di Vincenzo Scarpello


IL CILE DI ALLENDE: LABORATORIO DELLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

Una delle obiezioni più ricorrenti che vengono mosse alla figura di Giovanni Paolo II, in riferimento al processo di canonizzazione in corso, concerne la sua contestatissima visita in Cile, dell’aprile 1987, dove venne accolto dall’allora presidente, generale Augusto Pinochet Ugarte (1915-2006).


La decomposizione interminabile dell'ex abate Giovanni Franzoni
Una contestazione che è stata ampiamente ripresa dai quotidiani italiani culturalmente schierati e laicisti, in occasione della cerimonia di beatificazione del pap. Particolarmente virulenta dalle ringhiose colonne di Micromega, con un articolo che ricalca le conclusione del libro “inchiesta” dei giornalisti Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti. I quali rimproverano sostanzialmente a Giovanni Paolo II l’appoggio a Solidarnosch in Polonia coi soldi dello Ior, la “prudenza” mantenuta dalla Chiesa in occasione dello scandalo pedofilia (in realtà pederastia), l’intervento in funzione antimarxista dello Ior in Sudamerica e la dura repressione della Teologia della Liberazione. A farsi latore di queste doglianze è il solito teologo (del “secondo me”) Giovanni Franzoni, un vecchio scarpone ottuagenario reduce dalla “lotta continua” nella Chiesa degli anni ’70 e con la testa ancora indietro di 40 anni. Per farlo apparire meno decrepito e dissimulare il sentore di putrefazione, lo hanno accoppiato con l’immancabile ma giovane altro teologo di se stesso Vito Mancuso: fa il paio dei liberi pensatori sedicenti cattolici considerati e coccolati in certo ambito episcopale fino al punto di sostituirne le loro teorie palesemente ereticali (non solo già fuori dal cattolicesimo, ma di molte lunghezze fuori da tutto l’ambito cristiano stesso: sono già un’altra religione, che invece di fedeli ha claque di atei militanti e laicisti), al medesimo Magistero Pontificio.

A ben vedere quelli che sono sbandierati dai rubicondi contestatori come dei punti di demerito di Giovanni Paolo II, sono in realtà, gli aspetti più meritevoli del suo Pontificato. Nel corso del quale, pur mantenendo ferma la condanna degli eccessi del liberalismo mercatista e delle ideologie totalitarie di destra, ci si è sistematicamente dedicati a disarticolare i presupposti ideologici del comunismo continentale e a favorirne l’implosione politica, economica e sociale, sancendone dapprima il più totale fallimento ideale, e poi l’inevitabile corollario politico del Crollo del Muro di Berlino e tutto ciò che ne è derivato.

Nella prospettiva della Magna Europa, ossia in quell’accezione allargata dell’idea di Europa a ben oltre i confini continentali, il Sudamerica ne costituiva il punto nevralgico, mantenendo la popolazione sudamericana una inculturazione cattolica che le politiche laiciste del secolo scorso non erano riuscite a scalfire. Per questo motivo, gli agenti dell’Internazionale comunista cercarono di adattare quello che era il tessuto connettivo comune di quelle popolazioni alla loro ideologia, intervenendo con singolarissima solerzia in ambito ccclesiale ed approfittando delle aperture al mondo laicale che stavano caratterizzando la vita della Chiesa a partire dalla Rerum Novarum, che pur condanna senza mezzi termini l’ideologia socialista.





NON CONTRAPPORSI ALLA CHIESA, PER DISTRUGGERLA, MA FONDERLA COL MARXISMO. LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE CILENA


Wojtyla e Pinochet in Cile
Il Cile postbellico sarebbe stato il modello di Stato a cui si sarebbero dovuti conformare gli altri paesi cattolici, dal Sudamerica fino alla Spagna ed all’Italia, date le sue caratteristiche culturali e la sua struttura sociale, che avrebbe favorito l’esperimento di un “nuovo tipo di socialismo”, conseguito vincendo le elezioni. E rinunciando all’abitudinario colpo di mano tipico dei marxisti… manu militari, quasi sempre. Ma trasformando “progressivamente” la società, facendola scivolare lentamente da democrazia a regime marxista; con, però, il cattolicesimo a ricoprire il fondamentale ruolo di “collante” tra i due sistemi, dal momento che in altri sistemi politici, come l’Italia, il movimento cattolico aveva costituito il baluardo contro il comunismo dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ecco, questo pericolo volevano evitare i marxisti in Cile: vedere pararglisi davanti compatto il vasto mondo cattolico cileno, soccombendo proprio come era successo ai compagni italiani nel ’48.

Per portare il comunismo in Cile occorreva modificare il DNA del cattolicesimo cileno, iniettandone fortissime dosi di comunismo e presentandone il pensiero marxista (secondo uno stilema già noto dall’Ottocento) come l’interprete più genuino della dottrina sociale della Chiesa, in una sorta di OGM ante litteram che avrebbe finalmente favorito la penetrazione dell’ideologia marxista nel corpo sociale cattolico senza reazioni traumatiche, nella prospettiva non solo di farsi amico il potenziale peggior nemico, ma di unirsi osmoticamente con esso, modificandone però le connotazioni filosofiche essenziali.

Il contesto sudamericano era stato, del resto, il terreno ideale per l’incubazione di questo virus ideologico. Contesto nel quale l’interpretazione della Lumen Gentium aveva portato alcuni a forzare il significato della missione della Chiesa nel mondo nel senso di anticipare sulla terra il Regno di Dio, cadendo così nell’errore gnostico di voler creare paradisi terrestri, come avevano tentato in prospettiva laica la Rivoluzione francese, il nazionalsocialismo ed appunto il marxismo, con gli esiti che tutti conosciamo. L’inferno e la perdità dell’umanità!





I PRETI OPERAI. ANDARONO NELLE FABBRICHE PER PORTARE IL VANGELO. SE NE TORNARONO CON IL CAPITALE


L'"inventore" dei preti operai francesi. Il card. Suhard di Parigi
Gli antecedenti, come sempre, furono europei, ed in particolare francesi, nel contesto del secondo dopoguerra, quando il cardinale di Parigi Emmanuel Suhard diede inizio al movimento di missione dei suoi sacerdoti all’interno delle fabbriche per fare proselitismo fra i comunisti. L’intenzione era buona, e cioè quella di recuperare le anime che il materialismo comunista aveva sottratto alla Chiesa e a Dio; tuttavia, gli esiti furono disastrosi, dal momento che molti di questi sacerdoti, giovani seminaristi che avevano combattuto spesso a fianco dei comunisti durante l’occupazione tedesca, rimasero affascinati dalle dottrine comuniste di “liberazione sociale”. E al contempo, dall’esempio di quei preti così labili, anche i comunisti capirono che l’unico modo per conquistare l’Europa sarebbe stato quello di impadronirsi della Chiesa cattolica, che in quegli anni costituì l’unico baluardo contro il comunismo, dopo che la guerra aveva spazzato via le forme di terza via introdotte dai fascismi.

L’esperienza dei preti operai venne accantonata da Pio XII, ma il danno era stato fatto, fino a diffondersi nel Brasile del card. Paulo Evaristo Arns, che diede impulso alle cosiddette Comunità Ecclesiali di base, una sorta di soviet religioso, dove missionari e preti, col pretesto di creare un “popolo in ascolto della Parola di Dio”, non fecero altro che riproporre in altre forme quei comitati di base e di fabbrica che erano le quinte colonne della penetrazione comunista nella società occidentale.





IN CILE I GESUITI ANNUNCIAVANO CHE LA RIVOLUZIONE “È IN MARCIA”, ED ERA ORA D’ACCODARSI. SCAMBIANDO IL MARCIRE COL MARCIARE


Il primate del Cile, Silva Henriquez. Il vero "cappellano" della rivoluzione
Il pauperismo ideologico che si sviluppò in quelle comunità generò mostri della teologia come Leonardo Boff ed Helder Camara, i quali posero il problema della centralità dei poveri nel messaggio evangelico, poveri, s’intende, solo sul piano materiale e solo di determinate categorie. I presupposti per la tristemente celebre conferenza di Medellin c’erano ormai tutti: la Conferencia Episcopal Latinoamericana, riunitasi nella città colombiana nel 1968, preparò nel peggiore dei modi la prima visita di un pontefice nel continente sudamericano, affermando la legittimità della lotta rivoluzionaria contro il sistema capitalista, nel presupposto erratissimo che Gesù Cristo fosse stato un rivoluzionario della sua epoca in lotta contro l’Impero Romano (ancora una volta la leggenda metropolitana d’ambito massonico, del Cristo primo socialista, fatta circolare da metà ’800).

In Cile, i gesuiti, come sempre, avevano preceduto tutti. Padre Hernan Larrain aveva pubblicato sulla rivista Mansaje della Congregazione cilena, nel dicembre 1962, un articolo “Rivoluzione nella visione cristiana”, nel quale si incitava a “rompere decisamente con il cosiddetto ordine tradizionale” e “costruire, partendo da zero, un ordine assolutamente nuovo, perché la rivoluzione è in marcia”.

Il terreno per un tale sproposito era stato reso fertile dalla nomina del salesiano Raul Silva Henriquez a vescovo di Santiago del Cile, spuntandola, in nome di una presunta “apoliticità”, sugli altri tre candidati, sotto gli auspici del nunzio apostolico in Cile dal 1953 al 1959, Sebastiano Baggio, che da sempre ne aveva favorito la carriera ecclesiastica. Il tratto distintivo della pastorale del card. Silva Henriquez fu la commistione dell’umanesimo cattolico con la cosiddetta dottrina dei diritti umani, nella prospettiva immanentistica della realizzazione sulla terra dell’antropometrismo cristiano.

Silva Henriquez non lesinò atti di pericolosa apertura ai comunisti ed al comunismo stesso, sul quale dichiarò, in un’intervista alla Naciòn del 25 novembre 1962 che “è un errore respingere in toto il comunismo, cui si devono molti risultati positivi anche in campo morale”. Lo scarto tra il filantropismo umanista ed il marxismo è evidentemente molto breve, alla luce della errata concezione dell’uomo come metro della vita sociale, e diretto interlocutore dello Stato, con una progressiva contrazione dei corpi intermedi, come la Famiglia e la Chiesa.

A calcare ulteriormente la mano in direzione di una “normalizzazione” in senso marxista del pensiero sociale cattolico cileno, fu la nomina a docente presso il vicariato pastorale operaio di Josè Sanfuentes, attuale presidente della scuola di formazione politica del Partito Progressista cileno e notissimo militante comunista nelle file del MAPU, una piccolissima fazione della Democrazia Cristiana cilena distaccatasi per dar vita ad un esperimento politico dichiaratamente catto-comunista.





IL CAPPELLANO DELLA RIVOLUZIONE IN CILE: IL CARDINALE DI SANTIAGO SILVA HENRIQUEZ


Il card. Silva Hnriquez: coccolare i rivoluzionari
Forte dell’atteggiamento arrendevole della Conferenza Episcopale cilena e dell’arcivescovo di Santiago, l’avanguardia ideologica cattocomunista cilena era allora pronta ad un salto di qualità, mirando al monopolio della cultura cattolica, puntando a quella che era da sempre stata la fucina culturale della classe intellettuale del cattolicesimo cileno, e dell’intera classe dirigente del paese, ossia la Pontificia Università Cattolica di Santiago del Cile. Dal 1958 era retta dall’arcivescovo Alfredo Silva Santiago, grandissimo teologo, padre conciliare ed autentico rinnovatore della cultura cattolica cilena, molto attento al problema dell’educazione dei giovani cileni, per i quali aveva fondato l’opera Pio X. Silva Santiago, proprio per il fatto di sottrarre l’educazione dei giovani all’indottrinamento ideologico socialista, era odiatissimo dalla sinistra cattolica, che non mancò occasione di organizzare una rivolta nel 1967 all’interno dell’Università Cattolica, come in Italia stavano facendo Mario Capanna e compagni alla Cattolica di Milano, nel corso della quale l’Università di Santiago venne occupata. Mons. Silva non cedeva alle pretese dei rivoltosi e si rese necessario un intervento del solito card. Henriquez, il quale non solo costrinse Silva Santiago alle dimissioni da rettore, ma nominò come suo successore Fernando Castillo Velasco, docente democristiano di architettura, e ne affidò il controllo al centro Bellarmino, il think tank dei gesuiti cileni.

I tempi erano maturi per la nascita di Iglesia Joven, il movimento della Teologia della Liberazione cilena, che si rifaceva direttamente al pensiero eretico di Gustavo Gutierrez, e che nel 1968 iniziava la sua attività culturale e la sua militanza politica che esaltava come modello di vita sacerdotale la figura di Camillo Torres Restrepo, sacerdote che si era aggregato ai guerriglieri colombiani e che era stato ucciso durante uno scontro a fuoco.


Il cardinale di Santiago in un atteggiamento tipico: da tribuno
Occorreva una piazzata clamorosa che facesse pubblicità alla nuova compagine rivoluzionaria e l’occasione non si fece attendere: papa Paolo VI sarebbe andato, il 22 agosto 1968, in Colombia, a presenziare al 39mo Congresso Eucaristico della Conferenza Episcopale latinomericana, nello spirito di presentare al Sudamerica gli esiti del grande Concilio Vaticano II, che si era concluso a Roma tre anni prima.

Nel giugno già un gruppo di fedeli della parrocchia di San Luis di Las Barrancas inviò a Paolo VI una missiva nella quale si riproponevano le tesi pauperiste e rivoluzionarie della Teologia della Liberazione, ponendo la questione sociale, immanente, falsata, ideologizzata, in posizione primaria nel messaggio cristiano, a confronto del Messaggio di salvezza eterna del quale la Chiesa si deve fare portatrice non in un contesto mondano e secolare, ma nella Storia.

La lettera e qualche altra smargiassata evidentemente non fornì ad Iglesia Joven la visibilità sperata; decisero di alzare il tiro.





CAMARA:“GUEVARA E TORRES, AUTENTICI APOSTOLI DI CRISTO”. L’UNIVERISITÀ CATTOLICA CILENA FORGIA LE BRIGATE ROSSE DEL CILE


Allende e il rivoluzionario comunista Guevara
Quello che accadde l’11 agosto ebbe dell’incredibile: oltre 200 persone, tra cui otto sacerdoti, provenienti dalle parrocchie della periferia di Santiago del Cile, favoriti da infiltrati che avevano pernottato in cattedrale, entrarono di mattina presto nella Cattedrale Nazionale, sbarrando l’ingresso all’attonito monsignor Augusto Molina, vicario decano della Cattedrale che vi si era recato per celebrare la messa delle 7.00, e, radunandosi attorno all’altare, che venne deturpato con drappi rossi ed effigi del guerrigliero argentino Ernesto Guevara (del quale già stava emergendo in ambiente progressista una blasfema iconografia cristica), trasformarono la cattedrale in una sala ricreativa nella quale inscenarono un turpe dibattito contro la Chiesa, il capitalismo, la repressione dei movimenti rivoluzionari marxisti, autoproclamandosi “gruppo profetico”, alternando sermoni che incitavano al ribellismo contro la Chiesa e al sistema politico, ad orrende schitarrate che compendiavano perfino un “oratorio para el Pueblo” interpretato dagli Angel e Isabel Parra. Quella che passò nella storia del Cile come la “Toma de la Catedràl” durò fino alle 15.30, poche ore di pura follia liturgica e profanazione ideologica che tuttavia ebbero una eco mediatica spropositata, pompata dagli attivissimi gruppi di propaganda progressisti in Sudamerica ed in Europa, non poteva passare liscia perfino agli occhi del pur collaborazionista card. Henriquez, che, spinto dall’indignazione dei fedeli, del clero cileno e della nunziatura apostolica di Santiago (che pretendeva la testa dei responsabili) emise un comunicato il 13 di agosto nel quale si condannavano gli autori del gesto “incontrollato”, per poi non solo perdonarli, ma ne condivise addirittura gli assunti, messi nero su bianco, pochi mesi dopo, dal gesuita marxista Manuel Ossa, in un documento ufficiale della Chiesa Cilena. Sì, proprio così: un “documento ufficiale”.


Il diabolico patriarca della rivoluzione comunista della chiesa sudamericana: Helder Camara. All'inizio era stato il laico capo del partito fascista brasiliano
A seguito della Toma dell’11 agosto, l’escalation ideologica della Chiesa Cilena fu inarrestabile ed ebbe come centro nevralgico l’Università Cattolica di Santiago, all’inaugurazione del cui anno accademico 1969 chiamò il tristemente noto arcivescovo Helder Camara, che pensò bene di utilizzare l’evento per recitare un peana alla guerriglia marxista, esaltando le figure di Camilo Torres e Che Guevara come modello di autentici cattolici che non erano rivoluzionari da salotto, ma autentici apostoli di Cristo, pronti ad imbracciare le armi per creare sulla terra il Paradiso promesso da Dio.

Del resto l’Università Cattolica a guida Castillo Velasco era diventata la culla del movimento terroristico marxista MIR, l’equivalente cileno delle Brigate Rosse italiane, che nelle aule dell’Università non solo reclutava nuovi militanti, ma faceva opera di indottrinamento tramite i nuovi docenti ai quali Castillo Velasco aveva affidato le Cattedre più importanti.

Il legame con l’ambiente culturale del marxismo cileno fu cementato con la concessione da parte dell’Università Cattolica di Santiago, della laurea honoris causa concessa al poeta Pablo Neruda, che fu l’occasione affinchè il celebre poeta, noto esponente del Partito Comunista Cileno, ottenesse la benedizione della Chiesa Cilena per le elezioni politiche del 1970, quelle nelle quali avrebbe trionfato un candidato anomalo, ateo, massone e marxista, che perfino coi cattolici della Teologia della Liberazione sembrava avesse ben poco da spartire.

Quando venne ufficializzata la candidatura di Salvator Allende Groessens a leader della coalizione di centro-sinistra Unitad Popular, nel dicembre 1969, il card. Silva Henriquez apparve uno dei maggiori sponsor del candidato socialista, affermando, in diverse interviste a giornali cileni come Umltima Hora o El Clarin che i cattolici cileni avrebbero potuto tranquillamente votare a favore di Salvator Allende.

La turpe alleanza tra cattolicesimo di sinistra e radicalismo ateo era ormai cementata ed avrebbe aperto le porte al potere alla figura più controversa e più mal conosciuta della storia cilena.
Controstoria imbarazzante di Allende e della Chiesa cilena. PARTE 1 | Papalepapale.com