Venerdi 19 Giugno 2009 – 6:47 – Diana Pugliese




Non accenna ad allentarsi la tensione tra Tel Aviv e Washington sulla questione dei nuovi insediamenti in Cisgiordania. Mercoledì scorso, parlando con il segretario di Stato Hillary Clinton, il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman (nella foto insieme) ha escluso ancora una volta la possibilità di un totale congelamento delle nuove costruzioni nei territori occupati. “In ogni posto del mondo, nascono bambini e la gente si sposa, qualcuno muore, e quindi non possiamo accettare di congelare completamente gli insediamenti”, ha spiegato l’esponente del partito ultra-ortodosso Yisrael Beiteynu. L’espansione degli insediamenti è necessaria e in linea con la “crescita naturale” dei coloni, ha aggiunto Lieberman, smentendo le ultime dichiarazioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu che, intervistato dalla Nbc alla vigilia del vertice, aveva escluso la costruzione di nuovi siti nei territori occupati. “Siamo cercando un’intesa con il presidente Obama su questo punto”, aveva detto l’esponente del Likud, il partito di maggioranza della coalizione di estrema destra al governo, peraltro abilissimo nell’evitare ad arte ogni riferimento alla “crescita demografica”.
Secca, però, la risposta della Clinton al “colono” Lieberman: “vogliamo vedere uno stop agli insediamenti”, ha affermato il segretario di Stato, aggiungendo che si tratta di “una parte importante ed essenziale dello sforzo per giungere ad una pace globale e alla creazione di uno Stato palestinese”. A nulla sembra siano valse le lamentele di Lieberman che ha tirato in ballo le posizioni della precedente amministrazione: “guardando alla storia dell’amministrazione Bush non vi è nessun accordo informale o orale” con gli israeliani sull’espansione degli insediamenti, ha risposto la Clinton ribadendo la richiesta del blocco totale e rivelando un’inattesa determinazione nel riavviare i negoziati e piegare la resistenza israeliana. Determinazione emersa anche su un altro punto caldo in agenda: il comportamento nella Striscia di Gaza. Secondo l’israeliano Ha’aretz, tre settimane fa Washington ha inviato per la prima volta a Tel Aviv una nota diplomatica in cui si contestava la politica di Tel Aviv. Secondo fonti nordamericane ed israeliane, alla nota sarebbe seguita anche una comunicazione verbale in cui l’amministrazione Obama avrebbe chiarito di ritenere non costruttivo il fatto di legare i progressi sull’apertura dei valichi con Gaza alla vicenda del soldato israeliano, Gilad Shalit, prigioniero di Hamas dal 2006. “Se Israele ritiene che l’Autorità nazionale palestinese vada rafforzata rispetto ad Hamas, allora deve intraprendere i passi necessari nella Striscia”, si legge nella nota, permettendo l’afflusso di cibo e medicine.
La presa di posizione di Washington, però, non deve trarre in inganno: il nuovo corso della diplomazia Usa, infatti, si spiega poco con le idee del nuovo timoniere quanto con giochi di potere delle lobby e i forti interessi economici in ballo. Durante le primarie la lobby ebraica appoggiava la Clinton, oggi al timone dei rapporti esteri. Obama, poi, poteva contare sull’appoggio di Eric Mindich, uomo della Goldman Sachs, e del finanziere ebreo-ungherese, Georges Soros, convinto che i neocon abbiano messo “in pericolo l’esistenza di Israele” e fautore di un approccio più morbido alla questione. Secondo alcuni osservatori, quindi, una fetta della lobby ebraica prima legata ai neocon sarebbe passata con i democratici, puntando su un candidato la cui immagine sembra fatta apposta per trovare consensi nel mondo arabo ma comunque “grande amico” degli israeliani. “Farò qualsiasi cosa in mio potere per impedire all’Iran di ottenere armi nucleari”, dichiarò Obama in campagna elettorale davanti all’assemblea dell’Aipac, la potente lobby pro-israeliana al Congresso, guadagnandosi poi definitivamente i voti dell’elettorato ebreo-americano con uno strategico viaggio nel Vicino Oriente. Dopo un lungo periodo di strapotere dell’ala estrema della destra ebraica, il “Likud Americano”, le chiavi del potere negli Usa sembrano dunque passate nelle mani della più diplomatica sinistra, che molto ha apprezzato il discorso del Cairo ma che ha priorità ben diverse da Tel Aviv. Tanto più in un momento di forte crisi economica. Non è un caso che, nella nota inviata a Tel Aviv, Washington richieda la possibilità di trasferire i fondi fra le banche di Ramallah, in Cisgiordania, e quelle a Gaza, facilitare l’import-export per incoraggiare la crescita economica e creare, con la collaborazione degli Usa, un meccanismo controllato dall’Onu che consenta l’afflusso a Gaza del cemento e dei materiali per la ricostruzione dei danni causati da “Piombo fuso”.