a destra di Berlusconi e con le stesse caratteristiche di imprenditore che scende in campo per salvare il Paese, l’Italia vuole “cascarci” di nuovo?

    E’ per questo che occorre lavorare per una alternativa reale e concreta, che possa cambiare in maniera radicale, interagendo con i movimenti e con le forze sindacali, l’agenda politica e il modello di sviluppo del centro-sinistra e del Paese, uno schieramento progressista ampio dal Pd alla Federazione della Sinistra passando per l’Italia dei Valori, i Socialisti, i Verdi e ovviamente con Sinistra Ecologia e Libertà e Nichi Vendola in prima fila.

    Se il centro-sinistra cadrà nell’errore di fare da stampella ad eventuali governi guidati dal tecnocrate o dall’imprenditore illuminato di turno, dediti all’ennesima macelleria sociale, nel Paese reale potrebbe serpeggiare l’idea che “in fondo Berlusconi non era tanto male” e questo non ce lo possiamo proprio permettere.

    “Politiche Giovanili e Cultura”
    Circolo Tematico SEL – Fed. Teramo

    Un commissario di nome Liberismo Agenda Rossa

    Mio articolo per il nostro circolo tematico provinciale dei giovani di SEL, presto lo mandiamo anche a Sel Abruzzo e al Sel Nazionale :giagia:
    VOTA NO AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE
    UN NO COSTITUENTE PER LA DEMOCRAZIA CONTRO L'AUSTERITA'
    http://www.sinistraitaliana.si/ - http://www.noidiciamono.it/

  2. #2
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    Predefinito Rif: Mio articolo per il circolo tematico provinciale di SEL

    E' sul sito regionale, da lunedi sul nazionale ! :giagia:

    "Un commissario di nome Liberismo" di Stefano Ciccantelli
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