I ginecologi italiani non vogliono più praticare l’aborto
di Ariel Dumont
Le Matin
Per le donne italiane è un amaro boccone. Oltralpe un’ampia maggioranza di ginecologi applica la clausola di coscienza introdotta in Italia nel 1978 quando fu adottata la legge 194 che rese la pratica dell’aborto legale.
In un rapporto indirizzato al Senato, il Ministero della Salute traccia un quadro della situazione preoccupante per i sostenitori delle interruzioni volontarie di gravidanza. Nella zona meridionale dello Stivale, ed in particolar modo in Basilicata e Campania, l’85% degli specialisti si oppone di fronte alle donne che richiedono l’applicazione della legge. Nel Lazio, il 91% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza. Una situazione allarmante per il Partito Radicale, promotore dei due referendum sull’aborto (1978 e 1981) che hanno portato all’adozione e convalida della legge 194.
Diagnosi tardive
Presa tra l’incudine degli obiettori di coscienza ed il martello del termine legale (90 giorni), la maggior parte delle donne italiane non ha altra scelta se non quella di passare la frontiera. Alcune si recano in Svizzera, nel cantone dei Grigioni, altre in Francia o in Gran Bretagna. Secondo il sito italiano di Huffington Post, il 40% delle donne che chiedono l’interruzione volontaria di gravidanza registrate nei servizi ospedalieri dell’Alta Engadina è di nazionalità italiana. “Sono del parere che numerosi ginecologi italiani antiabortisti effettuano le diagnosi prenatali troppo tardi per impedire alle loro pazienti di abortire”, accusa inoltre il professor Ricardo Silva sull’Huffington Post.
Senza anestesia
Malgrado la crisi che colpisce duramente le finanze transalpine, alcune donne italiane non esitano ad attraversare la Manica. Al prezzo di 965 euro, la tariffa applicata nel privato, possono richiedere un’anestesia totale ed una buona assistenza psicologica. Condizioni spesso inesistenti in Italia. Secondo Marco Macri, ginecologo urgentista ed obiettore di coscienza, la mancanza di anestesisti giustifica in parte il fatto che certe strutture non adottano l’anestesia per le loro pazienti.
“Gli ospedali spesso non hanno scelta. Le terapie alternative dipendono dai medici. Alcuni utilizzano soltanto dei rilassanti muscolari. E poi, noi siamo in ritardo rispetto ad altri Paesi, la legge sulle terapie antidolorifiche è stata adottata solamente nel 2010” spiega questo specialista. Per la Laiga, associazione dei medici che vigilano sull’applicazione della legge 194, il diritto all’aborto rischia di non essere più praticato in Italia da qui fino al 2016. “Nel Lazio, 10 ospedali su 31 praticano le interruzioni volontarie di gravidanza e solamente 4 gli aborti terapeutici. Tuttavia, secondo la legge, tutte le strutture ospedaliere sono obbligate a garantire il diritto all’aborto” osserva Silvana Agatone, ginecologa e presidente della Laiga.
I ginecologi italiani non vogliono più praticare l




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