L'appuntamento è a piazza dei Santi Apostoli numero 73, il quartiere generale dei fedelissimi di Romano Prodi.
Da qui Angelo Rovati, 60 anni, bolognese, guida la macchina organizzativa del professore.
A partire dalla cosa più difficile e delicata: la raccolta dei fondi per la campagna elettorale. Nel giro prodiano lo chiamano «l'angelo custode», perché Rovati è l'uomo più vicino al leader dell'Unione e lo ha sempre seguito in assoluto silenzio.
Mai un'intervista, una dichiarazione, uno sfogo. «L'anno scorso, in piena estate, ero in clinica a Bologna dopo un intervento chirurgico» racconta Rovati «Romano mi viene a trovare e mi dice: "Ho bisogno di una persona di assoluta fiducia, e ho pensato a te"Così accetto questo ruolo di general contractor, a due condizioni. Massima trasparenza e pieni poteri».
Con quali mezzi Prodi è sceso in campo?
Per il momento abbiamo due rubinetti, la fondazione Governareper e il comitato Per Prodi presidente. La fondazione raccoglie contributi non anonimi, a cominciare dalle quote da 50 mila euro versate dai soci fondatori.
Chi sono fino a oggi?
Cinque fondatori, oltre me: gli imprenditori Giuliano Mussini, Vito Pertosa e Pino Rasero; l'ex presidente della Banca popolare di Milano, Paolo Bassi; Linda Costamagna, moglie di Claudio, il capo in Europa della banca d'affari Goldman Sachs. Finora la fondazione ha raccolto oltre 500 mila euro.
Poca roba.
Contiamo di arrivare presto a 2 milioni di euro. Comunque la campagna di Prodi sarà all'insegna di una parola d'ordine: sobrietà. E con i soldi della fondazione la Fabbrica del programma diventerà un tir, da settembre in giro per le piazze a incontrare gli elettori.
Poi ci saranno le primarie.
E utilizzeremo il secondo rubinetto: il comitato Per Prodi presidente. Abbiamo fatto un accordo con la Telecom per raccogliere fondi attraverso sms che costeranno 2,50 euro ciascuno. Di questi, 0,70 centesimi andranno alla Telecom e il resto al comitato. Poi ci saranno cene all'americana e specifiche campagne di raccolta sul territorio.
Terzo conto: la campagna elettorale.
Farò un discorso ai segretari amministrativi dell'Unione. Prodi non ha un suo partito e dunque dovranno essere loro a farsi carico delle spese per la nostra struttura.
Non prevedo una trattativa facile.
Perché? Prodi è il candidato dell'Unione, e questo ha anche dei risvolti finanziari. D'altra parte, quello che chiediamo è semplicemente un acconto dei futuri rimborsi elettorali.
Ha già pronto un numero?
Almeno tre milioni di euro.
Accidenti.
Guardi che oggi, per un collegio a rischio, non si spendono meno di due milioni di euro. Nessuno ne parla, perché è un argomento scomodo, ma in Italia c'è un grande problema: la politica costa troppo.
Non se l'aspettava?
Un funzionario di partito non può guadagnare 3.000 euro netti al mese, e i collegi sicuri non possono essere assegnati soltanto ai gruppi dirigenti nazionali dei partiti. Ho chiesto a Romano di dedicare un capitolo del programma del centrosinistra al finanziamento della politica. E lui è d'accordo.
Da quanto tempo lei è l'amico più fidato di Prodi?
Più di trent'anni. Wanna Roversi, la mia prima moglie, era una sua allieva all'università. E i figli di Romano hanno scoperto con me la passione per la pallacanestro.
In questi anni lei ha visto da vicino i passaggi della vita politica di Prodi.
Tutti.
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Angelo Rovati, 60 anni, bolognese, guida la macchina organizzativa di Romano Prodi
Ricorda la prima discesa in campo?
Benissimo. La riunione decisiva si tenne alla fine del 1994, nella casa di Pavia di Virginio Rognoni, con Nino Andreatta, Giovanni Bazoli e Michele Salvati. Dissero a Prodi: «Contro Berlusconi, sei l'unico che ce la può fare».
E Prodi?
Prese tempo. Romano ha un'abitudine, quasi un rito: ogni volta che deve prendere una decisione importante riunisce la famiglia e gli amici più intimi.
Dove avvenne l'incontro?
A Bologna, con la tribù al completo. Una quarantina di persone.
Interventi fondamentali?
Ricordo la determinazione del fratello Paolo, lo storico: è un personaggio decisivo nelle decisioni di Romano. E le perplessità della moglie Flavia...
Perché?
Era molto preoccupata del cambio di vita per la famiglia.
Passiamo ai giorni del complotto.
Se ci fu, il complotto avvenne dopo il voto di sfiducia in Parlamento.
Perché dopo?
Romano era convinto di ricevere un secondo incarico da Scalfaro e, al peggio, di andare alle elezioni.
Previsione ingenua.
Lo capì un giorno a Palazzo Chigi. Eravamo nella sua stanza, lui accasciato in poltrona, quando arrivò il fax di Mastella che chiedeva di non parlare più di Ulivo. «Adesso tocca a Massimo» disse Romano, riferendosi a D'Alema.
E iniziò a pensare alla rivincita...
Ci ritirammo a Bologna, e in quei giorni Prodi si convinse di una cosa che gli è rimasta inchiodata in testa: «Senza un partito non conteremo mai nulla». Così inventò i Democratici.
Prima tappa del partito unico.
Già. Ecco perché Rutelli, oggi, non può dire che per cinque anni ha mangiato «pane e cicoria».
È una battuta.
Battuta per battuta, possiamo dire che la Margherita è nata con i soldi dei Democratici, oltre che con quelli del partito popolare. Ed è nata per essere un'altra tappa intemedia.
In politica la riconoscenza non esiste.
Infatti non mi scandalizzo, esercito solo la memoria. Come la decisione di candidare Rutelli, e non Amato, contro Berlusconi nel 2001: una scelta certo incoraggiata dai sondaggi, ma voluta da Prodi. Che così fece nascere un leader.
Dopo il recente naufragio delle liste unitarie, Prodi ha pensato di ritirarsi?
Mai. Romano ha alcuni difetti, ma sicuramente due qualità che non perde anche nei momenti di forte depressione: è coerente e caparbio.
Quindi?
Quindi per lui l'approdo finale è il partito unico del centrosinistra. Un traguardo sul quale non mollerà mai, e riaprirà il discorso il giorno dopo il risultato delle primarie.
Se avrà un buon risultato.
Basterà un voto in più dei concorrenti. Piuttosto sarà decisivo il numero degli elettori: se si presenteranno un milione di italiani, la legittimazione di Prodi sarà intoccabile. E a quel punto le azioni del partito dei democratici riprenderanno quota.
Per concludere parliamo di lei.
Per nove anni, dal 1964 al 1973, ho fatto il giocatore di pallacanestro in serie A e in nazionale.
E come è diventato imprenditore?
Ho lavorato all'Imi, e mi sono messo in proprio con una società, la Multicatering Spa, che si occupa di tutta la logistica per i villaggi di grandi lavori di società italiane all'estero. Come vede, l'organizzazione è il mio lavoro.
Dove avete lavorato?
In Germania, Russia, Algeria, Giappone.
Chi la portò nel consiglio di amministrazione di Calcestruzzi?
La mia amicizia con Raul Gardini, un grande uomo.
Suicida o assassinato?
Mangiammo insieme, a casa sua, due sere prima della sua morte. Parlava e faceva lo zapping, come se aspettasse una notizia. Era distrutto e salutandomi mi disse: «Ti raccomando la mia famiglia...». Confesso di avere un grande rimorso: non capii che aveva deciso di uccidersi.
Lei è anche socio di Luca Cordero di Montezemolo.
Con lui e con Giuseppe Gazzoni Frascara abbiamo fatto un buon affare, acquistando e rivendendo la Italfondiario, la società di mediocredito delle banche popolari.
Dopo le elezioni che cosa farà?
Nulla, se si riferisce alla politica. Chiudo il periodo sabbatico con Romano, e torno alla mia vita. La famiglia, la mia seconda moglie Chiara Boni e l'azienda.
Non ci credo.
Vedrà. Non sono uomo da incarichi pubblici: non mi piace affannarmi per conservare un posto.
E Prodi glielo consentirà?
Fa parte dei nostri patti.
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