Luca Leonello Rimbotti


I ludi cartacei che prossimamente tenteranno di far credere che un’Europa ancora esista, nulla sanno di una realtà antica di comunanza e di intima fusione, che fu di fibre culturali e di menti pulsanti, di simboli di aggregazione e di corpi adusi al riconoscersi allo sguardo. L’Europa eterna è stata realtà politica d’Impero e di villaggio, di nobiltà eroiche e di genti fiere chine sul lavoro, di spiriti geniali e di tenaci tessitori di sogni superumani. L’ecumene europea non ha mai immaginato che tardi e presso i suoi parassiti diritti escogitati dal nulla, libertà menzognere, violenze subdole e inganni dialettici, non aveva mai pensato di riconoscersi in individui consegnati all’ammasso, in turbe pecorili allo sbando, in insegne del comando affidate a plebi mercantili paludate con segnacoli di un potere usurpato: Europa ha sempre significato privilegio di appartenenza, aristocrazia di civiltà, eccellenza dei saperi e delle arti, perfezione di reggimenti civili di giustizia, potenza di spada che apre i mondi a una volontà implacabilmente tesa al superiore.

La Romània latina - provenzale, toscana, siciliana, renana, castigliana - unita nei cuori e nei saperi, come di cosa naturale, che naturalmente si espande al ritmo di una civiltà superba di sé, senza frontiere e «vivente della stessa lingua, liturgia, simboli e monumenta». Accanto ad essa il Deutschtum come nobilissimo stigma di comunità prescelte, innestato sulla fierezza di retaggi e di legami, su una uguaglianza di stirpe sgorgata in natura come una fonte di chiara identità…su queste due travi portanti, il Romanesimo e il Germanesimo, che furono i soli artefici di quella civiltà apicale che fu il Medioevo europeo, il mondo povero di mezzi ma esuberante di volontà, delle cattedrali e delle crociate, delle corporazioni di mestiere e delle città libere, delle conquiste e delle tecniche, dei poemi eruditi e delle fiabe dolcissime e dense di simboli…su queste due travi l’Europa costruì la sua potenza spengleriana.

In essa batteva la stessa anima che era stata di Roma, dalla monarchia all’Impero: privilegio è il nome, protezione è l’atto quotidiano, tensione fino al limitare delle forze è il progetto che promette il futuro. Dalle XII Tavole che impedivano i matrimoni misti tra élite di comando e autoctoni, fino all’estensione augustèa del rango di civis ai soli italico-romani, si ha l’ascensione di un sovrano concetto di nobilitazione dell’essere ciò che si è. Dall’esaltazione catoniana della virtus alla celebrazione virgiliana del contadino avvinto alla sua terra e ai cicli di natura, si ha un’altra testimonianza di cosa si intendesse allora per comunità. Raggiunto l’apogeo, ecco la china produrre già a Roma i guasti che oggi lamentiamo a livello mondiale: il cosmopolitismo è lo sfregio che menti alterate hanno vergato sui nostri volti. È la morte, che si è data un nome alessandrino e illuminista iniettandolo nei nostri corpi come un veleno a lento rilascio.

L’Europa che vorrei non è quella dei consigli d’amministrazione delle multinazionali del profitto privato, che stanno facendo a pezzi l’antropologia, la geografia e la storia nostre. L’Europa che vorrei è precisamente quella di Erodoto. Egli definiva l’unità greca con rapide e definitive pennellate: «unità di sangue, di lingua, di religione, templi e edifici, di costumi e la somiglianza nel modo di pensare e di vivere». Questi termini non sono che l’esatto antecedente di quelli con cui, ancora qualche decennio fa, l’Europa definiva se stessa, in quanto centro di un’idea di Nazione che si rispecchia entro un immaginario condiviso. Lungo duemilaquattrocento anni l’Europa non aveva mutato se stessa. E persino gli innesti esogeni, persino le fiabe salvifiche giunte a noi dal deserto, per diventare credibili bisognò che si facessero romani, che si vestissero di panni senatoriali, che impugnassero spade imperiali, che indicassero simbologie nostre solari, che insomma si piegassero ai cuori delle nostre stirpi. L’Europa che vorrei è quella di Herder, del popolo profondo, della sua anima occulta e notturna, del suo spirito che come pianta e uccello vive della terra e dello spazio: il Volksgeist è quel potere arcano che rende l’uomo europeo un costruttore della propria casa, un padrone del suo destino, un devoto al legame atavico che segna i nostri corpi e i nostri affetti.
Il magnete centrale dell’essere Europa è l’identità di popolo, la realtà della nazione nel suo significato etimologico: terra dei nativi, dei nati sul suolo comune da un sangue comune. E l’Europa nazione è un mosaico monocromo di nazioni affini. Diceva Ortega y Gasset che «la nazione sente se stessa come un tutto…con la famiglia, la parentela o clan o Sippe, il quartiere, la villa, la contrada, la regione, lo Stato». Questo “tutto” ha i suoi confini, poiché la cultura e la civiltà significano essenzialmente confini: senza la capacità di delimitare - che significa ad un tempo includere ed escludere - non si ha neppure la facoltà umana di com-prendere, quindi capire chi si è differenziandolo da chi non si è.

L’Europa che vorrei è il luogo della tradizione che dal territorio, dalla comunità di villaggio ascende al limite più vasto possibile entro il quale si compie il miracolo della parentela: i nativi che condividono lo spazio destinale. Dalla nazione si passa alla comunità delle nazioni parentali, vale a dire all’Impero che racchiude i simili, li protegge, li educa, li rafforza nell’idea del dominio, così come accade ad ogni forza di natura. Tra il dominio di sé che forma l’individuo differenziato e il dominio politico che crea la volontà di potenza non c’è salto. E dire Europa vuol dire questo genere di dominio, teso alla costante verticalità. Oppure qualche democratico vorrebbe negare che tale forza sia all’origine del mondo, qualche pacifista vorrebbe sostenere che la soffice frusta del plutocrate non domina?

Essere cittadini europei non significa vedersi assegnare un pezzo di carta, vedersi iscritti in un registro anagrafico a Riga o a Lisbona, ma discendere da un retaggio. Piaccia o non piaccia, l’ammassamento di folle assemblate a casaccio non fa un popolo, e molto spesso neppure una popolazione. L’Europa di Bruxelles è un covo parassitario i cui riti laici suonano scherno a tutta quanta la nostra identità. L’Europa è storia, sangue e terra, non un posto qualunque del mondo in cui qualcuno, boat-peole o white collar, possa piantare le sue tende. L’idea di popolo nasce dal suo radicamento. La Bodenstandigkeit di cui parlava Heidegger, il radicamento al suolo della patria, cioè dei padri, è l’edificazione della Heimat come emblema del raccogliersi in spazi della con-fidenza, nell’essere fedeli in reciprocità.
«La casa indica lo spazio che apre agli uomini quello spazio nel quale soltanto essi possono essere “a casa propria” e così nel proprio del loro destino. Questo spazio è un dono della terra intatta. Essa dispone i popoli nel loro spazio storico». Ora, al giorno d’oggi in Europa nulla più conosce questo essere “intatto”. Tutto è stato imbrattato, contaminato, avvilito e degradato. Sin nel suo intimo, l’animo europeo è stato privato di se stesso, derubato dei suoi miti e dei suoi rituali. L’idea stessa di democrazia parlamentare, di oligarchia economica al potere, di masse borghesi gettate in pasto alle umiliazioni del consumismo stride con tutto ciò che è europeo. La qualità, il gusto, gli stili, le prospettive, le assonanze, la redenzione della terra, la nobiltà del lavoro, l’onore di rango…parole antiche e parole europee, sulle quali si era incardinata un’idea di civiltà. Che, fino a prova contraria, deve ancora trovare di meglio.

A dar retta a Walter Laqueur l’Europa sta esalando l’ultimo respiro. Tra pochi anni, gli “europei” saranno un immondo coacervo di individui dalle più disparate provenienze fusi con relitti irriconoscibili, e tutti quanti ignari di culture millenarie, di simbologie nostre sottili, di arti nostre, nate tra i nostri borghi, ignari delle nostre madonne fiorentine, delle penombre dei nostri castelli, della ricchezza atavica dei nostri casali, dei nostri saperi rurali, dei sacrifici e dei lutti che è costato un lavoro di secoli e che si chiamava civiltà di rango, primato del sapere e padroneggiamento della tecnica, eroismi, mistiche e santi fanatismi, alte letterature e ballate popolari…Elezioni europee? Parlamento? Maggioranze? Apparentamenti tra sigle di partito? Quote latte? Che c’entra tutto questo con l’Europa?

Una subcultura sbarcata d’oltremare che vigoreggia sull’odio imposto per legge e sulla contraffazione del passato, e che negli ultimi decenni sta vivendo l’impazzimento in un deliquio di morte: questa è la sostanza di un’Antieuropa attuale che si è accampata nella nostra terra con la violenza bruta e quella sottile, e in cui nessun europeo degno del suo nome vorrà mai riconoscersi. Il predominio luciferino di lobby criminali, le associazioni per i “diritti umani”, la Chiesa scatenata nella sua opera di distruzione di ogni legame in nome di un paranoide e antievangelico ecumenismo, le agenzie che regolamentano le deportazioni di immigrati, gli altoparlanti che urlano i quotidiani diktat sull’accoglienza, sulla bontà del meticciato, sulla necessità dell’estinzione delle etnie in un gigantesco magma universale: queste sono le invertite aristocrazie “europee” di oggi, dedite al maniacale lavoro di svellere dalle fondamenta ciò che resta della più forte identità del pianeta: come è possibile dar credito, anche solo volgersi per un attimo a riguardare un simile ribollire di fogna?

L’Europa che vorrei ha i contorni del mito potente che, come recitano le fitte pagine della nostra storia, presenta due supreme qualità: vive di vita vera e reale, aggirandosi nel popolo come trama d’amore che avvinghia e che unisce; e conosce le vie imperscrutabili, inimmaginabili, non di rado improvvise, dell’eterno ritorno.