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Discussione: Osservatorio Iran

  1. #91
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    Predefinito L'Iran: fulcro geopolitico eurasiatista

    La centralità come destino geopolitico

    Con un’estensione territoriale pari a 1 645 258 kmq, relativamente vasta se confrontata con gli altri paesi della regione mediorientale, situato nell’intersezione dei due assi ortogonali Nord-Sud e Est-Ovest, rispettivamente costituiti dalle direttrici Russia-Oceano Indiano e Cina-India-Mar Mediterraneo, l’Iran, ieri importante segmento della Via della seta e delle spezie, oggi seconda riserva mondiale di gas e terzo esportatore di petrolio, rappresenta il centro di gravità di molteplici interessi geostrategici e geopolitici che si dispiegano su scala regionale, continentale e mondiale.

    Regionale, in rapporto alle altre potenze che tendono ad egemonizzare attualmente l’area vicino e medio orientale: Israele, Turchia, Pakistan; continentale, in rapporto ai paesi caucasici, all’India, alla Cina, alla Russia ed infine, per il tramite del “ponte anatolico”, all’Unione Europea; mondiale, in rapporto alle pratiche espansioniste degli USA nella massa continentale eurasiatica e del suo principale alleato regionale, Israele.

    Agli elementi sopra riportati, posizione e imponente forziere di risorse energetiche, veri e propri atout geopolitici, occorre aggiungere, ai fini dell’ analisi geopolitica dell’Iran, altri fattori di equivalente importanza, tra cui:

    - una popolazione, numerosa di oltre 65 milioni, con un’età media di 25 anni e largamente alfabetizzata;

    - un’aspettativa di vita medio-alta valutata oltre i 70 anni;

    - una forte identità politica che, nonostante la varietà etnoculturale stratificatasi nel corso dei secoli, la memoria e la rappresentazione collettiva contemporanea fanno risalire almeno all’epoca achemenide (648 a.C. – 330 a. C.), se non a quella del regno dei Medi (758 a.C. – 550 a.C.);

    - una peculiarità religiosa, la Shia, che da oltre 500 anni costituisce il sostrato culturale unificante del Paese;

    - un originale regime politico–religioso che, attento ai principi della solidarietà sociale, lascia ampi margini di libertà alle minoranze etniche e religiose del Paese, contenendone, in tal modo, la loro potenziale azione disgregatrice per l’unità nazionale.

    Sin dall’antichità, la centralità, esaltata in splendidi distici da Nezāmī di Ganjè (1141-1204) nel suo poema Le sette principesse (Haft Peikar): “Il mondo è il corpo e l’Iran ne è il cuore / di tal confronto l’Autore non prova vergogna” (1), sembra costituire la caratteristica geopolitica (2) più rilevante dello spazio presidiato, attualmente, dalla Repubblica islamica degli ayatollah.

    L’altopiano iranico, contornato da grandi catene montagnose (Elburz, Zagros), per la sua particolare posizione geografica ha svolto, lungo i secoli, la funzione di crocevia privilegiato tra più insiemi etnopolitici dalla marcata identità, quali l’arabo, il mongolo, il turco, l’indiano, il cinese, il russo-europeo.

    Cerniera e zona di transito, come l’altopiano anatolico e la penisola italiana, condivide con questi due spazi un’antica vocazione imperiale. Palcoscenico di uno dei più antichi ed organizzati imperi eurasiatici, quello achemenide, fondato da Ciro il Grande, ha costituito successivamente, e con regolarità, l’area pivot dell’Impero di Alessandro Magno, di quello dei Seleucidi, di quello partico degli Arsacidi e di quello sasanide, prima di cadere sotto le dominazioni araba, turca, mongola, mantenendo, tuttavia, anche in queste situazioni, una indiscussa e importante funzione geopolitica e culturale (3).

    In seguito, nel corso del XVI secolo, quando la scoperta del Nuovo Mondo e la circumnavigazione del Capo di Buona Speranza iniziavano a produrre disastrosi effetti nella vita economica del Mediterraneo e del Vicino e Medio Oriente, tagliando fuori l’intermediazione veneziana, turca, araba e persiana dall’importante commercio delle spezie, l’area iranica diviene il fulcro di una nuova entità geopolitica: l’impero safavide. Il capostipite di questa dinastia, lo shah Ismail I, riesce, dal 1509 sino alla sua morte, avvenuta nel 1524, ad unificare, in un coeso spazio geopolitico, gli emirati e i khanati in cui era allora frammentato l’Iran.

    Una leva importante per la costruzione dell’edificio imperiale fu certamente l’imposizione della Shia quale religione di stato. Ma è con Abbas il Grande (1587-1629) che l’antico impero sasanide, anch’esso peraltro imperniato su una religione di stato, lo zoroastrismo, sembra per un momento riemergere dal lontano passato. Abbas, abile stratega e accorto uomo di stato, dopo aver fermato, a occidente, le ondate espansive degli Ottomani e respinto, ad oriente, gli Uzbeki, riesce a recuperare gli antichi possedimenti persiani, l’Iraq e la Mesopotamia. Inoltre, grazie all’appoggio della marina inglese (4), allontana i portoghesi.

    La politica di rafforzamento regionale, perseguita da Abbas a discapito degli Ottomani, si avvalse, sul piano internazionale, di alcuni accordi stipulati tra lo Shah e le Compagnie britannica ed olandese delle Indie orientali. Tali accordi svolsero il ruolo di dispositivi geopolitici che, successivamente, favorirono l’esiziale penetrazione occidentale nell’intera area mediorientale.

    Per tutta la durata dei secoli XVIII e XIX, l’Iran si trova a dover contenere contemporaneamente due spinte che mirano alla sua frammentazione: quella ottomana e quella russa. Infatti, nonostante l’accordo con Istanbul sui confini occidentali, la pressione turca non diminuisce, anzi si fa più incalzante; in particolare quando l’esercito dello zar Pietro il Grande penetra nel Nordovest del Paese, nel 1722. Da questo duplice e continuo confronto lo stato persiano ne esce indebolito. Le dinastie che si succedono in questo lasso di tempo (dinastia safavide, afsharide, zand, cagiara) non riescono infatti a mettere in campo opportuni dispositivi geopolitici tali da contrastare con successo il “desiderio di territorio” dei vicini. Nel corso del XIX secolo, oltre le mire espansioniste della Russia e della Turchia ottomana, le dinastie persiane sono costrette a confrontarsi anche con l’aggressivo imperialismo britannico, che dall’India e dall’Oceano Indiano preme sull’altopiano iranico. Ormai la spinta propulsiva dell’antica vocazione imperiale si è esaurita. La posizione centrale dell’Iran si rivela, nel nuovo contesto internazionale, di lì a poco sempre più egemonizzato dalla potenza extraregionale britannica, un’appetitosa posta geopolitica.

    In questo periodo inizia per l’Iran l’epoca delle amputazioni territoriali. Nelle due guerre condotte contro i Russi (1804-1812 e 1826-1828), infatti, perderà i territori del Caucaso (5), mentre in quelle combattute contro gli Inglesi (1837 e 1857), perderà la regione dell’Herat (Afghanistan) (6).

    Agli inizi del XX secolo, l’Iran non è più padrone del proprio destino geopolitico. Diventa infatti oggetto della rivalità tra la Russia imperiale, impegnata nella sua avanzata verso il Golfo Persico e l’Oceano Indiano e la potenza colonialista britannica, la quale, ormai all’apice della sua espansione tende a rafforzare il controllo sul Golfo e, internamente, sulle rotte strategiche afgane.



    Al centro della rivalità anglo russa

    La rivalità anglo-russa è scandita da una serie di eventi orchestrati da San Pietroburgo e Londra che tendono a minare progressivamente la già traballante autorità della casa regnante persiana e, soprattutto, a frammentare il territorio iranico, a balcanizzarlo, si direbbe oggi. I Britannici condizionano la dinastia cagiara tramite prestiti in cambio di concessioni (7), inoltre sollecitano Muzzaffareddin Shah ad aderire alle richieste di democratizzazione (occidentalizzazione) (8) della vita pubblica iraniana, sollecitate, tra gli altri, sorprendentemente, dagli ulema (9). Il 30 dicembre del 1906 viene promulgata la Costituzione, ispirata a quella belga del 1831, ed istituito il Majlès, l’assemblea elettiva. La svolta costituzionale, invece di riformare lo Stato, produce l’effetto di accelerarne la disintegrazione, a tutto vantaggio della Russia e della Gran Bretagna che, il 31 agosto del 1907, si accordano a San Pietroburgo sulla spartizione dell’altopiano iranico. Il “minaccioso accordo” anglo-russo stabilì che “il Nord lungo la linea da Qasr-è Shirin a Yadz sarebbe stato di competenza russa, mentre il Sud dal confine afghano a Bandar ‘Abbas (sarebbe spettato) agli inglesi, che già spadroneggiavano nel Golfo Persico. In seguito a questo accordo, formalmente in vigore fino alla fine della prima guerra mondiale, alle autorità iraniane restava solo la zona centrale del paese” (10). Contro il Trattato del 1907, il principe–poeta Iraj Mirza scriverà “La pace del gatto e del sorcio significa il saccheggio della dispensa”.

    Con la scoperta del petrolio (1908) a Masjid-e Soleiman, nel Khuzistan, una provincia della “zona tampone”, formalmente a sovranità iraniana, l’Iran diventa ancora più appetibile per i due contendenti; in particolare per la Gran Bretagna. La Marina britannica, infatti, in seguito ai risultati ottenuti da un’apposita commissione, istituita in seno all’Ammiragliato da Lord Fisher, aveva deciso, nel 1912, la sostituzione del carbone con il più efficiente petrolio, quale combustibile propulsore per l’intera flotta navale (11).



    Il difficile neutralismo di Reza Khan (1921-1941)

    Con lo scoppio della prima guerra mondiale, l’altopiano iranico assume una nuova importanza strategica: da lì, infatti, Russi e Britannici possono muovere verso l’Impero ottomano. Ancora una volta la posizione geografica determina il destino dell’Iran. La neutralità dichiarata da Teheran il 1 settembre del 1914 sarà meramente virtuale: per tutto il corso della guerra, l’intero Paese subirà le manovre e gli intrighi degli eserciti e delle cancellerie di Mosca, Londra, Berlino, Istanbul.

    L’Iran otterrà una relativa stabilità soltanto dopo il colpo di stato del 1921, realizzato (12) da Reza Khan e dal filoinglese Seyed Ziaeddin Tabatabai, figlio dell’ulema costituzionalista Seyed Muhammad Tabatabai (vedi n. 9). Reza Khan, nonostante l’influenza del governo inglese e, soprattutto, dell’Anglo-Persian Oil Company, perseguirà, alternando successi e insuccessi, una politica di equidistanza tra Mosca e Londra. Assicuratosi, tramite il Trattato con i Sovietici (26 febbraio 1921), l’amicizia di Mosca, e consolidato il proprio potere, Reza avvia un’importante riforma dell’esercito, riconoscendo in esso lo strumento essenziale per la difesa dei confini nazionali. Seguendo lo schema del suo omologo turco, Kemal Atatürk, promuove, inoltre, con particolare incisività, risolutezza ed asprezza, una occidentalizzazione forzata del paese, umiliando le antiche tradizioni popolari. Dopo la sua nomina a shah, avvenuta nel 1925, intraprende la progettazione e la realizzazione di una serie di grandi opere pubbliche, volte a dotare l’antico paese degli Ari di moderne infrastrutture e istituzioni. Un particolare interesse sarà rivolto alla modernizzazione delle infrastrutture viarie, tra cui la rete ferroviaria (1927 e 1938) che, pur costruita secondo logiche di sicurezza nazionale, permise la comunicazione diretta tra i porti del mar Caspio e del Golfo Persico. Tra le istituzioni di rilevante importanza si ricordano la Bank-e Melli-e Iran (Banca nazionale iraniana, 1928) e l’Università di Teheran (1934). Nel 1935, in concomitanza con la fondazione dell’Accademia della lingua persiana, la Persia assume ufficialmente la denominazione di Iran. Nel corso degli anni trenta, Reza Shah Pahlavi, al fine di allentare la pressione dei Sovietici e degli Inglesi, intensifica le relazioni internazionali con alcuni paesi europei, in particolare con la Germania, che nel frattempo è diventato il partner commerciale più importante per l’intera economia nazionale. La politica estera del nuovo shah e, soprattutto, le sue azioni volte a limitare l’influenza degli stranieri nelle questioni interne del paese, non scalfirono minimamente, tuttavia, le prerogative dell’Anglo-Iranian Oil Company, la quale, anzi, in un nuovo accordo (1933), estorto con la minaccia di un blocco navale ad opera della Marina britannica e della confisca del patrimonio imperiale depositato sui conti londinesi, ottiene l’estensione della concessione petrolifera per altri sessant’anni. Nel 1937 Teheran, nel quadro della politica di distensione regionale, stipula il trattato di amicizia con l’Iraq, la Turchia e l’Afghanistan, mentre l’anno successivo rafforza, attraverso il matrimonio del figlio Muhammad Reza con Faa d’Egitto, i rapporti con il Cairo.

    Paradossalmente, le intese diplomatiche con l’Egitto e l’Iraq, invece di emancipare Teheran dall’ingerenza inglese, la legano ancora di più alla politica vicinorientale di Londra. Infatti, l’Egitto, divenuto formalmente indipendente nel 1922, subisce ancora, negli anni trenta, l’occupazione britannica, mentre la sovranità della casa regnante irachena, nonostante l’indipendenza concessa nel 1932, è pesantemente limitata per gli aspetti economici e militari proprio dalla ex potenza mandataria, l’Inghilterra.

    Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’Iran ripercorre sostanzialmente la stessa sfortunata vicenda del primo conflitto. Si dichiarerà, come allora, neutrale, ma anche questa volta il neutralismo non pagherà; non terrà infatti Teheran lontano dai venti di guerra e, soprattutto, dalle necessità strategiche di Mosca e Londra che, a causa della posizione geografica (di nuovo!), identificano nell’altopiano iranico il corridoio privilegiato per il passaggio dei rifornimenti. Nel 1941 l’Iran viene occupato dai Sovietici a Nord e dall’esercito inglese a Sud, mentre lo shah Reza è costretto all’esilio e ad abdicare a favore del figlio Muhammad (13). Il 29 gennaio del 1942 le autorità sovietiche ed inglesi “legalizzano” l’occupazione con l’accordo tripartito tra Londra, Mosca e Teheran. Chi si occuperà della gestione del tratto ferroviario tra il mar Caspio e il Golfo saranno gli Stati Uniti, il nuovo attore globale.

    Potenza regionale in un mondo bipolare: l’Iran gendarme del Golfo (1953-1979)

    Gli Usa identificano, fin dagli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, l’importanza strategica dello spazio iranico e ne faranno successivamente, nell’ambito della dottrina del containement, il loro pilastro. Dopo la risoluzione della crisi dell’Azerbaijan del 1946, l’Iran entra definitivamente nel “sistema occidentale”.

    Chi, per un breve momento, metterà in crisi la strategia statunitense, sarà Mossadeq. Il nuovo primo ministro iraniano, infatti, nel 1951, nazionalizza il petrolio ed istituisce la Società nazionale del petrolio iraniano. Alla notizia ufficiale della “presa in carico”, da parte della nuova società nazionale delle istallazioni petrolifere britanniche, gli Iraniani si riversano nelle strade al grido “naft melli shod”, “il petrolio è diventato nazionale”. Gli Usa, temendo che Teheran possa cadere nell’orbita moscovita, organizzano, in accordo con i servizi segreti britannici, un piano, denominato TP Ajax (14), per defenestrare lo scomodo premier. Il colpo di stato viene eseguito il 19 agosto del 1953: i sogni di indipendenza degli Iraniani svaniscono nel nulla.

    Dal 1953 al 1979, l’Iran, utilizzato dagli Usa in funzione antisovietica, svolgerà un ruolo di potenza regionale ed entrerà nei dispositivi geopolitici organizzati da Washington e Londra. Nel 1955 aderirà, con Gran Bretagna, Iraq, Turchia, e Pakistan al Patto di Baghdad e, nel 1959, dopo l’uscita dell’Iraq dall’alleanza, alla sua riedizione, al Patto Cento (Central Treaty Organisation).

    La Repubblica Islamica dell’Iran e il “neutralismo pragmatico” (1979-1991)

    Dalla 1979 al 1991, cioè dalla rivoluzione degli ayatollah al crollo dell’Unione Sovietica, il posizionamento geopolitico dell’Iran subisce una radicale svolta. Teheran esce dal sistema occidentale senza, tuttavia, inserirsi in quello sovietico.

    La perdita dell’alleato iraniano spinge Washington a ridefinire il quadro delle alleanze strategiche nello spazio vicino e mediorientale. Rafforza infatti i legami con il Pakistan, la Turchia e, soprattutto, con Israele e Iraq. Inoltre, interferendo nelle questioni interne dell’Afghanistan – divenuta da poco Repubblica democratica popolare, in seguito alla “Rivoluzione di aprile” (1978) – Washington provoca l’URSS, che il 24 dicembre 1979 invade il Paese dei papaveri.

    L’obiettivo di Washington è chiaro: alimentare guerre civili e conflitti armati fra gli attori regionali (Afghanistan, URSS, Iran e Iraq); destabilizzare l’intera area ed infine assumerne il pieno controllo militare. Sono a tal riguardo illuminanti le parole del presidente Carter: “il tentativo di una forza esterna di controllare la regione del golfo Persico sarà considerata come un assalto agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America, e tale assalto sarà respinto con tutti i mezzi necessari, inclusa la forza militare”.

    In occasione della Prima Guerra del Golfo (14 agosto 1990), l’Iran, ripiegato su se stesso dopo la lunga ed estenuante guerra con l’Iraq (22 settembre 1980 – 20 luglio 1988), assume una posizione neutralista, che tradisce, tuttavia, l’ambizione a mantenere, in competizione con Baghdad, il ruolo di potenza regionale. Dichiarandosi neutrale, Teheran denuncia, infatti, sia l’invasione del Kuwait sia la presenza delle forze armate statunitensi nel Golfo. Il pragmatismo iraniano non tiene conto, evidentemente, del reale rapporto di forze che si è determinato, a favore degli USA, tra gli alleati dell’ampia coalizione antirachena. Il neutralismo di Teheran faciliterà oggettivamente le operazioni militari statunitensi.

    Il ruolo di potenza regionale, una costante geopolitica dell’Iran moderno, sembra dunque continuare, nonostante il crollo dell’URSS. Teheran, per uscire dall’isolamento cui l’ ha ricacciata l’ostracismo degli USA e di molti Paesi occidentali, si rivolge verso il Caucaso e l’Asia. Intesse infatti una serie di importanti relazioni diplomatiche ed economiche con le nuove repubbliche del Caucaso e dell’Asia centrale. In particolare con il Tagikistan, il Turkmenistan e il Kazhakistan.



    Potenza regionale in un mondo multipolare o funzione eurasiatica?

    A partire dalla prima presidenza Putin (2000), che imprime un cambiamento di direzione alla politica estera russa, il quadro geopolitico mondiale, nell’arco di pochi anni, muta profondamente. Il sistema unipolare perseguito dagli USA entra in crisi, nonostante il presidio militare che Washington, “esportatore di democrazia”, esercita in vaste aree del continente eurasiatico (in particolare, Afghanistan e Iraq). Oltre al successo conseguito da Putin nel riposizionare la Russia al centro delle questioni internazionali, si assiste, infatti, anche al crescente peso delle nuove e potenti economie di Nuova Delhi e di Pechino. Il baricentro della geopolitica mondiale si sposta decisamente nel continente eurasiatico (15).

    Sembra iniziare, per gli attori globali, una nuova stagione multipolare. Il consolidamento della nuova Russia sul piano internazionale, quello della Cina e dell’India, su quello dell’economia mondiale, obbligano queste Nazioni a nuove intese strategiche, tese a rafforzare il ruolo della parte centrorientale del continente eurasiatico. Occorre inoltre considerare che tali nuove alleanze consentono, per effetto di polarizzazione, d’altra parte del globo, una maggiore libertà d’azione per alcuni importanti Paesi dell’America latina. Alcuni governi, come ad esempio quello del Venezuela, della Bolivia e, per taluni, versi dell’Ecuador, dell’Argentina e del Brasile, da sempre sottoposti alle direttive statunitensi, intraprendono infatti iniziative autonome, sovente in aperto contrasto con i desiderata di Washington.

    Il nuovo contesto internazionale dà respiro anche all’Iran, nonostante le molte criticità e la pressione cui è continuamente sottoposto dall’iperpotenza statunitense e dalla cosiddetta Comunità internazionale. Malgrado tutto, grazie anche, molto probabilmente, al nuovo corso impresso dal presidente Ahmadinejad alla politica estera iraniana, sembrano aumentare, per l’antico paese degli Arii, i gradi di libertà per avviare, finalmente, una ben definita strategia geopolitica.

    A livello continentale, Teheran diviene, infatti, osservatore (fin dal 2005) e membro candidato della sempre più importante Organizzazione della Conferenza di Shangai (OCS), mentre, sul piano globale, assume un ruolo politico molto influente nell’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio (OPEC). Avvia, inoltre, una politica di amicizia con alcuni Paesi dell’America latina, contribuendo a favorire un quadro geopolitico mondiale sempre più orientato al multipolarismo.

    A fronte del mutato quadro geopolitico, oggi, per l’Iran si prospettano due opzioni principali: perseguire, come nel passato, una politica volta a esercitare un ruolo regionale, oppure assumere una chiara funzione nell’ambito dell’integrazione eurasiatica, facendo perno proprio su alcuni importanti dispositivi come l’Organizzazione della Conferenza di Shangai (SCO) e l’associata Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO) (16).

    Negli ultimi anni, Teheran ha praticato, alternandole, ambedue le opzioni, in riferimento alla maggiore o minore pressione internazionale cui è sottoposta, con una certa intensificazione a partire dall’11 settembre 2001.

    Il ruolo di potenza regionale è una vecchia aspirazione iraniana, prediletta da Teheran fin dai tempi dello Shah Reza. Esso consiste, sinteticamente, nello sfruttare, con una notevole dose di pragmatismo, la propria valenza geopolitica (centralità geografica e riserva di risorse energetiche) in rapporto ai mutevoli equilibri che si istaurano nel tempo tra la Russia, gli USA ed il sistema regionale di alleanze capeggiato da questi ultimi. Alcuni atteggiamenti assunti da Teheran, in relazione a presunte distensioni con Washington e con Bruxelles, sono comprensibili proprio se interpretati alla luce di tale postura geopolitica, oltre che per accidentali questioni di mera convenienza economica.

    Perseguendo tale strategia, tuttavia, Teheran giocherebbe le proprie carte sempre subendo le iniziative della Russia e degli USA, ma, soprattutto, entrerebbe in competizione diretta con gli altri Paesi della regione, principalmente col Pakistan, la Turchia, l’Arabia Saudita e Israele.

    La rivalità con questi paesi verrebbe, ovviamente, sfruttata dagli USA nel quadro della dottrina del Nuovo Grande Medio Oriente.

    Questo progetto, come noto, prevede, nel medio e lungo periodo, una ridefinizione degli attuali confini della quasi totalità dei Paesi del Vicino e Medio Oriente, e la creazione, su base etnica, di nuove nazioni (17). L’opzione regionalista si rivelerebbe, a lungo andare, letale per gli interessi nazionali di Teheran e, soprattutto, devastatrice per l’integrazione eurasiatica che pare essere perseguita, tra alti e bassi, da Mosca, Pechino e Nuova Delhi.

    La seconda soluzione, che definiamo continentalistica o eurasiatica, invece, sarebbe di gran vantaggio per l’Iran, giacché ne valorizzerebbe la posizione strategica e gli assicurerebbe un ruolo di protagonista nella costruzione del Grossraum eurasiatico. Inoltre, con tale scelta l’Iran imprimerebbe un’accelerazione all’attuale tendenza multipolare.

    L’Iran, insieme al Pakistan, infatti fungerebbe da “porta oceanica” per i Paesi del Caucaso e per la Russia. Inoltre, contribuirebbe a stabilizzare l’intera area caucasica, i Balcani dell’Eurasia, secondo la “programmatica” definizione di Brzezinski. In prospettiva, insieme alla Russia, concorrerebbe, infine, a invalidare il ruolo e la presenza degli USA nell’intera regione.

    L’altra importante funzione cui l’Iran sarebbe chiamato a svolgere è quella di raccordo, attraverso il Pakistan, tra la penisola europea e lo spazio sino-indiano. In tal caso, oltre a contenere le sempre potenziali aspirazioni panturaniche di Ankara verso oriente, diventerebbe, con la Turchia associata all’UE o suo membro effettivo, l’interfaccia diretta tra l’Europa e l’Asia, rinverdendo così la sua antica funzione eurasiatica (18).

    Le due funzioni sopra considerate sembrano concretizzarsi nei rapporti che sempre più si consolidano tra Teheran, Mosca, Nuova Delhi (19) e Pechino.


    Tiberio Graziani

    EDITORIALE DEL N 1/2008 DI 'EURASIA'
    Ultima modifica di Stalinator; 20-09-09 alle 10:38

  2. #92
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    Predefinito Rif: L'Iran: fulcro geopolitico eurasiatista

    Analisi ineccepibile.

  3. #93
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    Predefinito Rif: Riferimento: Osservatorio Iran

    ILSOLE24ORE.COM

    Iran, portavoce Khamenei:a morte capi dell'opposizione


    di Vittorio Da Rold



    29 dicembre 2009


    Iran: morti e arresti degli oppositori. L'Onu: «siamo scioccati»


    Scomparsa la salma del nipote di Moussavi


    Sangue in Iran: 15 morti. Arrestato l'ex ministro Yazdi


    ANALISI / Tutto può accadere come trent'anni fa (di Alberto Negri)


    E lo stato iraniano tenta la strada della censura: disabilitati da stamane gli sms a Teheran





    Fini: «Il grido di libertà dei giovani iraniani non può restare inascoltato»


    Un rappresentante dell'ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell'Iran, ha dichiarato che i leader dell'opposizione sono «nemici di dio» e dovrebbero essere giustiziati in base alla Sharia, la legge islamica. Lo ha riferito la televisione di stato.

    Coloro che stanno dietro all'attuale sedizione nel Paese - ha detto Abbas Vaez-Tabasi, un religioso che rapresenta Khamenei - sono 'mohareb' (nemici di dio) e la legge è molto chiara in merito a quella che deve essere la punizione per i mohareb».
    In Iran, la Sharia (la legge islamica) prevede che i 'mohareb' siano condannati alla pena di morte.

    L'avvocatessa iraniana Shirin Ebadi, Premio Nobel per la pace, ha denunciato da un sito dell'opposizione dell'Onda verde l'arresto di sua sorella da parte degli apparati di sicurezza, affermando che si tratta di un tentativo di «pressione» su di lei per farle cessare ogni attività in difesa dei diritti umani.

    La denuncia arriva dopo che sono stati arrestati i consiglieri più vicini al leader riformista Mir Hussein Moussavi lasciato completamente solo ad affrontare il regime. Moussavi martedì mattina si è recato in casa del padre di suo nipote rimasto ucciso negli scontri di piazza di domenica, giorno della Ashura, la maggior celebrazione religiosa sciita, per porgere le sue condoglianze. I siti riformisti hanno diffuso l'immagine del giaccone del nipote di Moussavi da cui risulta che il colpo di arma da fuoco mortale è stato sparato alle spalle: si tratterebbe dunque di un agguato e non di una morte accidentale durante le manifestazioni. Una fatto gravissimo se risultasse confermato che pregiudicherebbe ulteriormente qualsiasi tentativo di compromesso tra l'Onda verde e i conservatori che si sta cercando di mettere in campo per evitare lo scontro finale fra le due parti sebbene i margini di trattativa siano sempre più flebili.

    Intanto l'Iran ha annunciato che convocherà al più presto l'ambasciatore britannico per protestare ufficialmente contro le dichiarazioni del governo di Londra sulla violenta repressione delle proteste nel Paese. Lo ha annunciato un portavoce del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast. In una nota il funzionario ha definito «ingerenza negli affari interni» le parole del ministro degli esteri britannico David Miliband, che aveva elogiato il «grande coraggio» dimostrato dagli osspositori del regime. «Convocheremo l'ambasciatore Simon Lawrence Gass per protestare contro l'intromissione delle autorità britanniche», ha detto Mehmanparast, che ha definito «poco diplomatica» la dichiarazione di Miliband. Il ministro degli Esteri iraniano Manuchehr Mottaki ha perfino detto che se la Gran Bretagna non cesserà di parlare contro la repressione delle proteste in Iran, «riceverà un pugno in bocca»: lo riferisce l'agenzia Isna.

    «Siamo pronti ad eliminare il complotto - dicono i pasdaran in un comunicato diffuso dalla tv di stato iraniana - reprimere l'opposizione é un dovere nazionale». Due giorni dopo la rivolta splosa a Teheran e in molte città del paese il regime ammette la repressione e le vittime (15 secondo la tv) ma non accenna a cambiare atteggiamento. Anzi una volta intrapresa la strada della repressione questa non può che diventare sempre più dura e feroce. I fedelissimi di Khamenei e Ahmadinejad minacciano nuove, indiscriminate, violenze contro chi protesta. Lunedì mattina sono stati arrestati una decina di dirigenti riformisti, collaboratori di Moussavi e del presidente Khatami. mentre non é stato consegnato ai familiari il corpo di Ali Moussavi, un nipote del leader riformista ucciso negli scontri di domenica, perché le autorità temono che il suo funerale possa diventare l´occasione di nuove proteste anche se per ora la spiegazione ufficiale é che la salma viene trattenuta a disposizione dei magistrati 'per l´autopsia e l´inchiesta giudiziarià. dall´estero, un portavoce del leader riformista, ha detto che l´uccisione di Ali é stata una esecuzione. «Aveva già ricevuto minacce di morte ed é stato assassinato davanti alla sua casa da un uomo che gli ha sparato al petto».

    Anche Ebrahim Yazdi, 78 anni, ministro degli esteri nel primo governo rivoluzionario (quello di Bani Sadr) nel 1979 e oggi segretario di uno dei partiti dell´opposizione é stato arrestato lunedì all´alba nella sua casa. Più tardi gli agenti dei servizi segreti hanno fatto irruzione nella fondazione Baran, che fa capo a Mahamud Khatami, ed hanno portato via il direttore, Morteza Haji, e il suo vice, Hassan Rassuli. in galera sono finiti anche tre consiglieri di Moussavi e un giornalista, Emadeddin Baji. Anche un reporter della tv di dubai, Reza al-Bacha, scomparso domenica ieri mentre seguiva le protesta, si trova in carcere. Nuove proteste spontanee si segnalano un po´ ovunque: il sito riformista nooroz riferisce che la polizia ha disperso gruppi di oppositori che si erano radunati davanti all´ospedale dove era stato portato il corpo del giovane nipote di Moussavi. secondo l´opposizione almeno quattro delle vittime degli scontri sono stati raggiunti da colpi d´arma da fuoco ma il governo nega che la polizia ne abbia fatto uso. Non é una novità, anche quando venne uccisa la giovane Neda, nel giugno scorso, le autorità negarono che a sparare fosse stata la polizia. insieme ai proclami dei pasdaran e dei miliziani basiji disposti ad aumentare la repressione per "cancellare" il movimento riformista, un vice comandante delle forze armate ha chiesto ai tribunali di punire con fermezza i manifestanti, definiti«'miscredenti e apostati».

    Iran, portavoce Khamenei:*a morte capi dell'opposizione - Il Sole 24 ORE


    (continua)
    Ultima modifica di Unghern Kahn; 02-01-10 alle 11:26

  4. #94
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    Predefinito Rif: Riferimento: Osservatorio Iran

    Il movimento riformista ha saputo trasformare la ricorrenza dell´Ashura in un nuovo momento di rivolta contro non più il Governo ma addirittura la Guida suprema Khamnei. Numerosi paesi hanno protestato con Teheran. In particolare la Russia, che ha buone relazioni con l'Iran, ha chiesto 'moderazione per evitare una escalation del conflitto internò. condanne sono arrivate dall´unione europea, che ha chiesto il rispetto dei diritti umani e dal canada. il ministro degli esteri italiano Franco Frattini invita l´Occidente «a non rimanere impassibile di fronte al sangue, ai morti e davanti allo straordinario anelito di libertà del popolo iraniano» mentre Barack Obama, nel suo discorso dalle Hawaii dove sta trascorrendo le vacanze, ha avuto parole di «ferma condanna per la repressione delle proteste anti-regime in Iran e ha chiesto «la liberazione immediata delle persone arrestate».

  5. #95
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    Predefinito Rif: Riferimento: Osservatorio Iran

    Iran, blindati e soldati verso Teheran Mussavi: "Tutti in piazza se ci arrestano"

    di Redazione

    Il governo iraniano starebbe spostando truppe verso la capitale. Lo sostiene il sito web d'opposizione Jaras: "Centinaia di soldati e molti mezzi corazzati stanno muovendosi da Kara". Appello del leader dell'opposizione su twitter, il microblog che pubblica sms. Nuovi scontri a Teheran



    Teheran - Il governo iraniano starebbe spostando truppe e blindati verso Teharan. E' quanto sostiene il sito web d'opposizione Jaras. Mancano per ora conferme da altre fonti. "Centinaia di soldati e molti mezzi corazzati stanno muovendosi da Karaj, città del nord, verso la capitale", si legge nel sito. "Alcuni di questi veicoli sono stati usati per reprimere moti di piazza", aggiunge Jaras confermando che la polizia presidia in forze diverse piazze di Teheran.

    Il leader dell'opposizione iraniana, Mir Hossein Mussavi, ha lanciato un appello ai suoi sostenitori a scendere in piazza a Teheran in caso di arresto di uno dei capi del suo movimento, l'Onda Verde. L'appello è comparso su twitter, il microblog che pubblica sms.

    La polizia è oggi intervenuta nel centro di Teheran per disperdere con i lacrimogeni gruppi di dimostranti anti-regime che si erano radunati per una ennesima protesta. Lo rende noto un sito web dell'opposizione. Jaras, un sito dell'opposizione che ha puntualmente fornito informazioni attendibili sulle proteste anti-governative, ha reso noto che i manifestanti si sono scontrati con le forze dell'ordine sulla piazza Haft-e-Tir, dove gli agenti hanno fatto ricorso ai lacrimogeni. Le notizie sulle manifestazioni non possono essere seguite dai giornalisti stranieri accreditati e Teheran e le informazioni che circolano sul web non possono essere perciò soggette a verifiche indipendenti.

    Iran, blindati e soldati verso Teheran Mussavi: "Tutti in piazza se ci arrestano" - Esteri - ilGiornale.it del 01-01-2010

  6. #96
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    Predefinito Rif: Riferimento: Osservatorio Iran

    Teheran minaccia Londra. Mousavi sfida le autorità: pronto a morire

    di Gabriel Bertinetto

    Nella ridda di notizie confuse e spesso inverificabili che arrivano dall’Iran, è certo che sino alle prime ore di venerdì primo gennaio il leader dell’opposizione Mirhossein Mousavi non era né in fuga né agli arresti. Lo facevano sapere i suoi più stretti collaboratori attraverso il sito online Kaleme: «Mousavi si trova nel suo domicilio e non ha lasciato un momento Teheran nel corso degli ultimi giorni». Le voci che alternativamente davano Mousavi in viaggio verso il nord del Paese per sottrarsi alla cattura, oppure già incarcerato come tanti altri militanti antigovernativi, si sono rincorse per due giorni a partire da mercoledì. Il diretto interessato le smentisce e in un messaggio alla nazione si dice «pronto a morire» per difendere i diritti dei cittadini. Ma la mia morte o il mio arresto «non calmerebbe affatto la situazione», aggiunge Mousavi, perché le cause della protesta popolare sono troppo profondamente radicate. La Repubblica islamica attraversa «una grave crisi», ammonisce Mousavi. Le prime cose da fare per tentare di risolverla sarebbero il rilascio dei prigionieri politici, la salvaguardia della libertà di stampa, e una modifica della legge elettorale. Dietro a quest’ultima richiesta è evidente il riferimento ai brogli elettorali di giugno che secondo l’opposizione hanno rovesciato a favore del presidente Ahmadinejad il verdetto delle urne. Il potere resta sordo al dialogo e determinato a proseguire nella repressione. I media di stato danno ampio risalto alle dichiarazioni dei falchi del regime, come Ahmad Jannati, che parlando ai fedeli in una moschea presso l’Università di Teheran esorta «il sistema giudiziario ad accelerare le procedure legali contro chi sta dietro alle recenti agitazioni. Dal 25 dicembre, quando è iniziata la nuova ondata di manifestazioni per la libertà, sono finiti in carcere almeno venti dirigenti del movimento democratico, compresi tre consiglieri ed il cognato di Mousavi, oltre alla sorella della premio Nobel per la pace Shirin Ebadi.

    01 gennaio 2010


    Teheran minaccia Londra. Mousavi sfida le autorità: pronto a morire - l'Unità.it

  7. #97
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    Predefinito Rif: Riferimento: Osservatorio Iran

    NOTIZIE 2009



    Iran: scontri tra manifestanti e forze di sicurezza

    TEHERAN – 27-12-09


    Si sono verificati oggi nella capitale gli sporadici scontri tra un gruppo di manifestanti anti-governativi e le forze di sicurezza proprio durante le commemorazioni religiose di Ashura, l'anniversario del martirio dell’Imam Hussein (AS). Lo riferisce il sito della rete satellitare PressTV.
    Approfittando le cerimonie di lutto, i dimostranti sono scesi in alcuni quartieri nel centro. Hanno lanciato slogan contro le massime autorità del paese. Nel frattempo, le forze di polizia hanno sparato in aria, lanciando gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Almeno 300 persone sono state arrestate. Inseguito, scontri sono avvenuti anche tra gli elementi anti-governativi e i fedeli partecipanti alle commemorazioni di Ashura, durante i quali quattro persone hanno perso la vita. Lo ha confermato il capo della polizia, il generale Ahmad Radan intervistato dall'IRIB. In un rapporto separato, il comandante delle forze di sicurezza di Teheran, Azizollah Rajabzadeh, ha tenuto a precisare che i morti non sono stati causati dagli agenti di polizia o di sicurezza, respingendo la notizia diffusa da alcuni media stranieri secondo cui la polizia avrebbe aperto il fuoco su dimostranti provocando la morte di quattro persone. "Gli agenti della polizia si sono rifiutati di aprire il fuoco sui dimostranti mentre le forze di sicurezza non erano in possesso di armi da fuoco", ha ribadito Rajabzadeh citato dall’ISNA. Secondo le testimonianze, durante i tumulti sono stati dati alle fiamme banche, fermate autobus e cassonetti d’immondizia.

    Fonte IRIBI.Ir


    29/12/2009

  8. #98
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    Predefinito Rif: Osservatorio Iran

    Cosa deve fare Ahmaidejad per ricevere il premio nobel?
    Intervista a Mohamed Hassan: Cosa deve fare Ahmadinejad per ricevere il premio Nobel?


    RIvoluzione verde per principianti - Al Quaeda la grande fregnaccia
    Gianluca Freda BLOGGHETE!!

    Per la libertà e l'indipendenza dell'iran
    Per la libertà e l'indipèendenza dell'Iran, Pietro Ancona

    MANIFESTAZIONI IN IRAN
    Iran: oggi imponenti manifestazioni per condannare offese a Ashura

    RIVOLUZIONE COLORATA IN IRAN
    Rivoluzione colorata in Iran Bye Bye Uncle Sam

    COSA PENSA IL POPOLO IRANIANO DEI TEPPISTI VERDI
    YouTube - Cosa pensa il popolo iraniano dei teppisti verdi Eng Subs

    ALTRO VIDEO
    YouTube - Iran: il vero volto dell'onda verde

    ANCORA VIDEO
    YouTube - Il canale di yadeshohada

  9. #99
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    Predefinito Rif: Osservatorio Iran

    Contro Ahmadinejad? No grazie!
    di Moreno Pasquinelli - 01/01/2010

    Fonte: campoantimperialista






    Per una critica dei rivoluzionari che hanno perso la bussola

    Il mediatico fuoco di fila occidentale contro Ahmadinejad è davvero impressionante. L’obbiettivo è talmente palese da risultare spudorato: rovesciarlo. Che ci sia una regia dell’assordante campagna mediatica tesa a sputtanare ed isolare il “tiranno”, non vi può essere alcun dubbio. Si tratta della ben nota “guerra psicologica” imperialistica. La centrale di disinformazione strategica statunitense passa le veline a quella internazionale la quale, come un pappagallo, ripete a memoria il mantra. Il mantra per funzionare deve essere semplice, codificabile, comprensibile, affinché la beota opinione pubblica possa introiettarlo senza fatica. La lotta sarebbe tra teocrazia e democrazia, tra il dittatore e la maggioranza del popolo. Anche questa volta certi “rivoluzionari” occidentali (della sinistra non vale più la pena nemmeno parlarne) hanno fatto propri sia il vocabolario “politicamente corretto” che la tavola simbolica di valori dell’Impero.


    C’era una volta una sinistra che si considerava marxista che non solo agitava una scala di valori diversa e opposta a quella imperialista, che riusciva, sul solco di una gloriosa tradizione intellettuale, a dare lezioni a quella dominante in fatto di analisi critica dei processo sociali, che non si accasciava ai piedi dei puerili schemi politici “borghesi” e che anzi smascherava come ideologici cioè mendaci.
    Quale fosse la madre di tutte le trappole ideologiche borghesi Marx l’aveva indicato a suo tempo: era la pretesa delle diverse classi dominanti di presentare i loro meschini interessi di parte come gli interessi generali del popolo, della nazione. Oggi, nell’epoca del predominio imperiale americano, questa menzogna ideologica si presenta nella sua forma concentrata, distillata e più cruda. L’impero a stelle e strisce, difendendo il proprio predominio mondiale veste i panni di paladino degli interessi di tutta l’umanità. Anzi, divinizzando questa sua mera funzione secolare, afferma di rappresentare il bene in lotta contro il male.

    In un simile contesto compito primario di qualunque forza che si pretenda rivoluzionaria dovrebbe essere quello di smascherare questa brutale pretesa ideologica, questo dualistico schema imperialistico. Invece ciò vien fatto a singhiozzo, un po’ sì e un po’ no, a seconda dei casi e della convenienza tattica. Non è conveniente, qui in Occidente, difendere l’Iran, e perché non è conveniente? Perché qui, in Occidente, la campagna di hitlerizzazione e di satanizzazione di Ahmadinejad ha fatto ampiamente breccia. Perché qui da noi l’ordine regna sovrano, ove per ordine deve intendersi, non i carri armati ai crocicchi, ma l’egemonia totale e pervasiva dell’ideologia imperialistica politicamente corretta. Essendo troppo scomodo dire la verità, anche i pretesi rivoluzionari si adeguano e, alla ricerca di un effimero consenso, declinano le stesse menzogne, raccontano, seppure con diverse parole la medesima “grande narrazione” democratica.


    Un caso esemplare di questo tipo ce lo fornisce, pensate un po’, proprio il Partito Comunista dei Lavoratori, col suo comunicato diffuso il 28 dicembre.
    Già il titolo la dice lunga: “IL PCL A FIANCO DELLA RIVOLTA POPOLARE IN IRAN”. Ma sentiamo il seguito: «Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) sostiene pienamente la rivolta popolare in atto in Iran contro un regime dispotico e teocratico. La sollevazione di giovani e di donne per i diritti civili e le libertà democratiche sfida coraggiosamente il regime, reagisce con la propria forza alla sua brutalità, produce le prime crepe nell’apparato repressivo dello Stato. La parola d’ordine del rovesciamento del regime, e di un’Assemblea costituente, libera e sovrana, è la parola d’ordine del momento. Un’irruzione sul campo dell’enorme forza della classe operaia iraniana, ponendosi alla testa della rivolta, spazzerebbe via il regime e aprirebbe la strada di una vera alternativa: contrastando il tentativo di forze borghesi, interne ed esterne, di subordinare il movimento ad una soluzione filo-occidentale. Tutte le sinistre italiane debbono mobilitarsi a sostegno del movimento di massa iraniano, per il rovesciamento del regime, a favore della prospettiva di una repubblica dei lavoratori in Iran».

    Se sorvoliamo sulla solita litania della “irruzione della classe operaia”, alla cui salvifica e redentrice capacità non credono davvero nemmeno coloro che la invocano; il succo del discorso è il medesimo dell’esercito crociato della salvezza imperialista: “pieno sostegno … alla sollevazione di giovani e di donne per i diritti civili e le libertà democratiche”.
    Ci sono tre errori gravissimi che il PCL compie a sostegno della sua posizione, ovvero del suo appello a rovesciare il governo di Ahmadinejad.
    Il primo: l’Iran sarebbe un “regime teocratico”, una “tirannia”. Una semplificazione meschina, che proclama la propria ignoranza riguardo alla complessa dialettica politica della Repubblica islamica. Il secondo: che le manifestazioni di piazza sarebbero una “rivolta popolare”, esagerando le dimensioni minoritarie e a carattere prevalentemente borghese dei tumulti. Il terzo: in nessuna considerazione viene preso il posizionamento geopolitico dell’Iran, il suo sostegno alle resistenze antimperialiste.


    Come i nostri lettori più assidui sanno bene, noi non pensiamo affatto che il movimento di protesta che da giugno scorso scuote Tehran sia riducibile ad una “rivoluzione colorata”, che sia cioè orchestrato e pilotato… dalla CIA. Che l’Occidente tenti di eterodirigere le proteste non c’è alcun dubbio, tuttavia il movimento di piazza, come mesi addietro ci sforzavamo di dimostrare, era l’espressione di crepe profondissime in seno allo stesso regime della Repubblica islamica. Che i due candidati sconfitti come Moussavì e Karroubì, pezzi da novanta del regime khomeinista, si atteggino a leader della protesta, che essi la cavalchino, a noi pare un segno inconfondibile della lotta che divide gli stessi centri di potere islamici. Se c’è una fatturazione interna alla Repubblica Islamica quale delle frazioni che si affrontano sarebbe quella “teocratica”? Davvero lo è quella che sostiene Ahmadinejad? In realtà, come gli iraniani sanno bene è proprio il grosso del clero sciita ad opporsi, in nome della fedeltà alla rivoluzione khomeinista, ad Ahmadinejad, il quale è in verità sostenuto da un blocco politico-militare nient’affatto clericale e che anzi gode di un grande sostegno popolare proprio in virtù di questo suo anticlericalismo. Non si tenti tuttavia di interpretare questa fratturazione con gli schemi laicisti europei, che nella complessa società iraniana non hanno corso.
    Verrebbe da dire quindi che proprio coloro i quali inneggiano al rovesciamento di Ahmadinejad si trovano dalla medesima parte dei teocrati, dei seguaci del “velayat e-faqih” che negli ultimi anni sono stati emarginati dal blocco politico-militare che fa capo ai Pasdaran.

    Il secondo gravissimo errore di chi inneggia ai manifestanti è di considerare quella in atto una rivolta popolare di massa. Certo, che essa non sia scemata poco dopo le proteste post-elettorali, che abbia potuto resistere per mesi, ciò dimostra che ha solide radici. Non si tratta di sottovalutare la forza delle aspirazioni democratiche che muovono i manifestanti. Tuttavia, se le mobilitazioni non avessero goduto e non godessero dell’appoggio della gran parte degli ayatollah ( e di quel demiurgo che risponde al nome di Rafsanjanì), difficilmente staremmo qui a parlarne. Che la protesta sia una vera rivolta popolare di massa è un’evidente esagerazione. Le sue dimensioni sono invece ben più modeste. Di massa, e con dimensioni impressionanti, è stata invece la manifestazione di segno opposto organizzata l’altro ieri a Tehran, quella in difesa del governo. Non è sufficiente occupare le prime pagine dei giornali e dei Tg occidentali affinché un movimento sia realmente di massa. Basta poco per andare sulle prime pagine, basta scontrarsi con la polizia, ricorrere ad azioni esemplari violente, ed ecco che un nano sembra un gigante. Né va sottovalutata l’abilità dei manifestanti e dei loro leader nell’usare certe forme di protesta per catalizzare l’attenzione dei media mondiali. Sono i trucchi del mestiere nella “società dello spettacolo”.

    Ma qui non si tratta solo di dimensioni modeste. Dovrebbe essere banale, per forze che rivendicano con ostinazione il proprio marxismo, chiedersi quale sia il carattere di classe di un movimento. Come mai si glissa bellamente questa domanda? La risposta è semplice: non c’è alcun dubbio che il movimento di protesta, e questo spiega perché non ha un vero carattere di massa, è inequivocabilmente “borghese”. Il grosso di coloro che scendono in piazza, e questo è vero anche per gli stessi analisti occidentali, è composto dai rampolli dei ceti e delle caste dominanti, di ceti e gruppi che negli ultimi anno hanno perso forza, privilegi e rango sociali, proprio a causa della politica redistributiva a favore dei ceti più umili praticata da Ahmadinejad. Populismo! Populismo! Questo è il grido di battaglia dell’Occidente politicamente corretto, un grido purtroppo raccolto a piè pari dalla stessa sinistra e che ricorda da vicino l’approccio spocchioso e sospettoso che inizialmente fu adottato verso Chavez.


    Last but not least. Questa sinistra si rifiuta di considerare un altro primario elemento di giudizio: il carattere antimperialistico della direzione politica e del governo iraniani. Ci sarà una ragione per cui la mediatica corte dei miracoli occidentale, agli ordini di Washington e Tel Aviv, da tanta importanza alle fibrillazioni iraniane? Il fatto è che l’Iran di Ahmadinejad è considerato oggi dal blocco imperialista, il pericolo pubblico numero uno. Tehran sostiene Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina. Armerebbe milizie in Afghanistan, Iraq e Yemen. Stipula alleanze geopolitiche con paesi che gli USA non fanno mistero di volere annientare. Si starebbe dotando della bomba atomica, nel qual caso tutti gli equilibri mediorientali faticosamente tenuti in piedi dagli USA e che vedono l’entità sionista come baricentro, salterebbero per aria.

    Non siamo stati indulgenti per il ruolo nefasto (accordo di condominio con gli occupanti angloamericani) che l’Iran (al tempo non a caso governato proprio dal blocco “riformista” che oggi sfida Ahmadinejad) ha giocato in Iraq; ma che oggi un crollo di Ahmadinejad rappresenterebbe una sconfitta dalle conseguenze tremende per tutte le resistenze, anzitutto quelle palestinese e libanese, solo i tonti o chi fosse in perfetta malafede, potrebbero negarlo. La caduta di Ahmadinejad avrebbe dunque conseguenze nefaste, se ne avvanteggerebbero solo gli imperialisti, Israele e le loro satrapie arabe. Né ci guadagnerebbero un fico secco le opposizioni antisistemiche e antimperialiste in Occidente le quali, per quanto si sentano infastidite dal ruolo comprimario che si trovano ad assolvere, non sono che forze ausiliarie delle Resistenze di "Primo Fronte".

    Domanda: possono i rivoluzionari accettare lo scambio tra questo cataclisma geopolitico e un po’ più democrazia interna in Iran? Noi riteniamo di no, noi crediamo che sarebbe uno scambio catastrofico.
    Che poi la vittoria dei nemici interni di Ahmadinejad porti in Iran un regime "liberale", con pieni diritti democratici e civili, noi ne dubitiamo fortemente. In mano di chi cadrebbe infatti il potere dato che le proteste sono egemonizzate dalle tradizionali frazioni clericali? È molto probabile che lo “squalo” Rafsanjani abbia la meglio, ed è notorio, anche perché al potere c’è stato a lungo, quale sia il suo modello autoritario, in salsa cinese, di cui è portatore. Più diritti avranno non gli oppressi e gli sfruttati iraniani, ma solo i dominanti, i quali vorranno rimangiarsi tutto ciò che è stato dato ai primi proprio da Ahmadinejad.

    Alla fine, chi oggi perora il rovesciamento dell’attuale governo iraniano, nello sciagurato caso ciò accadesse davvero, si troverebbe nella tragicomica situazione, non solo di aver aiutato l’imperialismo ad ottenere un’altra decisiva vittoria, ma aver legittimato l’ascesa al potere di regime peggiore di quello attuale.


    P.s.
    Nelle dimostrazioni di protesta degli ultimissimi giorni pare stia avvenendo una svolta, simboleggiata dal fatto che accanto allo slogan “Marg bar diktator!”, “Morte al dittatore”, ne viene lanciato un altro “Khameneì assassino, la tua leadership è illegittima!”. Che Moussavì e buona parte degli ayatollah continuino a sostenere le proteste malgrado il fuoco si sia apertamente indirizzato anche sulla “Guida suprema”, è un segno che la lotta di potere interna al regime è oramai giunta ad uno snodo delicatissimo. Se un compromesso tra le frazioni in lizza saltasse, se Ahmadinejad non fosse in grado di compiere una mossa politica che spiazzi i suoi avversari, una stretta repressiva sarebbe inevitabile. Ma su quale scala di ampiezza? L’arresto di Ibrahim Yazdì, ex primo ministro degli esteri di Khomenì, è un segnale che potrebbe indicare che le cose volgono proprio verso la stretta autoritaria e la sconfitta dei “riformisti”. Un bagno di sangue dunque? O con la decapitazione dell’opposizione le acque si calmeranno? Alberto Negri sul Sole 24 ore del 29 dicembre sostiene che “Occorre aspettarsi di tutto, oltre l’immaginabile”. Vedremo. Certo è che siamo alle porte del match decisivo, in cui i due opposti campi misureranno la forza reale di cui dispongono, dove il criterio decisivo per misurare questa forza sarà anzitutto il reale sostegno di massa e popolare di cui essi dispongono.

    Contro Ahmadinejad? No grazie!, Moreno Pasquinelli

  10. #100
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    Predefinito Rif: Osservatorio Iran

    Ahmadinejad e i tre schieramenti PDF Stampa
    PRIMO FRONTE - Iran
    Scritto da Moreno Pasquinelli
    Sabato 29 Agosto 2009 18:13

    Messianismo internazionalista versus real politik



    E’ di grande rilevanza la notizia diffusa dalle agenzie persiane il 26 agosto (strumentalmente sottaciuta dalla stampa occidentale visto che smentisce clamorosamente la favola dell’inscindibile saldatura dei “conservatori” opposti ai “riformisti”) secondo cui la Guida suprema Khamenei avrebbe dichiarato che non c’era alcun complotto straniero, in particolare anglo-americano, dietro alle manifestazioni di piazza seguite alla schiacciante vittoria elettorale di Ahmadinejad.

    Khamenei non era obbligato ad esprimersi sulla tesi principale dell’accusa con cui la Procura di Tehran, avallata da Ahmadinejad e dalle forze che lo appoggiano. Tutti capiscono in Iran che prendendo le distanze da Ahmadinejad la Guida suprema lo ha delegittimato e azzoppato. Questa mossa getta nuova luce sulla profondità dello scontro al vertice, che rivela la divaricazione oramai incolmabile non solo tra due diverse concezioni del velayat-e faqih o del governo islamico, bensì tra due diverse linee strategiche.



    Tra i due piani del dissidio che divide i due principali schieramenti, quello squisitamente religioso e quello strategico o geo-politico, non c’è una barriera, anzi, essi sono strettamente connessi l’uno all’altro. Veniamo al primo piano. Solo analisti-fai-da-te oppure commentatori che si vendono al migliore offerente hanno potuto diffondere la tesi per cui Ahmadinejad sarebbe una mera appendice della Guida suprema. In verità, sin dalle elezioni del 2005, che a sorpresa portarono alla robusta vittoria di Ahmadinejad su Rafsanjani, apparve chiaro che essa non era la vittoria di un indistinto “blocco dei conservatori”, ma del sopravvento in esso di una sua peculiare componente, quella cosiddetta “dei militari”, ovvero dei Pasdaran e della milizia Niruyeh Moghavemat Basij, nota comunemente come Basij. Fu proprio il blocco sociale imperniato su Pasdaran e Basij, che già nelle elezioni legislative del 2004 riuscì a far eleggere numerosi parlamentari, che consentì la prima elezione di Ahmadinejad, contro non solo i “candidati riformisti”, ma pure contro il candidato conservatore più accreditato, Qalibaf. Alcuni analisti spiegarono quella vittoria ricorrendo a due criteri: il primo è il prestigio che Ahmadinejad avrebbe acquisito come sindaco di Tehran grazie alla sua lotta accanita contro corruzione e privilegi di casta, il secondo è che di contro a Rafsanjani che godeva dell’appogio della potente borghesia mercantile dei basar, egli avrebbe “demagogicamente” fatto appello ai mostazafin, i “senza scarpe”, ovvero i settori più umili della popolazione.
    Entrambi questi criteri sono veri ma, siccome puramente descrittivi, del tutto insufficienti a spiegare la prima vittoria di Ahmadinejad, e ancor meno quella recentissima del 12 giugno. Veniamo quindi ai due piani del dissidio che divide i due principali schieramenti, anzi dei tre schieramenti, poiché Khamenei, dopo la crisi di giugno, è oramai sceso in campo per raccogliere attorno a sé una vera e propria terza forza.



    E’ vero che Ahmadinejad salì al potere e ci è potuto restare perché esso ebbe anche l’appoggio del clero shiita khomeneisticamente ortodosso, ovvero seguace del principio del Velayat-e faqih per cui il potere politico (in assenza dell’Imam nascosto) va affidato al clero. Tuttavia a Tehran ognuno sa che Ahmadinejad non è affatto un sostenitore di questa concezione. Dal punto di vista politico, nella complessa dialettica politica interna alla Repubblica islamica, appartiene alla corrente politica Isargaran, i “devoti della causa”, ovvero il settore militante non ortodosso ma certamente il più intransigente, quello che si è fatto le ossa in prima linea nella guerra contro l’Iraq e che si è fatto portatore non solo di una visione reducista estrema, ma del rancore diffuso verso tutti i chierici imboscati, accusati apertamente di essere scappati dal fronte, contrariamente alle decine di migliaia di martiri, nel cui nome Ahmadinejad sempre parla. Il mentore di Ahmadinejad all’interno del potente clero shiita non è infatti Khamenei, bensì l’ayatollah radicale Mesbah-Yazdi, per il quale non il clero deve guidare la rivoluzione ma il partito, un partito che non per forza debba essere diretto da chierici, ma da militanti senza turbante, da coloro che hanno mostrato, pur non essendo usciti dalle scuole teologiche, una piena affidabilità e una coerenza di ferro. In larga parte questo significa miliziani, ovvero i settori militari più lealisti verso gli ideali della rivoluzione islamica.



    Che il grosso del clero shiita abbia dovuto fare buon viso a cattivo gioco, che abbia dovuto sostenere Ahmadinejad come male minore rispetto al blocco “riformista”, non cancella dunque questa profonda differenza concettuale e politica. A più riprese esponenti di spicco del clero shiita hanno infatti accusato Ahmadinejad di essere eterodosso, di non seguire la retta via khomeinista, giungendo a sostenere che intaccando il Velayat-e faqih sarebbe in verità molto più vicino di quanto non appaia non solo a Khatami (l’esponente più arguto e colto dello schieramento cosiddetto “riformista”), ma alle concezioni “eretiche” dell’Islam rosso del leggendario Shariati. Riguardo alla questione dirimente del Velayat-e faqih non è peregrino affermare che Khamenei si trovi in una posizione più prossima a Rafsanjani che non ad Ahmadinejad. Ridurre questo dissidio, come fanno alcuni studiosi, ad un puro scontro tra poteri per amministrare le risorse e la ricchezza del paese, sottolineando come dopo il 2005 e grazie ad Ahmadinejad le fondazioni legate ai Pasdaran e ai Basij siano riuscite a controllare gran parte dell’economia, a noi pare molto materialistico ma anche molto riduttivo. La domanda a cui rispondere infatti è la seguente: dato che la battaglia politica al vertice, in un paese in cui la statalizzazione è predominante, porta con sé il controllo effettivo delle leve economiche, per quali disegni politici e geopolitici le forze in lotta combattono per detenere queste leve?



    E qui veniamo al secondo piano del dissidio, quello strategico e/o geo-politico.
    Avevamo già messo a fuoco, a rischio di semplificazione, come in Iran si stiano combattendo due concezioni opposte del futuro dell’Iran, precisamente la “via cinese” di Rafsanjani e quella “venezualana” e antimperialistica di Ahmadinejad. Staremo a vedere se la terza forza di Khamenei riuscirà a smarcarsi dalle due ipotesi principali, con una sua propria visione strategica. Noi tendiamo ad escluderlo, e ciò spiega la debolezza politica di questa terza forza, che per questo fino ad ora non è andata oltre al suo fungere da ago della bilancia tra i due schieramenti principali.
    Non c’è dubbio che il blocco “riformista”, per quanto sommamente eterogeneo, trova nella “via cinese” di Rafsanjani il suo punto di equilibrio. L’ipotesi Rafsanjani è la sola che possa infatti tenere assieme supremazia del clero (Velayat-e faqih) e modernizzazione capitalistica del paese. Esistono ovviamente correnti “riformiste” che non nascondono di guardare ad un modello apertamente occidentale, e sono queste che non tacciono i loro legami diretti con i figli incazzati della neo-borghesia, ma esse sono minoritarie. Sul piano strategico la concezione di Rafsanjani ci appare quanto mai evidente: egli propone una pragmatica realpolitik persiana, dove al centro c’è la modernizzazione capitalistica del paese la quale, se include l’uso dell’arma nucleare, lo include in quanto dovrebbe mettere al riparo questa modernizzazione sui temi lunghi. Rafsanjani è un nazionalista, ovvero pensa che la Persia possa diventare una potenza regionale solo a patto di evitare conflitti frontali con l’Occidente, temporeggiando nel ginepraio mediorientale e cercando dunque di evitare ad ogni costo un conflitto con le potenze imperialiste e i loro alleati (Israele in primis ma anche Arabia Saudita), o quantomeno allontanandolo il più possibile. In questa cornice, come elemento imprescindibile, c’è la normalizzazione con gli Stati Uniti, pur nell’ambito di una saldatura strategica con Cina e Russia nell’ambito del Consiglio di Shangai. Cosa questa che può aiutarci a capire la posizione defilata di Mosca e Pechino rispetto alla crisi iraniana, ovvero la loro distanza da Ahmadinejad. Come disse Putin due anni fa davanti alle infuocate dichiarazioni antisioniste del “presidente con l’elmetto”: “Mosca non si fa dettare l’agenda da Tehran”.



    La visione strategica di Ahmadinejad è infatti eversiva e internazionalistica. Non solo la modernizzazione del paese dovrebbe avvenire seguendo un modello egualitaro che potremmo definire di “socialismo islamico autoritario”. Questa modernizzazione non può affermarsi se non rompendo gli equilibri regionali, equilibri che vedono USA e Israele egemoni, equilibri entro i quali l’Iran può sperare di trovare posto solo a patto di venire meno agli ideali del 1979, se non accettando una posizione subalterna. C’è di più: gli imperialisti non accetteranno che l’Iran possa consolidare un modello sociale non-capitalista e antimperialista, per cui, prima o poi, il conflitto è ineluttabile e ad esso l’Iran si deve preparare. In questa prospettiva l’Iran non solo deve dare priorità alle forze armate, ma al sostegno a tutte le forze antimperialiste, in Medio Oriente e non solo. Realpolitik versus internazionalismo, quindi.



    E non inficia questa nostra chiave di lettura il fatto che questo dissidio sommamente strategico si presenti in Iran come scontro teologico e di concezioni religiose. Ahmadinejad non si oppone al predomino clericale per caso, ma perché abbraccia un’altra visione, quella messianica ed escatologica per cui, primo compito del capo politico islamico sarebbe quello di preparare attivamente il ritorno del Dodicesimo Imam, nei panni del Mhadi, l’Atteso. Questa concezione messianica lascia trasparire come Ahmadinejad consideri la sua propria figura, ovvero come egli si identifichi nel wakil, il luogotenente che secondo gli shiiti può egli solo e non la Guida suprema, comunicare con l’Imam Nascosto e che nella fase che precede la battaglia finale con le forze del male e dell’oppressione, ha il dovere di guidare la comunità shiita. E preparare il ritorno ha delle precise implicazioni: non solo debellare la corruzione e i cattivi costumi, ma preparare il popolo ad un periodo di duri sacrifici, detto altrimenti la guerra fino alla vittoria.



    Per quanto i sinistri occidentali, ammorbati di eurocentrismo e di liberalismo, possano storcere il naso, queste concezioni sociali egualitarie e geopolitiche internazionaliste, pur populiste e coniugate con certi aspetti di Islam puritano e conservatore, hanno un’origine precisa. Sia la svalutazione del ruolo del clero che l’appello alla rivolta antimperialista sono parole d’ordine dell’ Islam Rosso di Shariati, il che anche spiega il grande consenso popolare di Ahmadinejad. Il quale, assieme al suo blocco, nei prossimi mesi e anni, sarà sottoposto a durissime prove. Non è detto che sarà possibile tenere assieme il diavolo e l’Acqua Santa. L’Iran è entrato in un periodo di grandi turbolenze che modificheranno a fondo il suo panorama politico interno, che vedrà forse frantumarsi le diverse alleanze per vederne sorgere delle nuove. Il tutto, non va dimenticato, mentre USA e Israele lo tengono sotto tiro e potrebbero colpire prima di quanto non si pensi, dando a quelle turbolenze una profondità ed un’ampiezza che si riverbererà in tutto il Medio oriente.

 

 
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