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    Predefinito Il Concilio Vaticano II

    IL CONCILIO VATICANO II: LUCE PER LA CHIESA E PER IL MONDO MODERNO


    Vincenzo Carbone

    Ispirazione dell'Altissimo, fiore di inaspettata primavera(1).

    Quando fu eletto Papa il cardinale Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia, alcuni, per la sua età avanzata, sentenziarono che il suo sarebbe stato un pontificato di transizione. Non conosciamo il pensiero degli elettori, possiamo però dire che diverso era il disegno di Dio. All'inizio del nuovo pontificato, mentre molti cercavano di scorgerne la nota caratteristica, la svelò il Papa stesso. Tre mesi dopo l'elezione, Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 ai cardinali, riuniti nella sala capitolare del monastero benedettino di S. Paolo, annunziò la sua decisione di celebrare un concilio ecumenico. La risoluzione era scaturita dalla costatazione della crisi, causata nella società moderna dal decadimento dei valori spirituali e morali(2).

    Negli ultimi cinquant'anni, erano avvenute profonde trasformazioni sociali e politiche; erano maturati nuovi e gravi problemi, che esigevano una risposta cristiana. Prima Pio XI e poi Pio XII avevano pensato ad un concilio ecumenico ed avevano pure avviato gli studi preparatori, ma entrambi i tentativi, per varie ragioni, si erano arrestati. Alcuni anni dopo, Giovanni XXIII, con lo sguardo rivolto ai bisogni della Chiesa e del mondo, si accinse, con "umile risolutezza di proposito", alla grande impresa, che egli riteneva volere divino. L'annunzio del concilio, del tutto imprevisto, ebbe una vasta eco. Si accesero ovunque, all'interno e al di fuori della Chiesa, attese e speranze.

    Non mancarono supposizioni ed interpretazioni erronee, che il Papa provvide subito a correggere, precisando le finalità del futuro concilio. Fiducioso in Dio, senza esitazione, avviò la preparazione. Il 17 maggio 1959, festa della Pentecoste, istituì la commissione antipreparatoria, con il compito di procedere sollecitamente ad una vasta consultazione, per poter determinare gli argomenti da studiare.

    Esplorata la copiosa materia raccolta, il 5 giugno 1960, festa della Pentecoste, il Papa, con il Motu proprio Superno Dei nutu, tracciò le linee del complesso apparato preparatorio. In due anni di intenso lavoro, gli organismi tecnici allestirono, nella basilica vaticana, la grandiosa aula conciliare(3), e le commissioni preparatorie elaborarono gli schemi da sottoporre all'esame del concilio.

    Molteplici furono le difficoltà e quella prima redazione non fu immune da limiti e difetti, ai quali rimediarono in parte la sottocommissione delle materie miste e quella degli emendamenti. Secondo le indicazioni della commissione centrale, esse emendarono gli schemi e unificarono quelli che trattavano di argomenti affini. L'11 ottobre 1962, festa della Maternità della Beata Vergine Maria, ebbe solenne inizio il XXI concilio ecumenico della Chiesa. Durante la notte era piovuto a dirotto, ma alla mattina il cielo si rasserenò e il lungo corteo dei 2.400 Padri da piazza San Pietro fece ingresso nella basilica.

    L'ottuagenario Pontefice era assorto e commosso; a tratti aveva le lagrime agli occhi. Si trasformò in viso, quando lesse il "mirabile"(4) discorso. Esso, disse Paolo VI, "parve alla Chiesa e al mondo voce profetica per il nostro secolo, e che ancora echeggia nella nostra memoria e nella nostra coscienza per tracciare al concilio il sentiero da percorrere"(5).

    Il XXI concilio della Chiesa era aperto! Il lungo cammino prese il via con tanta speranza nel cuore di tutti!

    Mentre fervevano i lavori di preparazione del secondo periodo, il 3 giugno 1963, tra il compianto universale, si spense Giovanni XXIII. Il 21 giugno gli successe l'arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Battista Montini, che prese il nome di Paolo VI. Alcuni temettero, altri auspicavano il rinvio della ripresa del concilio. Ad evitare ogni incertezza, il 27 giugno il nuovo Papa confermò la ripresa a settembre, fissando l'inizio del secondo periodo al 29 di tale mese(6).

    Il concilio si svolse tra molteplici difficoltà di diverso genere. Innanzitutto, i temi all'ordine del giorno erano numerosi e complessi; interessavano la vita della Chiesa, i fratelli separati, le religioni non cristiane, l'umanità in genere; e alcuni di essi venivano affrontati per la prima volta in un concilio. Inoltre, nella discussione, si confrontarono formazioni, mentalità ed esperienze diverse.

    Il dibattito ebbe, talora, toni vivaci, ma fu sempre animato dalla medesima fede dei Padri e dal comune desiderio di ricercare la verità ed esprimerla nella forma più idonea. Nell'ardore della discussione, non mancarono atteggiamenti poco sereni e contrasti, ma non può ammettersi l'interpretazione di chi presenta il concilio come luogo di scontro tra tendenze conservatrici e progressiste. Giovanni Paolo II, che fu Padre conciliare e partecipò attivamente ai lavori, afferma: «In verità, sarebbe molto ingiusto nei confronti di tutta l'opera del concilio chi volesse ridurre quello storico evento ad una simile contrapposizione e lotta tra gruppi rivali. La verità interna del concilio è ben diversa»(7).

    La via fu lunga e non priva di travaglio, ma condusse, sotto l'azione dello Spirito Santo, alla luce della verità. L'8 dicembre 1965, in una mattinata fredda ma con un sole splendente, Paolo VI, sul sagrato della basilica di San Pietro, dopo di aver consegnato sette messaggi (per i governanti, gli uomini di pensiero e di scienza, gli artisti, le donne, i lavoratori, i poveri i malati i sofferenti, i giovani), chiuse il Vaticano II(8). Cominciava la difficile e delicata fase di attuazione.

    Finalità e spirito del Vaticano II

    Giovanni XXIII volle un concilio pastorale e di aggiornamento. Questo suo pensiero fu da alcuni interpretato in senso riduttivo e distorto. Nella sua prima enciclica Ad Petri Cathedram, 29 giugno 1959, egli precisò che il concilio principalmente intendeva promuovere l'incremento della fede, il rinnovamento dei costumi e l'aggiornamento della disciplina ecclesiastica. Esso avrebbe costituito uno spettacolo di verità, unità e carità, e sarebbe stato per i fratelli separati un invito all'unità voluta da Cristo(9).

    Nella riunione della commissione antipreparatoria, il 30 giugno 1959 il Papa ripeté: «Il Concilio è convocato, anzitutto, perché la Chiesa Cattolica [...] si propone di attingere novello vigore per la sua divina missione. Perennemente fedele ai sacri principi su cui poggia e all'immutabile dottrina affidatale dal Divino Fondatore, la Chiesa [...], seguendo sempre le orme della tradizione antica, intende [...] rinsaldare la propria vita e coesione anche di fronte alle tante contingenze e situazioni odierne, per le quali saprà stabilire efficienti norme di condotta e di attività. A tutto il mondo essa perciò apparirà nel suo pieno splendore». Il Papa elevava, quindi, la preghiera al Signore perché, di fronte al nuovo rigoglio di fervore e di opere nella Chiesa Cattolica, anche i fratelli separati sentissero un nuovo richiamo all'unità(10).

    La parola "pastorale", nella mente del Papa, non si restringe a qualcosa di pratico, separato dalla dottrina: è inconcepibile una pastorale senza dottrina, la quale ne è il primo fondamento. L'ignoranza, il disprezzo e il disconoscimento della verità sono la causa e la radice di tutti i mali, che turbano gli individui e i popoli. Tutti sono tenuti ad abbracciare la dottrina del Vangelo; rigettandola, si pongono in pericolo i fondamenti stessi della verità, dell'onestà e della civiltà.

    Giovanni XXIII esorta, quindi, a presentare la verità con diligenza e ad acquisire il sapere che riguarda la vita celeste: «Allora soltanto, quando avremo raggiunto la verità che scaturisce dal Vangelo e che deve tradursi nella pratica della vita, il nostro animo potrà godere il tranquillo possesso della pace e della gioia»(11).

    Aprendo il concilio, il Papa l'11 ottobre 1962 dichiarò che il fine principale di esso era di custodire ed insegnare in forma più efficace il sacro deposito della dottrina cristiana; e indicò le linee di questo esercizio magisteriale. L'auspicato rinnovamento nella vita e nella missione della Chiesa deve compiersi nella fedeltà ai sacri principi, alla dottrina immutabile, seguendo le orme dell'antica tradizione: «Il concilio vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti».

    Questa dottrina certa ed immutabile, fedelmente rispettata, deve essere approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Il Papa distingue tra la sostanza (l'intera, precisa e immutabile dottrina), "cui fidele obsequium est praestandum", e la forma (la presentazione), "quae cum magisterio, cuius indoles praesertim pastoralis est, magis congruat"(12).

    La pastoralità del Vaticano II consiste nello studiare ed approfondire la dottrina, esprimendola in modo che possa essere meglio conosciuta, accettata ed amata. Senza pronunciarsi con sentenze dogmatiche e straordinarie, il Vaticano II avrebbe espresso, con la voce della carità pastorale, il suo insegnamento su molte questioni che al presente impegnano la coscienza e l'attività dell'uomo; non si sarebbe rivolto soltanto all'intelligenza speculativa, ma avrebbe parlato all'uomo di oggi qual è. Un magistero, dunque, nel quale brilli la nota del ministero pastorale(13).

    L'aggiornamento è inteso non come rottura con il passato o contrapposizione di momenti storici, ma come crescita, perfezionamento del bene sempre in atto nella Chiesa. Paolo VI afferma che Giovanni XIII «alla parola programmatica "aggiornamento" non voleva attribuire il significato che qualcuno tenta di darle, quasi essa consenta di relativizzare secondo lo spirito del mondo ogni cosa nella Chiesa: dogmi, leggi, strutture, tradizioni, mentre fu così vivo e fermo in lui il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera»(14).

    In linea con l'indirizzo pastorale, Giovanni XXIII indica che agli errori bisogna opporsi con lo spirito di misericordia. Alla severità egli preferisce "la medicina della misericordia". Le dottrine fallaci, le opinioni e i concetti pericolosi hanno dato frutti così funesti che gli uomini sono già propensi a condannarli. Perciò conviene mostrare loro, con un insegnamento positivo, la verità sacra, in modo che essi, illuminati dalla luce di Cristo, possano "ben comprendere quello che veramente sono, la loro eccelsa dignità, il loro fine"(15).

    Nelle finalità pastorali del Vaticano II rientra il dialogo con i Fratelli separati e il mondo moderno. L'intera famiglia cristiana non ha ancora pienamente e perfettamente raggiunta la visibile unità nella verità; "la Chiesa cattolica ritiene pertanto suo dovere adoperarsi attivamente perché si compia il grande mistero di quella unità, che Gesù ha invocato con ardente preghiera dal Padre celeste nell'imminenza del suo sacrificio". Gli uomini - afferma il Papa - non possono, senza l'aiuto dell'intera dottrina rivelata, raggiungere una completa e salda unità degli animi, cui è congiunta la vera pace e l'eterna salute. Di qui la sollecitudine della Chiesa nel promuovere e difendere la verità(16).

    Il Magistero del Vaticano II

    I concili sono le pietre miliari del cammino della Chiesa. Essi incidono sulla sua vita, con l'approfondimento della dottrina, le riforme liturgiche e disciplinari, la scelta dei mezzi più idonei all'evangelizzazione. Un concilio apre sempre un'epoca nuova, nella quale la Chiesa compie un passo verso il futuro e progredisce nella propria missione. Notevole è anche l'influsso dei concili sulla società civile. Chesterton ha detto: «Tutta la nostra civiltà risulta dalle decisioni conciliari. Non si scriverà mai una storia di Europa un po' logica finché non si riconosca il valore dei concili».

    Il Vaticano II ha stabilito un punto di riferimento nella vita della Chiesa odierna, aprendo ad essa, sotto il soffio dello Spirito Santo, un nuovo cammino. Si è pronunziato su importanti argomenti ed ha consegnato alla Chiesa ricchi documenti di dottrina e di azione: quattro costituzioni (una liturgica, due dogmatiche, una pastorale), nove decreti e tre dichiarazioni.

    Un nesso collega questi documenti, che formano un "corpo" organico di dottrine e di leggi per il rinnovamento della Chiesa. Le quattro costituzioni consentono l'interpretazione esatta dei decreti e delle dichiarazioni, che applicano ai vari settori della vita della Chiesa l'insegnamento del concilio. Una lettura selettiva e parziale, limitata all'uno o all'altro testo, non consente di valutare tutta la portata dell'insegnamento conciliare, ne falsa l'interpretazione ed è motivo di errate applicazioni. Il pensiero fondamentale, che pervade tutti i documenti, è il rinnovamento, con l'imitazione più viva di Cristo, che è al centro della Chiesa e tutti vivifica con il suo spirito.

    Il Vaticano II viene definito il concilio "della Chiesa", "di Cristo", "dell'uomo". Invero queste definizioni significano le accentuazioni date ai vari temi; esse devono intendersi non in senso esclusivo, ma come integrantesi. Stretto, infatti, è il rapporto tra l'ecclesiologia, la cristologia e l'antropologia del Vaticano II. Il tema centrale è la Chiesa. Di essa il concilio ha esplorato il mistero, delineato il disegno divino della costituzione, approfondito la natura, illustrato la missione, rivalutato la vocazione dei laici e la loro parte nella missione del Popolo di Dio(17).

    L'insegnamento ecclesiologico trova sviluppo ed applicazione nei decreti su l'attività missionaria, l'ufficio pastorale dei Vescovi, il ministero e la vita sacerdotale, l'apostolato dei laici, l'ecumenismo, il rinnovamento della vita religiosa; e nelle dichiarazioni su l'educazione cristiana, le relazioni con le religioni non cristiane, la libertà religiosa. Realtà profondamente cristologica e pneumatologica, la Chiesa, rivelando se stessa, rivela il Cristo, di cui essa è manifestazione visibile e ne realizza il "corpo" nel tempo. Pertanto, il magistero del Vaticano II, pur concentrandosi sulla Chiesa, verte - in ultima istanza - su Cristo, sul rapporto della Chiesa a Cristo e dell'uomo a Cristo.

    Aprendo il secondo periodo del concilio, il 29 settembre 1963 Paolo VI dichiarò: «Abbia questo concilio pienamente presente questo rapporto tra noi e Gesù Cristo, tra la santa e viva Chiesa e Cristo. Nessun'altra luce brilli su questa adunanza, che non sia Cristo, luce del mondo»(18).

    Il riferimento a Cristo anima in modo speciale le costituzioni Dei Verbum e Sacrosanctum Concilium. Esse indicano nella Parola di Dio e nella liturgia le forme fondamentali di presenza del Signore e promuovono il rinnovamento per rendere i fedeli maggiormente partecipi del nutrimento spirituale, che viene dalla Parola di Dio e dalla liturgia. La Chiesa è fra gli uomini e per gli uomini, "si sente realmente e intimamente unita con il genere umano"(19).

    «La Chiesa - rileva Giovanni Paolo II -, attraverso il Concilio, non ha voluto rinchiudersi in se stessa, riferirsi a sé sola, ma al contrario, ha voluto aprirsi più ampiamente»(20). Di fatto, il concilio, dopo di aver approfondito il mistero della Chiesa, si è interessato del mondo moderno, dell'uomo fenomenico, quale si presenta oggi. La missione di evangelizzazione e di salvezza ha spinto il concilio a superare le distinzioni e le fratture, a rivolgersi "all'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive"(21).

    Si è trattato di un dialogo, per portare a tutta la famiglia umana la salvezza, per collaborare al suo vero bene ed alla soluzione dei gravi problemi, nella luce del Vangelo. La costituzione Gaudium et spes espone la dottrina cattolica sui grandi temi: vocazione dell'uomo, dignità della persona umana, ateismo, attività umana, matrimonio, fame, cultura, vita economico-sociale, pace, guerra, comunità dei popoli. All'umanesimo laico, chiuso nell'ordine naturale, viene opposto l'uma-nesimo cristiano, aperto al trascendente, che presenta la concezione teocentrica dell'uomo, ricondotto a ritrovare se stesso nella luce e nello splendore di Dio(22).

    La ragione sublime della dignità umana consiste nella vocazione dell'uomo alla comunione con Dio: diventare per Cristo e in Cristo figlio di Dio. Creato da Dio, l'uomo è chiamato a Dio, a Lui è destinato e "non può ritrovarsi pienamente, se non attraverso un dono sincero di sé"(23). Quindi il concilio a tutti gli uomini rivolge l'invito ad accogliere la luce del Vangelo. Il Vaticano II, ha affermato Giovanni Paolo II, «resta l'avvenimento fon-damentale della vita della Chiesa contemporanea; fondamentale per l'appro-fondimento delle ricchezze affidatele da Cristo; fondamentale per il contatto fecondo con il mondo contemporaneo in una prospettiva d'evangelizzazione e di dialogo ad ogni livello con tutti gli uomini di retta coscienza»(24).

    Il concilio ha posto le premesse del nuovo cammino della Chiesa nella società contemporanea. Pur essendo la stessa di ieri, la Chiesa vive e realizza in Cristo il suo "oggi", che ha preso il via soprattutto dal Vaticano II(25). Esso "ha preparato la Chiesa al passaggio dal secondo al terzo millennio dopo la nascita di Cristo"(26).

    (1) Motu proprio Superno Dei Nutu, 5-6-1960: Acta et Documenta Concilio Oecumenico Vaticano II apparando, Series I, vol. I, Typis Polyglottis Vaticanis 1960, p.93.

    (2) Cf.Acta et Documenta... vol I, p.3-5.

    (3) Cf. Aula Sancta Concilii, a cura della Segreteria Generale del Concilio Ecumenico Vaticano II, Tipografia Poliglotta Vaticana 1967.

    (4) Così lo definì Giovanni Paolo II nell'omelia dell'11-10-1987, durante la concelebrazione in San Pietro per il 25° anniversario dell'inizio del concilio: cf. Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. X, 3, 1987, p.831

    (5) Discorso d'apertura del secondo periodo del concilio, 29-9-1963: Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Oecumenici Vaticani II, vol II, pars I, T.P.V. 1971, p.185.

    (6) Cf. rescritto del Segretario di Stato, card. Amleto Giovanni Cicognani, 27-6-1963: Acta Synodalia..., vol II, pars I, p.9.

    (7) Discorso alla curia romana, 22-12-1992: AAS, 85 (1983), p.1015.

    (8) Cf. Acta Synodalia..., vol IV, pars VII, 1978, p.885-886.

    (9) Cf. Acta et Documenta...I, vol. I, p.34 ss.

    (10) Ibid., p.41-42.

    (11) Ad Petri Cathedram, AAS, 51 (1959), p.502.

    (12) Discorso dell'11 ottobre 1962: Acta Synodalia..., vol. I, pars I, 1970, p.170-171.

    (13) Cf. discorso di Paolo VI, 7-12-1965: Acta Synodalia..., vol. IV, pars VII, 1978, p.660.

    (14) Discorso ai Padri conciliari, 18-11-1965. «Aggiornamento - dichiara Paolo VI - vorrà dire d'ora innanzi per noi penetrazione sapiente dello spirito del celebrato concilio e applicazione delle sue norme, felicemente e santamente emanate»: Acta Synodalia..., vol. IV, pars VI, 1978, p.693-694.

    (15) Cf. Acta Synodalia..., vol.I, pars I, p.172-173.

    (16) Ibid., p.173.

    (17) Cf. Lumen Gentium.

    (18) Acta Synodalia..., vol. II, pars I, p.187.

    (19) Gaudium et Spes, n.1.

    (20) Discorso del 7-12-1985 ai Padri del sinodo dei Vescovi: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VIII, 2, 1985, p.1443.

    (21) Gaudium et Spes, n.2.

    (22) Cf. ibid., n.22.

    (23) Ibid., n.24.

    (24) Discorso del 30-5-1986 ai partecipanti al colloquio organizzato dall'Ecole Francaise a Roma sul Vaticano II: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. IX, 1, 1986, p.1724.

    (25) Giovanni Paolo II, discorso alla curia romana, 22-12-1992: AAS, 85 (1993), p.1014.

    (26) Giovanni Paolo II, discorso del 1-12-1992 ai presidenti delle conferenze episcopali europee: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol XV, 2, 1992, p.790.

    http://www.vatican.va/jubilee_2000/m...7_p-21_it.html
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    Predefinito Riferimento: Il Concilio Vaticano II, luce per la Chiesa e per il mondo moderno

    Vaticano: Il J’accuse di Mons. Marchetto contro chi sostiene “Chiesa Democratizzata”- ‘È interpretazione fuorviante del Concilio Vaticano II°

    Scritto da Luigi Palamara in data aprile 4th, 2009

    Città del Vaticano, 4 aprile 2009. C’è stata una tendenza negli anni successivi al Concilio Vaticano II, a interpretare la grande assise della Chiesa come un evento di rottura con la tradizione precedente: anzi, secondo gli studiosi riunitisi nel Gruppo di Bologna, intorno al professor Giuseppe Alberigo, sarebbe dovuta nascere una Chiesa «democratizzata» con l’abbandono «del riferimento alle istituzioni ecclesiastiche, alla loro autorità e alla loro efficienza come il centro e il metro della fede». È quanto ha detto l’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e storico del Concilio Vaticano II, intervenendo oggi all’Accademia dei Ponti a Firenze con una relazione sulle letture ermeneutiche dell’assise conciliare. Mons. Marchetto ha affrontato la questione di «una ermeneutica veritiera, cioè di una interpretazione fondata e rispettosa» di ciò che è stato il Concilio. Una «corretta esegesi» che - se vuole essere tale - si deve basare sugli Atti ufficiali raccolti in ben «62 grossi tomi». Molti però - ha rilevato - sono ricorsi a scritti privati e diari personali di padri ed esperti conciliari al fine di diminuire l’importanza dei documenti finali per far emergere il cosiddetto «spirito» del Concilio: tutto questo in contrasto con gli esiti ufficiali dell’assise che sarebbero stati egemonizzati dagli uomini di Curia e che quindi non rappresenterebbero l’anima vera del Vaticano II. Si tratta - ha detto - di una tendenza storiografica «ideologica», che «punta solo sugli aspetti innovativi, sulla discontinuità rispetto alla Tradizione» quasi che col Concilio fosse nata «una nuova Chiesa», fosse cioè avvenuto il passaggio «ad un altro Cattolicesimo» In particolare gli studiosi del Gruppo di Bologna - ha sottolineato mons. Marchetto - «sono riusciti con ricchezza di mezzi, industriosità di operazioni e larghezza di amicizie, a monopolizzare ed imporre» un’immagine del Concilio «distorta e contraddittoria, del tutto mistificatrice». Secondo questi studiosi da quell’evento sarebbe dovuta nascere una Chiesa «democratizzata» con l’abbandono «del riferimento alle istituzioni ecclesiastiche, alla loro autorità e alla loro efficienza come il centro e il metro della fede». Il Concilio avrebbe partorito cioè un nuovo tipo di fedele cattolico non più legato «alla dottrina, e soprattutto a una singola formulazione dottrinale»: premessa «per un superamento dell’ecclesiocentrismo, e perciò per una relativizzazione della stessa ecclesiologia». «Ancora più radicale» del «vortice ideologico» del gruppo di Bologna - nota il presule - è la posizione di Hans Kung. Corretta ermeneutica invece - sottolinea - è vedere nel Concilio una «sintesi di Tradizione e rinnovamento» non «una rottura, una rivoluzione sovvertitrice» ma una «evoluzione fedele», come ha ricordato Benedetto XVI nel celebre discorso alla Curia Romana, il 22 dicembre 2005: «l’ermeneutica della discontinuità e della rottura» - disse - «si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media» ma «ha causato confusione». Invece, «l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa … che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso», «silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti». (Adnkronos)

    http://www2.melitoonline.it/?p=13855
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    Predefinito Riferimento: Il Concilio Vaticano II, luce per la Chiesa e per il mondo moderno

    Link al CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA COMPLETO ON-LINE
    http://www.vatican.va/archive/catechism_it/index_it.htm


    Link alla BIBBIA COMPLETA ON-LINE
    http://www.vatican.va/archive/ITA0001/_INDEX.HTM
    Ultima modifica di LEONIDA; 18-07-09 alle 19:27 Motivo: corretto un link cambiato
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    Predefinito ---

    -----------------------------------------------------------------------------------
    La discussione in merito al Concilio Vaticano II, al Catechismo del CVII, ed alla continuità con la Tradizione e la Scrittura, è stata spostata in questa discussione:

    La continuità del CCC-CVII con Tradizione e Scrittura
    http://forum.politicainrete.net/catt...scrittura.html
    -----------------------------------------------------------------------------------
    Ultima modifica di LEONIDA; 18-07-09 alle 20:01 Motivo: spostati messaggi
    PER L'EUROPA NAZIONALE, CATTOLICA, REPUBBLICANA, POPOLARE
    Unica speranza per noi cittadini e lavoratori poveri è un vero governo di destra, che ripristini il potere di governo, riorganizzi l'economia, diffonda moralità, legge ed ordine. \o

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    Predefinito Il tradizionalismo cattolico di Monsignor Gherardini

    Intervista con mons. Brunero Gherardini

    Se permette, Monsignore, l’anno 2009 è stato «l’anno Gherardini». Lei infatti ha fatto pubblicare uno dopo l’altro: Il Concilio Vaticano II. Un discorso da fare, nel marzo 2009, Quale accordo tra Cristo e Beliar?, nell’aprile 2009, sui «problemi, gli equivoci e i compromessi» del dialogo interreligioso; Ecumene tradita, nel settembre 2009, sul «dialogo ecumenico tra equivoci e passi falsi». Si tratta di una semplice coincidenza o della volontà di attirare l’attenzione sulla necessità di una buona «ermeneutica» del Vaticano II?

    Un caro amico, il prof. Roberto De Mattei, Direttore di Radici Cristiane, è riuscito, nell’ottobre 2009, a strapparmi un’intervista – genere da cui mi sono sempre tenuto lontano. Ed ecco che un altro amico riesce nell’impresa.
    Ben lungi dal pensare ad un “anno Gherardini”, riconosco che le pubblicazioni alle quali Lei si riferisce - ed alle quali oggi si aggiunge Quod et tradidi vobis. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa – non sono una semplice coincidenza, ma un modesto tentativo di dare una risposta ed un contenuto oggettivo all’“ermeneutica della continuità” auspicata, come tutti sanno, dal Santo Padre.

    Ritiene che Rapporto sulla fede, pubblicato nel 1985 dall’allora card. Ratzinger abbia segnato una svolta nella riflessione della Chiesa su se stessa? Era il segno di una presa di coscienza?

    Forse più che nella realtà, nelle intenzioni dell’eminente autore e nelle speranze di diversi teologi, tra i quali io stesso. I pericoli e gli equivoci venivano intravisti, ma le cause non venivano discusse e ancor meno si notava la minima intenzione di eliminarle. Di conseguenza si era sempre al punto di partenza.

    Si dice che Lei sia l’ultimo rappresentante della «teologia romana», già resa celebre dal card. Palazzini o dal caro e rimpianto Mons. Piolanti. La sua voce, in quanto teologo, è isolata in Italia o Lei vede, in certe università, in certe riviste, dei teologi che condividono le sue preoccupazioni e la sua analisi della situazione?

    Io non so fino a che punto posso considerarmi come un epigono della gloriosa Scuola Romana. Già i nomi illustri a cui Lei si riferisce appartengono alla fase discendente di questa Scuola. Dopo il Concilio Vaticano II, la voce di questa Scuola, sempre più debole, poteva farsi sentire ancora attraverso due Accademie romane, (la Pontificia Accademia di Teologia e la Pontificia Accademia San Tommaso d’Aquino), le riviste Divinitas e Doctor Communis, e i congressi tomisti. Oggi, quando si riesce ancora a percepirla, si tratta solo di una voce isolata, ammirata da qualcuno, ma più spesso disdegnata e disprezzata. È quello che mi è capitato. Nondimeno, ascoltata o no, essa risuona sempre, e se nella mia voce si riconosce il timbro della Scuola Romana me ne rallegro. Sfortunatamente, questa gloriosa Scuola oggi è priva di cattedre universitarie ed episcopali. Tuttavia, anche da questo punto di vista, le cose cominciano a cambiare: il 25 di questo mese, per esempio, sono stato invitato dalle autorità accademiche a tenere, in Laterano, una conferenza su “Il tomismo e la Scuola Romana del XX secolo”, e L’Osservatore Romano mi ha già chiesto il testo di questa lezione.

    Se non mi sbaglio, Lei è stato sollecitato dalla Santa Sede a partecipare ai «colloqui teologici» che, dall’autunno del 2009, sono iniziati con la Fraternità San Pio X. Perché non ha accettato questa proposta?

    Sono desolato, ma la discrezione m’impedisce di rispondere a questa domanda.

    È possibile un accordo dottrinale fra la Santa Sede e la FSSPX? E sotto quale forma?

    Senza alcun dubbio, e io mi auguro – e anche la Chiesa se lo augura – che per il bene delle anime si giunga presto ad un accordo. Vorrei rispondere in maniera adeguata, ma non vorrei impantanarmi nei dettagli. Il Papa ha già fatto molto per trovare una soluzione, bisogna dargliene atto. Ma è necessario mettere sul tappeto la “cornice dottrinale” a cui lui stesso si riferisce. Questa cornice, nondimeno, non porterà ad alcun risultato se permette - come sembra – solo un’interminabile confronto punto per punto: le due parti hanno ciascuno delle frecce appropriate nel loro arco, e la dialettica – quando vuole – è capace di mettere in evidenza le ragioni di colui che ha torto.

    Secondo me, vi è solo un argomento da mettere sul tappeto: e Giovanni Paolo II lo ha suggerito quando, infliggendo la famosa scomunica del 1988, rimproverò alla Fraternità San Pio X di avere “una incompleta e contraddittoria nozione della Tradizione”. Personalmente sono di tutt’altro avviso, ma è proprio per questo che io vedo nella Tradizione l’unico tema dottrinale da trattare a fondo. Se si riuscisse a chiarire il concetto di Tradizione, senza rifugiarsi nel sotterfugio della tradizione vivente, ma anche senza chiudere gli occhi sul movimento interno della tradizione apostolico-ecclesiale “eodem tamen sensu, eademque sententia” (conservando lo stesso senso e lo stesso pensiero), il problema cesserebbe d’esistere.

    Oggettivamente la Fraternità San Pio X, per intanto, non dovrebbe cessare d’esistere; essa potrebbe essere, nel firmamento della Chiesa, una “società di vita sacerdotale”, una famiglia di “oblati” o francamente una “Prelatura nullius”, visto che ha già diversi vescovi; ma, per carità, rifuggiamo dai sogni.

    Intervista con mons. Brunero Gherardini

  6. #6
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    Predefinito Valore magisteriale del Vaticano II

    di Mons. Brunero Gherardini

    L'articolo è stato pubblicato sul sito
    Disputationes theologicae



    M'è stato chiesto se il Concilio Ecumenico Vaticano II abbia valore magisteriale. La domanda è mal posta.
    Un Concilio – qualunque sia la sua indole ed a qualunque finalità o necessità contingente intenda rispondere – è sempre Supremo Magistero della Chiesa. Il più solenne, al livello più alto. Sotto questo profilo e prescindendo dalla materia presa in esame, ogni suo pronunciamento è sempre magisteriale. E magisteriale nel senso più proprio e più nobile del termine.

    Ciò non significa che sia in assoluto vincolante. Dogmaticamente, intendo, e sul piano dei comportamenti etici. Magisteriale, infatti, non necessariamente allude al dogma o all'ambito della dottrina morale, limitandosi a qualificare un asserto o un documento o una serie di documenti provenienti dal Magistero, supremo o no. Ho escluso che sia vincolante in assoluto, perché non in assoluto lo è sempre. Il fatto stesso che anche una semplice esortazione provenga da una cattedra di tale e tanta autorevolezza, crea certamente un vincolo. Non quello che esige l'assenso incondizionato di tutti (vescovi, preti, popolo di Dio) e ne impegna la fede; ma quello che a tutti richiede un religioso ossequio interno ed esterno.

    Perché insorga l'esigenza dell'assenso incondizionato e della sua traduzione in comportamenti coerenti occorre che intervengano alcune circostanze, mancando le quali un pronunciamento conciliare, indubbiamente magisteriale, resta privo della capacità giuridica e morale di vincolare la libertà della Chiesa e dei suoi singoli membri. Nel tal caso, ovviamente, la richiesta dell'attenzione, dell'ossequio, del rispetto non solo in pubblico ma anche in privato, tocca la responsabilità d'ogni singolo cristiano-cattolico.

    Quali sian le dette circostanze, è risaputo da tutti, immagino anche da coloro che non ne tengono conto. Poiché non vorrei che qualcuno le considerasse idee mie, le prendo dalle labbra d'una personalità non discutibile sia per i meriti ad essa universalmente riconosciuti, sia per l'ufficio ricoperto e per il compito che stava allora svolgendo, quando le manifestò pubblicamente ed ufficialmente: 16 nov. 1964, in pieno svolgimento del Vaticano II ed a chiarimento del suo valore conciliare. In risposta a reiterate domande, il Segretario del Concilio, S. E. Rev.ma Mons. Pericle Felici disse che “il testo dovrà sempre interpretarsi alla luce delle regole generali, da tutti conosciute”. Secondo tali regole, tutta la Chiesa senz'eccezioni “è tenuta a professare le cose riguardanti la fede ed i costumi che il Concilio abbia apertamente dichiarato”. Trattandosi però d'un Concilio pastorale, senz'escludere ch'esso potesse riesumare qualche enunciato dogmatico tra quelli da altri Concili ed in altre circostanze definiti, l'Ecc.mo Mons. Felici precisò che anche gl'indirizzi pastorali son dal Vaticano II proposti “come dottrina del Magistero Supremo della Chiesa” ed in quanto tali essi “vanno accettati ed abbracciati in conformità alla mente dello stesso Santo Sinodo; la quale mente, secondo le norme dell'ermeneutica teologica, è resa manifesta sia dalla dottrina trattata, sia dal tenore dell'espressione usata”[1].

    Come si vede, per indicare quale e di che natura fosse il valore stringente del Vaticano II, il Segretario del Concilio fece appello a diversi fattori. Parlando della sua pastoralità, richiamò:
    - i limiti imposti al Concilio da Giovanni XXIII, in apertura del medesimo: non la condanna degli errori né la formulazione di nuovi dogmi, ma l'adeguamento della verità rivelata "al mondo contemporaneo, alla sua mentalità e cultura"[2];
    - l'ermeneutica teologica, vale a dire l'analisi dei problemi emergenti, alla luce del dato rivelato e della Tradizione ecclesiastica;
    - il tenore delle espressioni usate.

    Le prime due condizioni non abbisognan di molte spiegazioni; la terza si riferisce a moduli tecnici dai quali trasparisce l'intento o di dogmatizzare o più semplicemente d'esortare. È da notare che un dogma insorge non perché un Concilio (anche il Vaticano II fece altrettanto) ricorre a moduli come questi: "Haec Sancta Synodus docet...Nos docemus et declaramus...definimus", o simili, ma perché il contenuto dottrinale d'un intero capitolo o dei suoi articoli vien sintetizzato in un "canone" che affermi il dogma e condanni l'errore contrario. Il tenore dell'espressione verbale è dunque formalmente decisivo. Si può serenamente asserire che un Concilio è o no dogmatico soprattutto in base alla sua "voluntas definiendi", chiaramente manifestata attraverso il suddetto tenore.


    Il Vaticano II mai manifestò tale "voluntas", come si rileva facilmente dal tenore dei suoi moduli e delle sue formulazioni: mai un "canone", mai una condanna, mai una nuova definizione, ma, tutt'al più, il richiamo a qualche definizione del passato. La conclusione che se ne trae è ovvia: si tratta d'un Concilio che, per principio, escluse la formulazione di nuove dottrine dogmatiche; queste, se pure di per sé non dogmatiche, avrebbero potuto assurgere a valore di dogma solo se la materia fosse stata definita in altri Concili ed ora riesumata. In ogni altro caso, le eventuali novità non son che tentativi di rispondere alle istanze del momento e sarebbe teologicamente scorretto, anzi privo d'effetti, l'innalzarle a validità dogmatica senza il supporto dell'accennata "voluntas definiendi".
    Ne consegue che un siffatto innalzamento equivarrebbe ad una forzatura del Vaticano II, il cui insegnamento potrà dirsi infallibile ed irreformabile solo là dove è un insegnamento precedentemente definito.


    In base ai principi ermeneutici di S. E. Mons Felici, ciò non comporta per nessuno – né per un vescovo, né per un prete o un teologo, né per il popolo di Dio - la libertà di "snobbare" gl'insegnamenti del Vaticano II. Provenendo essi dal Supremo Magistero, godono tutti d'una non comune dignità ed autorevolezza. Nessuno potrà impedire allo studioso di verificarne il fondamento - lo esige anzi l'invocata ermeneutica teologica – ma nessuno dovrebbe mai osare di negar loro religiosa attenzione interna ed esterna.


    C'è tuttavia un "ma" ed un "se". Facciamo l'ipotesi che in qualcuno dei sedici documenti del Vaticano II, o addirittura in tutti, si rilevino errori.
    In astratto, è possibile: si è sempre discusso se un Concilio possa venir meno alle sue dichiarate intenzioni e finalità, o se possa addirittura cader in eresia.
    Il mio sommesso parere è che ciò non sia da escludere, attesa la fragilità o la malizia del cuore umano; ritengo tuttavia che, ove ciò si verificasse, un Concilio cesserebbe d'esser tale.
    Quanto al Vaticano II, da circa cinquant'anni l'attenzione critica s'è come assopita dinanzi ad esso, soffocata dal continuo osanna che l'ha circondato. Eppure i problemi non mancano, ed estremamente seri. Non parlo ovviamente d'eresia, ma di spunti dottrinali non in linea con la Tradizione di sempre e quindi non facilmente riconducibili al "quod semper, quod ubique, quod ab omnibus" del Lerinense, mancando a tali spunti la continuità dell' "eodem sensu eademque sententia" del suo "Commonitorium".
    Per esempio, un "subsistit in" non può esser accolto a cuor leggero, se non si dimostri, attraverso la ricerca e la discussione critica - intendo ad alto livello scientifico - che tutto sommato può esser interpretato in maniera ortodossa: il che, a mio avviso, dovrebbe escludere il decantato allargamento della "cattolicità" e della capacità salvifica alle denominazioni cristiane non cattoliche.

    Se poi si consideri la "Dignitatis hnumanae" come l'antisillabo rispetto al famoso documento del beato Pio IX (1864), la continuità con la Tradizione viene infranta ancor prima di porne il problema. Ed infine, se si dichiara tradizionale la dottrina dei due titolari della suprema piena ed universale potestà di governo nella Chiesa – il Papa e il Collegio dei vescovi, con il Papa e sotto il Papa, mai senza né sopra - giustificandola con "la relazione reale inadeguata", s'afferma un nonsenso ancor prima d'un errore storico e teologico.


    C'è poi da tener presente un'altra circostanza, in base alla quale il valore dei documenti, pur se tutti conciliari e quindi magisteriali, non è sempre il medesimo: altro è una Costituzione, altro un Decreto ed altro ancora una Dichiarazione. C'è una validità decrescente da documento a documento. Ed anche se risultasse con ogni evidenza un eventuale errore del Vaticano II, la sua gravità varierebbe in base alla sua collocazione in una delle tre diverse tipologie di documenti.

Riassumendo, dunque, direi:

    - il Concilio Ecumenico Vaticano II è indubbiamente magisteriale;
    - altrettanto indubbiamente non è dogmatico, bensì pastorale essendosi sempre come tale presentato;
    - le sue dottrine son infallibili ed irreformabili solo se e là dove son desunte da pronunciamenti dogmatici;
    - quelle che non godono di supporti tradizionali costituiscono, nel loro complesso, un insegnamento autenticamente conciliare e quindi magisteriale, se pur non dogmatico, ingenerando così l'obbligo non della fede, ma d'un'accoglienza attenta e rispettosa, nella linea d'una leale e riverente adesione;
    - quelle, infine, la cui novità appare o inconciliabile con la Tradizione, o ad essa contrapposta, potranno e dovranno esser seriamente sottoposte ad esame critico sulla base della più rigorosa ermeneutica teologica.
    Salvo ovviamente "meliore iudicio".


    NOTE


    
[1] Sacrosanctum Oecumenicum Concilium Vaticanum II, Constitutiones, Decreta, Declarationes, Poliglotta Vaticana 1966, p. 214-215.

    [2] Ibid. p. 865-866.
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  7. #7
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    Arrow Concilio Ecumenico Vaticano II: Un discorso da fare

    Non è uscito “col botto”, ma quasi in sordina, come il piccolo seme di cui parla Nostro Signore nel Vangelo; e come quel seme, è destinato a crescere molto e a fungere da ricovero per tante anime smarrite dalla crisi che ha seguito l’ultimo Concilio. Stiamo parlando dell’ultimo libro di Monsignor Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, edito dalla Casa Mariana Editrice di Frigento, fondata e diretta dai Francescani dell’Immacolata.
    E’ certamente una pubblicazione destinata a far scorrere molto inchiostro e probabilmente ad accendere qualche polemica, sebbene ciò non rientri nelle intenzioni dell’Autore.
    Ci sembra però inevitabile visti i contenuti del libro, l’eminenza di chi lo ha scritto e l’aria che tira in molti ambienti del mondo cattolico (e non).

    A ciò si aggiungano la prefazione di Sua Ecc.za Mons. Mario Oliveri, Vescovo di Albenga e Imperia e la presentazione di Sua Ecc.za Mons. Albert Malcom Ranjith, Arcivescovo Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

    Cosa è uscito dunque dalla penna dell’ultimo grande teologo della Scuola Romana? Rispettivamente un ridimensionamento, una critica ed una supplica.

    Anzitutto ridimensionamento, o forse sarebbe meglio dire corretto inquadramento del Concilio Vaticano II. Sì, perché la teoria, la prassi, la stessa terminologia dei cinquant’anni che hanno seguito il Concilio, sono stati una falsificazione di ciò che realmente il Concilio è stato. Testi di Teologia, Corsi nelle Facoltà teologiche, articoli specifici e non, hanno posto il Concilio Vaticano II, ribattezzato “il” Concilio come il fondamento della vera fede, uscita finalmente dalle ristrettezze ecclesiali dei secoli passati.
    L’anno zero, insomma, l’anno di fondazione della chiesa, che infatti si rinomina “chiesa conciliare”.
    E questo atteggiamento non è quello di qualche piccolo gruppo un po’ fanatico: bisogna andare nelle parrocchie, frequentare le Facoltà teologiche, leggere le pubblicazioni “cattoliche”, ascoltare i discorsi dei cattolici “adulti” per rendersi conto della vastità e della radicalità del nuovo corso.
    «La ripetitività, in effetti, è ormai una recita: e ripetitivo è il reiterato richiamo al Vaticano II, il celebrarne acriticamente i meriti, l’affermarne l’importanza oltre i limiti del dovuto, il dichiararne l’incomparabile eccellenza rispetto ad ogni altro Concilio, il farne un prontuario di ricette per la soluzione di problemi d’ogni ordine e tipo. Mi pare che, dopo quasi mezzo secolo d’un linguaggio siffatto, d’incensazioni “a tre tiri doppi”, di celebrazioni intempestive, non richieste e controproducenti, sia finalmente venuto il momento di voltar pagina. Mi pare anzi che, “finite le feste al tempio” e conclusa la fase osannante, s’imponga oggi di necessità una riflessione storico-critica sui testi conciliari, che ne ricerchi i collegamenti - qualora effettivamente ci siano - con la continuità della Tradizione cattolica… Ne va della Fede e dell’autentica testimonianza cristiana» (p. 17).

    E’ questo un dovere del Magistero, precisa Gherardini; è questo un diritto dei fedeli, che per decenni hanno dovuto ingoiare veleno, mentre venivano rassicurati che tutto era voluto dal Concilio…

    Monsignor Gherardini dedica i primi capitoli ad un’analisi del valore del Vaticano II, secondo quanto il Concilio stesso ha affermato di sé, escludendo che il Concilio si sia avvalso dell’infallibilità propria ai Concili ecumenici che lo precedono e facendo il punto sulla “pastoralità” che lo caratterizza. Conseguentemente al valore del Vaticano II, Gherardini offre i criteri per l’interpretazione fedele dei suoi testi, indicando in tal modo i criteri di cui avvalersi nella tanto auspicata analisi storico-critica dei documenti conciliari.

    In secondo luogo, nel nuovo libro si trova una critica, nel significato più nobile del termine, di quell’arte, cioè di giudicare secondo i principi del vero, del buono e del bello, che nel nostro caso, non sono altro che i principi custoditi, tramandati, sviluppati dalla Tradizione della Chiesa.
    Gherardini attua in tutta la sua pregnanza quell’invito a considerare il Vaticano II alla luce della Tradizione.
    Ed è per tale motivo che a fianco di rilievi indubbiamente positivi, egli non può tacere problemi reali che i testi stessi rivelano. Dal documento conciliare sulla Sacra Liturgia, ai passi più discussi di Lumen Gentium, fino alle dichiarazioni sull’ecumenismo e la libertà religiosa, il lavoro di Monsignore è tutto un confronto analitico e serrato con la grande Tradizione della Chiesa, da parte di un uomo che quella Tradizione e quella Chiesa ama veramente e per le quali ha consacrato tutta la sua vita.
    E cosa risulta dal confronto con la Tradizione?
    Non vogliamo fare come quelli che, leggendo una romanzo, saltano subito alla fine, per sapere l’esito ultimo della storia; rimandiamo perciò allo studio del testo.
    Però un assaggio lo vogliamo offrire, citando un passaggio del libro: «A chi mi chiedesse se in ultim’analisi la tabe modernista s’annidasse proprio nei documenti conciliari e se i Padri stessi ne fossero più o meno infetti, dovrei rispondere con un no quanto con un sì. No, perché il respiro soprannaturale è tutt’altro che assente dal Vaticano II grazie alla sua aperta confessione trinitaria, alla sua fede nell’incarnazione e redenzione universale del Verbo, al radicato convincimento circa l’universale chiamata alla santità, alla riconosciuta e professata causalità salutare dei sacramenti, alla sua alta considerazione del culto liturgico ed eucaristico in special modo, alla sacramentalità salvifica della Chiesa, alla devozione mariana teologicamente alimentata. Ma anche sì, perché non poche pagine dei documenti conciliari arieggiano scritti e idee del modernismo – si veda soprattutto la Gaudium et Spes – e perché alcuni Padri conciliari – e non dei meno significativi – non nascondevano aperte simpatie per antichi e nuovi modernisti… Volevan infatti una Chiesa pellegrina della verità, in cordata verso di essa insieme con ogni altro pellegrino… La volevan amica ed alleata d’ogni altro ricercatore. Assertrice, anche nell’ambito degli studi sacri, dello stesso criticismo metodologico d’ogni altra scienza. Una Chiesa, insomma, laboratorio di ricerca e non dispensatrice di verità calate dall’alto» (pp. 78-79).

    In definitiva, una Chiesa non cattolica. E nei documenti conciliari si possono purtroppo rinvenire le tracce di questo atteggiamento.

    Infine, Monsignor Gherardini eleva una supplica – alla quale si unisce toto corde anche Sua Ecc.za Mons. Mario Oliveri, autore della Prefazione al volume – al Santo Padre, una supplica che è un’armonia di umiltà, coraggio e scienza e che proponiamo di seguito per intero e che – chissà – non possa dare origine ad una sottoscrizione pubblica da parte dei media veramente cattolici, non per spirito referendario, ma per manifestare il sostegno delle pecore al loro Pastore Supremo, perché, secondo l’espressione da Egli stesso adoperata, “non fugga davanti ai lupi”:
    (torna su)

    Supplica al Santo Padre

    Beatissimo Padre,
    so bene che questa comunicazione diretta è anomala e gliene chiedo scusa.
    Il ricorrervi dipende anzitutto dalla fiducia che ispira la sua Persona e, in pari tempo, dall'aver Ella stessa raccomandato a tutta la Chiesa, come principio interpretativo del Vaticano II, l'ermeneutica della continuità, sulla quale, se me lo consente, vorrei brevemente parlarLe.
    Fin ad oggi mi son sempre scrupolosamente guardato dall’interloquire con chi ha la responsabilità della Chiesa; ho, sì, richiesto qualche raro telegramma in particolari circostanze, ma nulla di più.
    Anche il nostro personale rapporto all'interno del dibattito teologico è stato solo episodico; è mancata, per mia scelta, una reciproca frequentazione. Raramente infatti m'espongo, mai mi propongo.
    Raccogliendo però il suo invito sull'ermeneutica della continuità, faccio oggi un'eccezione e sottopongo alla Santità Vostra alcune mie riflessioni a tale riguardo.
    Per il bene della Chiesa - e più specificamente per l'attuazione della "salus animarum" che ne è la prima e "suprema lex" - dopo decenni di libera creatività esegetica, teologica, liturgica, storiografica e "pastorale" in nome del Concilio Ecumenico Vaticano II, a me pare urgente che si faccia un po' di chiarezza, rispondendo autorevolmente alla domanda sulla continuità di esso - non declamata, bensì dimostrata - con gli altri Concili e sulla sua fedeltà alla Tradizione da sempre in vigore nella Chiesa.
    Non so se questo scritto perverrà nelle mani della Santità Vostra, né se vi perverrà così com'è stato concepito e come il benemerito Editore l’ha tipograficamente realizzato, anziché in qualche sintesi d'ufficio che non ne metta in risalto le connessioni logiche.
    Da parte mia, proprio queste connessioni ho collocato a supporto della presente supplica, dettata dalla mia profonda convinzione circa l'improrogabile necessità che il dettato conciliare venga preso in esame in tutta la sua complessità ed estensione. Sembra, infatti, difficile, se non addirittura impossibile, metter mano all'auspicata ermeneutica della continuità, se prima non si sia proceduto ad un'attenta e scientifica analisi dei singoli documenti, del loro insieme e d'ogni loro argomento, delle loro fonti immediate e remote, e si continui invece a parlarne solo ripetendone il contenuto o presentandolo come una novità assoluta.
    Ho detto che un esame di tale e tanta portata trascende di gran lunga le possibilità operative d'una singola persona, non solo perché un medesimo argomento esige trattazioni su piani diversi - storico, patristico, giuridico, filosofico, liturgico, teologico, esegetico, sociologico, scientifico - ma anche perché ogni documento conciliare tocca decine e decine d'argomenti che solo i rispettivi specialisti son in grado di signoreggiare.
    A ciò ripensando, da tempo era nata in me l’idea - che oso ora sottoporre alla Santità Vostra - d'una grandiosa e possibilmente definitiva mess’a punto sull'ultimo Concilio in ognuno dei suoi aspetti e contenuti. Pare, infatti, logico e doveroso che ogni suo aspetto e contenuto venga studiato in sé e contestualmente a tutti gli altri, con l'occhio fisso a tutte le fonti, e sotto la specifica angolatura del precedente Magistero ecclesiastico, solenne ed ordinario. Da un così ampio ed ineccepibile lavoro scientifico, comparato con i risultati sicuri dell'attenzione critica al secolare Magistero della Chiesa, sarà poi possibile trarre argomento per una sicura ed obiettiva valutazione del Vaticano II in risposta alle seguenti - tra molte altre - domande:
    1. Qual è la sua vera natura?
    2. La sua pastoralità - di cui si dovrà autorevolmente precisare la nozione - in quale rapporto sta con il suo eventuale carattere dogmatico? Si concilia con esso? Lo presuppone? Lo contraddice? Lo ignora?
    3. È proprio possibile definire dogmatico il Vaticano II? E quindi riferirsi ad esso come dogmatico? Fondare su di esso nuovi asserti teologici? In che senso? Con quali limiti?
    4. È un "evento" nel senso dei professori bolognesi, che cioè rompe i collegamenti col passalo ed instaura un'era sotto ogni aspetto nuova? Oppure tutto il passato rivive in esso "eodem sensu eademque sententia"?
    È evidente che l'ermeneutica della rottura e quella della continuità dipendono dalle risposte che si daranno a tali domande. Ma se la conclusione scientifica dell'esame porterà all'ermeneutica della continuità come l'unica doverosa e possibile, sarà allora necessario dimostrare - al di là d'ogni declamatoria asseverazione - che la continuità è reale, e tale si manifesta, solo nell’identità dogmatica di fondo. Qualora questa, o in tutto o in parte, non risultasse scientificamente provata, sarebbe necessario dirlo con serenità e franchezza, in risposta all'esigenza di chiarezza sentita ed attesa da quasi mezzo secolo.
    La Santità Vostra mi chiederà perché mai dica a Lei ciò che Ella già conosce meglio di me, avendone chiaramente e coraggiosamente già parlato. In fondo, me lo chiedo anch'io, un po' meravigliato per il mio ardire e dispiaciuto per il tempo che Le sottraggo. Vedo, però, nel mio ardire un atto insieme di "parresìa" e di coerenza, in linea con l'ecclesiologia che i miei grandi Maestri avevan appreso dalla Parola rivelata, dalla patristica e dal Magistero e che - "quasi in insipientia loquor" (2Cr 11,17) - anch'io ho avuto l'onore e la gioia di ritrasmetter a migliaia d'alunni. È l'ecclesiologia che nella Chiesa una-santa-cattolica-apostolica riconosce la presenza misterica del Signore Nostro Gesù Cristo e secondo la quale il Papa, anche "seorsim", è sempre in grado - per dirla con S. Bonaventura - di "reparare universa" perfino nel caso che "omnia destructa fuissent". Basta una sua parola, Beatissimo Padre, perché tutto, essendo essa stessa la Parola, ritorni nell'alveo della pacifica e luminosa e gioiosa professione dell'unica Fede nell'unica Chiesa.
    Ho detto, strada facendo, che lo strumento per "reparare omnia" potrebb'esser un grande documento papale, destinato a rimanere nei secoli come il segno e la testimonianza del Suo vigile e responsabile esercizio del ministero petrino. Qualora, però, non volesse agire da solo, Ella potrebbe disporre che o qualche suo dicastero, o l'insieme delle Pontificie Università dell'Urbe, o un organismo unitario e di vastissima rappresentatività, assicurandosi la collaborazione di tutti i più prestigiosi, sicuri e riconosciuti specialisti in ognuno dei settori in cui s'articola il Vaticano II, organizzi una serie di congressi d'altissima qualità a Roma o altrove; o una serie di pubblicazioni su ognuno dei documenti conciliari e sulle singole tematiche di essi.
    Si potrà in tal modo sapere se, in che senso e fin a che punto il Vaticano II, e soprattutto il postconcilio, possan interpretarsi nella linea d'un'indiscutibile continuità sia pur evolutiva, o se invece le sian estranei se non anche d'ostacolo.
    Ringraziando in anticipo la Santità Vostra e rinnovandoLe sinceramente le mie scuse, Le auguro che la pienezza della grazia divina, la verità divinamente rivelata e la Tradizione dalla quale la rivelazione stessa è veicolata nell'alternarsi dei periodi e delle epoche della storia ecclesiastica, sian sempre la luce del Suo ministero. Mi benedica

    Sac. Brunero Gherardini
    Ultima modifica di AgnusDei; 30-03-10 alle 18:39
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  8. #8
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    Predefinito Rif: Concilio Ecumenico Vaticano II: Un discorso da fare

    Il contenuto del Concilio Vaticano II, indipendentemente dal giudizio su di esso, è oggetto di discussione all'interno della Chiesa. Ci sono dei colloqui dottrinali fra la Fraternità Sacerdotale San Pio X e la Santa Sede. All'interno della stessa gerarchia ecclesiastica il dibattito è in corso.
    E' giusto dare risalto ad una voce 'tradizionale' in seno alla Chiesa, che si pone sulla stessa linea dei grandi cardinali Siri, Bacci e Ottaviani, il cui breve esame critico del Novus Ordo Missae rimarrà nella storia il testimone principale dell'attuale crisi Breve esame critico del Novus Ordo Missæ

  9. #9
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    Predefinito Il Concilio Vaticano II

    Ma davvero, come si dice in un thread in rilievo, il Concilio Vaticano II è "oggetto di discussione all'interno della Chiesa"?

    Qualcosa deve essermi sfuggito: questo dove scrivo è il forum di sotto?
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  10. #10
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    Predefinito Rif: Il Concilio Vaticano II

    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Ma davvero, come si dice in un thread in rilievo, il Concilio Vaticano II è "oggetto di discussione all'interno della Chiesa"?

    Qualcosa deve essermi sfuggito: questo dove scrivo è il forum di sotto?
    Ugo, dovresti rassegnarti. Gherardini è un monsignor di Santa Romana Chiesa a cui il Papa aveva chiesto di far parte della commissione pontificia per i colloqui dottrinali con la Fraternità Sacerdotale San Pio X.
    L'intervento Ottaviani sul Novus Ordo Missae fu piuttosto chiaro nelle sue conclusioni:

    Oggi, non piú all'esterno, ma all'interno stesso della cattolicità l'esistenza di divisioni e scismi è ufficialmente riconosciuta; l'unità della Chiesa è non piú soltanto minacciata ma già tragicamente compromessa e gli errori contro la fede s'impongono, piú che insinuarsi, attraverso abusi ed aberrazioni liturgiche ugualmente riconosciute.
    L'abbandono di una tradizione liturgica che fu per quattro secoli segno e pegno di unità di culto (per sostituirla con un'altra, che non potrà non essere segno di divisione per le licenze innumerevoli che implicitamente autorizza, e che pullula essa stessa di insinuazioni o di errori palesi contro la purezza della fede cattolica) appare, volendo definirlo nel modo piú mite, un incalcolabile errore.


    Corpus Domini 1969

    Breve esame critico del Novus Ordo Missæ


    Onore al merito ad AgnusDei che ha dato rilievo al dibattito dottrinale in seno alla Chiesa riguardo CVII, su cui permane il dubbio: continuità o rottura?
    Il Papa dice 'continuità', ma il dibattito è tutt'ora in corso.

 

 
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