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    Predefinito 30 settembre 2011: San Girolamo, prete, confessore e dottore

    1 settembre 2011: Sant'Egidio abate e confessore

    Egidio (Gilles) è vissuto in Francia a cavallo tra il VI e il VII secolo. Viene identificato con l'abate Egidio inviato da s. Cesario di Arles presso papa Simmaco. La sua tomba è stata ritrovata in un'antica abbazia presso Nimes in Provenza (Francia) da dove a tratto origine il suo culto. Il sepolcro, probabilmente costruito al tempo dei Merovingi, reca un'iscrizione databile al X secolo. In quel secolo è stata composta la "Vita del santo" dove si mescolano cronologia e degli elementi leggendari. San Egidio è uno dei santi Ausiliatori ed era invocato, particolarmente in Francia, Belgio e Olanda, contro il delirio della febbre, la follia e la paura. Secondo altre fonti, san Egidio viene identificato con un'eremita vissuto in Provenza, sotto la protezione del re dei Goti Wamba. Nel 680 fondò un monastero presso le foci del Rodano, nella località poi chiamata St. Gilles, del quale divenne abate. Tra le narrazioni che più hanno contribuito alla popolarità del santo vi è quella della cerva inviata da Dio per recare il latte al pio eremita, che viveva da anni in un bosco, lontano dal consorzio umano. Un giorno la benèfica cerva incappò in una battuta di caccia condotta dal re in persona. Il regale cacciatore inseguì la preda, ma al momento di scoccare la freccia non si accorse che l'animale spaurito era già ai piedi dell'eremita. Così il colpo destinato al mansueto quadrupede ferì, seppur di striscio, il pio anacoreta. Viene invocato contro il delirio della febbre, la paura e la follia.

  2. #2
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    Predefinito Rif: 1 settembre 2011: Sant'Egidio abate - Santi sette fratelli martiri


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    Predefinito Rif: 1 settembre 2011: Sant'Egidio abate - Santi dodici fratelli martiri

    1 settembre 2011: Santi Dodici Fratelli martiri

    Felix, Donatus, Arontius, Honoratus, Fortunatus, Sabinianus, Septimius, Januarius, Felix, Vitalis, Satyrus, and Repositus were natives of Adrumetum in Africa, and after suffering grievous torments for the faith in that city, were sent into Italy, where they finished their glorious martyrdom at Benevento, in the persecution of Valerian in 258, or according to others in that of Dioclesian. See Baronius Annot. in Martyr. Rom. and Georgi Annot. in Adonis Martyro
    Ultima modifica di Luca; 01-09-11 alle 10:22

  4. #4
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    Predefinito Rif: 1 settembre 2011: Sant'Egidio abate - Santi dodici fratelli martiri

    2 settembre 2011: Santo Stefano, Re d'Ungheria e confessore

    Di nobilissima famiglia, e gli ricevette da bambino una profonda educazione cristiana. Consacrato re d'Ungheria nella notte di Natale dell'anno mille con il titolo di "re apostolico", organizzò non solo la vita politica del suo popolo, riunendo le 39 contee in unico regno, ma anche quella religiosa gettando le fondamenta di una solida cultura cristiana. Egli divise il territorio in diocesi, eresse chiese monasteri, fra cui quello famoso di San Martino di Pannonhalma, ed appoggiò il clero servendosi come collaboratori di Benedettini di Cluny. Aveva sposato una principessa, Gisella di Baviera, che lo sostenne nella sua opera e che alla sua morte si richiuse nel monastero benedettino di Passau.


    Martirologio Romano: Santo Stefano, re d’Ungheria, che, rigenerato nel battesimo e ricevuta da papa Silvestro II la corona del regno, si adoperò per propagare la fede cristiana tra gli Ungheresi: riordinò la Chiesa nel suo regno, la arricchì di beni e di monasteri, fu giusto e pacifico nel governare i sudditi, finché a Székesfehérvár in Ungheria, nel giorno dell’Assunzione, la sua anima salì in cielo.
    (15 agosto: A Székesfehérvár in Pannonia, nell’odierna Ungheria, anniversario della morte di santo Stefano, re di Ungheria, la cui memoria si celebra il 2 settembre).


    Ultima modifica di Luca; 03-09-11 alle 00:16

  5. #5
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    Predefinito Rif: 2 settembre 2011: Santo Stefano, Re d'Ungheria e confessore

    3 SETTEMBRE

    SAN PIO X, PAPA E CONFESSORE



    Gravi pericoli.

    La vecchiaia di Leone XIII, il cui regno era stato lungo e glorioso, fu attristata dai gravi pericoli che minacciavano la Chiesa. Una sottile eresia colpiva il cuore stesso della Rivelazione e, sotto le spoglie menzogniere d'un progresso vivificatore, rinnegava la tradizione e alterava i dogmi. Nondimeno, nessun Papa dei tempi moderni, al pari di Leone XIII, aveva fatto luce al cammino degli uomini. Il numero e la qualità delle sue Encicliche lo pongono tra i grandi Dottori che hanno capito il loro tempo e risolto le scottanti questioni dei momento. Si aveva ascoltato, si aveva applaudito, ma in molti ambienti non si aveva capito, non solo, ma si aveva persino alterato, e questa era la cosa più grave, il pensiero stesso del Papa.

    Le scienze ecclesiastiche che egli aveva voluto rinnovare mediante il tomismo, si incamminavano per vie opposte; l'azione sociale dei cattolici che egli aveva definito con chiarezza veniva, poco alla volta, sostituita da una falsa democrazia liberale; il laicismo invadeva ogni campo e minacciava di oscurare completamente negli spiriti i principi che reggono le società e stabiliscono i loro rapporti con la Chiesa.



    Instaurare omnia in Christo.

    A Leone XIII mancò il tempo per smascherare e abbattere il modernismo, questa idra dalle molteplici teste, in ognuna delle quali riviveva una antica eresia; a Leone XIII mancò il tempo di riorganizzare le istituzioni ecclesiastiche in modo che potessero esercitare, con più ampiezza, più armonia e più efficacia, le funzioni essenziali del magistero e del governo che esse traggono dall'Autorità suprema della Sede Apostolica. Iddio, però, suscitò il successore che egli desiderava. San Pio X era stato uno dei suoi più fedeli discepoli, si era formato sulla dottrina delle sue grandi encicliche ed aveva egli pure la chiara intuizione dei gravi pericoli che minacciavano la Chiesa; in più, la profonda esperienza nel governo delle anime che egli aveva acquisita come parroco, come vescovo e come Patriarca, unita a non comuni doni naturali e ad una profonda santità, ne facevano l'uomo adatto per compiere l'opera di universale rinnovamento nella Chiesa. All'inizio del suo pontificato, Pio X stabilì le linee fondamentali del suo programma attraverso le parole con le quali san Paolo aveva parlato del piano di Dio che salva il mondo: "Instaurare omnia in Christo": opera che aveva avuto il suo termine con la vita terrena del Redentore, ma la cui realizzazione continua a compiersi nel tempo col concorso degli uomini. Con questo suo motto, Pio X faceva capire che le circostanze del tempo non affidavano al Papa una particolare vigilanza su certi problemi soltanto ma che tutto, omnia, abbisognava d'una energica presa di posizione, perché nulla sfuggisse al Cristo e alla sua Redenzione.



    La vita liturgica.

    È significativo che il suo primo atto, in vista di questa sua universale riforma, abbia toccato un particolare che molti allora giudicarono insignificante: con Motu proprio di appena qualche mese dopo la sua elezione, egli realizzò la prima tappa di una riforma completa della liturgia, mediante certe prescrizioni sul canto sacro. In questo atto, Pio X si mostra nel suo carattere più vero e più profondo: forte uomo di azione, Pio X fu innanzitutto uomo di preghiera. La preghiera che egli raccomanda è, innanzitutto, la preghiera pubblica e solenne della Chiesa che racchiude, in un comune linguaggio, una comune adorazione ed un unico sacrificio, tutte le anime battezzate: essa è un'anticipazione della preghiera dell'eternità. Pio X volle che i fedeli ritrovassero il senso di questa grande preghiera liturgica, racchiusa nella preghiera che il Cristo indirizza al Padre, ispirata dallo Spirito Santo presente nella Chiesa, che deve essere la sorgente, l'ispirazione delle preghiere personali che ogni fedele deve recitare, in più, ogni giorno.

    La preghiera sarà la leva dell'azione di Pio X; e questo rinnovamento del canto gregoriano è appena l'inizio d'una serie di riforme e di iniziative di ordine liturgico che orienteranno, per vie nuove e al tempo stesso tradizionali, la vita spirituale dei fedeli. Riforma del breviario, che proporziona e armonizza la distribuzione dei salmi e che ridona alla domenica quel posto d'onore che il culto dei santi le aveva strappato nel Medio Evo; sviluppo del culto eucaristico; invito alla comunione frequente e quotidiana a cominciare dall'età della ragione; riaffermazione dell'ideale del sacerdozio. La fiamma dell'amore di questo santo Papa, ignis ardens, trabocca dai suoi insegnamenti e dalle sue prescrizioni. Così, poco alla volta, prende vita nella Chiesa un profondo rinnovamento di vita spirituale, nell'unione più intima delle anime, tra di loro, e in Cristo. E si viene così a determinare una duplice crescita, da una parte delle forze che resistono agli attacchi del nemico, dall'altra dell'omaggio reso a Dio con forma più piena, più alta, più pura.



    Organizzatore e legislatore.

    Fu non a caso che il Papa santo ricordò ai fedeli l'importanza fondamentale, non soltanto della preghiera (fatto che non si era mai avverato, del resto), ma particolarmente della preghiera liturgica: essa, infatti, è la preghiera stessa della Chiesa. Volendo riordinare ogni cosa in Cristo, è appunto nella Chiesa e mediante la Chiesa che si riconducono gli uomini a Lui. La Chiesa è la via che porta a Cristo ed è Cristo stesso comunicato alle anime, è il Suo Corpo mistico. Tale corpo visibile, Pio X volle renderlo sempre più bello e accogliente. Non volle che la Chiesa sembrasse una sorpassata società religiosa, una sopravvivenza medioevale, la bella testimonianza d'un passato ormai morto, senza rapporto col presente e senza influenza su di esso: si faceva indispensabile un sano riavvicinamento alla società moderna. Già Leone XIII se ne era convinto, ma quelle idee, allora ancora poco conosciute, e la mancanza di tempo, gli avevano impedito di giungere alla riorganizzazione del governo e dell'amministrazione ecclesiastica. Pio X affronta la riforma della Curia e degli Uffici delle Congregazioni romane. Era necessario ridare vita a certe abitudini fossilizzate da secoli. Le resistenze furono vive, ma il papa dimostrò di possedere, sia la forza e la tenacia, quanto la dolcezza e la pazienza. In pochi anni, la riforma venne portata a termine, alcune congregazioni scomparvero, altre vennero fuse tra loro, ognuna ricevette incarichi ben precisi. Sarebbe bastata questa sola riforma per rendere glorioso un pontificato: Pio X vi aggiunse ancora la completa riorganizzazione del Diritto Canonico. Quando il Papa morì, il Codice non era terminato e fu il suo successore, Benedetto XV, che lo promulgò dicendo che tale riforma poneva Pio X tra i più grandi studiosi di diritto canonico di tutta la storia.



    Difensore della fede.

    Ma tale opera di riordinamento non avrebbe portato eccessivi frutti se la fede, fondamento dell'unità della Chiesa, fosse rimasta in balìa dell'eresia. Lo spirito di ordine e di giustizia, già vivo nelle riforme fino ad allora effettuate, aiutò il Papa a portare a compimento gli insegnamenti di Leone XIII e a far risplendere, in tutto il suo splendore, la dottrina cristiana. Per questo, egli entrò in lotta contro l'eresia insidiosa che tentava di distruggere le fondamenta della fede: si può dire che gli undici anni di pontificato di Pio X siano stati una potente e vigorosa affermazione di fede cattolica. Sotto il suo insegnamento furono riaffermate le verità dei dogmi fondamentali: Dio trascendente e presente nelle creature; l'ordine soprannaturale e i suoi rapporti con la ragione e con la scienza; Cristo, Dio e Uomo; l'essenza della Chiesa, Corpo mistico di Cristo, società soprannaturale, fondata su Pietro; diversità tra la Chiesa docente e la chiesa che impara, valore assoluto delle definizioni dogmatiche; la soprannaturale efficacia dei sacramenti che oltrepassa il puro significato del simbolo; i canoni della interpretazione biblica; il senso della storia; le relazioni tra la Chiesa e lo Stato; le condizioni della salvezza. Furono ripresi pure, con meravigliosa chiarezza, gli elementi della nostra vocazione al fine soprannaturale, accessibile soltanto mediante la Grazia portata da Cristo. Il grande desiderio di Papa Pio X, di instaurare ogni cosa in Cristo, si manifesta soprattutto in questa preoccupazione di ridare alla fede della Chiesa tutto il suo splendore. A questo proposito, la sua delicatezza di coscienza fu esemplare, ma per smascherare e condannare ogni più piccolo germe di eresia diede esempio di fermezza e di inflessibile giustizia.



    Il Santo.

    Nel discorso della canonizzazione, descrivendo la sua forte personalità, Pio XII disse che Papa Sarto fu una figura gigantesca e dolce. Questo, appunto, è il carattere della sua santità: essa unisce, meglio e più che negli altri santi, a una grandezza sovrumana, l'umiltà, la bontà, la semplicità, qualità che attiravano le anime verso di lui. Realizzò, innanzitutto in se stesso, il programma al quale aveva richiamato gli uomini: Cristo viveva, Signore, nel suo cuore, nella sua intelligenza, nella sua volontà. Le brevi notizie che Pio XII ha inserito nel martirologio, in occasione della festa di questo santo, mostrano la pienezza dei doni e delle virtù soprannaturali che ornavano la sua anima e fecondavano le sue opere. Non sappiamo se si deve ammirare di più l'ardente carità o lo spirito di preghiera, il suo senso d'ordine e di giustizia o la sua profonda umiltà, l'integrità della fede o la fermezza delle sue direttive. Egli realizzò in sé l'ideale del cristiano, del prete, del pontefice. In ogni occasione, ha avuto l'intuizione realistica dei bisogni, delle aspirazioni, delle energie del suo tempo. È il giudice e il dottore della nostra società, il modello di santità adatto all'uomo del nostro tempo.

    Vogliano rivolgersi a Lui le nostre società scristianizzate, ascoltare il suo messaggio, sollecitare le sue preghiere: sotto il pacifico giogo di Cristo Re, esse troveranno quella salvezza che nessuna altra potenza di questo mondo ha saputo loro dare.



    VITA - Giuseppe Sarto nacque a Riese (diocesi di Treviso) il 2 giugno 1835; i suoi genitori erano poveri ma di molta onestà e profonda virtù. Venne battezzato il giorno seguente la nascita, ricevette la Cresima il 1° settembre del 1845, ricevette per la prima volta la santa Comunione il 6 aprile 1847. Nel 1850 entrò nel Seminario di Padova e venne ordinato sacerdote il 17 settembre 1858. Fu dapprima parroco di Salzano, poi segretario del Vescovo e Direttore Spirituale del Seminario di Treviso, Vescovo di Mantova nel 1884, Cardinale e Patriarca di Venezia nel 1893.

    Il 4 agosto del 1903 venne eletto Sommo Pontefice, carica che accettò suo malgrado col nome di Pio X. I disastri della guerra che aveva tentato di impedire senza riuscirvi, lo portarono alla tomba il 4 agosto 1914.

    Il popolo cristiano lo considerò già da allora un santo e, in seguito a numerose grazie e miracoli ottenuti mediante la sua intercessione, Pio XII lo beatificò il 3 giugno 1951 e lo dichiarò santo il 29 maggio 1954.



    Preghiera di Pio XII.

    O beato Pontefice, fedele servo del tuo signore, umile e fido discepolo del Divin Maestro, nel dolore e nella gioia, nei travagli e nelle sollecitudini sperimentato Pastore del gregge di Cristo, volgi il tuo sguardo su di noi che siamo prostrati dinanzi alle tue verginee spoglie. Ardui sono i tempi in cui viviamo; dure le fatiche che essi esigono da noi. La sposa di Cristo, affidata già alle tue cure, si trova di nuovo in gravi angustie. I suoi figli sono minacciati da innumerevoli pericoli nell'anima e nel corpo. Lo spirito del mondo, come leone ruggente, va attorno cercando chi possa divorare. Non pochi cadono sue vittime. Hanno occhi e non vedono; hanno orecchi e non odono. Chiudono lo sguardo alla luce della eterna verità; ascoltano le voci di sirene insinuanti ingannevoli messaggi. Tu, che fosti quaggiù grande suscitatore e guida del popolo di Dio, sii ausilio e intercessore nostro e di tutti coloro che si professano seguaci di Cristo [1].

    Sì o san Pio X, gloria del sacerdozio, splendore e decoro del popolo cristiano. Tu, in cui l'umiltà parve affratellarsi con la grandezza, l'austerità con la mansuetudine, la semplice pietà con la profonda dottrina; Tu, pontefice della Eucarestia e del catechismo della fede integra e della fermezza impavida; volgi il tuo sguardo verso la Chiesa santa, che tu tanto amasti e alla quale dedicasti il meglio dei tesori che, con mano prodiga, la divina Bontà aveva deposto nell'animo tuo; ottienile la incolumità e la costanza, in mezzo alle difficoltà e alle persecuzioni dei nostri tempi; sorreggi questa povera umanità, i cui dolori così profondamente Ti afflissero, che arrestarono alla fine i palpiti del Tuo gran cuore; fa' che in questo mondo agitato trionfi quella pace, che deve essere armonia fra le nazioni, accorda fraterna e sincera collaborazione tra le classi sociali, amore e carità tra gli uomini, affinché in tal guisa quelle ansie, che consumarono la Tua vita apostolica, divengano, grazie alla Tua intercessione, una felice realtà, a gloria del Signore nostro Gesù Cristo, che col Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Così sia! [2].



    [1] Nel giorno della beatificazione. Atti e Discorsi di S. S. Pio XII, vol. XIII, p. 157 s., Ed. Paoline, Roma.

    [2] Nel giorno della Canonizzazione. Atti e Discorsi di S. S. Pio XII, vol. XVI, p. 133, Ed. Paoline Roma.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1047-1052

  6. #6
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    Predefinito Rif: 2 settembre 2011: Santo Stefano, Re d'Ungheria e confessore




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    Predefinito Rif: 2 settembre 2011: Santo Stefano, Re d'Ungheria e confessore

    Ultima modifica di Luca; 03-09-11 alle 00:57

  8. #8
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    Predefinito Rif: 3 settembre 2011: San Pio X, Papa e confessore

    Novena a San Pio X per ottenere grazie
    Pio X santo, che t'affacciasti alla vita in un'umile casa di un più umile paese e nella stessa povertà dei natali, pur elevato Pontefice del mondo, volesti vivere e morire sulle orme di Gesù umile e povero, spegni in noi quello smodato desiderio di terra e di grandezza, e ottienici di trovare nella povertà e semplicità quella beatitudine dei poveri di spirito che solo anelano il regno dei cieli.
    Gloria al Padre.
    Pio X santo, che, proclamato Pastore della cattolicità, difendesti con soave fermezza i diritti della Chiesa e l'ortodossia della dottrina, e ti proponesti d'attuare nel mondo un'universale restaurazione in Cristo, sostieni in noi, insidiati dall'errore, quel coraggio nella professione della fede e nell'adesione alla Chiesa che garantisca la nostra santificazione e restauri sull'intiera umanità il regno di Dio.
    Gloria al Padre.
    Pio X santo, tutto amore e soavità per gli uomini, per la cui salvezza donasti il tuo molteplice ministero e per la cui pace offristi la vita, fa che l'umana famiglia viva e prosperi nell'unità implorata da Cristo e s'accenda sul mondo quella vera pace che è frutto di fraternità e giustizia e che è beatificante preludio in cielo.
    E a noi, imploranti la tua protezione, dona le grazie che aspettiamo: assistici in vita, aiutaci in morte e fa che siamo partecipi con te della visione di Dio nei secoli dei secoli. Così sia.
    Gloria al Padre.

  9. #9
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    Predefinito Rif: 3 settembre 2011: San Pio X, Papa e confessore

    DOMENICA DODICESIMA
    DOPO LA PENTECOSTE

    MESSA

    L'Introito inizia con il magnifico versetto del Salmo 69: O Dio vieni in mio aiuto; Signore, affrettati a soccorrermi! Nella sua decima Conferenza, Cassiano mostra come questo grido dell'anima si addica a tutti gli stati e risponda a tutti i sentimenti (Collat. 10,10). Durando di Mende lo applica nella presente circostanza a Giobbe, poiché le lezioni dell'Ufficio della notte tratte dal Libro in cui sono narrate le sue prove combinano talvolta, benché di rado, con questa Domenica (Razionale 6,126). Ruperto vi vede di preferenza gli accenti del sordomuto la cui misteriosa guarigione formava otto giorni fa l'oggetto delle nostre meditazioni. "Il genere umano nella persona dei nostri progenitori - egli dice - era divenuto sordo per ascoltare i comandamenti del Creatore, e muto per cantare le sue lodi; il primo moto della sua lingua sciolta dal Signore è per invocare Dio" (Dei Divini Uffici 12,12). È pure ogni mattina il primo slancio della Chiesa, come la sua prima parola ad ognuna delle Ore del giorno e della notte.

    EPISTOLA (2Cor 3,4-8). - Fratelli: Tale fiducia noi abbiamo per Cristo davanti a Dio. Non perché siam capaci di pensare qualche cosa da noi, come venisse proprio da noi, ma la nostra capacità vien da Dio, il quale ci ha anche resi capaci di essere ministri del nuovo testamento, non della lettera, ma dello spirito, che la lettera uccide mentre lo Spirito da vita. Or se il ministero della morte, scolpito per mezzo di lettere nelle pietre, fu circondato di tal gloria che i figlioli d'Israele non potevano fissare lo sguardo nel volto di Mosè, a motivo del momentaneo splendore della faccia di lui, di quanta maggior gloria non sarà circondato il ministero dello Spirito? Se infatti il ministero della condanna è glorioso, lo sorpassa di molto nella gloria rii ministero della giustizia.

    Il ministero nuovo è superiore all'antico.

    Avendo san Paolo fatto l'apologia del ministero cristiano, i suoi nemici l'avevano subito accusato di aver orgogliosamente fatto la propria apologia. Egli si difende da tale accusa. Non rivendica per se stesso altro merito che quello di essere stato il docile strumento di Dio. Ed è quanto vorranno essere sempre i predicatori e i missio-nari del Vangelo, i quali sanno bene che il successo del loro apostolato dipende dall'umile obbedienza con cui lasceranno agire Dio in essi e mediante essi. Non pensano alla propria gloria, ma alla sua.

    Tuttavia, proclamata così la loro umiltà, non rimane men vero che il ministero di cui Dio ha investito gli Apostoli è per essi un grandissimo onore. Questo ministero infatti, checché ne dicano certi fedeli di Corinto troppo impressionati dai cavilli dei Giudei, è più grande e più glorioso di quello dello stesso Mosè. Esso reca infatti la legge nuova, tutta ripiena dello Spirito di Cristo, vivificante e santificante, che ottiene a ciascun fedele l'ingresso nella famiglia delle tre divine Persone. Il messaggio di Mosè invece, per quanto apportasse al mondo un'immensa speranza, non era tuttavia che una lettera senza vita. Mosè ha promulgato solo riti materiali, interdetti e condanne, che non potevano aprire il cielo a nessuno.

    Senza dubbio, Mosè è stato un fedele strumento di Dio, e per accreditare l'autorità divina del suo ministero, Dio non l'aveva lasciato senza un segno visibile: ogni volta che Mosè entrava nel tabernacolo per conversarvi faccia a faccia con Dio e riceverne le ordinanze dell'antica legge, ne usciva con il volto risplendente di luce, tanto che dopo aver trasmesso il messaggio divino doveva coprirsi con un velo per non abbagliare il popolo (cfr. Es 34,29-35). Ma non si potrebbe trarre argomento da questo miracolo per esaltare il ministero di Mosè al disopra di quello degli Apostoli. Non vi è infatti una comune misura fra le due Alleanze: la nuova supera infinitamente l'antica, e se la gloria del ministero apostolico è diversa da quella del ministero mosaico, sarà necessariamente molto maggiore.

    La gloria dei due ministeri.

    Del resto, la gloria che risplendeva sul volto di Mosè era di natura tale che, lungi dal provocare la superiorità del suo ministero su quello degli Apostoli, mostra al contrario la sua assoluta inferiorità. San Paolo ci tiene a dirlo, per non lasciar adito alla minima obiezione. E lo fa nei versetti che seguono immediatamente quelli dell'Epistola di questa dodicesima Domenica dopo la Pentecoste.

    È vero, il ministero di Mosè era onorato di una luce divina così potente che Mosè doveva coprirla d'un velo per non ferire gli occhi del popolo. Ma quel velo - ricorda san Paolo - ha anche un altro significato. Mosè lo lasciava sul suo volto "perché i figli d'Israele non vedessero la fine di quello splendore effimero"! Come la stessa legge che egli promulgava, la gloria che serviva ad accreditarlo era effimera: era un'irradiazione instabile e momentanea. Era soltanto una figura della gloria vera, duratura, sostanziale ed eterna di coloro i quali avranno annunciato un'alleanza che non deve mai finire, una legge di carità che non passerà mai. Il ministero cristiano non fruisce in questo mondo d'uno splendore visibile, ma imita e continua il ministero di Cristo, nelle prove, nelle persecuzioni, nelle umiliazioni, per ottenere alfine la conversione del mondo. Non basta forse questo per assicurare, a dispetto delle apparenze, che è sovrabbondantemente ed eternamente glorioso?

    Grave lezione per i fedeli, i quali non devono mai dimenticare di circondare di rispetto e di onore coloro che Dio ha scelti perché portassero ad essi in suo nome le parole della salvezza. Molto spesso essi fanno poca figura in questo mondo, ma agli occhi della fede sono più splendenti di luce dello stesso volto di Mosè.

    La contemplazione.

    Vi è forse un'altra lezione da ricavare da questa bella epistola. Mosè è qui l'immagine della preghiera contemplativa e dei suoi mirabili effetti. Il semplice fedele della nuova alleanza può godere tutti i giorni del privilegio di cui egli fu l'unico a beneficiare nell'antica alleanza, di poter conversare con Dio faccia a faccia e di imbeversi della sua luce. Noi siamo infatti, se lo vogliamo, "come Mosè che si intratteneva con il Signore e viveva vicino a lui. Noi tutti leggiamo liberamente nello specchio del Vangelo la gloria e le perfezioni del Signore, e manteniamo assiduamente nella contemplazione di quella magnificenza tutta l'anima nostra! O dolce meraviglia! A misura che si acconsente alle rinunce preliminari, questa soprannaturale beltà del Signore, che è attraente, è anche attiva e, attraverso l'assiduità del nostro sguardo interiore, ci penetra e ci trasfigura. Si dice che alcune specie di marmi arrivino, a lungo andare, a fissare in sé la luce e diventino fosforescenti sotto l'azione del sole. L'anima nostra è meno dura del marmo; e infatti, mentre la legge è impotente, ecco che guardando il Signore la nostra vita si unisce maggiormente a lui; si immerge nella sua luce, subisce la sua azione segreta; di giorno in giorno, di gradino in gradino, sale più vicino, sempre più vicino alla sua beltà, come portata verso Cristo dal soffio dello Spirito di Cristo" [1].

    VANGELO (Lc 10,23-37). - In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli: Beati gli occhi che vedono quanto vedete voi; perché vi assicuro che molti profeti e re bramarono vedere quello che vedete voi e non lo videro; ed ascoltare quello che voi udite e non lo poterono ascoltare. Allora, alzatesi un certo dottore in legge, gli disse per tentarlo: Maestro, che debbo fare per ottenere la vita eterna? E Gesù a lui. Nella legge che c'è scritto? Come leggi? L'altro rispose: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze e con tutta la tua intelligenza ed il prossimo tuo come te stesso. E Gesù gli disse: Hai risposto bene: fa' questo e vivrai. Ma quello, volendo giustificarsi, disse: E chi è il mio prossimo? E Gesù prese a dire: Un uomo, scendendo da Gerusalemme a Gerico, incappò nei ladroni, che, spogliatoio, lo caricarono di ferite, e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Or per caso scendeva per la medesima strada un sacerdote, il quale, guardatelo, passò oltre. Così pure un levita, arrivato lì vicino, guardò e tirò di lungo. Ma un Samaritano che era in viaggio e passò di li, vedutolo n'ebbe pietà; e, accostatesi, gli fasciò le ferite versandovi su dell'olio e del vino, e, adagiatelo sul giumento, lo condusse all'albergo e ne ebbe cura. Ed il giorno dopo, tratti fuori due danari, li diede all'oste, dicendogli: Abbine cura, e quanto spenderai di più te lo renderò al mio ritorno. Or quale di questi tre ti sembra che sia stato il prossimo per colui il quale incappò nei ladroni? E quello rispose: Chi gli usò misericordia. E Gesù gli disse: Va' e fa' anche tu lo stesso.

    Il comandamento dell'amore.

    Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forse e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso. La Chiesa, nell'Omelia che propone oggi, come di consueto ai suoi figli sul testo sacro (Ufficio della notte), non e-stende la sua interpretazione al di là della interrogazione del dottore della legge: e questo dimostra chiaramente che, nel suo pensiero, l'ultima parte del Vangelo, per quanto più lunga, non è altro che la conclusione pratica della prima, secondo le parole dell'Apostolo: La fede opera mediante la carità (Gal 5,6). E infatti la parabola del buon Samaritano la quale, d'altronde, si presta a tante applicazioni del più alto simbolismo, è portata, nel senso letterale, sulle labbra del Salvatore solo per distruggere perentoriamente le restrizioni poste dai Giudei al grande precetto dell'amore.

    Se ogni perfezione è racchiusa nell'amore, se senza l'amore nessuna virtù produce frutti per il ciclo, l'amore stesso non è perfetto se non si estende al prossimo; ed è soprattutto in quest'ultimo senso - nota san Paolo - che l'amore soddisfa tutta la legge (Rm 13,8) e ne è la pienezza (ivi, 10). È il prossimo, infatti, che hanno di mira direttamente la maggior parte dei precetti del Decalogo (ibid. 9), e la carità verso Dio non è completa se non quando si ama insieme con Dio ciò che egli ama, ciò che egli ha fatto a sua immagine (1Gv 4,20). Cosicché l'Apostolo, non facendo nemmeno la distinzione - come fa il Vangelo - fra i due precetti dell'amore, giunge a dire: "Tutta la legge è contenuta in queste sole parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Gal 5,14).

    Il prossimo.

    Ma più è grande l'importanza di un tale amore, più si impone la necessità di non ingannarsi sul significato e sull'estensione del termine prossimo. I Giudei non vi comprendevano se non quelli della loro razza, seguendo in ciò i costumi delle genti pagane per le quali lo straniero era soltanto un nemico. Ma ecco che, interrogato da un rappresentante di quella legge imperfetta, il Verbo divino, autore della legge, la ristabilisce nella sua pienezza. Egli ci presenta un uomo uscito dalla città santa e un Samaritano, di tutti gli stranieri nemici il più disprezzato e il più odioso per un abitante di Gerusalemme (Gv 4,9). E tuttavia, dall'ammissione del dottore che lo interroga, come senza dubbio di tutti quelli che lo ascoltano, il prossimo, per l'infelice caduto nelle mani dei ladri, è qui molto meno il sacerdote o il levita della sua razza che lo straniero Samaritano. Questi, dimenticando i rancori nazionalistici davanti alla miseria, non vede in lui se non un uomo suo simile. Era quanto dire che nessuna eccezione poteva prevalere contro la legge suprema dell'amore, sulla terra come in cielo; che ci è prossimo ogni uomo al quale possiamo fare o augurare del bene, e che ci è prossimo ogni uomo che esercita la misericordia, fosse anche un Samaritano.

    PREGHIAMO

    O Dio onnipotente e misericordioso, il cui aiuto ci è necessario anche per servirti e onorarti degnamente, concedici di correre senza indugio verso i beni che tu hai promesso.

    [1] Dom Delatte, Epitres de saint Paul, I, p. 422-424.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 473-478

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    Predefinito Rif: 4 settembre 2011: XII Domenica dopo Pentecoste

    4 settembre 2011
    SANTA ROSA DA VITERBO vergine

    Nacque a Viterbo intorno al 1234 presso una famiglia benestante. Desiderava ardentemente farsi clarisse, ma dopo avere avuta una visione, entrò a 17 anni nell’ordine delle terziarie francescane. In questo periodo fece diversi pellegrinaggi e soprattutto una dura penitenza. Mentre si faceva intensa la guerra tra Guelfi e Ghibellini insieme alla famiglia fu esiliata, ma tornò a Viterbo. La tradizione viterbese vuole che Rosa si desse da fare per rifornire di pietre i suoi concittadini che dall'alto delle mura lottavano contro l'invasore, Federico II. Fu colpita al braccio sinistro da una freccia, che lei stessa estrasse strappandola con la bocca. Il suo corpo è stato ritrovato intatto alcuni anni dopo la sua morte.


 

 
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