Bhairavācharya



Nella sua opera Harsha-Charita lo scrittore Bāṇabhaṭṭa (VII secolo d.C.), poeta di corte del grande imperatore Harsha Vardhana, descrive alcune antiche pratiche ascetiche con dovizia di particolari. Questo racconto, oltre a tessere le lodi del casato di Harsha Vardhana donandogli lustro e legittimazione, sembra testimoniare la definitiva accettazione di queste pratiche, e la loro avvenuta canonizzazione nel mondo culturale indiano, con il plauso dei potenti e dei dotti. Questo estratto del racconto di Bāṇabhaṭṭa, nel confermare una riemersione vittoriosa di antiche scuole eterodosse ed estreme, abbonda di richiami alle pratiche di gruppi ascetici quali Vrātya, Śramana, Ājīvika, Pāśupata, Kāpālika, Shakta ecc. Questo genere di asceti, riassunti dal poeta nel termine generico di Mahashaiva o Maheshwara, viveva fuori dalla società ortodossa, nelle foreste, nei campi crematori o nei pressi dei luoghi sacri dedicati al culto delle Matrika (Madri), dove eseguivano i loro culti misteriosi. Nel periodo precedente il racconto ci fu sicuramente una grande integrazione di culti arcani nel tessuto culturale indiano e che portarono alla sintesi in seguito definita semplicemente come Tantra, termine ambiguo che raggruppa pratiche e filosofie eterogenee.
Harsha-Carita pare essere l’unico lavoro sanscrito in cui è citato il rituale del Grande Mantra (Mahamantra) “Cuore di Mahakala-Shiva” (Mahakala-Hridaya).




Uma-Maheshwara



Harsha-Carita
, estratto del terzo capitolo

L’antenato della stirpe di Harsha, Puspabhuti, era un grande devoto di Shiva e un ammiratore degli asceti Mahashaiva. Quando questo re udì per la prima volta il nome di Bhairavācharya, sentì nel suo profondo una grande attrazione e desiderò incontrarlo. Bhairavācharya veniva dal Deccan e i suoi poteri (Siddhi), resi famosi dalla sua eccellenza in molteplici scienze, erano, come tra le migliaia di discepoli, riconosciuti dal genere umano.

Un giorno un mendicante emaciato, Titibha, vestito di uno scialle rosso e con l’aspetto degli eremiti, si presentò alle guardie del palazzo reale dicendo che era stato mandato da Bhairavācharya. Il re lo fece introdurre immediatamente alla sua presenza accogliendolo con grande cortesia e, quando questi si fu accomodato, chiese dove si trovava Bhairavācharya. Il mendicante rispose che il Maheshwara si trovava in una casa abbandonata nei pressi della foresta, sulle rive del fiume Sarasvati, aggiungendo che lo onorava della sua benedizione. Estrasse dalla sua sacca cinque gioielli, dei fiori di loto d’argento che inondarono il salone di luce splendente, e li porse al re. Accettando i regali, il re aggiunse che l’indomani si sarebbe recato dal Guru.

Il giorno seguente si alzò di buon ora, montò a cavallo e, come la luna che visita il sole, in compagnia di pochi nobili si diresse verso il luogo dove Bhairavācharya era accampato.
Uno dei discepoli si avvicinò al corteo e il re chiese dove si trovava il Maestro. Questi rispose che era nella piantagione di alberi Bel, a nord del vecchio tempio delle Madri (Matrika). Quando arrivò nei pressi scese da cavallo e a piedi entrò nella piantagione. Nel mezzo di una moltitudine di anacoreti scorse Bhairavācharya seduto su una pelle di tigre, stesa sul suolo spalmato di sterco di mucca, dentro un cerchio di cenere bianca (Vibhuti). Il suo corpo era splendente come pasta rossa d’arsenico e aveva i capelli attorcigliati sopra la testa al modo degli asceti, intrecciati con semi di rudraksa e conchiglie. La sua fronte era segnata con la cenere, portava un paio di orecchini in cristallo di rocca e un bracciale di ferro al braccio. La mala girava nella sua mano destra come una ruota di mulino. La sua barba era spessa e indossava un perizoma e uno scialle leggero. Egli aveva osservato il voto di celibato sin dall’infanzia. Supremo nell’austerità e insuperabile in saggezza, Egli era come il Kailash, avendo la sua testa purificata dalla polvere dei piedi di Pashupati (Shiva); come il paradiso di Shiva, la residenza delle moltitudini di Maheshwara.

Bhairavācharya si alzò per accogliere il sovrano e l’invitò a sedersi sulla pelle di tigre con lui ma Puspabhuti gentilmente rifiutò, spiegando che si sentiva idealmente suo umile discepolo e che, come tale, il seggio del Maestro doveva essere rispettato come il Maestro stesso e non dissacrato. Il re pregò Bhairavācharya di riprendere il suo posto mentre egli si sedette umilmente su un sacco fattosi portare da un servitore. Il Maestro, incantato dalle buone maniere del re, rispose che lui, figlio suo, era un re virtuoso le cui azioni si armonizzavano alla sua grandezza come un’insegna del benessere universale. Disse che Egli, Bhairavācharya, fin dall’infanzia non aveva avuto attrazione verso la ricchezza, che la sua persona non era mai stata catturata dalle fortune mondane e che la sua vita dipendeva dalle offerte ricevute. Dichiarò umilmente che la sua modesta conoscenza e i suoi meriti acquisiti nel servire Shiva sarebbero stati a disposizione del re. Puspabhuti disse che il solo vedere la sua persona lo aveva riempito di gioia e che la venuta del Maestro nel suo regno gli aveva regalato una posizione invidiabile. Al termine dell'incontro il re, felice nel suo cuore, rientrò al palazzo.

Dopo qualche giorno Bhairavācharya si recò dal re che, ricevendolo, immediatamente mise a sua disposizione la propria persona, l’harem, la corte e il suo tesoro. Sorridendo Bhairavācharya rispose che i figli della foresta come lui non avevano nulla a che fare con il potere, che la luminosità che risplende in loro è come la luce delle lucciole che non scotta, e che solo i reali pari a sua Maestà erano degni destinatari delle fortune mondane. Passato del tempo in compagnia del re, Bhairavācharya ritornò alla foresta.

A ogni incontro Titibha donava al re cinque fiori di loto d’argento ma un giorno arrivò con qualcosa avvolto in stoffe bianche. Spiegò che un bramino discepolo di Bhairavācharya, Patalaswamin, strappò dalle mani di un Brahmaraksasa (demone generato dai piedi di Brahma) la leggendaria spada Attahasa, e il Maestro ora gliela donava poiché degna del grande sovrano. Svolgendola dai drappi l’arma apparve come il cielo d’autunno fatto spada, come la rabbia del serpente Kaliya contro Krishna fatta lama, un frammento di nera nuvola di giorno del giudizio caduto dal cielo, forgiata con l’acciaio battuto dall’impetuosa ira del destino, compagna d’immenso valore. Il re, oltremodo compiaciuto, accettò la sfavillante spada porgendo i suoi ringraziamenti a Bhairavācharya.

Dopo breve tempo Bhairavācharya chiese al re di assisterlo nel completamento del Mahamantra Mahakala-Hridaya (Cuore di Mahakala-Shiva), rituale da lui già iniziato nel Grande Cimitero con la recita di milioni di Mantra, con ghirlande, abiti e unguenti tutti di colore nero. L’intento di questo rituale era quello di soggiogare un Vetala (uno spirito Naga o semidio). Senza compagni questo non sarebbe stato possibile e il re aveva le capacità per partecipare al rito; se avesse acconsentito Titibha, il mendicante amico d’infanzia di Bhairavācharya, Patalaswamin e Karnatala, lo avrebbero affiancato. Gli disse che se avesse partecipato avrebbe dovuto impugnare Attahasa e diventare per una notte il custode di un quarto dei cieli. Il re, deliziato come chi nel buio intravede una luce, rispose che sarebbe stato onorato di condividere tale compito con i suoi discepoli. Bhairavācharya diede appuntamento al re nella casa abbandonata presso il cimitero durante la notte di luna nera.

Il giorno fissato arrivò e il sovrano profumò e abbellì con nastri la meravigliosa spada. All’avvicinarsi della sera il cielo si arrossò come se fosse stato spruzzato dal sangue di un sacrificio animale. Quando la notte divenne profonda, nel silenzio del mondo dormiente, lasciò il palazzo segretamente e raggiunse il luogo dell’appuntamento. Dalla profonda oscurità emersero i discepoli di Bhairavācharya, armati come i figli di Drona pronti per l’assalto notturno, e insieme raggiunsero il Maestro.

Al centro di un grande cerchio disegnato con cenere bianca, Bhairavācharya era visibile come una forma avvampante di luce, come il sole d’autunno avvolto in un alone o un Mandala nell’agitato vortice dell’Oceano di Latte. Seduto sul petto di un cadavere (shava sadhana) disteso a terra e decorato di pasta di sandalo rosso, ghirlande di fiori, stoffe e ornamenti tutti rossi, il grande Aghor portava un turbante nero, unguenti neri, amuleti e abbigliamento nero e aveva iniziato un’offerta al fuoco nella bocca del cadavere, dove una fiamma era stata accesa. Quando offrì alcuni semi neri di sesamo, pareva come se, nella sua voglia di divenire Vidhyadhara, lui annichilisse gli atomi dell’avanzante decomposizione. Dalla bocca di Bhairavācharya i Mantra uscivano in una forma percettibile visualmente. Le lampade accese attorno a lui sembravano voler divorare con le fiamme il suo corpo, come se questo fosse stato offerto al fuoco per ottenere il successo del rito.

Il re e i tre discepoli salutarono e occuparono posto in ognuna delle quattro direzioni attorno a lui mentre Bhairavācharya procedeva nella sua terribile impresa. Esattamente a mezzanotte la terra si aprì a nord del cerchio magico in una crepa profonda e improvvisamente uno spirito scuro come un loto blu emerse dalla fessura. Era il Naga Srikantha e attaccò il saggio, difeso dal re e dai tre discepoli. Spaventoso e gigantesco, il Naga, nella sua temibile potenza e ruggendo come Narashima, sbaragliò presto gli avversari rendendoli inermi. Derise Bhairavācharya per aver osato sfidarlo e insultò il re, che si trovava a terra, per la sua amicizia con uno Shaiva fuori casta. Il re, che non era mai stato insultato, sentì le sue membra sprizzare sudore come quando il corpo è ebbro delle battaglie. Si alzò rabbiosamente e persino Attahasa, riflettendo le costellazioni, sembrò proclamare il suo inflessibile spirito con un sorriso sprezzante, come se mostrasse i denti. Puspabhuti, brandendo Attahasa, si avventò su Srikantha ingaggiando un furioso combattimento e ferendo gravemente il demone. Lo ridusse all’impotenza e, afferratolo per i capelli, fece per decapitarlo ma si arrestò quando vide che portava il sacro cordone.

In quell’istante udì un suono tintinnante di cavigliere e vide, nel centro della spada, in un bagliore come quello di un lampo che appare nel grembo di una nuvola scura, la figura di una donna la cui radiosità sembrò disperdere la notte. La Dea apparve e disse che in virtù della sua eroica determinazione nello scontro e per la sua compassione nell’aver risparmiato il Naga, Puspabhuti avrebbe potuto chiedere qualsiasi cosa. Il re s’inchinò a Lei e, come il perfetto eroe servitore degli altri, chiese la benedizione per il compimento del rito di Bhairavācharya. Lakshmi acconsentì e premiò il re promettendogli un futuro raggiante e una discendenza gloriosa.

Avendo completato il rito, Bhairavācharya acquisì le otto insegne: il fermacapelli, il diadema, gli orecchini, il bracciale, la collana, la cintura, la mazza e la spada, diventando così Portatore di Conoscenza (Vidhyadhara). Il saggio chiese al re se avesse qualche richiesta poiché solo grazie a lui era riuscito a completare il Mahamantra. Puspabhuti rispose che la possibilità di averlo servito era stata la più grande ricompensa. Bhairavācharya salutò il re e i cari discepoli e poi ascese al cielo. Srikantha, il Naga ora sottomesso, promise i suoi servigi al monarca qualora chiamato e, con il suo permesso, scomparve nella spaccatura del terreno da dove era uscito.

I tre discepoli tornarono a corte con il re ma dopo pochi giorni Titibha ritornò alle foreste mentre gli altri due entrarono a far parte della guardia personale di Puspabhuti e sino alla loro morte narrarono le imprese di Bhairavācharya.

Fonte: Aghor Bhairavacharya