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Discussione: VATICANO II: Se Don Pietro Cantoni e Introvigne se la prendono con Mons. Gherardini

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    Predefinito VATICANO II: Se Don Pietro Cantoni e Introvigne se la prendono con Mons. Gherardini

    Concilio Vaticano II, istruzioni per l'uso

    di Massimo Introvigne
    24-09-2011


    L'anno prossimo, 2012, si celebrerà il cinquantesimo anniversario dell'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Si annunciano, in tutto il mondo, decine di convegni e di pubblicazioni, dei più diversi orientamenti. Don Pietro Cantoni, teologo ben noto ai lettori del mensile di apologetica cattolica Il Timone e che da anni riflette sul Concilio, anticipa l'anniversario e arriva tra i primi in libreria con Riforma nella continuità. Riflessioni sul Vaticano II e sull'anti-conciliarismo (Sugarco, Milano 2011).

    Si tratta di un libro molto importante che, già nel titolo, fa riferimento a due interventi di Benedetto XVI riportati in appendice. Il primo è il discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, in cui il Papa distingue a proposito del Vaticano II una «ermeneutica della discontinuità e della rottura», che legge il Concilio non alla luce del Magistero precedente ma in contrapposizione a esso, e una corretta «ermeneutica della riforma nella continuità», che non nega gli elementi di novità del Concilio - diversamente, non ci sarebbe riforma - ma legge ogni novità in continuità, e non in contraddizione, con gli insegnamenti precedenti della Chiesa. A sua volta, come Benedetto XVI ebbe a spiegare nell'incontro ad Auronzo di Cadore con i sacerdoti delle diocesi di Belluno-Feltre e Treviso del 24 luglio 2007, l'ermeneutica della discontinuità e della rottura oggi è proposta nella Chiesa da due versanti diversi: da un «progressismo sbagliato», che considera la presunta rottura con il passato una benedizione per la Chiesa, e da un «anti-conciliarismo» per cui la stessa rottura è stata al contrario catastrofica. Le due correnti convergono nell'analisi, anche se divergono nelle opposte valutazioni.

    Ma le due correnti, come spiega con dovizia di argomenti don Cantoni, sbagliano. La condanna del «progressismo sbagliato» non è, come molti pensano, una novità «restauratrice» di Benedetto XVI. Si ritrova già nel magistero del servo di Dio Paolo VI (1897-1978), il Papa che concluse il Vaticano II, di cui l'autore ricorda alcuni interventi sorprendentemente simili a quello del 2005 di Benedetto XVI. Appena a un anno dalla chiusura del Concilio, nel 1966, il servo di Dio Paolo VI mette in guardia contro l’errore «di supporre che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo rappresenti una rottura con la tradizione dottrinale e disciplinare che lo precede, quasi ch’esso sia tale novità da doversi paragonare ad una sconvolgente scoperta, ad una soggettiva emancipazione, che autorizzi il distacco, quasi una pseudo-liberazione, da quanto fino a ieri la Chiesa ha con autorità insegnato e professato, e perciò consenta di proporre al dogma cattolico nuove e arbitrarie interpretazioni, spesso mutuate fuori dell’ortodossia irrinunciabile, e di offrire al costume cattolico nuove ed intemperanti espressioni, spesso mutuate dallo spirito del mondo; ciò non sarebbe conforme alla definizione storica e allo spirito autentico del Concilio, quale lo presagì Papa Giovanni XXIII [1881-1963]. Il Concilio tanto vale quanto continua la vita della Chiesa». E nel discorso al Sacro Collegio dei Cardinali del 23 giugno 1972 lo stesso Pontefice denuncia «una falsa e abusiva interpretazione del Concilio, che vorrebbe una rottura con la tradizione, anche dottrinale, giungendo al ripudio della Chiesa preconciliare, e alla licenza di concepire una Chiesa "nuova", quasi "reinventata" dall’interno, nella costituzione, nel dogma, nel costume, nel diritto».

    La parte più corposa del volume di don Cantoni è consacrata alla critica dell'anti-conciliarismo, «fuoco amico» - come lo definisce - nei confronti del Magistero, che rischia di comprometterne l'autorità anche presso persone devote e fedeli al Papa. L'autore che don Cantoni assume come più rappresentativo di questa corrente - peraltro, piuttosto un network dove convivono opinioni parzialmente diverse - è il teologo romano mons. Brunero Gherardini che in una sorta di crescendo, passando dai primi agli ultimi dei diversi volumi che ha dedicato negli ultimi anni al Vaticano II, ha finito per sostenere che l'ermeneutica della riforma nella continuità proposta da Benedetto XVI è, almeno con riferimento a diversi documenti conciliari, impossibile. In questi documenti non ci sarebbe continuità, ma rottura con il Magistero precedente della Chiesa. Il Vaticano II andrebbe dunque sì considerato un autentico e legittimo Concilio cattolico, ma i suoi insegnamenti sarebbero vincolanti per i fedeli solo quando riaffermano il Magistero precedente della Chiesa, mentre potrebbero e dovrebbero essere messi in discussione, e anche francamente rifiutati, se contraddicono la Tradizione: il che, secondo Gherardini, accade certamente per diversi testi cruciali prodotti dall'assise ecumenica.

    Non è possibile riassumere qui la critica dettagliata di don Cantoni alla posizione anti-conciliarista su singoli documenti del Concilio - in particolare le costituzioni Gaudium et Spes, Lumen Gentium e Dei Verbum e la dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae -, ma è importante fare emergere il tema metodologico di fondo. Nella posizione anti-conciliarista la nozione di Tradizione è ipostatizzata in modo essenzialista e diventa un codice o un libro immaginario sulla cui base giudicare gli atti del Papa e del Concilio, decidendo quali vanno accolti e quali no. Come nota don Cantoni, così l'autorità della Chiesa si sposta dal Papa a chi si auto-nomina custode e interprete della Tradizione, con un processo simile a quello messo in atto dai protestanti con riferimento alla Scrittura. Non si tratta, nota l'autore, di sostenere che il Papa è al di sopra della Tradizione, così come nella controversia con i protestanti non si trattava di sostenere che il Papa fosse al di sopra della Scrittura.

    L'autore cita Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704), il quale rispondeva ai protestanti che «noi non diciamo che la Chiesa sia giudice della Parola di Dio, ma assicuriamo che è giudice delle interpretazioni che gli uomini danno della santa Parola di Dio». Analogamente - tanto più che, a differenza della Scrittura, neppure esiste un libro o manuale chiamato "La Tradizione" con cui confrontare le diverse posizioni - don Cantoni afferma che l'alternativa oggi non è se credere a Benedetto XVI o credere alla Tradizione, ma se farsi spiegare che cos'è la Tradizione da Benedetto XVI o da mons. Gherardini, o magari dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da mons. Marcel Lefebvre (1905-1991), sulle cui posizioni in tema di Vaticano II il monsignore romano nelle sue opere più recenti sembra andare sempre più convergendo.

    E don Cantoni fa notare che la divergenza fra i seguaci di mons. Lefebvre e l'insegnamento di Benedetto XVI non sta nella tesi secondo cui dopo il Concilio c'è stata una drammatica crisi nella Chiesa. Che questa crisi ci sia stata è evidente, e lo afferma anche il Pontefice. Ma, a differenza dei "lefebvriani" - e degli anti-conciliaristi - Benedetto XVI attribuisce la crisi al prevalere di una errata ermeneutica dei documenti del Concilio, non ai documenti medesimi nella loro essenza e nel loro insieme, senza escludere che essi contengano qua e là qualche formulazione meno felice o bisognosa di chiarimenti da parte dello stesso Magistero. Che nei documenti del Vaticano II ci siano espressioni da chiarire e su cui si può legittimamente discutere - ma questo, nota don Cantoni, vale anche per tante espressioni di Concili precedenti - non significa che tali testi si possano rifiutare in blocco o nel loro messaggio essenziale, che si tratti di struttura della Chiesa, ecumenismo, esegesi biblica o libertà religiosa.

    Come ha spiegato Andrea Tornielli su La Bussola Quotidiana, si situa qui l'essenziale del Preambolo dottrinale - il cui testo rimane riservato - proposto dalla Santa Sede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X come condizione per un'auspicata riconciliazione.

    Molto utile - anche per comprendere la posta in gioco proprio del dialogo in corso fra Santa Sede e Fraternità Sacerdotale San Pio X - è un'appendice dove don Cantoni traccia una breve storia della nozione di Magistero ordinario. Gli anti-conciliaristi spesso rappresentano in modo caricaturale la posizione dei loro critici, attribuendo loro la tesi certamente infondata secondo cui tutti gli insegnamenti del Vaticano II sarebbero infallibili o di natura dogmatica. Non è affatto così. I critici dell'anti-conciliarismo - e, cosa assai più importante, Benedetto XVI - sostengono una cosa diversa, e cioè che il buon fedele deve prestare il suo assenso non solo formale ma sostanziale anche al Magistero ordinario, non dogmatico e non infallibile, pure nella sue dimensioni pastorali, che può certo avere espressioni più o meno felici e su cui i teologi possono condurre discussioni, ma che resta la guida normale della Chiesa cui i cattolici possono e devono affidarsi con fiducia. Non è un buon cattolico chi segue il Magistero solo nei suoi rari pronunciamenti infallibili, ignorando invece la sua guida continua e quotidiana che ha spesso appunto natura non dogmatica ma pastorale.

    Grande merito del libro di don Cantoni è ricordarci che questa posizione non è nuova. Nasce quando - dopo la Rivoluzione Francese - il Magistero inizia a esprimersi in modo molto più frequente, tra l'altro attraverso la moltiplicazione delle encicliche. L'espressione «Magistero ordinario» si deve al teologo gesuita tedesco Joseph Kleutgen (1811-1883), ma passa nel Magistero pontificio con la lettera Tuas libenter, indirizzata dal beato Pio IX (1792-1878) all'arcivescovo di Monaco di Baviera il 21 dicembre 1863. Questo testo, dove si afferma che la «sottomissione» dei buoni cattolici non ha come oggetto solo il Magistero infallibile ma anche il Magistero ordinario è la premessa della condanna nel Sillabo del 1864 - ironicamente, un testo spesso invocato dagli anti-conciliaristi - della seguente proposizione, denunciata come erronea: «L'obbligazione che vincola i maestri e gli scrittori cattolici, si riduce a quelle cose solamente, che dall’infallibile giudizio della Chiesa sono proposte a credersi da tutti come dommi di fede». «Né si deve ritenere - aggiunge il venerabile Pio XII (1876-1958) nell'enciclica Humani generis del 1950 - che gli insegnamenti delle Encicliche non richiedano, per sé, il nostro assenso, col pretesto che i Pontefici non vi esercitano il potere del loro Magistero Supremo. Infatti questi insegnamenti sono del Magistero ordinario, per cui valgono pure le parole: "Chi ascolta voi, ascolta me" (Luc. X, 16)». Né, evidentemente, possiamo considerare i testi di un Concilio Ecumenico meno autorevoli delle encicliche.

    Un'altra utile appendice del libro di don Cantoni riguarda il beato John Henry Newman (1801-1890), citato da alcuni anti-conciliaristi a sostegno delle loro tesi, in quanto avrebbe affermato che durante la crisi ariana diversi concili e l'intero corpo episcopale avrebbero insegnato l'eresia. Queste però, precisa don Cantoni, erano affermazioni attribuite al beato Newman dai suoi critici, che lo denunciarono a Roma come eretico. Rispondendo a tali critici, il beato affermò che se in effetti egli avesse attribuito l'eresia ariana a «concili ecumenici» e al corpo episcopale nel suo insieme - inseparabile dal Papa - allora certamente le sue affermazioni sarebbero state eretiche. Ma in realtà egli aveva parlato di «concili generali» - che sono cosa diversa dai concili ecumenici, e «non ci fu nessun concilio ecumenico tra il 325 e il 381» - e della maggioranza dei vescovi, non del loro corpus o collegio in senso giuridico e teologico. Di fatto nella crisi ariana buona parte dei vescovi non fu fedele alla sua missione. Ma questo, spiegava Newman, non significa che di diritto anche in quella crisi non restasse presente almeno in modo «virtuale» l'insegnamento di verità del Magistero vivente, che rimaneva per così dire presente sullo sfondo anche se di fatto pochi vescovi lo diffondevano.

    Non si tratta di una sottigliezza storica. Se un concilio ecumenico e l'intero corpo episcopale unito al Papa potessero insegnare l'eresia - che è cosa diversa dall'esprimere la verità in formulazioni che talora possono essere poco felici o poco precise, e richiedere una interpretazione autentica da parte del Magistero successivo - allora le porte dell'inferno avrebbero prevalso sulla Chiesa. Sappiamo per divina rivelazione che questo non può accadere. E di fatto le «portae inferi» non hanno prevalso. La Chiesa, nonostante le tante crisi che la tormentano, c'è ancora, e per sapere dov'è e che cosa insegna, anche a proposito del Vaticano II, non dobbiamo metterci alla ricerca di un immaginario libro che conterrebbe la Tradizione nella sua forma «pura» e neppure rivolgerci ai teologi - o agli storici, o ai giornalisti - che ci sembrano più simpatici o persuasivi. Dobbiamo guardare al Magistero e al Papa. «Ubi Petrus, ibi Ecclesia, ubi Ecclesia, ibi Christus». «Dov'è Pietro, lì è la Chiesa, dov'è la Chiesa, lì è Cristo». Il volume di don Cantoni costituisce un argomentato, puntuale, severo e prezioso richiamo a questo punto cardine della nostra fede.

    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Concilio Vaticano II istruzioni per l'uso
    Ultima modifica di emv; 08-07-15 alle 15:22
    Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, pietà. (San Giovanni Bosco)

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    Predefinito L'intervista-risposta di monsignor Gherardini

    Risposta a Don Cantoni
    fra teologia e amarezza

    Intervista a Mons. Brunero Gherardini


    di Dante Pastorelli


    Da quando nel 2099 apparve il primo libro sul Vaticano II (Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice), in cui Mons. Brunero Gherardini iniziava una disamina attenta e puntuale dei documenti conciliari, fra larga messe di consensi anche ad altissimo livello, s’è levata qualche rara voce critica, legittima certo, ma per lo più alquanto superficiale e ripetitiva. Né diversa accoglienza ha ricevuto il successivo Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011.
    In questi due approfonditi studi i nodi cruciali del Vaticano II vengon al pettine e non basta a contrastar l’analisi del grande Maestro biascicar ad ogni pie’ sospinto il mantra: il Papa sostiene che c’è continuità tra il Vaticano II e l’intero Magistero che lo precede, e quindi la continuità c’è. Il proceder del Concilio nel solco della Tradizione va dimostrato. Se non si vuole dimostrar con argomentazioni se non esaustive almeno credibili, si dogmatizzi in modo inequivocabile l’ultima assise ecumenica o almeno una parte dei suoi documenti o capitoli d’essi, dato il loro diverso valore magisteriale da inquadrar sempre nel livello “più modesto”, pastorale, su cui dall’alto s’è voluto por quest’importante evento ecclesiale.
    Non è mia intenzione polemizzar con nessuno in questa sede, poiché già a certe critiche ho risposto sul mio bollettino “Una Voce dicentes”, Gennaio-Aprile 2011.
    Ma molto di recente un’altra voce s’è aggiunta alla sparuta ma sgomitante schiera dei contestatori. Mi son fatto coraggio, allora, e mi son rivolto all’antico Maestro che m’onora della sua amicizia, chiedendogli di risponder finalmente almeno a qualcuno di questi dissenzienti - soprattutto all’ultimo che, sapevo, con le sue pagine gli avrebbe procurato amarezza -, pur conoscendo la sua ritrosia, il disagio che gl’impediscon di scender nell’agone di vacue dispute. E con mia viva sorpresa m’ha rilasciato un’ampia ed accorata intervista destinata al mio sopra citato bollettino, ma che, ne sento il dovere, volentieri affido in anticipo a qualche blog.
    Assieme all’affetto di sempre, a don Brunero il mio più profondo ringraziamento, nell’attesa del terzo testo sul tema Vaticano II. E che Maria Santissima, tanto da lui venerata ed amata, lo sostenga e lo illumini nella santa battaglia in difesa della vera Fede e dell’unica Chiesa di Cristo.

    D.P.


    D – Caro don Brunero, in questi giorni, come saprà, il Suo nome è oggetto d’un attacco pesantissimo da parte d’un prete che si dichiara Suo ex-alunno. Non gli risponde?
    R – Per le rime, no. Anzi, se si trattasse solo della mia persona, manterrei ancor il silenzio che in tutta la mia vita ho mantenuto. Questa volta, tuttavia, ho intenzione di farmi sentire in qualche modo, se pur con molta riluttanza. Non scriverò direttamente una risposta articolata sulle singole tematiche ed accuse, ma complessiva, breve e sostanziale. Ho già in mente dove e come inserirla, al solo scopo di fornire opportuni chiarimenti e quella che mi offri, nonostante la mia idiosincrasia al genere Intervista, è un’occasione d’oro. Non risponderò per le rime, perché rifuggo dall’uso del vetriolo che m’è stato scaraventato in faccia. E vorrei aggiungere che la mia risposta, così come tutta la mia analisi del Vaticano II, parte da quel gesto rivoluzionario che il 13 ottobre del 1962 dette al Concilio un orientamento prima imprevisto. Son convinto che chi non parte di lì non può esser in grado di capirci qualcosa.

    D – Se accetta di rispondere, comunque lo faccia, mi par di capire che c’è rimasto male.
    R – Certamente non bene, specie perché si tratta d’un attacco portato contro di me da un mio ex alunno, come hai ricordato. Incontro spesso qualcuno che fu alla mia scuola. Son tanti: laici, suore, preti, vescovi e perfino qualche cardinale. Ogni volta è una gioia reciproca ed a me non fa certamente dispiacere sentirmi dire: quando devo parlare sulla Chiesa, prendo in mano i suoi manuali e gli appunti delle sue lezioni. Recentemente un parroco di Roma, rivolto a me dall’altare, ha detto: si tremava un po’ dinanzi al suo rigore, ma non la ringrazieremo mai abbastanza per quello che ci ha dato. L’uscita di don Piero Cantoni, l’alunno di cui mi parli, e dal quale mi sarei aspettato ben altro che vetriolo in faccia, ha rotto l’incantesimo.

    D - Se non son indiscreto: c’è qualche motivo per dire che da lui non se l’aspettava?
    R – Ce n’è più d’uno e mi trovo un po’ a disagio nel metterli in vetrina. Si tratta soprattutto d’uno stato d’animo. Quando si presentò al Laterano, proveniva da Écone e bastava questo, allora più di oggi, a provocare non poca diffidenza. Seppi da lui le difficoltà che incontrava nella diocesi nella quale si sarebbe incardinato. Aveva il volto triste; non lo vidi mai sorridere. Con lui c’era un suo collega austriaco, egli pure atteggiato a perenne tristezza e, come lui, proveniente da Écone. Mi guardai bene dal fare un sola domanda sui motivi del loro abbandono del ben noto Seminario lefebvriano: fossero transfughi o espulsi, non cambiava le carte in tavola: due esseri umani da aiutare. Così feci, con tutt’i miei limiti, ma con sincerità. Ricordo d’averli portati pure a pranzo insieme. Quanto a Cantoni, anche dopo l’adempimento accademico, lo rivedevo quando ritornava a Roma, m’interessavo alla sua vicenda, mi compiacevo nel costatare il graduale assestarsi della sua situazione. Ho tra i miei ricordi che fu parroco, insegnante e responsabile del Seminario interregionale, fondatore d’un’opera mariana, e varie altre cose. Lo rividi una decina d’anni or sono in un comune del pisano (Fauglia) per un incontro mariano: fu una gioia enorme passare qualche ora insieme, ascoltarlo, ma soprattutto costatare il seguito che riscuoteva da parte di numerosi giovani, di sacerdoti, del Vescovo presente. Tutto confermava il mio giudizio di persona d’altissima intelligenza ed ottima preparazione teologica, lodevolmente impegnata nel servizio ecclesiale. Quando incominciò a mandarmi richieste d’aiuto per la sua opera mariana, sia pur con la consapevolezza della mosca che tira il calcio che può, non me lo feci ripetere. Ora capisci da te perché “non me l’aspettavo”.

    D – Certo che capisco. Ma voglio immaginare che non ci sia stato un ribaltamento di posizioni improvviso ed imprevisto. Possibile che non abbia mai intuito qualche discrepanza, qualche riserva, qualche eccezione?
    R – Mai, perché mai me ne aveva manifestato neanche un piccolo sintomo. In ultim’analisi, però, non è questo il punto. Dante, di cui tu porti il nome e che conosci molto meglio di me per la tua specializzazione letteraria, direbbe: “…e ’l modo ancor m’offende” (I, 5, 102). I precedenti ai quali ho fatto un sommario riferimento avrebbero consigliato a chiunque, prima di prender la clava in mano e scagliarmela addosso, di sentirmi, di chieder chiarimenti, di contestarmi, riservando un eventuale attacco a dopo che le mie risposte non l’avessero soddisfatto. Ha fatto esattamente il contrario. Contraddetto, peraltro, dal suo collega austriaco che, all’oscuro di tutto, poco prima che la bomba esplodesse, mi scrisse: “E’ un grande onore l’essere stato suo discepolo”.

    D – Che si senta offeso dal modo è comprensibile, ma immagino che abbia anche qualche cosa da eccepire nel merito.
    R – Sì, e non poco. Se dovessi risponder puntualmente a tutto quanto mi vien rimproverato sia attraverso labussolaquotidiana ed altri siti, sia soprattutto con un intero volume scritto nel modo dottorale e definitorio del “so io ogni cosa e zitti tutti”, dovrei venir meno all’impegno assunto con una pubblicazione che uscirà a marzo 2012 per i tipi di Lindau, nella quale dichiaro che quello è il mio ultimo intervento sul Vaticano II: quanto, infatti, dovevo e volevo dire, l’ho detto; ho avuto riscontri sulla serietà della mia iniziativa da varie e non poche parti; ciò mi basta. Risponderò, dunque, soprattutto per chiarire l’equivoco nel quale don Cantoni è caduto e nel quale potrebbero cader i suoi lettori. Contrapponendo alcuni miei giudizi di oggi ad altri di ieri, o viceversa, egli dimostra la mia doppiezza e la mia contraddittorietà. E’, questa, una conclusione estremamente superficiale; ma potrebb’esser pure estremamente cattiva.
    Ogni persona umana, infatti, è in un ininterrotto processo di maturazione. Ho detto altrove che solo le cariatidi non s’evolvono. Ieri ero quello che sono oggi e che sarò domani, ma non allo stesso modo né allo stesso livello di maturazione. Quello che oggi percepisco restava in ombra, o forse era del tutto inavvertito, ieri. E’ avvenuto in me quello che avviene in tutti: è maturata l’età, si son avvicendati impegni e responsabilità che lascian il segno, l’esperienza tocca oggi livelli ieri nemmeno intuiti. Nessuna meraviglia se il giudizio d’ieri non collima, o in parte o in tutto, con quello d’oggi; l’importante è che quello d’oggi indichi i motivi per cui non ripete quello d’ieri. E’ importante, cioè, la fondazione. Dalla quale si potrà sempre dissentire, sempre però riconoscendo la serietà del procedimento fondativo. E’ superficiale il critico che non ne tien conto, ma è cattivo quello che ne fa la premessa per giustificare la conclusione con cui m’addita alla pubblica esecrazione: è un doppiogiochista, è in contraddizione con se stesso. E detta così, sarebbe quasi una carezza, la realtà essendo ben altra.
    Oltre alla maturazione, c’è una ragione anche più determinante che non sfiora nemmeno l’anticamera del mio accusatore: da una parte, la “missio canonica” per la quale ero “mandato” ad insegnare la dottrina della Chiesa, non le mie idee; dall’altra, la necessità di non turbare la coscienza della personalità “in fieri” d’ogni mio discepolo. Ebbi la mia bella crisi, che superai solo perché un eminentissimo personaggio e il mio direttore spirituale mi dissero di non abbandonar il mio posto, ma di continuare l’insegnamento con opportune precisazioni, se del caso, tratte dall’ininterrotta Tradizione della Chiesa su quei punti che mi fossero apparsi meritevoli di precisazioni siffatte. E tutt’i miei alunni sanno quanti puntini sulle “i” ho messo: sul “subsistit in” che, invece di condannare come non pochi facevano, giustificai sul piano metafisico; sulla collegialità dei vescovi, ricondotta nell’alveo del primato petrino mentre tutti ne facevano un organo di governo accanto ed analogo a quello del Papa; sull’ecumenismo per strapparlo all’alea del dialogo fine a se stesso e ricondurlo nella sfera dell’ “Unam sanctam”, e così via dicendo.

    D – Quindi, Lei afferma che la Sua posizione critica nei confronti del Vaticano II non è di data recente.
    R – Sicuramente. Pur non essendo ufficialmente un “perito”, seguivo giornalmente i lavori conciliari come uomo di fiducia (insieme con un collega dell’allora Congregazione dei Seminari e delle Università degli studi, Mons. R. Pozzi) di S. E. Mons. D. Staffa e gl’interrogativi s’affacciavano e crescevano durante gli stessi lavori conciliari. Posso rivelare a questo riguardo che, qualche tempo dopo, un’alta personalità dell’allora sant’Uffizio e pochi anni dopo il suo successore, oltretutto mio conterraneo, mi convocarono per chiedermi se fosse vero che criticassi il Vaticano II. Al primo risposi che insegnavo ciò ch’egli stesso aveva insegnato a me; al secondo ed al suo invito alla prudenza per non compromettere il mio domani, risposi che dovevo risponder al presente della mia coscienza e che l’unico mio domani era quello di Dio. E già allora sostenevo ciò che ho sostenuto oggi: che il Vaticano II è un autentico e legittimo Concilio ecumenico, il più grande dei 20 che l’han preceduto, con un suo magistero supremo e solenne, ancorché non dogmatico, ma pastorale, e con non pochi interrogativi sulla sua continuità con la Tradizione di sempre.

    D – Ma, tutto sommato, di che cosa viene oggi accusato?
    R – Un po’ di tutto, dalla disinformazione alla contraddittorietà, dal non aver capito il Concilio alla volontaria manomissione del suo insegnamento, e di questo passo s’arriva fino alla conclusione del “formalmente eretico”.
    Mi si dice che ignoro le ripetute asserzioni conciliari di continuità con la grande Tradizione ecclesiale; non è vero, ho detto soltanto che altro è una declamazione ed altro una dimostrazione. E questa, fin ad oggi, è mancata. Mi s’accusa di non conoscere, o non riconoscere, la Tradizione/soggetto, là dove ho solo rilevato, con i grandi storici del dogma e della Tradizione stessa, che questo è solo uno sviluppo della teologia moderna e che, comunque, la Tradizione soggettiva resta costitutivamente legata a quella oggettiva, dalla quale non può allontanarsi né d’un apice né d’un iota; può solo approfondire illustrare precisare senza apporti sostanziali e solo nella linea d’uno sviluppo omogeneo. Si dice equivoca, per questo, la mia posizione sul Magistero vivente della Chiesa, come se ad impedirne la capacità e possibilità d’intervento oltre il limite d’una novità omogenea fossi io e non Gv 14,26 e 16,13-14, nonché il cap. IV dell’ “Æterrni Patris” del Vaticano I. Si ha anzi il coraggio d’appellarsi al Lerinense e al beato Newman la cui dottrina sul progresso dogmatico è quella appena accennata. Si prendon poi, uno ad uno, i testi conciliari che ho criticamente analizzato per negarne la mia interpretazione, con ragionamenti che non stanno né in cielo né in terra. P. es., il famoso GS 22/c (“con l’incarnazione il Figlio di Dio s’unì in certo modo ad ogni uomo”) non dichiarerebbe, sia pur “quodammodo”, il Figlio di Dio unito ad ogni persona, ma alla natura umana d’ogni persona: bel modo di svicolare da una difficoltà, come se il testo non dicesse “cum omni homine” e non chiudesse in tal modo lo spazio ad interpretazioni di comodo: “ogni uomo” è ogni persona umana, il supposito, il soggetto, non la sua natura. Mi si dà sulla voce anche per le mie analisi di DH: chissà se, leggendo domani il libro che ho prima annunciato, nel quale dimostro la non corrispondenza di non poche citazioni bibliche ai testi di DH e di NÆ, ch’esse dovrebbero suffragare, non si ricreda anche un don Cantoni.
    Non dico nulla sul giudizio, almeno implicito, ch’egli dà della mia produzione scientifica, di cui sembra degnare d’una qualche considerazione solo quella d’indole ecumenica, perché dovrei parlare di me e non della mia posizione dinanzi al Vaticano II, ch’è invece il vero tema. Può darsi, inoltre, che abbia ragione il mio oppositore a definire involuta, oscura ed ambigua la mia scrittura; perché dovrei preoccuparmene più di tanto, dal momento che son infinitamente più numerosi coloro che mi lodano del contrario? A proposito di lode, non mi son mai lodato d’appartenere alla gloriosa Scuola Romana, come dichiara don Cantoni, pur essendo grato a chi in essa mi riconosce. No, su me in quanto me, “ne verbum quidem”.
    Aggiungo un’osservazione. Nella storia il “conciliarismo” è conosciuto come l’eresia che sottomette il Papa al Concilio ecumenico; nel sottotitolo del libro che mi tartassa, Cantoni scrive: “riflessioni sul Vaticano II e sull’anticonciliarismo”, ovviamente pensando a me come “anticonciliarista”. Stando all’accennato significato storico della parola “conciliarismo”, son fiero d’essere “anticonciliarista”.

    D – Caro don Brunero, mi pare che un quadro come quello che ha descritto meriti molto più d’una semplice intervista. E’ proprio dell’avviso di non volerci rimetter le mani sopra?
    R – Sì, caro Dante. Spero che altri portino avanti il discorso iniziato. Gl’indizi non mancano. Son già in cantiere due congressi per il cinquantenario del Vaticano II: l’uno, nel 2012 per celebrar i cinquant’anni dall’inizio e l’altro per il 2015 per i cinquant’anni dalla fine. Chissà che non sia l’occasione buona per rimetter in sesto una situazione che, sotto l’azione della famigerata volgata, s’è ammalata d’elefantiasi, fin a fare del Vaticano II o l’unico Concilio della Chiesa, o la sintesi del magistero ecclesiale di tutti gli altri. Io ho fiducia. Se è vero, come sembra, che già si comincia a concedere d’interpretare “con libertà” qualche dichiarazione conciliare, vuol dire che siamo sulla strada buona e ne ringrazio il buon Dio. Così come ringrazio te, per la tua intervista.

    D.P. – No, sono io che ringrazio Lei per avermela concessa.


    Intervista a Mons. Brunero Gheradini - Risposta a don Cantoni fra teologia e amarezza
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    Predefinito Rif: Se don Pietro Cantoni e Introvigne se la prendono con mons Gherardini sul Vatica

    La parte più corposa del volume di don Cantoni è consacrata alla critica dell'anti-conciliarismo, «fuoco amico» - come lo definisce - nei confronti del Magistero, che rischia di comprometterne l'autorità anche presso persone devote e fedeli al Papa. L'autore che don Cantoni assume come più rappresentativo di questa corrente - peraltro, piuttosto un network dove convivono opinioni parzialmente diverse - è il teologo romano mons. Brunero Gherardini che in una sorta di crescendo, passando dai primi agli ultimi dei diversi volumi che ha dedicato negli ultimi anni al Vaticano II, ha finito per sostenere che l'ermeneutica della riforma nella continuità proposta da Benedetto XVI è, almeno con riferimento a diversi documenti conciliari, impossibile
    passaggio interessante di introvigne sul pensiero di cantoni, che leggo sempre con interesse su Il Timone

  4. #4
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    Predefinito Re: Se don Pietro Cantoni e Introvigne se la prendono con mons Gherardini sul Vatican

    don cantoni l'ho conosciuto di persona tanti anni fà. Uomo colto e preparato. Voleva che mi facessi prete . Io sono un avversario deciso del CVII. Ma bisogna essere teologi per constatarne il fallimento? Basta soltano avere due occhi ed un cervello che pensa.
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  5. #5
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    Predefinito Re: Se don Pietro Cantoni e Introvigne se la prendono con mons Gherardini sul Vatican

    Interessante contributo a riguardo
    « Per contattarci
    Don Cantoni risponde a padre Lanzetta

    febbraio 3, 2012 di continuitas

    Pubblichiamo – prendendola dal sito dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae – un articolo di don Pietro Cantoni, in risposta ad una recensione, fatta da padre Serafino Maria Lanzetta F.I., del recente libro di don Cantoni stesso (“Riforma nella continuità. Riflessioni sul Vaticano II e sull’anti-conciliarismo”, Milano, Sugarco, 2011).
    Leggiamo inoltre, nell’introduzione all’articolo, che si tratta della prima puntata di una rubrica intitolata “Teologia in ginocchio”: ci congratuliamo per questo progetto, che speriamo possa essere utile a molti, nella Chiesa Cattolica, e specialmente per i “piccoli”, poco versati in teologia ma fedeli ed obbedienti alla Sacra Scrittura, alla Tradizione e al Magistero.

    RISPOSTA A PADRE S.M. LANZETTA, FI

    SERAFINO M. LANZETTA, FI, Un “Anno della Fede” a cinquant’anni dal Concilio. Tra ermeneutiche in conflitto, in: Fides Catholica 6 (2, 2011), pp. 5-19
    A un autore fa sempre piacere che si parli di un suo libro. Una recensione è qualcosa di normalmente e comprensibilmente ambito, soprattutto quando questa avviene su una rivista specialistica; così dovrei essere contento che padre Serafino Lanzetta FI abbia dedicato a me diverse pagine sulla rivista Fides Catholica, soprattutto se questa recensione ha addirittura il risalto di un “Editoriale”, che – di per sé – implica che tutta la rivista se ne assume la responsabilità.
    Le cose cambiano un po’ se si guarda al tono e al contenuto della recensione che potrebbe essere definita, credo senza esagerare, una brutta “stroncatura”.
    Non intendo qui rispondere a tutti gli attacchi, molti dei quali non mi sono affatto chiari e ai quali mi sarebbe quindi difficile, per non dire impossibile, dare una qualche soddisfazione. Mi limito allora a qualche punto che giudico però essenziale.
    Prima di tutto il contesto. La mia posizione è presentata come una delle “ermeneutiche in conflitto”. Dopo il famoso discorso del 22 dicembre 2005, il papa avrebbe dato il via – secondo padre Lanzetta – a un “dibattito” in cui diverse ermeneutiche presenterebbero le loro credenziali davanti al mondo cattolico. La mia sarebbe una di queste.
    Mi spiace che essa sia stata capita così, perché tale non è stata affatto la mia intenzione. Mi sono trovato infatti davanti ad una presa di posizione del papa, che non è un teologo tra gli altri – come padre Lanzetta sa bene – il quale in virtù del suo magistero ordinario ha affermato che uno dei problemi maggiori che compromettono la nuova evangelizzazione oggi assolutamente necessaria, è costituito da una errata interpretazione del concilio ecumenico Vaticano II, per cui « Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura” […]. Dall’altra parte c’è l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato […] ». Il Papa con queste parole non ha inteso avviare una discussione teologica se l’ultimo concilio ecumenico è in continuità o in rottura con il passato, ma indicare la via giusta e corretta che consiste in una ermeneutica della riforma nella continuità. In parole povere il Papa ci dice: molti purtroppo hanno interpretato il concilio come se fosse un nuovo inizio della Chiesa, per cui tutto quello che veniva prima doveva essere buttato e tutto doveva incominciare come da principio. Questa cattiva ermeneutica – che qui per semplicità e per paradosso retorico ho un po’ rozzamente esagerato – ha fatto scuola e ad essa si sono accodati alcuni che hanno sui contenuti un giudizio specularmente opposto: il concilio ecumenico Vaticano II ha rotto con la Tradizione quindi va criticato, sminuito, anzi – logicamente – abolito.
    È evidente che io non mi presto a questo genere di “discussione” in quanto mi riconosco in toto nelle parole del Papa. Il titolo del mio libro è significativo: Riforma nella continuità. Riflessioni sul Vaticano II e sull’anti-conciliarismo. Se di discussione si può parlare essa ha un carattere “apologetico”, in quanto il cristiano e a maggior ragione il teologo deve sempre essere pronto a dar ragione della propria fede. Se di “discussione” si parla si deve intendere una discussione tra teologi fedeli al magistero (nel caso concreto io e padre Cavalcoli) e teologi critici nei confronti del magistero – direi “del dissenso” – che cioè, approfittando del fatto che il Papa qui non parla ex cathedra, si propongono di confutare l’ermeneutica della riforma nella continuità. L’oggetto vero delle loro critiche non sono quindi tanto le “opinioni” di don Pietro Cantoni e di padre Giovanni Cavalcoli OP, quanto il magistero (ordinario) di Benedetto XVI.
    Questo spiega anche il secondo punto di contrasto. Padre Lanzetta infatti ritiene che « Alle tesi di Gherardini ha risposto in modo infuocato e con un fare quasi comminatorio di scomunica Don Pietro Cantoni. L’analisi di Cantoni, a nostro giudizio, sorvola il vero problema, e ci lascia amareggiati per il modo in cui tutto il libro viene organizzato: una stroncatura di una persona […] » (p. 12). Il padre rimane « amareggiato » perché io critico Mons. Gherardini. Io sono invece molto amareggiato nel vedere Mons. Gherardini (e coloro che lo seguono) che, da teologo della Scuola Romana, famosa per la sua fedeltà al magistero, si è trasformato in un « teologo del dissenso ». Leggo infatti, a proposito del n. 22 della costituzione pastorale Gaudium et spes: « […] l’affermazione che “ognuno, lo sappia o no, è redento in Cristo” per il fatto stesso d’esser uomo, non salva chi la pronuncia dall’ “error in fide”. Con maggiore coerenza teologica si potrebbe andar oltre e dire: non salva dall’eresia formale. È proprio possibile, allora, applicare l’ermeneutica dellacontinuità a GS 22? » (BRUNERO GHERARDINI, Quod et tradidi vobis, Casa Mariana Editrice, Frigento 2010, p. 424). E questo è solo un esempio, forse il più significativo tra tante espressioni dello stesso calibro o comunque equivalenti. Per esempio l’espressione « l’uomo […] in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa » è definita « un testo assurdo e blasfemo » (IDEM, Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Lindau, Torino 2011, p. 36 n. 3). Ma a questi testi – lo ripeto – se potrebbero aggiungere tanti altri, cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, Frigento 2009, pp. 69-70.147.151.163. 180.188. 205.213.216.247-248).
    Riguardo al problema dell’ infallibilità del concilio, che io non considero affatto un problema centrale, padre Lanzetta critica la mia posizione che consiste nel qualificare teologicamente i testi del Vaticano II – presi nel loro insieme – comedoctrina catholica. Per far questo mi rifaccio a due teologi: Matthias Joseph Scheeben e padre Umberto Betti (cardinale dal 24 novembre 2007). Purtroppo nel campo delle qualificazioni teologiche non c’è un linguaggio comune. Io ho scelto questa terminologia che significa sostanzialmente il massimo di autorità al di sotto della definizione dogmatica. Essa non esclude di suo neppure l’infallibilità, perché essa non si restringe ai testi definiti solennemente: esiste cioè anche una infallibilità del magistero ordinario. Il padre si lamenta che io non entri nei particolari, non dica che cosa è infallibile e che cosa non lo è e mi mantenga quindi ad un livello generico. Ho due ragioni per farlo: prima di tutto il tempo. Forse è sfuggito un passo del mio libro, che per questo riproduco qui per intero: « Non intendo qui mettere a tema l’argomento in quanto tale, perché ciò comporterebbe uno studio approfondito dello statuto teologico del concilio stesso e quindi del suo valore dogmatico. Si tratta di un compito che – svolto secondo le corrette esigenze critico-teologiche – è veramente complesso » (p. 17). La seconda ragione è lo scarso valore che attribuisco alla questione in quanto tale: ciò che conta è che si tratta di magistero ordinario nel suo massimo grado di solennità, se poi qua o là ci siano anche delle affermazioni da equiparare, quanto all’infallibilità, a definizioni dogmatiche è una questione secondaria che di solito richiede tempo e quel distacco che solo il tempo può dare, per poter esser risolta. A meno che non si faccia propria la posizione (insostenibile) secondo cui è vincolante solo quanto è infallibile: « […] le […] dottrine [del Vaticano II], non riconducibili a precedenti definizioni, non sono né infallibili né irreformabili, e dunque nemmeno vincolanti » (MONS. BRUNERO GHERARDINI, Concilio ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, Frigento 2009, p. 51). Che questa posizione non possa essere seriamente fatta propria da un teologo cattolico credo di averlo dimostrato nell’appendice seconda al mio libro, intitolata L’assenso al magistero ordinario nei documenti precedenti il concilio ecumenico Vaticano II (pp. 133-142).
    Padre Lanzetta mi fa notare che Scheeben « non ha conosciuto il Vaticano II » (p. 16). Informazione preziosa che però non cambia molto il mio giudizio, in quanto la sua stessa posizione è condivisa da autori – altrettanto sicuri – che il Vaticano II lo hanno conosciuto. Basta scorrere il notissimo Compendio di Teologia Dogmatica di Ludovico Ott, dove i temi chiave della collegialità o della sacramentalità dell’episcopato sono qualificati come Sentenza certa (Marietti – Herder, Torino – Roma 1969, pp. 487.488.748), che nella terminologia adottata da Ott corrisponde al Doctrina catholica di Scheeben e Salaverri. Soprattutto però basta riflettere sul significato delle parole di Paolo VI, in cui dichiara, con l’autenticità propria al magistero papale, in quale direzione si deve muovere il teologo in questa ricerca: « Vi è chi si domanda quale sia l’autorità, la qualificazione teologica, che il Concilio ha voluto attribuire ai suoi insegnamenti, sapendo che esso ha evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l’infallibilità del magistero ecclesiastico. E la risposta è nota per chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell’ autorità del supremo magistero ordinario il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli, secondo la mente del Concilio circa la natura e gli scopi dei singoli documenti » (PAOLO VI, Udienza generale del mercoledì 12 gennaio 1966: Insegnamenti di Paolo VI, vol. IV [1966], p. 700). Dire che un insegnamento ha l’autorità del supremo magistero ordinariosignifica ipso facto attribuirgli la qualificazione teologica massima al di sotto della definizione solenne, sia essa doctrina catholica o sententia certa.
    Ma c’è ancora un altro punto da chiarire, che forse è il più importante di tutti. Se le cose stanno così, siamo poi in grado di escludere in assoluto la presenza di una eresia in un testo che – comunque – non gode della suprema garanzia magisteriale? Già Mons. Gherardini aveva evocato la fantomatica questione di un “concilio eretico” (cfr. Valore “magisteriale” del Vaticano II, Disputationes Theologicae: Quale valore magisteriale per il Concilio Vaticano II consultato il 12 gennaio 2012). È noto che soprattutto nel medioevo i teologi e i canonisti hanno discusso animatamente sulla questione se il Papa potesse cadere in eresia. Questo possibilità potrebbe indurci a riflettere ulteriormente e a considerare che non sempre un pronunciamento che gode della qualificazione teologica massima, al di sotto del solennemente definito, è tale da escludere la possibilità dell’eresia. In altra sede (PIETRO CANTONI, Può la Chiesa variare veramente? Trasmissione, cambiamento, continuità, in: ASSOCIAZIONE CULTURALE CENTRO STUDI ORIENTE OCCIDENTE [a cura di], Romano Amerio, il Vaticano II e le variazioni nella Chiesa cattolica del XX secolo, Convegno di Studi in Ancona, 9 novembre 2007, Fede e Cultura, Verona 2008, pp. 109-135) avevo già fatto notare che qui il caso (già di per se ipotetico) assumerebbe dei tratti veramente “apocalittici”. « Gli ecclesiologi sono sempre stati consapevoli che non è possibile escludere a priori che il Papa, come persona privata, possa cadere in eresia e sul punto esistono teorie teologiche varie e complesse. Non bisogna però dimenticare che il nostro Ernstfall, il nostro caso serio, è veramente “serio”. Trattandosi di un concilio che ha raccolto l’unanimità quasi numerica dei vescovi cattolici, con una adesione totale ai documenti promulgati (anche Mons. Marcel Lefebvre e Mons. Antonio de Castro Mayer, i due vescovi che sono all’origine dello scisma di Ecône, hanno firmato tutti i documenti, senza eccezioni), non si tratterebbe più soltanto della, già non proprio “inoffensiva”, quæstio de papa hæretico, ma di una, ben altrimenti inquietante, quæstio de magisterio hæretico… » (pp. 128-129).
    Qui non posso esimermi dal citare Mons Richard Williamson – sperando di non essere accusato di essere un lefebvriano, come già sono stato accusato di essere un “conciliarista” per aver utilizzato il termine di anticonciliarismo usato da papa Benedetto XVI… Williamson fa un esempio molto grossolano, ma molto chiaro e – a mio avviso – molto centrato (cfr. Vatican II is a poisounous gateau - gloria.tv consultato il 18 gennaio 2012). Se ad una mamma donassero una torta per il suo piccolo, dicendogli: “è molto buona, c’è solo il rischio, veramente assolutamente trascurabile, che qua e là ci siano anche delle tracce di veleno. Ma stai tranquilla sono solo voci poco sicure, sospetti, niente di certo…”. Che cosa farebbe la mamma? Getterebbe tutta la torta nel bidone della spazzatura. La metafora è semplice e lampante e credo anche schiacciante nella sua ovvietà.
    Se nel Vaticano II, al di là della nota dogmatica che gli vogliamo attribuire, al di là della possibilità che qualcosa in esso sia addirittura anche infallibile, siamo disposti ad ammettere la presenza possibile di una qualche eresia, dobbiamo avere il coraggio di tirare da questa possibilità tutte le conseguenze ecclesiologiche del caso: tutti i vescovi della Chiesa cattolica, nella loro qualificante maggioranza morale, hanno sottoscritto ad un testo contenente un insegnamento eretico. Questa è la ragione che spingeva i nostri padri nella fede a non ammettere la possibilità di un concilio eretico (cfr. pp. 91-97 del mio libro).
    Né vale – è forse inutile (?) – aggiungerlo, ricorrere ad uno scandalizzato: “ma questo è sedevacantismo, che noi rifiutiamo in radice”! “Si tratta di una posizione estremista”. Il problema è che la verità non conosce estremismi di sorta. Conosce e rifiuta una sola cosa: l’errore.
    Don Pietro Cantoni


    Fonte: http://www.opusmariaematrisecclesiae.it/?p=1104
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    Predefinito Re: Se don Pietro Cantoni e Introvigne se la prendono con mons Gherardini sul Vatican

    Citazione Originariamente Scritto da Imperium Visualizza Messaggio
    Un'altra utile appendice del libro di don Cantoni riguarda il beato John Henry Newman (1801-1890), citato da alcuni anti-conciliaristi a sostegno delle loro tesi, in quanto avrebbe affermato che durante la crisi ariana diversi concili e l'intero corpo episcopale avrebbero insegnato l'eresia. Queste però, precisa don Cantoni, erano affermazioni attribuite al beato Newman dai suoi critici, che lo denunciarono a Roma come eretico. Rispondendo a tali critici, il beato affermò che se in effetti egli avesse attribuito l'eresia ariana a «concili ecumenici» e al corpo episcopale nel suo insieme - inseparabile dal Papa - allora certamente le sue affermazioni sarebbero state eretiche. Ma in realtà egli aveva parlato di «concili generali» - che sono cosa diversa dai concili ecumenici, e «non ci fu nessun concilio ecumenico tra il 325 e il 381» - e della maggioranza dei vescovi, non del loro corpus o collegio in senso giuridico e teologico. Di fatto nella crisi ariana buona parte dei vescovi non fu fedele alla sua missione. Ma questo, spiegava Newman, non significa che di diritto anche in quella crisi non restasse presente almeno in modo «virtuale» l'insegnamento di verità del Magistero vivente, che rimaneva per così dire presente sullo sfondo anche se di fatto pochi vescovi lo diffondevano.
    Direi che più che in modo «virtuale» l'insegnamento di verità del Magistero vivente si è concretato nella fede popolare che rimase più cattolica di quella dei loro capi
    e soprattutto si è concretata in S. Attanasio che, scomunicato due volte da Papa Liberio, salvò la fede cattolica dall'arianesimo.
    Papa Liberio era arrendevole verso l'arienesimo quanto i Papi post-concilio lo sono stati verso il liberalismo. Liberio... liberalismo... che nemesi...
    Per questo la FSSPX paragona Mons. Lefebvre a S. Attanasio.
    Ultima modifica di emv; 03-07-15 alle 16:14
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    Predefinito Re: Se don Pietro Cantoni e Introvigne se la prendono con mons Gherardini sul Vatican

    Citazione Originariamente Scritto da emv Visualizza Messaggio
    Direi che più che in modo «virtuale» l'insegnamento di verità del Magistero vivente si è concretato nella fede popolare che rimase più cattolica di quella dei loro capi
    e soprattutto si è concretata in S. Attanasio che, scomunicato due volte da Papa Liberio, salvò la fede cattolica dall'arianesimo.
    Papa Liberio era arrendevole verso l'arienesimo quanto i Papi post-concilio lo sono stati verso il liberalismo. Liberio... liberalismo... che nemesi...
    Per questo la FSSPX paragona Mons. Lefebvre a S. Attanasio.
    Dice che non può essere paragonato quel periodo perchè non ci furono Concili ecumenici e dire che fossero eretici sarebbe stato eretico.
    Ovviamente la FSSPX dice che Mons. Lefebvre è Sant'Atanasio, il quale però non ordino mai illegittimamente nessuno provocando uno scisma che si sta rimarginando e se Dio vuole lo sarà.
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  8. #8
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    Predefinito Re: Se don Pietro Cantoni e Introvigne se la prendono con mons Gherardini sul Vatican

    Sant'Attanasio fu scomunicato e per ben due volte. Qualcosa deve aver fatto, no?


    Lefebvre non è stato scomunicato.
    La scomunica "Latae sententiae" fu un atto dovuto automatico per le ordinazioni.
    Ma non vi è mai stato nessun provvedimento sul piano dottrinale perchè non può esservi. La dottrina cattolica è quella...

    La situazione della FSSPX è di separati non di scismatici. Non c'è nessun teologo serio che sostiene vi sia scisma.
    Lo scisma fu solo giornalistico. Come tutto di questi tempi...

    Certo vi fu e vi è un problema di spiritualità del quale appunto parlo GPII.

    Va ritrovato lo spirito giusto. manca un'ermeneutica del Concilio. Si dovrebbe fare un Concilio solo per spiegare come vanno interpretati
    i documenti. Perchè le contraddizioni ci sono.

    Se ad es. la Nostra Aetate è un documento che non ha una sola citazione dei Padri, dei i dottori della Chiesa,
    c'è solo la citazione di una scrittura privata di un Papa minore a un sultano.

    La Nostra Aetate è basata oggettivamente sul nulla del Deposito fidei è già questo la dice lunga.

    Basta opporgli una manciata di citazioni di dottori e padri e Papi e crolla totalmente.

    Per essere serio quel documento avrebbe dovuto affrontare il dibattito teologico col Deposito fedei
    cosa che non fu fatta e ancora nessuno vuole fare.
    Ultima modifica di emv; 03-07-15 alle 18:15
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  9. #9
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    Predefinito Re: Se don Pietro Cantoni e Introvigne se la prendono con mons Gherardini sul Vatican

    Citazione Originariamente Scritto da emv Visualizza Messaggio
    Sant'Attanasio fu scomunicato e per ben due volte. Qualcosa deve aver fatto, no?


    Lefebvre non è stato scomunicato.
    La scomunica "Latae sententiae" fu un atto dovuto automatico per le ordinazioni.
    Ma non vi è mai stato nessun provvedimento sul piano dottrinale perchè non può esservi. La dottrina cattolica è quella...

    La situazione della FSSPX è di separati non di scismatici. Non c'è nessun teologo serio che sostiene vi sia scisma.
    Lo scisma fu solo giornalistico. Come tutto di questi tempi...

    Certo vi fu e vi è un problema di spiritualità del quale appunto parlo GPII.

    Va ritrovato lo spirito giusto. manca un'ermeneutica del Concilio. Si dovrebbe fare un Concilio solo per spiegare come vanno interpretati
    i documenti. Perchè le contraddizioni ci sono.

    Se ad es. la Nostra Aetate è un documento che non ha una sola citazione dei Padri, dei i dottori della Chiesa,
    c'è solo la citazione di una scrittura privata di un Papa minore a un sultano.

    La Nostra Aetate è basata oggettivamente sul nulla del Deposito fidei è già questo la dice lunga.

    Basta opporgli una manciata di citazioni di dottori e padri e Papi e crolla totalmente.

    Per essere serio quel documento avrebbe dovuto affrontare il dibattito teologico col Deposito fedei
    cosa che non fu fatta e ancora nessuno vuole fare.
    Non giriamoci attorno scismatico è colui che si separa dalla Chiesa di Roma, e questo è sicuro, tu intendi dire che non sono eretici, potrebbe essere, ma di certo non mi faccio insegnare il cattolicesimo da loro.
    Con tutto il rispetto, ma quando vedo queste prese di posizione mi sento di prendere una posizione ancora più netta a riguardo, per prudenza e perchè questo voler sempre inseguire ciò che è fuori dalla Chiesa (e che si spera non sarà più tale), finisce in un'emorragia non in un risanamento.
    Interessante questo articolo di RadioSpada
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  10. #10
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    Predefinito Re: Se don Pietro Cantoni e Introvigne se la prendono con mons Gherardini sul Vatican

    Citazione Originariamente Scritto da Parsifal Corda Visualizza Messaggio
    Non giriamoci attorno scismatico è colui che si separa dalla Chiesa di Roma, e questo è sicuro, tu intendi dire che non sono eretici, potrebbe essere, ma di certo non mi faccio insegnare il cattolicesimo da loro.
    Con tutto il rispetto, ma quando vedo queste prese di posizione mi sento di prendere una posizione ancora più netta a riguardo, per prudenza e perchè questo voler sempre inseguire ciò che è fuori dalla Chiesa (e che si spera non sarà più tale), finisce in un'emorragia non in un risanamento.
    Interessante questo articolo di RadioSpada
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    Beh dai ma un articolo scritto da sedevacantisti che è tutto teso a dimostrare la loro Tesi di Cassiciacum io non lo prendo in considerazione.

    Rispetto la tua posizione ma la disputa teologica non è vietata dalla Chiesa! Anzi essa era il cuore pulsante del Medieovo.
    Non c'è bisogno di uscire dalla Chiesa per affermare che un problema ne la Nostra Aetate c'è.
    Che manchi la struttura teologica è palese. C'è un chiaro spirito diverso e va bene. Ma questo spirito a cosa è agganciato? Ad Agostino, a S. Tommaso, a chi?



    E' questo è il problema.

    Non schieramoci ma stiamo sui problemi davanti ai quali siamo chiamati a rispondere per la fede come singoli non come papalini o altro.
    Ultima modifica di emv; 03-07-15 alle 18:53
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