I Kāpālika e I Kālāmukha, due sette Shivaite scomparse.
The Kāpālikas and Kālāmukhas, two lost Śaivite sects, di David N. Lorenzen, è un lavoro pubblicato nel 1972.
Nella sua ricerca il Lorenzen ha voluto indagare il mistero che avvolge alcune sette shivaite medievali scomparse: i Kāpālika, i Kālāmukha e i Pāshupata.
Sfortunatamente nessun testo religioso dei Kāpālika e dei Kālāmukha è sopravvissuto e il loro profilo può essere estratto principalmente dai resoconti dei loro opponenti e, nel caso dei Kālāmukha, anche dalle informazioni contenute nei riconoscimenti epigrafici dei templi.
La maggior parte dei riconoscimenti ai Kālāmukha si trova nei loro templi di Mysore e vanno dal XI al XIII secolo. I Kālāmukha erano un ramo dei Pāshupata.
I Kāpālika sono già citati nelle Smriti, da Yajnavalkya in poi. Furono connessi con i Buddisti Tantrici. Purtroppo, per ricostruire la loro figura ci si deve affidare primariamente a commenti come quelli di Yamunacharya e del suo pupillo Ramanuja, due Vaishnava che sono in parte contraddetti dalle epigrafi analizzate ma che influenzarono i posteri, e a lavori letterari e teatrali quali Malati-madhava, Prabhodachandrodaya e Mattavilāsa, fantasiosi e qualche volta ostili. David Gordon White, in Tantra In Practice (2000), riporta, sempre del Lorenzen, la traduzione del Mattavilāsa (circa VII secolo d.C.), farsa comica in un atto, una parodia dei Kāpālika.
La loro origine rimane ancora oggi un enigma senza soluzione definitiva. A parte le citazioni testuali, due o tre inscrizioni riferenti ai loro templi ci confermano che esistettero realmente. Secondo l’ipotesi conclusiva del Lorenzen, i Kāpālika si stemperarono negli Aghori, altra corrente di cui si conosce pochissimo.
La sua teoria si diffuse immediatamente e fu ripresa in molti dei lavori successivi. Adottata già nel 1976 da Piero Verni, ne Il Culto del Lingam.
Lettura specialistica, negli anni novanta ne è stata ristampata un’edizione aggiornata.




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