Buddha, il cane e il flauto
di Michel Onfray

Lettera Internazionale n. 90 - Michel Onfray, Buddha, il cane e il flauto
Oltre una certa età, continuare a difendere una posizione radicalmente pessimistica diventa spesso impossibile, anche se non è necessario sospettare di insincerità e di affettazione chi lo fa. Certo, nei periodi della vita in cui il mondo ci rifiuta, rifiutare il mondo è una questione di legittima difesa, e l’adolescenza è un periodo fausto, propizio e felice per leggere, entusiasmarsi, o addirittura venerare Leopardi, Schopenhauer o Cioran. Dispregiatori del mondo, quotidiani frequentatori di apocalissi, spietati critici del reale, perennemente sull’orlo del suicidio, i pensatori pessimisti si accontentano di espedienti che, tra il sorbetto dell’italiano e le gite ciclistiche del rumeno, gli consentono di attendere saggiamente la visita di Thanatos. A volte, fa perfino sorridere constatare fino a che punto questi individui che si vantano della propria intimità con la morte, loro fedele compagna, si mostrino riluttanti ad abbandonare un mondo che non hanno perso occasione di dipingere con le tinte più fosche per tutta la vita, trascorsa, a sentir loro, sotto il segno di Saturno.

Tra Schopenhauer e Nietzsche

Neppure Schopenhauer è sfuggito a questa regola, consegnandoci il quadro pessimistico di un’esistenza che si accontentò di vivere da banale misantropo, misogino, fautore di politiche reazionarie, un nevrotico che riversava sul suo cane tutto l’affetto che non gli riuscì mai di dare a nessun altro, trascinandosi dal letto di una prostituta a quello di un’attrice, ruminando un risentimento perpetuo verso tutto e tutti, insofferente del successo altrui, invidioso e geloso.
Che cosa, dunque, nonostante tutto, ce lo fa amare, sentire vicino? Verosimilmente, il fatto che abbia pensato per cercare di distaccarsi da se stesso, che abbia scritto per tentare di vivere, di vivere meglio, che si sia dedicato alla filosofia per trovare un modo di soffrire meno. In breve, che non abbia riflettuto come un dilettante, un professore di filosofia, ma come un essere totalmente coinvolto e partecipe, che ha trasfigurato il proprio male di vivere nella sua opera.
Non c’è niente che ispiri maggior rispetto di un pensiero nutrito alle fonti dell’autenticità di un corpo che soffre, che è tanto più efficace quanto più è costruito come un’opera barocca. In questo senso, Schopenhauer è dalla parte di Seneca contro Platone, di Montaigne e di Pascal contro Leibniz e Malebranche. In quest’ordine di idee, non c’è da stupirsi che Nietzsche abbia iniziato la sua carriera filosofica sotto il segno di un tale pensiero, che ci propone un’arte di vivere, di vivere meglio, laddove l’esistenza continua a porsi come un problema.
L’idea sviluppata da Nietzsche nelle pagine iniziali de La gaia scienza – secondo la quale un pensiero filosofico è sempre la confessione autobiografica del pensatore che lo enuncia, il malinteso di un corpo che pensa – era già stata formulata in altro modo da Schopenhauer, che ne Il mondo come volontà e rappresentazione afferma: “Ogni biografia è una patografia”. Parole che colgono nel segno. Di fatto, l’opera del pensatore pessimista è un tentativo di formulare una soteriologia, un’arte di vivere che propone una via di salvezza, un’escatologia in grado di fare da contrappeso a ciò che la ragione ci obbliga a constatare: la natura disperatamente tragica del reale.
Il pessimismo della convinzione e della ragione di Schopenhauer è anche un ottimismo dell’aspirazione e della volontà, se è lecito utilizzare una parola che assume un significato tanto esplosivo quanto maledetto nelle sue opere. Le conclusioni offerte dalla deduzione intellettuale devono poter essere superate, ridimensionate, da quanto la decisione filosofica consente di attuare.
La vita, insomma, è un’impresa che non vale la spesa, una storia già sentita: soffriamo, siamo vittime delle angosce e dei tormenti del desiderio, diventiamo vecchi, veniamo ingannati, gabbati, scherniti, moriamo, alla fine, e dobbiamo sopportare gli altri, che sono un inferno, il che, a volte, è peggio della morte. La vita, dice Schopenhauer ricorrendo a una metafora esplicita, si muove oscillando come un pendolo: o la noia o il dolore, non c’è altra scelta. E questa volontà senza oggetto viene subito sostituita da una molteplicità di oggetti che riempiono quella volontà: noia, dolore.
Con perfida lucidità, Schopenhauer aggiunge: “Nella vita borghese, la noia è rappresentata dalla domenica; il dolore, dai rimanenti sei giorni di lavoro”. Chi ancora oggi è in grado di smentirlo? Il Wille tedesco è la volontà, il volere, il voler-vivere, ma può essere anche l’energia sessuale, la libido, la voglia, il conatus o qualche altro termine che definisca esplicitamente una forza che domina il mondo per la semplice ragione che è consustanziale al reale che essa stessa produce. Il mondo è volontà, ed è incarnazione della volontà nelle forme, nella materia, nei volumi, nelle individualità, nelle rappresentazioni, che non sono altro che variazioni su un unico tema: volere, volere, e ancora volere, sempre e comunque.
In quanto essenza del reale il volere è noumenico, ma è anche fenomenico perché in questo reale esso è incarnato, oggettivato. Non è possibile sfuggirgli, esso è ovunque, cieco, tirannico, ossessivo, capace di sottomettere chiunque, uomo o donna, animali, piante, minerali, eruzioni vulcaniche e attrazione tra i sessi, che sono la stessa cosa, del resto. Volere, la cascata, il vento e le montagne; volere, l’istinto sessuale e l’amore o quello che prendiamo per tale; volere, le sensazioni, le emozioni, le percezioni; volere, le piogge torrenziali e le vibrazioni di una voce amorosa sottomessa ai capricci della specie; volere, l’egoismo e la cattiveria degli uomini, la loro crudeltà, le loro sofferenze, i loro dolori. Insomma, è inutile proseguire, perché la volontà è tutto e dappertutto, e l’inventario non avrebbe mai termine; là dove è assente, è il nulla. E si è detto tutto.

Dalla contemplazione estetica al Nirvana

Il mondo è quindi un teatro, dove gli attori si divorano tra loro prima di soccombere travolti dalla morte, ed è anche il luogo in cui si scontrano singolarità gettate sulla scena della follia e dell’imbecillità, dell’ingenuità e dell’infamia: tanta stupidità, pochissima nobiltà, troppa crudeltà e una desolante mancanza di grandezza! A che cosa rassomiglia l’universo, in queste condizioni? Un pianeta freddo e ammuffito, duro, perduto nell’isteria che fa muovere le galassie e danzare le sfere in un abisso in cui si rischia di continuo la deflagrazione, la disintegrazione. E un pugno di omuncoli che si eccita, delirando, sulla sua superficie inospitale.
Come avrebbe detto Ul’janov: che fare?
Risposta: mettere in pratica una filosofia adeguata, coerente con ciò che sappiamo, e che sia capace di andare oltre, di superare queste miserie eterne, queste apocalissi senza nome. Il mondo come volontà e rappresentazione offre alcune ricette – tre per l’esattezza – che rivelano l’ottimismo del filosofo. Prima possibilità, la più semplice: la contemplazione estetica. Nel rapporto che lo spettatore intrattiene con l’oggetto considerato, osservato, ascoltato, la volontà è esclusa, è tenuta a distanza in modo disinteressato: l’attore diventa spettatore. Ascoltare una sinfonia, guardare un quadro d’autore, leggere un romanzo, assistere a una rappresentazione teatrale, sono tutti mezzi per disfarsi, temporaneamente, della tirannia della volontà.
La seconda soluzione prevede il passaggio dallo stadio estetico a quello etico: per riprendere la metafora, lo spettatore si accontenta di osservare la sala, constata che tutti si trovano sulla sua stessa barca, soggetti alle stesse incertezze e agli stessi rischi, e che solo nel trattamento identico per tutti – parimenti soggetti alla tirannia della volontà – può esserci verità. Da qui la pratica di una morale della pietà, di un’etica della simpatia e della condivisione del dolore, forma metafisica dell’amore per il prossimo, della compassione universale.
Così alleggerito, almeno in parte, del proprio fardello, l’individuo può concentrarsi sull’operato universale della volontà dimenticando i danni che essa produce sul piano personale.
Nell’ultimo stadio, infine, il più metafisico, ci si può affrancare completamente dal volere: finalmente lo spettatore esce dalla sala. Non si accontenta più delle mezze misure, spegne i suoi desideri, opta per l’ascesi, il rifiuto dei desideri e dei piaceri, rinuncia al mondo e alla sessualità, si spoglia dei beni e delle ricchezze materiali, e raggiunge il nirvana. Si arriverà così rapidamente, grazie all’universalizzazione della rinuncia, alla fine della specie, e quindi del mondo. Il busto di un Buddha sorridente, nell’appartamento di Schopenhauer, sta a indicare, con il suo volto radioso, quanto questa soluzione sia preferibile a qualunque altra: il pendolo si arresta, la morte muore, il dolore e la noia scompaiono per sempre. Che programma affascinante...
Quale spazio avevano la contemplazione estetica, la morale della pietà e la rinuncia ai beni del mondo nella vita del nostro filosofo?
Come è noto, i maestri di verità hanno l’abitudine di predicare bene e razzolare male, e il proverbio risulta valido anche in questo caso. Per Schopenhauer infatti è sufficiente che un Buddha decori il camino, nient’altro. Disprezzare il denaro, le ricchezze, i beni del mondo? Ma come potrebbe vivere, lui che vive di rendita, che conta scrupolosamente cento volte al giorno i suoi talleri, e che conosce sia le gioie del proprietario che i tormenti del ciabattino divenuto finanziere? Scrive i suoi conti in linguaggio cifrato, nel timore che qualcuno possa introdursi in casa sua e scoprire l’ammontare della sua fortuna. Rifiutare i piaceri del corpo, la sessualità? Proprio lui, che molesta le domestiche, mantiene donne di dubbia reputazione, s’infatua di prostitute e semina figli naturali qua e là? Lui, che prima ingravida la serva, poi sparisce, lasciando alla sorella il compito di rimediare al guaio, per tirare infine un sospiro di sollievo alla notizia che il frutto dei suoi amori ancillari è nato morto? Ma neanche a parlarne.
È possibile che, non essendo lo stadio metafisico alla sua portata, Schopenhauer abbia tentato la strada più facile, e cioè il grado inferiore, lo stadio etico? Che, dopo aver rinunciato alla povertà e all’ascetismo, abbia messo in pratica la sua morale della pietà? Niente affatto. Il nostro filosofo, infatti, non è certamente un campione di simpatia. Giudicate voi: in un momento di malumore, indispettito dal comportamento di una sua vicina, che è solita attardarsi nell’atrio del palazzo (forse allo scopo di spiarlo?), Schopenhauer la riempie di botte e la butta giù dalle scale. È vero che, negli Aforismi sulla saggezza della vita, ha scritto che “l’uomo è un animale manesco”, ma tutto ha un limite…
La povera donna, malconcia e coperta di lividi, trova un medico compiacente e cita in tribunale il filosofo, che viene condannato a versarle una pensione. Cosa che egli farà per vent’anni, cioè per il tempo che ella impiegherà a morire, presumibilmente per altre cause. Bene, si è capito che non era molto pietoso con i vicini. Ma allora, forse, lo era con l’uomo della strada, con il popolo? Vediamo. Nel 1848 esplode la rivolta, si erigono barricate, scoppiano sommosse. L’esercito chiede di utilizzare il suo appartamento, le sue finestre sono in posizione ideale per sparare sui rivoltosi: Schopenhauer, zelante, giunge a offrire ai soldati il suo binocolo da teatro per prendere meglio la mira. Fedele alle sue idee politiche, nel testamento lascerà una somma di denaro alle famiglie dei soldati che hanno represso la sommossa. E si dice che nello stesso testamento olografo fosse previsto un lascito in denaro anche a favore del suo cane, nel caso che gli fosse sopravvissuto. È proprio vero che cani e militari sono fratelli.

Gli animali degli uomini

Un animale, insomma, merita ai suoi occhi maggiore pietà di una serva incinta, di una vicina impicciona, di un operaio ribelle. Schopenhauer si mostra pieno di compassione per gli animali, le cui sofferenze lo commuovono profondamente.
Precorrendo la passione che i nazisti nutrivano per gli animali, quegli stessi nazisti che proibivano di ingozzare le oche mentre costruivano i campi di concentramento, il pensatore brontolone critica la vivisezione, la schiavitù degli animali, l’alimentazione a base di carne, i maltrattamenti inflitti dai cocchieri ai cavalli, e giustifica questa sua inclinazione affermando che negli animali il volere si manifesta apertamente, senza i travestimenti che si osservano negli esseri umani.
Privo di compassione per gli uomini, Schopenhauer non si aspetta niente di buono da loro. Infatti, dorme con una pistola carica sotto il cuscino – non si sa mai: se la negazione della volontà di vivere e la morale della pietà scarseggiano, rimangono sempre i vecchi metodi pragmatici, anche se la filosofia ne esce un po’ malconcia. Per trovare uno Schopenhauer schopenhaueriano non resta che rivolgerci allora al primo stadio, quello della contemplazione estetica: dopotutto è più facile cominciare dal più semplice.
E, in effetti, su questo terreno, il filosofo si è mostrato all’altezza del suo insegnamento, praticando regolarmente le belle arti, dedicandosi alla lettura, alla letteratura, alla scrittura e alla pittura, e frequentando musei e sale da concerto. Non si può negare la qualità delle sue opere, la sua abilità come scrittore: la comicità e l’efficacia del registro dei Parerga e paralipomena, la potenza e la bellezza della lingua de Il mondo come volontà e rappresentazione, l’interesse per il genere dell’autoritratto nel Diario di viaggio. Schopenhauer compone i suoi libri come opere musicali barocche, con un’arte consumata della modulazione, della variazione e dello sviluppo del tema, intingendo la penna negli stessi inchiostri di Caspar David Friedrich e di Schubert, i più moderni tra i suoi contemporanei. La sua opera filosofica assume così i tratti di un’opera d’arte. In campo musicale, è nota la sua passione per il flauto, che suonava regolarmente tutti i pomeriggi. I suoi autori preferiti erano quelli che hanno saputo esprimere meglio la gioia, l’allegria e l’esultanza: Mozart e Rossini, di cui possedeva gli spartiti in trascrizione per il suo strumento.
E se la lezione di Schopenhauer fosse proprio questa? Nell’idea che il mondo sia giustificabile e desiderabile, praticabile e amabile solo sul terreno delle belle arti, trasfigurato dall’estetica? Non un’impossibile religione della rinuncia o un’improbabile etica della compassione, dunque, ma godimento artistico, felicità autentica nella, dalla e per la bellezza, che si fa scrittura e letteratura, musica ed estetica. Tra Buddha, troppo distante, e i cani, animali umanizzati perché si animalizzano gli esseri umani, c’è ancora posto per il flauto – quello di Pan, per esempio, che, come è noto, era una divinità lubrica, dotata di insaziabili appetiti sessuali. Decisamente, è impossibile sfuggire alla volontà.

Traduzione di Stefano Salpietro